Dal primo piano alla soffitta

Chapter 5

Chapter 53,761 wordsPublic domain

Gasparo Rialdi trionfava, vedendo di non esser più il solo della famiglia ad avere in uggia il giovane Bollati. E quando gli toccò d'imbarcarsi, perch'egli era ormai cadetto di marina e doveva andar con la squadra in Levante, egli prese da parte la sorella e le disse con maggior dolcezza dell'ordinario:--Credilo, sorelluccia mia, io me ne vado più contento sapendo che tu bazzichi meno con Leonardo.... Quell'intimità non m'era piaciuta mai, e sarai persuasa che non avevo torto. Leonardo è stato da piccolo in su un monellaccio e nient'altro, e adesso che da un anno in qua fa a modo suo, è uno dei più scapestrati che vi siano in paese. Tu non sei una bimba, hai quasi quindici anni, e a quindici anni una giovinetta deve guardar bene a chi accorda la sua confidenza e le sue preferenze.... Capisco che noi non possiamo troncar le nostre relazioni coi Bollati; il babbo e la mamma non lo vorrebbero, e forse avranno ragione, forse è vero che ci conviene usar dei riguardi a quei nostri parenti.... abbiamo, pur troppo, delle obbligazioni con loro.... Ma un giorno, se la fortuna m'aiuta!... Intanto sta in guardia, e soprattutto non curarti di Leonardo... Son meglio i suoi disprezzi che le sue carezze.--Le parole di Gasparo erano per Fortunata tante punture di spillo. Ella non osava contraddirlo, si sentiva piccina piccina di fronte a lui; ma egli era troppo impetuoso, troppo violento, troppo assoluto da potersele insinuare nell'animo, da poter sradicarne le simpatie segrete coltivate con lungo amore. Poichè non è mica vero sempre che i forti trascinino i deboli; la bufera che abbatte la quercia passa talvolta sul gracile stelo senza far altro che piegarne la cima. A veder suo fratello così accanito contro Leonardo, ella, pur riconoscendo i torti di costui, aveva come la coscienza d'un'ingiustizia, di una persecuzione della quale ell'era muta e impassibile testimonio. Le pareva che sarebbe convenuto tener modi diversi, usar la dolcezza, cercar con le ammonizioni e i consigli di ricondurre il traviato sul retto sentiero, e avrebbe dato dieci anni della sua vita per saper far lei quello che non sapevano o non volevano fare gli altri. Così Gasparo, con tutta la sua perspicacia, s'era affrettato troppo a rallegrarsi della scemata intrinsichezza di sua sorella con Leonardo Bollati. Sicuro, le apparenze gli davano ragione, e Fortunata si trovava di rado a quattr'occhi col cugino, ma chi le fosse disceso in fondo al cuore avrebbe visto che i nodi che la stringevano a lui, anzichè rallentarsi, accennavano a diventare più saldi e indissolubili.--Non sei una bimba--le aveva detto Gasparo, ed era vero. E appunto per questo riusciva meno facile a lei stessa di raccapezzarsi in quel tumulto di sentimenti nuovi e di nuovi pensieri che l'agitavano. Ciò ch'ella provava per Leonardo Bollati non era l'affetto uguale, ingenuo e devoto dei primi anni; era a volte un'attrattiva invincibile, a volte una strana ripulsione; ond'ella ora lo cercava ed ora lo sfuggiva, ma sia che lo cercasse o lo sfuggisse, non sapeva staccare il pensiero da lui.

Dei genitori vigili, intelligenti, avrebbero avvertito il pericolo e cercato di ripararvi in tempo, ma il conte Luca era un uomo nullo che aveva abdicato in favore della moglie, e la contessa Zanze, sebbene non fosse una sciocca, non era nata per capir certe cose, e aveva poi uno spirito singolarmente sconclusionato. Dimodochè, dopo aver dipinto Leonardo con le tinte più fosche, dopo avergli pronosticato ogni specie di malanni, ella mutava a un tratto registro e tornava a far castelli in aria e ad almanaccare sulla possibilità che sua figlia entrasse in casa Bollati e ch'ella, Zanze Rialdi, divenisse un giorno la suocera dell'erede di un gran nome e di un gran patrimonio. Inoltre, anche nei momenti in cui ell'era meno disposta alle illusioni, ell'avrebbe riso in faccia a chi fosse venuto a dirle che il solo mezzo efficace di salvar Fortunata dalle amarezze e dai disinganni era quello di non frequentar troppo i Bollati, di non mantener con essi che le relazioni strettamente necessarie. Colmarli di contumelie quand'essi non potevano sentirla, era, per la contessa Zanze, la cosa più naturale del mondo, ma perdere i vantaggi d'una parentela simile le sarebbe parso un delitto verso sè stessa e verso la propria famiglia. Ah, in verità non c'era che lei che avesse un po' di sale in zucca! Suo marito era un bamboccio, Gasparo, con tutto il suo ingegno, non sapeva il viver del mondo, e Fortunata era una buona diavola, ma prendeva di tratto in tratto certi atteggiamenti di vittima ch'erano molto noiosi. Adesso ell'aveva l'aria di fare una grazia ad andar l'autunno in campagna, come se si potesse rinunziare a un sistema che, senza contare il benefizio fisico, permetteva di chiuder la casa e di raggranellar quattro soldi per l'inverno.

