Dal primo piano alla soffitta

Chapter 3

Chapter 33,822 wordsPublic domain

La signora Chiaretta, donna ordinariamente molto fredda ed apatica, fu punta sul vivo dalle considerazioni del marito, e gli rispose per le rime. Ella disse prima di tutto che si maravigliava molto che si venissero a raccontare a lei queste storie; che se da più secoli gli uomini della famiglia non avevano avuto giudizio, ella non sapeva che farci, e se Sua Eccellenza Almorò, quand'era ambasciatore a Parigi, spendeva 120 mila franchi all'anno, e Sua Eccellenza Zaccaria per festeggiare la sua nomina a Procuratore aveva gettato 20 mila ducati bisognava prendersela con Sua Eccellenza Almorò e con Sua Eccellenza Zaccaria, e non con lei. Del resto, quand'ella, l'ultima degli Orseolo, era entrata in casa Bollati aveva creduto di entrare in una casa di gran signori, e non era disposta affatto a vivere di pane e di noci. A ogni modo ella sarebbe stata curiosa di sapere quali risparmi si potevano fare.--Perchè--ella continuava rispondendo da sè alla propria domanda--non pretenderete mica che si stia senza gondola.

--Sfido io.... Nemmen per sogno.

--O che si licenzi il cuoco?

--Ma chi dice questo?

--O che io mandi a spasso la cameriera?

--Ma no, ma no.

--O che rinunzi al palco alla Fenice?

--Nemmen per idea.

--O che mi vesta come una serva?

--Via, Chiaretta, nessuno pretende una roba simile.

--Che cosa si pretende adunque? Che si dia il benservito al precettore di Leonardo, e che si mandi il ragazzo alla scuola pubblica?

--Ci mancherebbe altro! Un Bollati alla scuola pubblica?... In mezzo alla marmaglia?

--Lo vedete voi stesso, è chiaro come la luce del sole che meno di quel che si spende non si può spendere.... almeno per parte mia. Se voi sprecate il danaro senza discernimento....

--Io!--interruppe scandalizzato il conte Leonardo. E allora toccò a lui di provare come due e due fan quattro che sulle sue spese particolari non c'era da risecare un centesimo, mentre non si poteva certo pretendere che un Bollati non appartenesse al Casino dei nobili, e non avesse un posto nel _palcone_ di società in tutti i teatri, e non frequentasse il caffè, e si tirasse indietro dal giuocare una partita a _tre sette_ per paura di perdere qualche zecchino.

La contessa Chiaretta avrebbe voluto dire che tutte le spese del marito non finivano lì, ma tacque per ispirito di conciliazione.

Dopo questo colloquio pareva che le cose dovessero restar al punto in cui erano prima; nondimeno i due coniugi, ritornando sull'argomento, ebbero uno slancio sublime, e mostrarono di quanta abnegazione fosse capace l'animo loro. Sua Eccellenza Chiaretta, che prendeva sei tazze di cioccolata al giorno, deliberò di sacrificarne una, e il conte Zaccaria, sempre fermo nell'idea di lasciare intatto il patrimonio al figliuolo, immolò sull'altare della famiglia un bicchierino di curaçao, ch'egli soleva centellare dopo colazione.

IV.

Chi, nei giorni immediatamente successivi alla morte del N. H. Leonardo, fosse penetrato in qualche caffè di Venezia avrebbe sentito un dialogo simile a questo:

--Dunque si sa precisamente quel che abbia lasciato Bollati?

--Ma no, nulla di preciso... L'azienda diretta da quel famosissimo _sior_ Bortolo è in una confusione da non credersi.

--Oh c'è da scommettere che anche quelli lì finiscono coll'andare in rovina....

--Via, prima della rovina ci vorrà qualche annetto.

--Non tanto, non tanto; quando si comincia, si va giù a precipizio.

--Che pessimisti! Il vecchio conte, se badiamo alle sue disposizioni testamentarie, non aveva di queste paure.

--Oh se le aveva!... Le disposizioni testamentarie non significano nulla.... È positivo che prima di morire egli fece una predica al figliuolo e gli pronosticò una catastrofe se non restringeva le spese.

--Bellissima! E poi lasciò tutti quei legati?

--Boria postuma.

--Contraddizioni umane.

--È vero--chiedeva qualcheduno--che i Geisenburg sono partiti su tutte le furie il giorno dopo i funerali?

