Dal primo piano alla soffitta

Chapter 2

Chapter 23,652 wordsPublic domain

Infatti i gondolini dovevano ancora giungere al punto estremo del Canal Grande, a Santa Chiara, poi girare intorno a un palo che qui chiamano il _paletto_, e rifare una gran parte del cammino fin presso l'imboccatura del _rio_ Foscari, ove sorge la cosidetta _Macchina_, ch'è una elegante baracca di legno improvvisata sull'acqua e segna la meta ultima della corsa. In tal maniera, da tutti i palazzi che stanno tra il _rio_ Foscari e Santa Chiara, i _regatanti_ si vedono due volte, cioè all'andata e al ritorno. E realmente il ritorno può serbare non piccole sorprese, e tale che chi era primo diventa secondo, e tal altro che pareva ormai fuori d'ogni speranza accenna a conquistarsi valorosamente la sua bandiera. Ma questa volta gl'intenditori dicevano chiaro e tondo che a Nane Bisatto il primo premio non lo portava via _neppure il Padre Eterno_, giacchè c'era troppa distanza tra lui e il gondolino di Tita Oliva, ed era già molto se quest'ultimo poteva mantenersi il secondo e non esser sorpassato dal gondolino N. 4, quello dove c'era Menico Fichetti da Pellestrina, un giovine piccolo e sottile, ma che aveva nervi d'acciaio.

Questi discorsi si tenevano anche nel barcone ch'era fermo all'imboccatura del _rio_ sotto il palazzo, e Fortunata che aveva preso tanto a cuore la causa di Tita, si metteva nei panni di lui e aveva una gran voglia di piangere.

La contessa Zanze, la contessa Ficcanaso e don Luigi erano in disposizione d'animo affatto diverse, e, poichè il fiasco del barcajolo veniva a ricader sui padroni, ne provavano una segreta esultanza, che non esprimevano apertamente, ma che lasciavano trapelare. Don Luigi faceva delle riflessioni filosofiche sulla caducità delle cose umane, sullo sperpero del danaro pubblico e privato in feste e in bagordi e sul poco giudizio che c'era a distrarre i ragazzi dagli studi per farli andare sulle _bissone_.... Con quella voglia che avevano di studiare! Le due contesse assentivano appieno alle savie parole del sacerdote, tanto più che il servo aveva presentato loro il vassoio dei dolci quando tutti s'erano già preso il buono e il meglio, e ciò le aveva esacerbate fuor di misura.

Ma il dialogo fu troncato dal riapparire dei _regatanti_. Ora, la finestra sul _rio_ guardava precisamente verso la parte dalla quale i gondolini tornavano, e Fortunata vide ben presto che il _viola_ continuava ad essere il primo e aveva aumentato anzichè diminuito l'intervallo che lo separava dagli altri. Il valore di Nane Bisatto aveva finito ormai col trascinare i più restii, e, con una volubilità che afflisse e irritò Fortunata, parecchi tra i fautori del suo protetto si unirono anch'essi a quelli che applaudivano l'eroe della giornata. Ma quel che è peggio, il gondolino rosso non era più nemmeno il secondo, non era nemmeno il terzo; era il quarto, quello a cui era destinato l'ultimo, premio, la bandiera gialla e il relativo porcellino, quasi un'onta per Tita, avvezzo ai primi trionfi. Povero Tita! Egli non osava alzar la testa, vogava per l'onor delle armi, ma avrebbe preferito esser sott'acqua lui e il suo gondolino, piuttosto che sentire tutti quegli sguardi fissi sopra di sè, piuttosto che passar davanti al palazzo dove c'erano i padroni e tanti ospiti d'alto affare. Tita non si ricordava in quel momento di Fortunata, oppure ell'era la sola che, pensando alla sua umiliazione, aveva gli occhi pieni di lagrime. I padroni invece erano irritatissimi, dicevano che Tita non era più buono a nulla, e che aveva compromesso il decoro della casa, e che meritava d'essere strapazzato senza misericordia.

