Dal primo piano alla soffitta

Chapter 18

Chapter 183,828 wordsPublic domain

Naturalmente anche i Rialdi furono tra quelli che rincasarono. Se la paura, come ritengono alcuni, dispone i corpi al contagio, il conte Luca avrebbe dovuto avere il colèra una ventina di volte; invece n'era rimasto illeso e attribuiva la sua salvezza alle infinite precauzioni di cui s'era circondato, e soprattutto a un grande odor di canfora che lo isolava in mezzo alla gente. È vero ch'egli non poteva ancor cantar vittoria. Aveva però ben altre angustie addosso oltre a quella del colèra. Che cosa farebbe di lui il Governo austriaco? Lo lascerebbe al suo posto, lo metterebbe in pensione, lo destituirebbe addirittura? Il Signore Iddio gli era testimonio ch'egli non aveva contribuito per nulla alla Rivoluzione, che non aveva appartenuto all'Assemblea, nè era sceso in piazza San Marco a gridar _viva_ e _morte_; sicuro che s'era messo anche lui la coccarda tricolore all'occhiello, e s'era presentato al Manin coi suoi colleghi del Tribunale; sfido io; come si poteva esimersi? Ma il grosso guaio era l'esser padre d'un ufficiale che aveva preso le armi contro il suo legittimo Sovrano e che doveva quindi emigrare, l'esser marito d'una donna senza giudizio, che s'era voluta cacciare in una dozzina di comitati, e per diciassette mesi non aveva fatto altro che salir le scale delle case per accattar firme a indirizzi e denari per collette, o bazzicar per le ambulanze a civettare coi feriti (alla sua età! vergogna!) o intervenire a cerimonie chiassose, tutta gale e pennacchi come un cavallo bardato. La contessa Zanze non poteva lodarsi del Governo provvisorio, il quale non aveva apprezzato sufficientemente il suo patriottismo, nè dato a Gasparo il comando di tutte le forze di terra e di mare; anzi ella diceva che un'altra volta si guarderebbe bene dal rifare i sacrifizi che aveva fatto; ma ella non era punto disposta a sopportare in pace i rimproveri di suo marito, e, stuzzicata da lui, rispondeva per le rime. Egli però non era in grado di sostenere una discussione, e alzando le mani al cielo esclamava:

--Per carità, non mi stordite con le vostre chiacchiere, non mi fate inquietare, che c'è ancora il colèra.

--Sì, sì,--rispondeva la moglie.--Se non avessi la spina dei figliuoli che sono in procinto di partire, non mi fareste mica tacer così presto.

Era deciso; Gasparo conduceva con sè la sorella e la nipotina. Fortunata, debole sempre, aveva ceduto alle istanze reiterate di suo fratello; o forse non voleva star più a carico dei suoi genitori, i quali, nell'incertezze dell'avvenire, potevano essere impicciati a provvedere a sè medesimi. La piccina, dal canto suo, avrebbe preferito di rimaner eternamente nella casa ove c'era la _nonna Teresa_ con tanti bimbi, e ove ella, a marcio dispetto del bombardamento e del colèra, aveva passato i giorni più allegri della sua vita. Ma dacchè s'era tornati nella casa vecchia, nella casa squallida e trista, ella ripeteva da mattina a sera che voleva andarsene con lo zio Gasparo, con la mamma e con _la nuova Lilì_. Notiamo fra parentesi che _la nuova Lilì_ ispirava a Margherita un rispetto superstizioso. Infatti, mentre tutti i suoi giocattoli s'erano rotti, _la nuova Lilì_, di legno dalla testa alle piante, aveva resistito agli urti, alle percosse, ai cambiamenti di domicilio, aveva persino ruzzolato un giorno la scala senz'altra conseguenza che una lieve avaria nei capelli e nel vestito.

Nel piegarsi, dopo molte lagrime e molti contrasti, alle sollecitazioni di Gasparo, Fortunata aveva messo la condizione d'andar un'ultima volta in cerca di Leonardo che non era stato ancora possibile di rintracciare, e di condurgli Margherita, s'egli mostrava il desiderio di vederla.