--Verissimo. È innegabile che il conte Leonardo li trattò un po' male. Non nominò nemmeno nel suo testamento il marchese Ernesto, e alla nipote lasciò un anello di nessun valore.

--Il conte Leonardo aveva sempre veduto di mal occhio questo matrimonio.

--E aveva ragione. O che non c'erano meglio partiti a Venezia?

--Quel marchese con la sua prosopopea è insoffribile.

--È poi così ricco come si vanta di essere?

--Nemmen per sogno.... Molto fumo e poco arrosto. Già quando c'è il vizio del gioco non c'è fortuna che basti.

--Il gioco, il vino e i cavalli--soggiungeva un altro.--Tre cose che costano un occhio.

--E lei, la marchesa, sciupa una moneta in _toilettes_.

--Sì, con quel frutto.... Pare la bambola di Francia.

E si seguitava di questo tuono, tagliando i panni addosso al marchese Ernesto e alla marchesa Maddalena, che, per vero dire, erano antipatici a tutti. Noi, che non dobbiamo occuparci dei fatti loro, li lasceremo in balìa dei loro detrattori e vedremo che cosa pensino del testamento del conte Leonardo quei parenti dei Bollati, a cui già accennammo più volte, i Rialdi.

Anche i Rialdi erano stati delusi nella loro aspettazione. Si ripromettevano una bella sommetta e avevano avuto invece un legatino piccolo piccolo. Il conte Luca soffiava in silenzio (era il suo modo d'esprimere il malcontento), ma la contessa Zanze, quando non c'era presente la figliuola, non resisteva alla tentazione di darsi uno sfogo.

--Avete visto?--ella diceva al pacifico marito.--Valeva la pena di aver fatto la vita che s'è fatta in questi ultimi giorni, valeva la pena ch'io aiutassi il flebotomo a metter, con riverenza parlando, le sanguisughe a quell'empiastro del conte Leonardo, per esser poi trattati come parenti lontani che vanno a palazzo a ogni morte di papa o come estranei che non hanno altro merito che quello di recitar quattro versi nelle feste di famiglia?... Quattromila lire venete una volta tanto.... Una miseria!... E invece le migliaia di ducati all'Ospitale, alla Casa di Ricovero, agli Orfanotrofi, agli Asili d'infanzia, ai Catecumeni, o che so io... tutto per aver gli articoli della _Gazzetta_ e le lapidi nei vari istituti.... Come se il morto leggesse quegli articoli e le iscrizioni di quelle lapidi!... Ma il dispetto maggiore me lo fanno quelle pensioni ad agenti e a servitori... dopo che il conte Leonardo ha detto lui stesso che tutti rubano in casa sua.... Se rubano!... Quel _sior_ Bortolo peggio degli altri.... Sempre così mellifluo, sempre così cerimonioso... _lustrissimo_, _lustrissima_, e inchini, e baciamano, e proteste di devozione, e intanto s'empie le tasche di ben di Dio.... E i fattori di campagna?... Che cere da Patriarchi!... Bianchi e rossi da fare allegria.... Rendono i conti a loro modo, si servono dei cavalli di lusso, dotano le figliuole, allargano i loro poderi... insomma un carnovale.... Ma perfino il cuoco ha tutta l'aria d'un gran signore, e a vederlo la domenica quando conduce a spasso la moglie lo si direbbe un milord.... Gli è che oltre alla sua paga ha gli incerti e accetta ordinazioni di pranzi da questi e da quelli, e tutto vien fuori dalla cucina Bollati.... Camerieri e guatteri, non c'è bisogno di dirlo, cacciano le mani anche loro nelle casseruole e non ce n'è uno che non porti a casa il suo fagotto di roba... le donne fanno il resto e vorrei aver io tutti i capi di biancheria e di vestiario che quella stolida della Chiaretta si lascia portar via sotto agli occhi.... È inutile che facciate quelle smorfie... queste son verità sacrosante, e siete voi solo a ignorarle.... E vi dico che se foste stato un uomo di spirito, invece di perdere le giornate in quel vostro ufficio che non vi dà nemmeno da campare la vita, e di sciupar le sere al caffè alla Vittoria coi vostri eterni scacchi, avreste dovuto ottenere un posto nell'amministrazione Bollati e ingegnarvi.