Questo incidente fece sì che in palazzo Bollati si gustasse meno l'ultima parte, pur così bella, dello spettacolo, quando cioè tutte le barche prima raccolte, ristrette ai due lati del Canal grande, pigliano il largo e formano un suolo galleggiante che copre e nasconde la superficie dell'acqua. È per solito l'ora del tramonto, e gli ultimi raggi del sole scintillano sui ferri bruniti delle gondole, sfolgorano con bagliori d'incendio sui vetri delle finestre, danno risalto alle dorature e alle stoffe colorate delle _bissone_, alle livree dei gondolieri, agli abbigliamenti delle signore, alle vesti chiassose delle popolane. Ed è un suono di musiche allegre, un vociare confuso, uno strepito di remi che si urtano, di ferri che cozzano, di carene che scricchiolano. Indi cala lento lento il crepuscolo, la folla si disperde, il rumore a poco a poco svanisce, e il Canalazzo ritorna nell'usato silenzio.

Frattanto, giù nell'entratura di Cà Bollati, Tita sedeva accasciato sopra una panca, e non sapeva risolversi a salir dalle loro Eccellenze dopo lo smacco subìto. Parecchi amici e compari gli facevano corona e si sforzavano di calmar la sua agitazione e di persuaderlo a presentarsi ai padroni con la faccia franca, chè già non l'avrebbero mica mangiato vivo seppure una volta la fortuna gli era stata contraria. In quel gruppo di confortatori c'erano anche alcune donnette, una sua sorella tra l'altre, bel tipo di veneziana da Cannareggio, con certi occhi neri e lucenti come due carboni e con una parlantina inesauribile.

--_Oh, corpo de diana_--ella diceva al fratello--vorrei anche vedere che ti trattassero con mala grazia. Io risponderei: Lustrissimi, credono che a vogare in regata sia lo stesso che a starsene lunghi distesi con la pancia in giù sui cuscini d'una _bissona_?... Eh, non ho peli sulla lingua io....

Tita s'impazientiva.--I rimproveri dei padroni sono il meno... È l'amor proprio.

--To', non la può mica andar sempre bene... Una volta corre il cane e l'altra il lepre... È stato così dacchè mondo è mondo.

--_Siora_ Cate ha ragione--soggiungeva un vecchio _gastaldo_ d'un traghetto vicino, persona assai autorevole--non c'è ragione di tribolarsi... E lascialo dire a chi se ne intende... _Bisatto_ non è degno d'allacciarti le scarpe... E se ha vinto oggi, a rivederci domani.

--È stato quel colpo di vento alla Punta della Salute--ripigliò un altro.--C'ero io, c'ero. _Bisatto_ l'ha sentito meno perchè il suo gondolino si trovava più a destra.

Ma Tita non voleva esser consolato e andava in escandescenze, soprattutto quando la sua umiliazione gli era rammentata dai guaiti del porcellino che giaceva in un angolo, più morto che vivo.

--Povera bestia!--esclamò la Cate, chinandosi sull'infelice animale in atteggiamento di suora di carità.--Come se ne avesse colpa!... È tutto ammaccato... Che ragione c'era di pigliarlo a calci? Che se poi crepa di bile, non è più buono da mangiare.

--È vero--notò gravemente un nuovo personaggio comparso in quel punto. Era il signor Oreste, il cuoco, in abito da signore, col _metternicche_ in testa, una collana d'oro al collo e uno spillone di diamanti sulla camicia.--È vero--egli riprese dopo una pausa. E inventandosi apposta un proverbio per l'occasione continuò:--_Bestia ben trattata buona in pignatta_.... E questa qui non ha bisogno d'altre disgrazie.... Conviene ingrassarla per una settimana, e poi si potrà farne uno stufatino con la salsa piccante....

--Ma che stufatino!... Ma che salsa piccante!--interruppe la Cate.--Meglio arrosto.

--Scusi, _siora_ Cate, è troppo piccolo.

--Alla malora il porco e i suoi protettori--urlò Tita in una recrudescenza di furore.--Ch'io possa morire d'un accidente se di quel porco lì ne assaggio un boccone.... L'avevo detto al mio compagno che se lo tenesse tutto per lui.

Ma la sorella, ch'era una giovane savia e positiva, protestò contro quest'idea bislacca.--Neanche per sogno.... Quello ch'è giustizia.... Ciascuno la sua parte.

--Belle parti che si faranno--disse il signor Oreste con piglio sprezzante, accennando alla piccolezza dell'animale.

