Dal primo piano alla soffitta

Chapter 7

Chapter 73,646 wordsPublic domain

Per più settimane il nostro giovinotto fu in gran burrasca, e in tutto questo tempo don Luigi dovette consacrarsi interamente alla _lustrissima_ Chiaretta e assisterla nelle sue pratiche religiose o apparecchiarla con esempi della Sacra Scrittura a sopportar con animo forte la prova che pareva esserle serbata dal Signore. In complesso la torpida contessa Zanze aveva l'aria di voler rassegnarsi presto, e S. E. Zaccaria era in molto maggiori angustie di lei. Nessuno però soffriva quanto Fortunata, che passava le notti senza chiuder occhio, piangendo a calde lagrime e pregando i Santi e la Madonna per la salvezza di suo cugino. Se almeno le avessero permesso di rendersi utile, se le avessero permesso di aiutar sua madre nei suoi uffici d'infermiera! Ma non c'era caso; non la lasciavano nemmeno entrare in camera; le dicevano ch'ella non avrebbe fatto che confusione. Solo qualche volta, mentre aprivano l'uscio adagio adagio, ella, che era venuta in punta di piedi nell'andito, s'affacciava allo spiraglio, e nella penombra della stanza, in fondo all'alcova, vedeva un viso affilato, due occhi smorti, due mani lunghe e scarne che giacevano immobili sulla coperta del letto. Povero Leonardo! Com'era ridotto! Non lo si riconosceva quasi più.

Alla fine i medici dichiararono che l'ammalato era fuori di pericolo, ma che la convalescenza sarebbe stata assai lunga, perchè ogni strapazzo avrebbe potuto produrre una ricaduta fatale. Essi soggiunsero altresì che se il contino ci teneva a campar molti anni, egli doveva menar una vita più regolata. Ed egli che aveva avuto quel po' di battisoffia che sappiamo, promise tutto ciò che gli si domandava.

Appena Leonardo fu in istato di veder qualcheduno, Fortunata impetrò la grazia di dargli un saluto; poi le visite di lei divennero più lunghe e più frequenti, e allorchè egli principiò ad alzarsi, ella fu ammessa a tenergli compagnia per un paio d'ore al giorno.

Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti della prima giovinezza. Così l'albero investito dal turbine sente le sue radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva con maggior simpatia dell'usato la compagna de' suoi giochi infantili, e l'accoglieva con una espansione a cui ella non era più avvezza e che le empiva l'anima di giubilo. Ella diceva a sè stessa ch'ella aveva avuto ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano. Covava il suo male, ecco la ragione de' suoi modi aspri, de' suoi stravizzi, di tutto. E poi c'eran stati i falsi amici che lo avevano traviato, que' falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare più in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava cattivi consigli, egli era un altr'uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo:--Vedi chi di noi due s'ingannava!--Perchè quel suo fratello era così ostinato! Le poche volte ch'egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s'era commosso neppure alla notizia della malattia. «Desidero che Leonardo guarisca--egli aveva scritto sdegnosamente ai suoi genitori--perchè non si deve augurar male a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia nè per la famiglia, nè per Venezia, nè per l'Italia.»

--L'Italia! Che cosa c'entra l'Italia?--brontolava il conte Luca.

Se c'entrasse l'Italia è assai dubbio, ma secondo la rispettabile opinione del nobile Piero Canziani, c'entrava nientemeno che l'umanità. Infatti la guarigione del contino Leonardo ispirò la Musa dell'insigne poeta, e gli dettò un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta, avvertita che non era un _sonetto_, chiamò _un verso_. Ora il componimento del nobile vate esordiva così:

Sorgi, o contrita umanità. Dal coro Sgombra il vano terrore; Questo figlio d'eroi vive e non muore.

Concetto peregrino che don Luigi però trovava preferibile al manzoniano

I fratelli hanno ucciso i fratelli.

--Non c'è giovane di negozio--osservava don Luigi con aria di sprezzo--che non sappia dire una roba simile.