--Oh, oh--interruppe il conte Luca--vorreste dire che avrei dovuto rubare come gli altri... mi spiego?

--Mi spiego, mi spiego?... Vi spiegate malissimo.... Io non ho detto rubare; avreste fatto del bene alla vostra famiglia e anche ai vostri parenti Bollati, che era meglio cascassero in mano d'un cugino che di gente mercenaria.... E oggi stesso, vedete, s'io fossi nei vostri panni, andrei difilato da Zaccaria e gli direi: Volete una persona di cuore alla testa dell'agenzia? Son qua io.

--Siete matta? In questi impicci mi mettereste? Vi paion proposte da fare?

--Oh lo so che voi non siete uomo capace di uscir dal vostro guscio.... E guai alla famiglia se non ci fossi io.... Che anche quel poco che ci rende la parentela dei Bollati lo dovete a me.

--Io non nego le vostre belle qualità;... però... sì... voglio dire... se siamo parenti dei Bollati, il merito non è mica vostro... mi spiego?

Il conte Luca non aspettò la risposta e sguizzò dalla stanza, come faceva sempre quando gli pareva di non aver mostrata sufficiente sommissione alla moglie.

Era una brava donnetta, una donnetta attiva e procacciante la contessa Zanze, ed era riuscita, poverissima, a farsi sposar dal conte Luca Rialdi, poco meno spiantato di lei, ma cugino degli illustri e ricchissimi Bollati, e in buoni termini con loro. Alla contessa Zanze però era occorsa molt'arte a vincer la diffidenza dei parenti di suo marito, i quali le rimproveravano, fra l'altre cose, la dubbia nobiltà dei natali e il modo subdolo con cui aveva tirato nella rete quel povero conte Luca. Comunque sia, ormai ella spigolava abbastanza largamente nel campo dei Bollati; vestiti smessi pei figliuoli, per sè e anche pel consorte, qualche regaluccio a tempo e luogo, e qualche prestito di danaro che non si restituiva e che l'aiutava a spingere innanzi la barca pericolante. Aggiungasi al resto un paio di mesi di villeggiatura, e un paio di pranzi alla settimana, ch'erano una vera provvidenza per la famiglia. Naturalmente di fronte a questi vantaggi la contessa Zanze doveva inghiottire molti bocconi amari. Le toccava prestarsi ad uffici umili, quasi di cameriera, le toccava ogni momento sentirsi ricordar la distanza che correva tra lei e i Bollati, e far la disinvolta mentre si andava a gara per mettere in burletta le sue acconciature, il suo abbigliamento e perfino, sacrilegio orribile! i suoi martedì. Giacchè bisogna notare che la contessa Zanze aveva anch'essa il suo giorno di ricevimento nel quale ella noleggiava un servitore a spasso, gli faceva indossare una livrea gelosamente conservata in casa, e lo piantava nell'andito ad aspettarvi le visite. Capitavano dame e pedine, ma per lei erano sempre contesse, o marchese, o _lustrissime_; fra lei e il suo cameriere improvvisato nobilitavano tutti. La moglie del dottor X.... non mancava mai ai martedì della Rialdi, tanto le piaceva il sentirsi dar della contessa una volta per settimana.

Il martedì si desinava in casa Bollati, e guai se non fosse stato così, perchè quel giorno non si accendeva il fuoco in cucina per non aver l'odor di bruciaticcio nel salotto attiguo, e anche perchè la padrona di casa non aveva agio da attendere alle faccende domestiche. Di tratto in tratto accadeva però che i Bollati avessero appunto il martedì qualche commensale di riguardo e allora essi mandavano a dire ai cugini: _Venite domani_. In questi casi, il conte Luca doveva limitarsi a mangiar pane e salame, e i bimbi sfamati alla meglio si mettevano a letto più presto del solito in ossequio al proverbio: _Qui dort dîne_. In quanto alla contessa Zanze, ella non prendeva che una limonata senza zucchero, tant'era la bile che le suscitava il procedere de' suoi boriosi parenti, i quali mostravano di tener in così poco conto lei e suo marito. Ah se non ci fossero stati di mezzo i figliuoli! Ma i figliuoli c'erano e non conveniva sacrificarli a un malinteso amor proprio. Perciò la contessa Zanze reprimeva presto i suoi moti di collera e procurava d'inculcare a Gasparo e a Fortunata la maggior riverenza verso i Bollati. Senonchè, l'indole de' suoi ragazzi era così dissimile che i germi gettati nel cuore dell'uno e dell'altra non potevano dare ugual frutto. Fratello e sorella avevano comune un gran fondo di rettitudine, ma nella sorella questa rettitudine s'univa a un'indole docile e mansueta; nel fratello invece essa si accompagnava a uno spirito altero, insofferente di freno. A ogni suggerimento, a ogni ordine, il primo impulso di Gasparo era quello di ribellarsi, il primo impulso di Fortunata era quello di ubbidire, cosicchè un psicologo chiamato a far pronostici sui due piccoli Rialdi avrebbe detto che Gasparo era un ragazzo indisciplinato e molesto, il quale sarebbe divenuto un uomo efficacemente e operosamente buono; Fortunata era una bimba angelica, serbata probabilmente a esser vittima d'ogni prepotenza e d'ogni ingiustizia, e la cui bontà passiva avrebbe finito piuttosto col nuocere a lei che col giovare agli altri.