La ragione, per la quale Fortunata andava mal volentieri in villa Bollati, non è difficile a immaginarsi. Il contino Leonardo, si curava poco di lei e si curava troppo della nipote del gastaldo, la Rosetta, che in brevissimo tempo s'era fatta una bella ragazza. Vispa, civettuola, la Rosetta sapeva di piacere e si divertiva a lasciarsi corteggiare, per rider dei gonzi, diceva lei, giacchè non era così grulla da innamorarsi a spese della salute e del buon umore, e in quanto al prender marito non c'era furia, chè un marito è un tiranno e nient'altro. A ogni modo, di mariti c'era abbondanza; bastava volere. Per ora preferiva spassarsela, e d'autunno quando i padroni erano in villa accettava di buon animo gli omaggi del conte Leonardo, certa di far arrabbiare le sue carissime amiche e di suscitar la gelosia dei bellimbusti del paese. Perciò ella non aveva nessun riguardo a lasciarsi vedere con Leonardo per le strade maestre e a scambiar la domenica in chiesa occhiate e sorrisi con lui. Che se anche le _amiche_ e i galanti si vendicavano col tener sul suo conto ogni specie di discorsi e coll'esagerare l'importanza della tresca, ella si stringeva nelle spalle, tant'era sicura che al finir dell'autunno i galanti sarebbero tornati ai suoi piedi, docili come cagnolini. Delle _amiche_ poi non si dava pensiero; chiuder loro la bocca era impresa impossibile.

La Rosetta, come si vede, sfidava la cosidetta opinione pubblica per vanità, poichè questa sua vanità non sarebbe stata soddisfatta se la gente non avesse saputo che il contino Bollati spasimava per lei. Ma dove la vanità non era in giuoco ell'era invece prudentissima, e Leonardo non riusciva a indurla nè a passeggiate in luoghi solitari, nè a furtivi colloqui di sera. Anzi quand'egli era troppo insistente, la ragazza fingeva di corrucciarsi e lo sfuggiva per più giorni di seguito. Già i pretesti non le mancavano; o doveva attendere alla cascina, o aveva da lavorar di cucito per lo zio e i cuginetti. Allora Leonardo si sfogava con Fortunata e diceva che la Rosetta era la più civetta di tutte le tose ch'egli aveva conosciuto, e ch'ella s'ingannava a partito se credeva di far colpo sopra di lui con quelle sue bizze da principessa. C'era proprio pericolo ch'egli la prendesse sul serio! Ma queste confidenze non davano un gran conforto a Fortunata, che, di lì a qualche giorno, vedeva Leonardo più sommesso di prima alla capricciosa contadinotta.

Era impossibile che in casa non s'accorgessero di questa tresca, e seppur non se ne fossero accorti, la contessa Zanze si sarebbe assunta la briga di spargerne la notizia. Ella n'era scandalizzatissima, e non risparmiava fatiche per risvegliare il senso morale del conte Zaccaria e della contessa Chiaretta e per indurli a far valere la loro autorità prima che accadesse una catastrofe. Ma quelli non se ne davano per intesi. O che toccava a loro di vigilare sul prezioso onore d'una villana?

E se dobbiamo esser sinceri, quegli a cui spettava anzitutto quest'ufficio delicato era il gastaldo, zio della Rosetta, volpe vecchia, il quale lasciava correre, sia che si fidasse della furberia della nipote, sia che non volesse disgustare il giovane conte, e in ogni evento, sperasse di tirar l'acqua al suo molino.