--E se,--aveva soggiunto la povera Fortunata,--s'_egli_ fosse diventato un altr'uomo, se avesse messo giudizio, se volesse esser davvero un buon marito e un buon padre.... intendi bene che non potrei lasciarlo.

--Se uno solo de' tuoi _se_ si verificasse,--rispose Gasparo sapendo di rischiar poco,--sarei il primo a dirti: Rimani a Venezia.

La vigilia del giorno stabilito per la partenza, Fortunata s'avviò di buon mattino al palazzo Bollati. L'accompagnava una donna di servizio che sarebbe tornata a prender Margherita nel caso che il conte Leonardo fosse nelle sue stanze e volesse dar un bacio alla figliuola.

Una vecchia aperse il portone.

--Chi è? Che vuole?

--Non c'è il signor Ambrogio, il custode?

--Oh poveretto, sia pace all'anima sua, è morto già da due giorni.

--Morto?

--Sì, di colèra.... E adesso c'è la moglie in burrasca.... Vada via, signora, ch'è meglio.

--Padroncina, padroncina, andiamo,--disse la fantesca che a sentir nominare il colèra era diventata bianca come un cencio lavato.

--Un momento.... Buona donna, e del conte Bollati ne sapete nulla?--soggiunse Fortunata con voce tremante.

--Il conte Bollati? Chi è?

--Non lo conoscete? Quel signore alto, coi baffi biondi, che abita qui all'ultimo piano.

--Non lo conosco.... Ma badi.... ho sentito dire dal medico che anche su in alto c'è qualcheduno col colèra.

--Vergine santa!--gridò la giovine mettendosi la mano al cuore.

--Padroncina, per amor di Dio, andiamo a casa,--ripetè angosciosamente la serva.

Ma Fortunata si svincolò a forza dalla paurosa compagna che la teneva per un lembo del vestito e le disse:

--Va a casa tu sola, va subito anzi.... io devo salire.

E senza soggiunger altro attraversò rapidamente il cortile e l'entratura, e infilò lo scalone.

Il conte Leonardo era tornato alla sua soffitta fin dal giorno innanzi, e i primi sintomi del morbo l'avevan colpito nel cuor della notte. Disceso giù nell'androne all'alba per chieder soccorso, aveva per caso trovato il dottore che veniva a curar la moglie del custode. E il dottore, dopo avergli inutilmente suggerito di farsi trasportar all'ospedale piuttosto di rimaner così solo nel suo covile, gli aveva consegnato una boccettina con una mistura di canfora e laudano da prendersi in più volte, promettendogli di tornar fra un'ora e di condur seco un infermiere. Trascinatosi di nuovo su de' suoi cento e quindici scalini, il conte s'era coricato aspettando. Ma non s'eran più visti nè infermiere, nè medico. Chi poteva risponder di sè e degli altri in quei giorni? Intanto il male cresceva di violenza e il pover'uomo che aveva trangugiato in un colpo tutta la mistura e aveva bevuto una mezza bottiglia di rhum, si contorceva urlando sul letto. E lo lasciavano morir come un cane! Pensò a Fortunata; s'era viva, se lo sapeva in quello stato, sarebbe venuta ad assisterlo.... Ma per mezzo di chi mandarla a cercare!... Egli non poteva più scendere, non si reggeva più sulle gambe. Era in queste smanie quando Fortunata entrò nella camera. La prima impressione di Leonardo fu un'impressione di spavento. Era proprio sua moglie in carne ed ossa, o era uno spettro? Egli non la vedeva da alcuni mesi e gli parve invecchiata di diec'anni, gracile e sottile come un giunco, bianca e diafana come l'alabastro. Alla fine si persuase ch'era lei e si calmò alquanto. Sì, aveva fatto bene a venire, ma adesso premeva avere il medico; corresse subito subito a chiamarne uno, e poi, subito subito, tornasse. E Fortunata rifece le scale e volò in due o tre farmacie lasciando dappertutto l'ordine di mandar in palazzo Bollati il primo medico che capitasse. Quand'ella tornò presso l'infermo, alcuni fenomeni della fatale malattia si erano alleviati; minori i granchi allo stomaco, minore il vomito; ma erano sopraggiunti altri sintomi gravissimi: la pelle sparsa d'un sudor freddo e viscido, la tinta terrea, gli occhi infossati nell'orbita, il respiro affannoso, la voce rauca e sepolcrale. Mentre il conte Leonardo si trovava in una specie di sopore letargico, Fortunata sentì un suono di passi nella stanza attigua, e credendo che fosse il medico uscì a incontrarlo.