--O che non potrebbe attendere alle sue casseruole, _sior piavolo_?--rimbeccò la Cate, che non poteva soffrire il cuoco, il quale un giorno aveva voluto mettere a troppo caro prezzo un piatto di polpette ch'egli le aveva regalate.

--Ehi, ehi, la mia _tosa_, che fumi vi montano alla testa?

--Zitto--sussurrò qualcheduno--che c'è _sior_ Bortolo.

Infatti, l'agente generale discendeva dalla scaletta del mezzà in compagnia d'un signore dai baffi grigi che faceva il sensale di mutui e godeva di una mediocre riputazione.

--Siamo intesi, caro Bellani... Combinando l'affare l'un per cento a me....

In quel punto la porta della scala di servizio si aprì con violenza, e un cameriere in livrea gridò tutto trafelato.--Che qualcheduno vada subito in farmacia a cercare un medico.... Dal dottor Zuliari andrò io... È venuto un deliquio a Sua Eccellenza Leonardo.

III.

Il deliquio del vecchio conte non durò che pochi minuti, ma i medici, considerando l'età avanzata e il fisico indebolito di Sua Eccellenza, lo giudicarono un sintomo gravissimo e non tacquero le loro inquietudini alla famiglia. Nè s'apponevano a torto; chè di lì a qualche giorno apparve evidente che il nobil'uomo Leonardo Bollati, patrizio veneto e comandante di galera sotto la Serenissima, si spegneva a oncia a oncia, come lampada a cui manchi l'olio. Egli conservò per altro sino all'ultimo la lucidezza della mente, e quando s'accorse d'essere ormai bell'e spacciato, chiamò al suo letto il figliuolo e gli tenne all'incirca questo discorso:

--Lasciamo i preamboli, perchè non ho tempo da perdere. Presto sarete voi il capo della famiglia di nome e di fatto. È dunque bene che sappiate, se non ve ne foste ancora accorto, che, da un secolo a questa parte, c'è in casa nostra tutta la disposizione ad andare in malora. La mia colpa ce l'avrò anch'io, ma si è cominciato molto prima di me a spendere più di quello che si poteva. Se cercherete su nell'archivio le lettere del vostro prozio Almorò, ambasciatore a Parigi, vedrete ch'egli domandava 120 mila franchi all'anno per lui solo e l'agente aveva un bel da fare a trovarglieli. E vedrete anche la polizza delle spese occorse per le feste date in occasione della nomina a Procuratore di San Marco di vostro nonno e mio padre Zaccaria. Oh bazzecole! venti mila ducati! Notate che in quei tempi c'era ogni tanto la sua brava eredità che capitava in buon punto a colmare i vuoti. Ma adesso i pochi parenti che ci restano son tutti spiantati, e non so quali eredità si possono sperare.... Se non fosse da parte dei Rialti....

Questa supposizione parve sì comica al conte Leonardo ch'egli si mise a ridere, e, poichè il riso gli fece venire la tosse, dovette interrompere la sua arringa.

--Sì, sì--egli riprese di lì a un paio di minuti--tutti ebbero le mani bucate nella nostra famiglia. Non è da eccettuarsi che una bisavola, la quale aveva invece la manìa dell'avarizia, e, fra l'altre cose, lasciò alla sua morte una cinquantina di pacchi di curadenti con scrittovi sopra: _usati, ma servibili_. Insomma quello che volevo dirvi si è ch'è necessario metter giudizio; se no vi assicuro io che, nonostante i due dogi, i tre procuratori e gli altri illustrissimi personaggi che vantiamo per antenati, di tutte le nostre ricchezze non ci resterà fra poco il becco d'un quattrino. E queste cose ditele alla mia degnissima nuora, che non si sa proprio come spenda il danaro, perchè le nostre vecchie si divertivano, e quella lì consuma una sostanza in caffè, cioccolata, _baicoli_ e paste sfogliate. Badate poi al vostro figliuolo Leonardo, che giurerei destinato a restare un somaro e a diventare un cattivo soggetto. Finalmente credo utile avvertirvi che tutti i nostri dipendenti ci succhiano il sangue come tanti vampiri, cominciando dall'agente generale _sior_ Bortolo e terminando coll'ultimo fattore di campagna. Già saprete il proverbio: _Fame fator un ano, e se moro de fame xe mio dano_. Non vi suggerisco di cambiarli, perchè ne prendereste di quelli che vi ruberebbero ancora di più; solamente tenete gli occhi aperti e procurate di far meglio di quello che ho fatto io. Io me ne lavo le mani. È il meno che si possa fare quando si va all'altro mondo.