Premesso ciò, sarà facile intendere come non ci fosse voluto molto a imprimer nell'animo di Fortunata l'idea della grandezza dei Bollati e a persuaderla della necessità di mostrar loro ogni deferenza, e come d'altro canto la fierezza naturale di Gasparo gli avesse impedito d'acconciarsi a questa subordinazione. Non c'era mai stato caso di persuaderlo a baciar senza tante smorfie la mano del vecchio conte Leonardo, nè quella del conte Zaccaria o della contessa Chiaretta; non era stato possibile di far sì ch'egli giocasse col contino senz'attaccar lite. Anzi un giorno, punto da non so quali parole, egli picchiò di santa ragione il cuginetto, cosa che indusse la contessa Chiaretta a far terribili vaticini sulla sorte dell'umanità, giacchè, quando i parenti spiantati picchiano i parenti ricchi, dev'esser vicina la fine del mondo.

Forse questo fatto memorabile ebbe una certa influenza nella risoluzione dei Rialdi di mettere il figliuolo nel collegio di marina a Sant'Anna di Castello.

Così la contessa Zanze poteva catechizzar Fortunata senza contraddizione.--Sii rispettosa, servizievole coi parenti Bollati, e procura di farti voler bene dal cugino Leonardo.

La bimba, ufficiosa per sua natura e facilissima ad affezionarsi, non durava fatica a secondare i desiderii materni, ed era lietissima se poteva rendersi utile in qualche maniera alla _zia_ Chiaretta, com'ella chiamava la illustrissima contessa. E costei, ch'era un tipo perfetto d'egoista, vedeva di buon occhio questa fanciullina punto chiassona, punto romorosa, dispostissima a far le parti d'una piccola cameriera. Lo stesso conte Zaccaria si degnava talvolta di occuparsi di lei, e allorchè voleva darle un segno della sua speciale benevolenza, se la prendeva sulle ginocchia, le ordinava di chiuder gli occhi e le cacciava su pel naso un pizzico di tabacco, scherzo fino e saporito che l'illustre gentiluomo riteneva il _non plus ultra_ dello spirito. Fortunata starnutiva replicatamente, ma non si lagnava mai; anzi, quand'aveva finito di starnutare, sorrideva di quel suo sorriso carezzevole ch'era la sua maggiore attrattiva fisica.

E il contino Leonardo preferiva Fortunata a tutti gli altri compagni di gioco, forse perchè Fortunata sopportava con più longanimità i suoi capricci. Sprezzante per indole, egli era piuttosto cortese con lei, e le serbava delle chicche, o le regalava dei trastulli rotti: cavalli a cui s'era spezzata una gamba, bambocci che avevano perduto la testa, trombette che avevano dimesso l'abitudine di suonare. Fortunata andava in estasi. Ci voleva così poco a riempirle l'animo di gratitudine!

La contessa Zanze provava un grande compiacimento a veder la buona intelligenza tra i due cugini, e si cullava in una speranza ambiziosa balenatale alla mente, si può dire, fin dalla nascita della figliuola. Ah se Leonardo s'innamorasse di Fortunata!

Il marito, più positivo, si stringeva nelle spalle borbottando:--Castelli in aria, castelli in aria.

Ma la consorte gli imponeva silenzio con una ragione perentoria:--Siete un gran babbeo.