Ma non era il medico, era Gasparo, il quale, saputo confusamente a casa sua che la sorella era rimasta in palazzo Bollati, veniva in traccia di lei.

--Tu, Gasparo?

--Io, sì.... Ebbene?... Tuo marito?...

--È di là.... col colèra.... È tanto aggravato... E non si trova un medico... O Gasparo, fa un'opera di carità.... falla per me.... va tu a cercarlo il dottore.... Io non posso abbandonare Leonardo che muore.

Gasparo si lasciò scappare una frase crudele.

--Ne son morti tanti migliori di lui in questi diciassette mesi!

Ella gli mise una mano sulla bocca.

--Non parlare così.... Se Leonardo ha le sue colpe, vedi come le espia! vedi a che punto è ridotto!

_Sunt lacrimae rerum._ Gasparo girò gli occhi intorno, e nel mirar quella squallida soffitta, e nel richiamar alla mente il lusso, gli agi che avevan cinta l'infanzia di Leonardo Bollati provò uno stringimento di cuore. E disse alla sorella:

--Farò come desideri.... Andrò pel dottore.... Ma lo sai che domattina all'alba?...

--Taci, taci,--interruppe Fortunata.

E vedendolo turbarsi, soggiunse:

--Taci in questo momento.... Posson succedere tante cose prima di domattina!

Gasparo la guardò inquieto. C'era un'intonazione così triste nella sua voce, c'era una tale aria di stanchezza nella sua persona!

--Fortunata, cos'hai?

--Io?... Nulla.... Per amor del cielo non perder tempo.... Va, va.... Oh smemorata ch'io sono, prima d'uscir dal palazzo, batti all'uscio dell'abitazione del custode, al pian terreno.... c'è un caso di colèra anche lì.... forse ci sarà un medico.... va, Gasparo....

Egli discese in fretta. Dal custode gli dissero con un gesto espressivo che il medico non aveva più ragione di venire. Invece, giunto in istrada, la sua buona stella gli mise subito tra i piedi un dottore di sua conoscenza; se ne impadronì (è il vocabolo giusto) e se lo tirò dietro in palazzo.

Leonardo peggiorava rapidamente; spenta la voce, impercettibili i polsi, esauste le forze; pur non aveva ancora perduto conoscenza, e vedendo insieme col medico entrare il cognato guardò Fortunata con un'espressione indefinibile di sgomento. Ella lo rassicurò con un'occhiata, e Gasparo, impietosito al miserando spettacolo, gli fece un saluto amichevole e gli rivolse le parole incoraggianti che sogliono rivolgersi ai malati.

Al dottore, ch'era un brav'uomo e aveva curato i colerosi a centinaia, non occorse più di un minuto per giudicare che Leonardo era bell'e spacciato; nondimeno volle provare i mezzi che gli suggeriva la sua esperienza. Visto che non ne cavava alcun frutto, chiamò da parte Gasparo e gli susurrò all'orecchio:

--Non c'è alcuna speranza.... Procuri di condur via sua sorella.... Mi par molto debole, e il colèra si attacca facilmente, soprattutto alle persone deboli.

Ma Fortunata, come se avesse indovinato il pensiero del medico, fece un energico segno negativo col capo e passando un braccio sotto il collo del moribondo parve voler dire: «Non mi strapperete di qui che a forza.»

Gasparo le si avvicinò con dolcezza.

--Fortunata, per amore della tua Margherita....

--No, no... Margherita non ha bisogno di me.... _Lui_ sì che ne ha bisogno.... Leonardo, Leonardo, non è vero che hai bisogno della tua Fortunata?... Oh meschina me, che ho potuto lasciarti per tanto tempo.... Perdonami, Leonardo mio.... Oh se tu m'avessi mandata a chiamare!... Perchè, non m'hai mandata a chiamare?... T'ho sempre voluto bene.... O Leonardo, se guarisci, starò sempre con te, te lo giuro.