In complesso il sermone del conte Leonardo era pieno d'idee giudiziose, ciò che prova come tutti gli uomini in punto di morte abbiano l'attitudine a dar buoni consigli, perchè sanno di non doverli più avvalorar con l'esempio, e perchè non temono più le conseguenze dei sacrifizi che suggeriscono agli altri.

E invero quando, dopo pochi giorni, Sua Eccellenza morì con tutti i conforti della religione, il suo testamento parve fatto apposta per ismentire le savie massime ch'egli aveva predicato, tanti e di tante specie erano i legati che imponeva all'erede. Ce n'era sotto forma di elargizioni a opere pie, di somme da pagarsi in una sol volta a parenti ed a amici, di elemosine ai poveri, di pensione alla servitù, ecc., ecc. Nè mancavano istruzioni precise, minute, circa ai funerali che dovevano essere tra i più splendidi che si fossero visti.

Questi funerali i vecchi parrocchiani se li ricordano ancora. Essi si ricordano perfettamente quanti minuti impiegasse il corteo per giungere dal palazzo alla chiesa, quanti preti, quante confraternite, quante rappresentanze civili e militari, quanti servi di casa, quanti gondolieri di famiglie patrizie vi prendessero parte, e che folla di curiosi venisse in coda, donne, ragazzi, pezzenti d'ogni età e d'ogni sesso, che, trattenuti a fatica dai fanti del Municipio, si accalcavano gli uni sugli altri, mormorando per non aver potuto avere il torcetto. In chiesa poi era uno spettacolo imponente. Le pareti e i pilastri erano rivestiti di drappo nero con galloni d'argento, un gran catafalco con iscrizioni ai quattro lati s'ergeva nel mezzo, le fiamme oscillanti dei ceri abbarbagliavano gli occhi e gettavano in faccia dei buffi d'aria infocata. Dopo che il feretro fu issato sul catafalco, intorno al quale stavano ritti ed immobili quattro pompieri con le spade nude e quattro servitori con le torce accese, principiò la cerimonia religiosa, una cerimonia che non voleva finir mai. Le onde sonore che partivano dalla cantoria accrescevano, s'era possibile, il caldo affannoso, la gente, stipata come le sardelle in barile, si rasciugava i sudori con la manica del vestito (seppur le riusciva di alzare il braccio), e di tratto in tratto, non potendone proprio più, metteva dei muggiti simili a quelli del mare in burrasca. Insomma, quando piacque a Dio, il parroco pronunziò l'assoluzione e il funerale si mosse. Ci fu di nuovo un serra serra, qualche bimbo rischiò di restar schiacciato, qualche donna cadde in deliquio, ma non s'ebbero a deplorare disgrazie maggiori. Nel _campo_ davanti alla chiesa un picchetto di soldati di marina rese alla bara gli onori militari; poi, non usandosi in quei tempi i discorsi, la bara fu accompagnata sino al canale, e venne deposta in una _peota_ riccamente addobbata, nella quale salirono i famigli del defunto, alcuni pompieri e fanti del Municipio. La _peota_ preceduta da una barca con la musica e seguita da uno stuolo di gondole si diresse verso il cimitero di San Michele di Murano.

La folla si disperse da varie parti. Solo un centinaio di poveri (donne in gran parte) s'avviarono al palazzo per buscarsi qualche soldo d'elemosina.

_Sior_ Bortolo, il quale, soffrendo un po' d'asma non era andato in chiesa, ebbe un bel da fare a liberarsi da quest'arpie ch'eran riuscite a penetrar nel _mezzà_ e lo assordavano delle loro querimonie.

--A mio marito non hanno dato nemmeno una candela.

--Ho quattro creature, io....

--Son due giorni che non si accende fuoco in casa....

--Sono un povero vecchio impotente....

--Ho il figliuolo coscritto.

--Andate in pace--diceva _sior_ Bortolo--chè già nel testamento di S. E. Leonardo c'è un legato pei poveri della parrocchia.