Anch'egli, l'ex precettore del contino Leonardo, si credette in dovere di pubblicare qualche cosa per la ricuperata salute del suo allievo e stampò con una prefazioncella di circostanza una sua memoria letta all'Ateneo col titolo: _Alcuni pensieri sul migliore uso della congiunzione separativa O_. Non era che il frammento d'un'opera linguistica di gran mole alla quale don Luigi attendeva da un pezzo in silenzio, e che, quando fosse venuta alla luce, avrebbe polverizzato certe riputazioni!...

Del resto, in questa fausta occasione, la casa Bollati riebbe per un momento tutto l'antico splendore, e il giorno in cui Leonardo sentì la messa nella cappellina domestica il signor Oreste, aiutato da tre sottocuochi, dovette allestire un pranzo per cinquanta persone. E tale fu l'abbondanza dei cibi e dei vini che i rilievi della mensa bastarono non solo a riempire l'epa dei servi e delle famiglie dei servi, ma consentirono anche al signor Oreste di stipulare alcuni contratti vantaggiosi con tre o quattro _restaurants_ di second'ordine.

Inoltre, sempre per festeggiare il lietissimo avvenimento, il conte Zaccaria elargì somme cospicue ai poveri della parrocchia, alla Commissione di pubblica beneficenza, agli Asili d'infanzia, alla Casa degli esposti e ad altri istituti pii. E per più giorni la _Gazzetta privilegiata di Venezia_ ebbe da registrare con parole di sentito encomio gli atti munifici di S. E. il conte Zaccaria Bollati, degno erede di un nome illustre. Il conte Zaccaria si fregava le mani sentenziando:--I Bollati sono sempre i Bollati.--Alla quale affermazione _sior_ Bortolo sorrideva, ma meno seraficamente di una volta.

Quando il contino Leonardo cominciò ad uscir di camera era circa la metà di aprile; i medici però gli prescrissero di rimanere in casa ancora un mesetto; a primavera avanzata sarebbe andato a ritemprarsi in campagna, ove non c'era più da temere della Rosa, maritata e fuori di paese. Forse tali disposizioni non erano tutte suggerite da motivi igienici; forse differendo a rendergli la libertà si sperava distoglierlo affatto delle vecchie abitudini e dalle vecchie conoscenze. E invero sotto l'impressione di sgomento lasciatagli dalla sua malattia, egli non mostrava alcun desiderio di rivedere i suoi compagni di libertinaggio. Questi dal canto loro non gli avevan dato prove di sviscerato affetto. Appena due o tre eran comparsi a grandi intervalli al portone del palazzo a domandar sue notizie; poi non s'eran più fatti vivi. E siccome d'altra parte egli non aveva stretto amicizia con nessun giovane per bene e nessuno quindi veniva a fargli visita, la sua lunga convalescenza gli sarebbe stata noiosissima se Fortunata non fosse rimasta quasi sempre con lui, pronta ad ogni suo cenno, docile, amorosa come negli anni dell'infanzia. Povera Fortunata! Ella si sentiva tanto felice nel poter essere qualche cosa per Leonardo, nel poter scemargli l'uggia di quell'eterne giornate. Si sentiva tanto felice che avrebbe voluto che la vita le corresse sempre a quel modo, e poichè lo sperarlo era follia, invocava dal cielo il favore supremo d'addormentarsi in quel sogno e di non riaprire gli occhi mai più.