E, trattenuta invano, si gettava bocconi sul letto e tentava scaldar con le sue carezze quel povero corpo assiderato.

A un certo momento il medico, che non aveva levato mai gli occhi dall'infermo, disse:

--Signora, si faccia una ragione.... Ormai... è inutile.

Ella alzò la testa, guardò il medico, guardò Gasparo, guardò Leonardo, comprese che tutto era finito e cadde ginocchioni, tendendo le palme al cielo e gridando:--Madre di Dio, abbiate misericordia!

Stette così qualche minuto singhiozzando, pregando, coprendo di baci la mano del morto che spenzolava dalla sponda del letto; poi, appoggiandosi a Gasparo, cercò di rizzarsi in piedi, ma le vennero meno le forze e s'abbandonò come una massa inerte tra le braccia del fratello.

Il dottore ch'era ancora nella stanza, accorse subito, e vedendo la faccia stravolta, gli occhi smarriti, il pallore cadaverico della giovane, capì subito di che cosa si trattava. Era di nuovo il colèra, un colèra de' più gravi, di quelli che lasciano meno tempo alle difese. Il male che aveva testè ucciso il marito ora investiva con raddoppiata violenza la moglie.

--E poi negheranno il contagio!--disse tra sè il valentuomo, il quale, per far prevalere la teoria del contagio, aveva sostenuto fiere battaglie con alcuni colleghi. E non vorremmo giurare che l'idea di poter gettare in viso agli oppositori un nuovo esempio a sostegno della sua tesi, non gli desse qualche soddisfazione. Tanto più che il triste caso di Fortunata pareva dargli ragione su un altro punto. Questo aveva tutta l'aria di esser colèra fulminante, e anche il colèra fulminante negavano que' caparbi, e pretendevano che in Europa non se ne fosse mai visto.

Si trasportò Fortunata nella camera vicina a quella dov'era morto Leonardo. S'era pensato sulle prime di trasportarla a casa, ma ella, pienamente in sè e pienamente consapevole del suo stato, supplicò che la lasciassero morir lì. Non voleva comunicare a' suoi genitori e a sua figlia il germe della malattia... o forse, giacchè il cielo le aveva accordato la grazia di ricongiungersi a suo marito, non voleva staccarsene più.

Forte in mezzo agli strazi, come non era stata mai nelle condizioni ordinarie della vita, ella scongiurava il medico di non tormentarla coi rimedi; già ella capiva ch'era suonata la sua ora e che Iddio la chiamava a sè.... avesse almeno potuto avere un prete!...

Gasparo si mosse per andare a cercarne uno, ma ella col po' di voce che le rimaneva:

--Per carità non allontanarti--gli disse.

In pari tempo rivolse al medico uno sguardo supplichevole. Il buon dottore comprese il significato di quella muta preghiera, fece a Gasparo cenno di rimanere e s'avviò:

--In un quarto d'ora vado e torno.

--Gasparo--mormorò Fortunata, quando fu sola con suo fratello--il Signore sa quel che si fa.... Se fossi venuta teco a Londra ti sarei stata d'impaccio... sempre malinconica, sempre piagnucolosa.... Se invece all'ultimo momento mi fossi rifiutata di venire, tu non avresti voluto privarmi della mia bambina....

--No, Fortunata....

--E allora il tuo esilio sarebbe stato più tristo.... È meglio così.... Te la raccomando, la mia Margherita.... Parlale qualche volta di me.... E se le nomini suo padre, non insegnarle a disprezzare la sua memoria.... Promettimi che compiacerai alla tua povera sorella.

--Te lo prometto, sì, te lo prometto con tutta l'anima.

--Grazie.... E il babbo e la mamma... poveri vecchi, che restan soli nel mondo... li vedrai, non è vero, prima di partire? Salutali, di' loro che mi perdonino se non fui sempre una figliuola ubbidiente... e tu pure...

Uno spasimo acuto le troncò la frase, e la voce le si estinse in un gemito.