--Oh _paron benedeto_!--stillavano alcune di quelle megere--di quei soldi lì noi altri non ne vediamo.... Se li mangia il pievano.

--Eh, vergogna. Che discorsi!

--Pur troppo, _sior_ Bortolo.... Pur troppo la è sempre così.

--Se anche non li mangia tutti--soggiungeva una femmina d'opinioni moderate--li distribuisce a suo modo, a chi non li merita, a chi non ha bisogno.... Sia buono, _sior_ Bortolo, ci dia qualche cosa.

_Sior_ Bortolo si lasciava commuovere e cacciava le mani dentro un cassetto.--Uno alla volta.... Marco.

Marco era un fattorino addetto all'agenzia.

_Sior_ Bortolo gli diede una manata di soldi con l'incarico di licenziare tutta quella gente, e Marco ricorrendo a _sior_ Bortolo ogni volta che la provvista era esaurita, persuase i postulanti ad andarsene. In questa delicata operazione egli seppe far in modo che qualche mezza svanzica si smarrisse nelle tasche della sua giacchetta. _Sior_ Bortolo, dal canto suo, nel registrare la sera tutte le spese innumerevoli della giornata, stimò opportuno di arrotondare la cifra, sembrandogli forse che il decoro della nobile famiglia Bollati esigesse di far comparire nei libri una somma maggiore del vero.

Sua Eccellenza il conte Leonardo Bollati, che scendeva sotterra in quel giorno d'ottobre 1838, non era un grand'uomo, come volevano far credere i suoi panegiristi. Egli aveva avuto la fortuna di conquistare in gioventù una certa riputazione di valore combattendo sotto gli ordini dell'ammiraglio Emo nell'impresa di Tunisi, e aveva avuto l'abilità di conservar quella riputazione, non mettendola mai alla prova. Così più d'uno aveva creduto (e abbiamo visto che tale era anche l'opinione del vecchio barbiere) che se, nel 1797, egli fosse stato alla testa della flotta, le cose sarebbero andate diversamente.

Caduta la Repubblica, Sua Eccellenza non volle più servire nè sotto il Governo democratico che le succedette per pochi mesi, nè sotto alcuno dei Governi che si avvicendarono poi, e quest'atto, che forse in lui era da attribuirsi a sola pigrizia, fu interpretato quale una protesta dignitosa contro i nuovi ordinamenti politici della patria. È vero che questo suo nobile disdegno non gl'impedì d'essere tra i patrizi veneziani i quali sollecitarono dall'Austria la corona di conte.

Se Sua Eccellenza Leonardo Bollati abbandonò dopo il 1797 i pubblici uffici, non si può dire ch'egli si consacrasse con molto zelo alle sue faccende private, chè anzi, mortagli la moglie in età ancora fresca, egli non si diede alcun pensiero dell'unico figliuolo rimastogli, e continuò invece, fin che la salute glielo permise, a menar vita dissipata e galante. A ogni modo, sia pel fascino esercitato dal suo nome storico, sia pei ricordi che gettavano una luce favorevole sulla sua gioventù, sia per una certa prontezza e festività di spirito, sia per le maniere affabili sotto le quali egli dissimulava l'alterigia e l'egoismo nativo, sia pel largo patrimonio ch'è mezzo sicuro di coltivar le aderenze, il conte Bollati era un uomo assai popolare e molti riverivano in lui uno degli ultimi rappresentanti di quell'aristocrazia veneziana che diede così splendidi esempi di senno civile. E quantunque da alcuni anni egli non si facesse veder quasi da nessuno e lasciasse far tutto al figliuolo, la sua morte recò una scossa notevole al credito della famiglia, cosa di cui l'agente generale fu il primo ad accorgersi nel combinare l'operazione finanziaria indispensabile pel pagamento dei numerosi legati.

_Sior_ Bortolo era una perla d'agente, che non seccava mai i padroni coi molesti predicozzi dei commessi troppo scrupolosi, che non lesinava mai il danaro, nè sollevava dubbi e difficoltà. A ogni straordinaria richiesta di fondi, egli atteggiava le labbra a un sorrisetto serafico e rispondeva:--Sarà fatto.--E non c'era pericolo ch'egli non mantenesse la sua parola. Ohibò! Si era sicuri di vederlo comparire il domani più sorridente ancora del consueto con la somma precisa di cui si aveva bisogno. E la soddisfazione che _sior_ Bortolo provava nel compiacere la nobile famiglia era tale ch'egli diventava ogni giorno più lucido e grasso, tanto lucido da parer spalmato di lardo, tanto grasso da raggiunger quasi la forma sferica.