Intanto Leonardo, sia che notasse davvero nella cugina qualche pregio fisico non avvertito per l'addietro, sia che il non trovarsi in mezzo alle crestaie e alle ballerine, oggetto ordinario dei suoi pensieri, lo rendesse di men difficile contentatura, sia infine che col tornar della salute e delle forze si risvegliassero in lui i bollori del sangue, considerava con più attenzione e sotto un aspetto diverso dal solito questa giovinetta dal viso slavato e dal corpicino esile, la quale sino allora, diciamolo schietto, non gli era neanche parsa una donna. Di che natura poi fosse il nuovo sentimento sorto nell'animo suo ci vuol poco a immaginarselo. Incapace di affetti gentili e profondi, non frenato da scrupoli, insofferente d'altre catene che di quelle che s'annodano e sciolgono in un giorno, egli intendeva l'amore in un'unica maniera... la maniera del resto in cui la intendono i dissoluti di professione. L'idea che Fortunata era una ragazza onesta non lo tratteneva, era anzi uno stimolo di più, che gli pareva legittima curiosità il verificar co' suoi occhi che differenza ci fosse tra una ragazza onesta e quelle che non erano tali. Nè lo trattenevano i vincoli di parentela che lo stringevano a lei, nè l'affezione sommessa ch'ella gli mostrava, nè la gratitudine che, pur confusamente, egli riconosceva di doverle per essere stata la sola a difenderlo quando tutti gli gridavano la croce addosso. Bensì da queste varie ragioni sommate insieme gli veniva un certo imbarazzo nel contegno, un certo fare da collegiale che, a sua insaputa, gli giovava invece di nuocergli. Perchè s'egli fosse stato sguaiato, brutale, ella avrebbe sentito svegliarsi in tempo la piena coscienza del pericolo, avrebbe forse saputo difendersi. Ma egli era così cauto, così riguardoso; il turbamento ch'ella provava vicino a lui era misto di tanta dolcezza! Non che talvolta non l'assalisse una vana inquietudine. Se Leonardo la guardava fisso, se la mano di lei toccava la sua, se i loro gomiti, se le loro ginocchia s'urtavano, ell'arrossiva fino alla punta dei capelli e con un rapido movimento volgeva altrove la faccia o ritraeva la persona tutta tremante. Però non era salda abbastanza ne' suoi propositi, e sembrava ricercar di lì a poco le sensazioni ch'ella aveva prime sfuggite. Nessuno la proteggeva, nessuno la consigliava. Sua madre era fuori di sè dalla gioia nel veder che _quei due ragazzi_ se la intendevano, e tornando sempre con la mente al sogno dorato del matrimonio, non si curava troppo dei rischi che Fortunata correva. Ne aveva corsi anche lei dei rischi per diventar contessa Rialdi, chè già, se le fanciulle senza dote non s'ingegnano, guai. E se il conte Luca s'avventurava a dire:--Bisognerebbe badare di più a Fortunata, mi spiego?--essa lo faceva tacere con un brusco:--State zitto voi, e pensate al vostro ufficio e ai vostri scacchi.

In quanto al N. H. Zaccaria e alla sua illustrissima consorte, essi non eran gente da scomodarsi per sì piccola cagione, e anzi la contessa Chiaretta aveva detto a Leonardo e a Fortunata:--_Ohe tosi_, io non istò mica a farvi la guardia; mettete pure a soqquadro la casa; a me basta che non mi facciate il chiasso vicino.

I _tosi_ avevano ormai l'uno vent'anni passati, l'altra quasi diciotto, e non era probabile che essi facessero un baccano così indiavolato. Ma ci voleva tanto poco a eccitar i nervi della N. D. Chiaretta; e poi ell'aveva tante gravi occupazioni. Aveva da apparecchiare la zuppa di latte pel suo gatto Romeo, da prendere il caffè e i _baicoli_ col nobile Canziani, da ascoltare i pettegolezzi della contessa Ficcanaso e delle altre dame che venivano a visitarla, da giocare a _consina_ con don Luigi, e da pisolare nella poltrona mentre lo stesso don Luigi le recitava il breviario o le teneva ragionamenti spirituali. Tutto ciò senza contar le visite che anche a lei toccava di fare. Come poteva dunque restarle il tempo di custodir Leonardo o Fortunata?

Con quest'assoluta libertà lasciata a' due cugini, accadde quello ch'era da prevedersi. Vi fu un giorno in cui Leonardo fu più audace e Fortunata più debole.....

XI.