Quest'era innegabile. Ma Gasparo Rialdi, che non era un babbeo e che, se non fosse stata la disciplina, avrebbe avuto il primissimo posto nella sua classe, Gasparo, nelle poche feste ch'egli passava in famiglia, diceva che sua sorella aveva un gran torto di perder il suo tempo a giocare con quello stupido prepotente di Leonardo Bollati, e che in quanto a lui era ben lieto di non aver quasi mai occasione di mettere il piede nel palazzo di quei somari. Parole che facevano andar fuori della grazia di Dio la contessa Zanze e mettevano la febbre addosso al conte Luca, altrettanto meravigliato di aver un figliuolo di quello stampo quanto sarebbe maravigliata la chioccia che s'accorgesse d'aver covato un aquilotto.

Nè Gasparo aveva almeno la prudenza di aspettare a fare i suoi sfoghi che non ci fosse presente la sorella. Anzi un giorno egli disse a lei stessa:--Tu hai i gusti di Sant'Antonio.... Anch'egli prediligeva un certo animale.

Fortunata non capì nulla, ma si mise a piangere senza sapere il perchè, e corse dalla mamma chiedendole in mezzo ai singhiozzi:--Mamma, mamma, che gusti aveva Sant'Antonio? Che animale era quello ch'egli prediligeva?

Guai se Gasparo non fosse rientrato presto in collegio. Egli era proprio insopportabile, e la _zia_ Chiaretta aveva ragione a definirlo con una parola che per lei esprimeva la quintessenza d'ogni nequizia: _È un carbonaro_.

V.

Vediamo ora di far più stretta conoscenza col contino Leonardo Bollati, unico rampollo maschio della famiglia, unico erede d'un nome illustre negli annali della Serenissima.

Per cominciare _ab ovo_ diremo che il contino Leonardo nacque nel 1823, come può verificarsi, oltre che dai registri parrocchiali, anche da un volumetto di poesie stampato in quel tempo, col titolo: _Versi di vari autori in occasione del battesimo di S. E. il conte Leonardo Bollati P. V._ (leggi Patrizio veneto).

C'è fra gli altri componimenti un sonetto che principia così:

O tu in cui dritta la virtù discese Onde Venezia ebbe del mar l'impero, Certo tu pure, o pargoletto altero, Famoso andrai per memorande imprese;

Mel dice il nobil tuo sembiante, il fiero Lampo degli occhi tuoi mel fa palese... . . . . . . . . . . . . . . .

E ci pare che basti.

Nonostante le feste con cui egli fu accolto al suo nascere, il contino Leonardo non fu guastato con troppi baci e troppe carezze. Il conte Zaccaria, libertino incorreggibile, s'occupava più delle crestaie e delle ballerine che de' suoi figliuoli, e la contessa Chiaretta, tra le pratiche di devozione e il teatro, il fare e il ricever visite, il curare i suoi mali veri e l'almanaccar dietro ai suoi mali immaginari, il bever tazze di cioccolata e il mangiar pasticcini, esauriva tutte le forze del corpo e dello spirito, nè le restava più tempo o voglia di dedicarsi alle cure materne. Dimodochè S. E. Leonardo Bollati, progenie di dogi, passò dalle braccia della balia e delle bambinaie a quelle dell'altre persone di servizio, e ne' primi anni della sua gloriosa esistenza non era ammesso al cospetto de' genitori che la mattina appena alzato e la sera avanti di coricarsi. In questi momenti solenni egli baciava la mano al nonno, al signor padre e alla signora madre, e dava loro il buon giorno e la buona notte. Nelle grandi occasioni (a Pasqua, a Natale, al Capo d'anno, ecc.) lo si faceva portare a tavola alle frutta. Allora il contino dava prova di ottimo appetito e di rara precocità nel dir parole indecenti, ch'egli apprendeva in cucina e che esilaravano il conte padre ed erano accolte con un sorriso benevolo anche dai commensali, soprattutto dai Rialdi, parenti poveri, mentre la contessa Chiaretta si limitava ad esclamare:--Maria Vergine santissima! Che discorsi!

Ma il contino Leonardo non imparava in cucina soltanto le schiette grazie del linguaggio popolare.