Sappiamo già che il conte Leonardo era intimamente persuaso che l'ottimo _sior_ Bortolo rubasse a man salva. Ma egli diceva:--Non posso mica attender io stesso ai miei affari. E a qualunque altro li affidassi, sarebbe peggio.--Il conte Zaccaria poi non faceva neanche questo ragionamento; egli lasciava correre senza badare più in là.

Adesso però, sotto l'impressione delle profezie e delle ammonizioni paterne, egli stimò necessario di veder coi suoi occhi come stavano le cose, e ordinò a _sior_ Bortolo di preparargli un prospettino da cui apparisse chiaro lo stato del patrimonio. E _sior_ Bortolo con mirabile sollecitudine allestì un lavoro degno della sua perizia di contabile e di calligrafo. Frutto di queste lucubrazioni furono due nitidi specchi a doppia colonna, l'una per il dare, l'altra per l'avere. Nel primo figuravano a destra le somme a cui erano stimati i beni della famiglia, possidenze in città e in campagna, oggetti d'arte e oggetti preziosi, ecc. ecc.; a sinistra si leggevano i nomi dei varii creditori insieme con le cifre dei loro crediti. Qui c'era una bella differenza in più nell'avere. Nel secondo specchio erano disposte nello stesso ordine l'entrata e l'uscita: spese domestiche presunte, livelli, tasse, interessi dei mutui. E c'era una bella differenza anche qui, ma in senso contrario; il dare superava l'avere di parecchie migliaia di lire.

--Capisco, capisco--disse il conte Zaccaria dopo aver esaminato per mezz'ora i due prospetti in lungo e in largo--noi avanziamo ogni anno dai quattro ai cinquemila ducati.

--Scusi, Eccellenza--interpose l'agente--è proprio il rovescio. Si spendono quattro o cinquemila ducati in più.

Il conte Zaccaria si grattò la nuca.

--E come va questa faccenda?

--Ma!--rispose _sior_ Bortolo, sprofondando la testa fra le spalle.--Mi pareva che S. E. Leonardo (pace all'anima sua) l'avesse avvertita....

--Sì, sì, mi disse qualche cosa.... senza parlare di cifre....

--Del resto--ripigliò l'agente per dorar la pillola--del resto, se ci fossero due buoni raccolti di seguito, un aumento nelle entrate lo si dovrebbe vedere. Poi c'è qualche livello che sta per cessare.... In ogni modo, non lo dissimulo, un po' d'economia sarebbe assai utile. Dal canto mio, per quanto riguarda l'agenzia, procurerò sicuramente.... ma bisognerebbe che anche in famiglia.... perdoni, Eccellenza, se mi prendo questa libertà.... ma è la mia devozione per la casa Bollati.

--Bene, bene.... vedremo.... Capisco....

--Di qui ad alcuni anni poi--soggiunse _sior_ Bortolo--il contino Leonardo, col suo nome e con le sue belle qualità, che il Signore Iddio gli conservi, potrà trovar la dote che vuole....

--Affari lontani, caro amico, affari lontani....

--Lontani, ma sicuri.

A questo punto _sior_ Bortolo mostrò al principale un polizzino supplementare con la nota delle tasse e dei legati che conveniva pagar subito, e disse in qual modo, salvo sempre l'approvazione di S. E., egli aveva creduto di provveder la somma occorrente. E S. E., che rispondeva sempre _capisco_ e non capiva mai nulla, si spicciò con due parole:

--Fate voi.... Purchè non si tratti di vendere.... Vendere significa diminuire il patrimonio, e io voglio tramandarlo intatto a mio figlio.

Esposta questa savia massima amministrativa, il conte Zaccaria prese la eroica risoluzione di raccomandare alla sua illustrissima consorte una maggiore economia nelle spese di casa, e citò a sostegno della sua tesi gli avvertimenti del defunto genitore e quelli dell'agente generale.