L'ultimo rifugio della contessa Zanze era don Luigi. O che aveva gli occhi foderati di prosciutto? O che non sentiva il debito sacrosanto di alzar la voce, e di sottrarre alla perdizione il suo allievo?

Povero don Luigi! Che ci poteva lui? Non la capivano ancora ch'egli non era più il precettore? Era il cappellano della famiglia, era una specie di mastro di casa; ma il precettore no. E su certi argomenti non aveva diritto di entrare... fuori che nella confessione.... Allora le sue ragioni sapeva dirle e non aveva bisogno delle lezioni di nessuno, come non intendeva render conti a nessuno.... E poi perchè venivano a discorrergli di tresche scandalose?... Credevano che un sacerdote non avesse da far di meglio che spiare i passi di due monelli senza giudizio?

--Bei ministri di Dio!--borbottava la contessa Zanze riferendo al marito questi colloqui.--Bei ministri del Vangelo! Si lavano le mani come Ponzio Pilato.

--E perchè non ve le lavate anche voi le mani?--rimbeccava il conte Luca.--Siete un ministro di Dio, voi! Andate proprio a cercarli col lumicino i fastidi? Che può importarvi di ciò che passa tra Leonardo e la Rosetta? Per la Vergine santissima, lasciate che si sbrighino loro e non ve ne impicciate. Tanto, a voi non ne va e non ne viene. Mi spiego?

E il pacifico uomo tornava al caffè a giuocare ai suoi scacchi.

VIII.

Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di assoluta neutralità, ma, d'altra parte, la contessa Zanze non aveva torto nel presagire che quest'intrigo del contino Leonardo e della Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo aveva mille distrazioni che gl'impedivano di pensare alla nipote del gastaldo, ma quand'era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero. Inoltre c'era ormai di mezzo anche un po' di puntiglio. Egli giurava e spergiurava a sè medesimo di venirne a capo, di non voler essere raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi d'una carezza e d'un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le Serafine non lo avevano mai fatto sospirar tanto. Però questi propositi risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo, soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si tenevano sicure ch'esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti, chi doveva sposare quella sguajata? C'era bensì un tal Menico, garzone di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di languir d'amore per lei e d'esser pronto a darle il suo nome, ma a nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse sotto la protezione del gastaldo, ch'era suo santolo.

Per altro, allorchè Beppe Gualdi, il figlio dell'oste, finita la ferma militare, tornò in paese e s'attaccò subito ai panni della ragazza, si cominciò a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo sposo era bell'e accalappiato, perchè Beppe non era uomo da perdersi in galanterie senza costrutto e aveva già detto di voler prendere moglie. Naturalmente uno sciame di persone officiose, per la maggior parte madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un collocamento, si diedero premura di metter sull'avviso il giovinotto, informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in così cattive mani. Ma Beppe troncò presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il dente del giudizio e ch'era in grado di regolarsi da sè. Ai suoi intimi poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano nè caldo, nè freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche, perch'era più bella e più vivace delle altre. Del resto egli era disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finchè non si fosse assicurato da sè che tra lei e il contino era troncata ogni relazione.

La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una diecina d'anni più di lei, ma non voleva disgustarlo, nè darla vinta alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena ch'ella fosse dal matrimonio, non era poi così grulla da rinunziar troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva, non avevano servito che a tenerla di buon umore.

Il figlio dell'oste era ripatriato alla fine dell'inverno, mentre i Bollati non erano in villa, ciò che sulle prime diede buon gioco alla nostra civettuola. Le difficoltà vere dovevano affacciarsi più tardi, nell'autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un'arte maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto d'occhi aperti per coglierla in fallo.

Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati, quell'anno, trovò la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva accadergli in peggior momento, giacchè egli s'era impegnato con certi suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz'aver vinto l'ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio il suo fine, egli s'era munito d'un anellino di brillanti il cui splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virtù femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.

Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una volta tanto, da uomo di spirito. Non andò in escandescenze, non perdette il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fidò nella fragilità femminile.

C'era un'altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma alla Rosetta, e ch'era stata tra le più implacabili nel giudicarla. Il giovine conte, che non s'era occupato mai di costei, cambiò tattica a un tratto, le si avvicinò ripetutamente, le disse di quelle paroline che suonano così dolci alle donne, solleticò insomma in tutti i modi la sua vanità. Queste galanterie non rimasero segrete, chè la prima a non voler che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte. Figuriamoci s'ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che l'aveva per tanto tempo guardata d'alto in basso! E la Rosetta n'ebbe una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch'egli corteggiasse la Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura. Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po' con tutti. Con la Filomena, s'intende; con Leonardo, ch'era volubile e di pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso, con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua moglie, come gliel'avrebbe fatta pagare!

Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e passare avanti, ma ell'era troppo bella, troppo procace in quell'atteggiamento, col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed egli sentì una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.

--Buon giorno, Rosetta--egli disse fermandosi sui due piedi.

Ella finse una grande sorpresa, arrossì e lasciò cadere i fiorellini che teneva in mano.

--Ti faccio paura?--ripigliò il giovane. E soggiunse più basso:--Come sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di rosa.

--Oh--ella rispose--la Filomena è molto più bella di me.

Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.

--La Filomena non è degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.

La fisonomia della Rosetta s'illuminò dal piacere; nondimeno ella si tenne in un certo riserbo:--A me dice così, a lei invece....

--O che credi sul serio ch'io sia invaghito della Filomena?

--To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...

--Tutti quanti credono male, quest'è la verità.... A ogni modo, che te ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?

La ragazza fece un gesto d'impazienza.

--Un brav'uomo--seguitò Leonardo--un po' maturo per te... ma dal momento che gli vuoi bene....

--Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?

--Oh bella! risponderò anch'io: tutti lo dicono.

--La gente chiacchiera per aprir la bocca.

--E allora perchè sei stata così cattiva con me quest'autunno?--incalzò il contino passandole un braccio attraverso la vita.

Essa resisteva.--No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.

--Non c'è anima viva--replicò Leonardo. E, pronto ormai ad ogni più ardita impresa, le stampò un bacione sul collo, mentre cercava di spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi indiscreti.

Quantunque alla giovane ripugnasse l'idea di questa capitolazione vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non si fosse inteso un improvviso fruscìo, come di persona che si aprisse bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo. Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un'illusione dei sensi. Ma il momento buono era passato, e il timore d'essere scoperta ridonò alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito più circospetto. Egli non aveva un'anima di leone, e non avrebbe voluto tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch'era uomo capace di non guardare in faccia nemmeno a un'Eccellenza. Ottener la vittoria senz'affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro valoroso contino.

Così Leonardo e la Rosetta si separarono di lì a poco non senza promettersi che si sarebbero riveduti.

E si rividero in fatti più volte, ma sempre con infinite cautele e sempre per brevissimi istanti. Però questa intimità avrebbe dato i suoi frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si lasciò scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo sospetto, nè la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perchè i due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone aveva avuto per testimonio un monello di dodic'anni, fratello della Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s'era lasciata dare un bacio dal _signorino_. La Filomena scattò come una molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pensò di consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla Filomena l'accoglienza che gl'innamorati fanno sempre a chi accusa dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto, le ordinò severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir quest'imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In tal modo ella dissimulò per paura, egli dissimulò per calcolo e provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ciò che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d'un certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare impossibile, i servizi che la gente rende più volentieri son quelli coi quali, giovando a qualcheduno, si può nuocere a qualchedun altro. Insomma Beppe non tardò ad acquistare la certezza che la ragazza lo ingannava, e vi fu anche chi gli riferì queste precise parole dette dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento più intimo del solito ch'egli le chiedeva con insistenza:--«Come devo fare se ho sempre quel seccatore fra i piedi?»--Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah! bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera; bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un'ora che non desse loro mezzo di scampo. Perciò Beppe finse di dover andare a Padova per un affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto di lì a tre o quattro giorni. E s'assentò realmente, ma invece di andare a Padova, si ridusse nella campagna d'un suo compare, poche miglia distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la Rosetta dovevano trovarsi nel chiosco chinese della villa Bollati, un chiosco che non s'apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl'indizi, la Rosetta s'era lasciata tentare dalla speranza d'un bel regalo. Ell'aveva avuto l'imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un anellino di smalto regalatole dal fidanzato:--Oh lo smalto ci vuol poco ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti.--Sta a vedere che tu ne hai--rimbeccò l'altra ironicamente. La Rosetta non rispose, ma guardò la sua amica con una tale aria di commiserazione da far intendere che l'averne dipendeva da lei.

Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna compiacenza, ma quand'egli, il cui amore s'era convertito in odio, li invitò ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c'era ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all'aria. Che Beppe piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era meglio non occuparsene.