Come fosse andata la cosa, Fortunata stessa non sapeva dirlo. Leonardo le aveva affascinato i sensi, paralizzato la volontà. E dopo la caduta, oppressa dalla coscienza della sua vergogna, dilaniata dagli scrupoli e dai rimorsi, ella si sentiva più inetta che mai a scuotere il giogo, a sottrarsi all'abbiezione in cui era piombata. Che le valeva, ogni sera, sola nella sua cameretta, piangere, pregare, scongiurare tutti i santi del Paradiso che la soccorressero; i santi del Paradiso non avevano orecchi per lei; e invece le immagini voluttuose venivano ben presto a sconvolgerle la fantasia, veniva il ricordo di quei baci di fuoco, di quelle parole ardenti, ed ella si voltava e rivoltava nel letto senza trovar pace, e mordeva rabbiosamente le lenzuola e i guanciali invocando e temendo a vicenda il sorger del sole. Chi sa che sorprese le apparecchiava il nuovo giorno? Se la tresca si scoprisse, se la sua onta diventasse pubblica, se ne giungesse la notizia fino a Gasparo? Come affronterebbe ella lo sdegno del fratello, come difenderebbe dalla collera di lui il suo amante? Eppure, per quanto spaventoso fosse questo pensiero, ce n'era un altro che l'atterriva ancora di più. Era il pensiero che Leonardo, nonostante i suoi giuramenti, non avesse per lei che un passeggero capriccio e dovesse fra poco gettarla in un canto come si fa d'un abito frusto. Dio, Dio, che sarebbe di lei allora? Dove andrebbe a nascondersi? L'idea del chiostro, accarezzata in passato, tornava a balenarle alla mente, e per brevi istanti l'animo inquieto vi si riposava come in un porto sicuro dalle tempeste. Ma il cuore non tardava a dirle che anche questa era un'illusione, e che non c'è porto ove ripararsi dalle tempeste che ruggono dentro di noi. E come potrebbe ella alzar gli sguardi al cielo finchè un amore profano la teneva incatenata alla terra? E quell'amore come sperar di sradicarlo s'esso era parte dell'esser suo, s'ella gli aveva sacrificato ogni cosa più cara? Oh quanto bene ella voleva a Leonardo, quanto gliene aveva sempre voluto!... C'era della gente che sparlava di lui, che lo accusava di mille vizi, che fingeva di disprezzarlo;... ella lo trovava bello, lo trovava buono, ella si sforzava di attribuirgli tutti i pregi possibili. Divenir sua moglie sarebbe stato per essa il colmo della felicità. Ma la fortuna non l'aveva guastata con troppi favori, ed ella non osava cullarsi in questa dolce speranza. Egli, che poteva aspirare ad una principessa, avrebbe sposato lei!... Le bastava morire prima ch'egli sposasse un'altra, prima ch'egli amasse un'altra....

Così, senz'accorgersene, ell'accettava il suo disonore, accettava tutto piuttosto che l'abbandono. E quando s'alzava dal letto dopo una notte insonne e angosciosa, ella contava l'ore e i minuti che la dividevano dal momento in cui il gondoliere di Ca' Bollati sarebbe venuto a prenderla per ordine della _lustrissima_ e l'avrebbe accompagnata a palazzo. E come le batteva il cuore, allorchè, nel far lo scalone, sentiva i passi di Leonardo che, aspettandola, misurava in lungo e in largo la sala!

--Sia ringraziato il cielo--diceva la contessa Chiaretta.--Se Leonardo non ha compagnia non istà mai tranquillo.... Andate a giocare a dominò, ragazzi.... O fate pure quel che volete, purchè io non senta rumore.

Da figliuolo ubbidiente, Leonardo si tirava dietro Fortunata in un altro angolo della casa, in quello stanzone degli armadi ove i due cugini s'erano da bimbi trastullati insieme e da cui si poteva, volendo, salire in un'ampia terrazza. Non mancavano buoni pretesti per andar colà. Prima di tutto il luogo era opportunissimo per isgranchir le gambe e per prendere una boccata d'aria libera; poi ci si trovavano parecchi vasi e cassette di fiori pei quali Leonardo s'era acceso d'una subitanea passione e ch'egli rimondava con gran cura dell'erbaccie, e inaffiava ogni giorno.