Un barcaiuolo pensionato della famiglia, morto nonagenario un anno prima del padrone vecchio, lo aveva erudito in certe cronache domestiche assai edificanti. Nicola (il barcaiuolo si chiamava così) era nato in casa e avea pei Bollati una devozione a tutta prova. Per isfortuna egli non era cresciuto nei tempi in cui i Bollati maschi si coprivano di gloria, ma in quelli in cui le Bollati femmine facevano d'ogni erba un fascio. E raccontava le gesta di queste civette con la identica compiacenza con la quale due secoli innanzi avrebbe raccontato quelle del nobiluomo Almorò che aveva preso una bandiera ai Turchi, e del nobiluomo Biagio che a venticinque anni aveva sbalordito il Maggior Consiglio con la sua eloquenza. La madre del conte Zaccaria non aveva avuto tempo di far discorrer di sè perch'era morta da parto dopo un anno di matrimonio, ma Sua Eccellenza Adriana e Sua Eccellenza Marina, mogli di due fratelli del N. H. Leonardo ne avevano fatte di grosse. Belle, piene di spirito e di salute, avevano goduto la vita, loro due, non come Sua Eccellenza Chiaretta, una buona donna, ma via, un po' troppo monachella, troppo dinoccolata, troppo paurosa della sua salute. Perchè in fin dei conti, diceva il vecchio Nicola, che cosa fanno a questo mondo le donne se non fanno il chiasso e l'amore?

--Eh--continuava il barcaiuolo epicureo--ai tempi delle lustrissime Adriana e Marina ci si divertiva in Palazzo. Altro che adesso! Non s'eran mai viste due cognate che se la intendessero meglio di quelle. Mai una gelosia, mai la cattiva azione di portarsi via i _morosi_, ma invece un aiutarsi, un difendersi ch'era un piacere a sentirle. Io ero il confidente di tutt'e due, e quando l'una o l'altra diceva di voler la gondola a un remo solo e che quel remo dovevo esser io, sapevo benissimo di che si trattava. Qualche volta i due mariti e i due rispettivi cavalieri serventi volevano tirarmi in lingua. Mi ricordo che un giorno il nobiluomo Barbo, che serviva la lustrissima Adriana, mi disse:--«Tu tieni il sacco a quella fraschetta.»--«Nobiluomo--io risposi--la parli con rispetto della padrona.» Sicuro; perchè io non ammettevo scherzi su questo proposito.... Ma quando potevo, coi debiti riguardi, dare un buon consiglio alle _lustrissime_, mi facevo coraggio. E raccomandavo loro di usar prudenza e di salvare le apparenze, che son quelle a cui il mondo bada di più. Così facevo il mio dovere, e le padrone, che non avevano ombra di sussiego, me ne ringraziavano. Erano due angeli, quelle donne, e non è mica a credere che fossero cattive mogli. Bisognava vederla Sua Eccellenza Adriana durante la lunga malattia del marito. Pareva una suora di carità. E quando S. E. Alvise morì, che macchina di monumento ella gli fece innalzare in chiesa dei Gesuiti! E quante messe all'anno faceva dire in suffragio del povero defunto! Se quell'anima lì non ha scontato presto il suo purgatorio, non deve certo prendersela colla moglie. E S. E. Marina? L'ho accompagnata io stesso due anni di fila ad Abano con S. E. Vittore che andava a curarvi la sua sciatica. Che pazienza da santa quella donna! Perchè S. E. Vittore (che Dio l'abbia in gloria!) era una pasta di zucchero finchè stava bene, ma se aveva un dolor di capo, usciva dai gangheri addirittura. Non c'eravamo che la padrona ed io che potessimo sopportarlo.--«Eh, Nicola,»--la mi diceva scherzando--«non si va mica in gondola adesso. »--«Ma, lustrissima; torneranno quei tempi.»--E lei, con una scrollatina di testa:--«Intanto s'invecchia, caro Nicola.»--Benedetta quella vecchia!--io avrei voluto soggiungere, ma non ero che un povero gondoliere e non dovevo prendermi certe libertà.... So ch'era da mangiarla S. E. Marina quando parlava così. A quarant'anni ell'era ancora un boccone prelibato. Una vitina, un busto, un giro di spalle, dei capelli neri come la pece, due occhi da svegliare i morti.... E una manina bianca, grassottella, che aveva tutti i sapori.... Posso dire di avergliela baciata quella mano.... Ma! Le due _lustrissime_ son morte tutt'e due in fresca età e di donne come quelle s'è persa la stampa....