I desiderii della contessa madre erano esauditi appieno. Checchè avvenisse lassù, ella non sentiva romore.

Ma la baffuta _siora_ Placida, la cameriera anziana, che teneva le chiavi della biancheria e considerava lo stanzone come suo speciale dominio, durava fatica a persuadersi che il padroncino e Fortunata impiegassero tanto tempo nella fioricultura, e aveva tentato più d'una volta di scoprire quali fossero le loro occupazioni. A dir vero, a malgrado del suo diligente spionaggio, essa non aveva scoperto nulla di positivo perchè lo stanzone era chiuso da un uscio assai grosso e pesante di cui non si sarebbe potuto spingere uno dei battenti senza un molesto cigolìo che avrebbe tradito l'esploratore indiscreto. Pure, dei pochi indizi ch'essa aveva raccolto, la onoranda matrona aveva data la partecipazione confidenziale al cameriere Stefano, suo favorito. Stefano aveva ripetuto la notizia alla lavapiatti, una massiccia montanara del Bellunese, con la quale, di nascosto della _siora_ Placida, egli era in ottimi termini, e colei ne aveva parlato in segreto a uno dei barcaiuoli che godeva di qualche sua preferenza furtiva. In breve la cosa passò per tutte le bocche, e in cucina si discusse gravemente se si doveva o no metter sull'avviso Sua Eccellenza Zaccaria e Sua Eccellenza Chiaretta. Il signor Oreste, il cuoco, stava pel sì, e sosteneva che la era tutta una cabala ordita dalla contessa Zanze Rialdi, la quale voleva costringere il _lustrissimo_ Leonardo a sposare la sua figliuola, e intanto gliela gettava in braccio per metterlo fra l'uscio e il muro. Ora pareva a lui che fosse necessario di sventar la trama, perchè, sebbene non ci fosse nulla da dire contro la ragazza, quello non era un partito adattato pel padroncino, e da sì misere nozze la servitù non poteva sperare nè mancie, nè regali convenienti. E poi non c'era una ragione al mondo di favorir gl'intrighi della contessa Zanze, che al capo d'anno non dava un centesimo a nessuno.

Argomenti di gran peso che rendevano testimonianza della sagacità del signor Oreste e che avrebbero dovuto trionfare, ma il cuoco aveva la disgrazia d'essere antipatico a' suoi compagni, e accadeva assai di rado che i suoi consigli fossero accolti.

Prevalse dunque l'opinione contraria, difesa con molto vigore dal cameriere Stefano, il quale diceva che i pericoli del matrimonio non c'erano se non che nella fantasia del signor Oreste, e che in quanto al rimanente a questo mondo bisogna vivere e lasciar vivere, nè occorre scandalizzarsi di accidenti che nascono dappertutto. La _siora_ Placida poteva certificare se quelli eran fatti nuovi in casa Bollati.

E la cameriera, quantunque le seccasse esser chiamata a testimonio di cose passate, era costretta nella sua lealtà a riconoscere che, per quel che dicevano i vecchi, nella nobile famiglia uomini e donne eran sempre stati di manica larga e non c'era che la _lustrissima_ Chiaretta la quale, avendo acqua nelle vene invece che sangue, non desse a discorrer di sè.... Beninteso ch'ella, la _siora_ Placida, non avrebbe messo le mani nel fuoco nemmeno per la padrona, e non avrebbe voluto giurare che fra Sua Eccellenza e il nobile Piero Canziani, per esempio, non avessero mai fatto altro che sorseggiare il caffè e sgretolare i _baicoli_.

Comunque sia, il primo risultato di queste chiacchiere si fu che, quando Leonardo e Fortunata scendevano dallo stanzone degli armadi, eran sicuri di trovarsi fra i piedi qualcheduno della servitù che con curiosità mal dissimulata li squadrava dalla testa alle piante per far poi in cucina quelle chiose che si possono immaginare.

Leonardo, il quale in certe faccende aveva buon naso, indovinò che c'erano in aria dei sospetti, e colse il pretesto per troncare gli abboccamenti segreti nello stanzone, tanto più che ormai si era levato il capriccio e Fortunata cominciava a venirgli a noia. Inoltre s'avvicinava il momento in cui egli sarebbe uscito di casa, e allora avrebbe avuto ben altro pel capo che la cugina. Meglio dunque allentare il nodo a poco a poco.

La povera ragazza, dopo aver con sì calde lagrime chiesto al Signore di allontanarla dal peccato, adesso che il peccato s'allontanava da lei ebbe un risveglio tremendo. Ella capì che stava per succedere il peggio, capì che Leonardo l'abbandonava. E resa ardita dalla disperazione, volle a ogni costo ch'egli le accordasse un colloquio da solo a sola, e nel suo amore e nel suo dolore trovò accenti così caldi ed appassionati, quali non si sarebbero attesi dal suo labbro ordinariamente timido e peritoso. Egli, più infastidito che commosso, cercò in principio di calmarla con buone parole; poi, com'ella non se ne mostrava paga, perdette la pazienza, e si lasciò andare al suo linguaggio cinico e sboccato. In fin dei conti, che pretendeva ella da lui? Che la sposasse? Ma già egli non si sognava nemmeno di prender moglie. O credeva forse che la loro relazione potesse durare eterna? Non doveva anzi essergli grata della prudenza con cui egli s'era condotto? Se la cosa tirava in lungo altri due o tre giorni, c'era da scommettere che sarebbe nato uno scandalo; invece, per merito suo, nessuno direbbe nulla, perchè nessuno sapeva nulla di positivo, ed ella non iscapiterebbe affatto nella riputazione. E ancora si lagnava?

Ella rimase fulminata. Era dunque finito tutto? Noi lo sappiamo, il presentimento che tutto potesse finire in questo modo le aveva già angustiato lo spirito, ma non era mai riuscito ad annidarvisi per un pezzo; chè ogni lieve segno d'affetto da parte di Leonardo era bastato a rianimare le sue illusioni. Adesso però, dopo le parole dure, recise, sprezzanti che le echeggiavano sinistramente all'orecchio, non c'era più illusione possibile, non c'era più spiraglio di luce che rompesse le tenebre ond'ella era cinta. E si sentiva sola, derelitta nel mondo. I suoi genitori? Ma suo padre pur troppo era un fantoccio, e sua madre perchè non l'aveva vigilata, perchè non l'aveva avvertita? Un lampo tremendo le attraversò la mente. Se sua madre, che fin dall'infanzia le aveva inculcato la riverenza ai parenti Bollati, la devozione al cugino, se sua madre avesse voluto lei stessa apparecchiar la catastrofe nella speranza di forzare Leonardo al matrimonio? Ed ella si sarebbe fatta complice di questa ignominia? Che orrore, che orrore! Ah! Gasparo era stato buon profeta! Un momento le venne il pensiero di scrivergli. Ma che cosa gli avrebbe scritto? Ch'ella s'era prostituita, ch'ella s'era disonorata? E che cosa gli avrebbe chiesto? Di vendicarla? No, no, mille volte no, ella non voleva che si torcesse un capello a Leonardo. Forse egli era meno colpevole di quel che essa credeva, forse con le donne (povere donne!) si fa sempre così; tocca a loro a difendersi. Ah senza dubbio la vera colpevole era lei che s'era lasciata acciecare, inebbriare dalla febbre dei sensi, che aveva dimenticato la sua fede. Come le rimordeva la sua coscienza di cattolica! Con che paura superstiziosa pensava ai suoi doveri religiosi trascurati, alle sue distrazioni in chiesa, ai desiderii immodesti, alle immagini profane che avevano turbato il suo raccoglimento e le sue preghiere! Ella si domandava tremante se ci sarebbe stata penitenza adeguata al suo fallo. E di nuovo una voce intima le additava come suprema áncora di salvezza il convento, seppur c'era un convento che volesse accoglierla.