Quando tornò il dottore, e poco dopo di lui venne il prete ch'egli era andato a chiamare, gli occhi dell'ammalata nuotavano già nella morte. Ma ell'era sempre presente a sè stessa e potè accompagnare col movimento delle labbra le preghiere del sacerdote e volger di tanto in tanto lo sguardo all'uscio della camera vicina, come se intendesse che quelle preghiere dovessero valere anche pel disgraziato che non era più in caso di sentirle.

Era l'ora del tramonto; il sole prima di nascondersi dietro un palazzone che sorgeva dall'altra parte del canale mandò un fascio di raggi nella stanza e tinse d'una luce purpurea il letto improvvisato e la faccia livida della morente. Ella s'agitò in un'ultima convulsione, poi le sue membra s'irrigidirono per sempre.

Gasparo ebbe un ruggito da leone.--Morta, morta! Infelicissima sorella mia, che non hai fatto altro che patire!... Morta per cagione di quel miserabile! E non dovrò maledirlo?

Ma quell'impeto durò poco. Il tempo stringeva e Gasparo aveva ancora un terribile ufficio da compiere: annunziare ai suoi genitori la nuova, inattesa sciagura che piombava loro sul capo.

Egli strappò un foglietto da un taccuino e scrisse col lapis poche righe a un amico sulla cui devozione poteva fare assegnamento. «Sai che devo partire domattina sotto pena di essere preso e fucilato dagli Austriaci. Mia sorella»--a questo punto egli ebbe un'esitazione, ma la vinse e proseguì:--«e mio cognato son morti or ora di colèra in due stanze a tetto del palazzo Bollati. Intenditi col dottore X... per la tumulazione. Fa quello che faresti se la sventura (che il cielo tenga sempre lontano da te) avesse battuto alla tua porta. In un momento come questo non posso dare un tale incarico a mio padre. Addio: quando mi sarò posato in qualche luogo (spero di fermarmi a Londra) ti riscriverò e ti indicherò il mio recapito. Addio, e grazie dal fondo del cuore. A rivederci in tempi migliori.»

Com'ebbe finito di scrivere, piegò il foglietto in due, vi fece l'indirizzo e lo consegnò al dottore.

--È stato tanto buono; m'usi un'ultima cortesia. Mandi questo biglietto al mio amico--e glielo nominò--che lei conosce benissimo e si metta d'accordo con lui per tutto quello che resta da fare.

Il medico chinò la testa in sogno d'assenso e promise a Gasparo che avrebbe anche pensato a trovar chi vegliasse nella notte quei poveri morti.

--Non sono ricco, sto per prendere la via dell'esilio--disse Gasparo con voce commossa--non posso compensarla come vorrei, ma una memoria....

E si toglieva un anello dal dito, ma il dottore l'interruppe vivamente:

--No, Rialdi, io non accetto nulla... assolutamente nulla... Ogni più piccolo oggetto può esser necessario ad un esule....

--Ma...

--Non ne parliamo.... Mi dia piuttosto un bacio, e buon viaggio....

Gasparo abbracciò intenerito il dottore, sfiorò ancora una volta con le labbra la fronte gelida di Fortunata e corse a precipizio giù per le scale. Uscito dal palazzo, egli fece in un lampo la strada che lo divideva da casa sua.

Il conte Luca e la contessa Zanze lo aspettavano con ansietà.

--E Fortunata?--essi chiesero a una voce vedendolo arrivar solo.--Dov'è?... È rimasta lì?... Quando verrà?

--Fortunata...--principiò Gasparo. Ma invece di continuare, balbettò:--Coraggio, padre mio, coraggio, mamma... Armatevi di tutta la vostra forza, chè ne avete bisogno.

Quelle parole, quelle lagrime, che invano rattenute velavano due occhi non avvezzi a spargerne, lasciavano indovinare il peggio.

--Gasparo--gridò la contessa--tu non diresti di più se tua sorella fosse morta!

Il giovino chinò la fronte in silenzio. Rinunziamo a descrivere la scena che ne seguì per non render ancora più triste questo capitolo già pieno di tante pubbliche e private tristezze, e perchè ci sembra che l'ora incalzi anche noi e ci costringa innanzi tutto a mettere in salvo il nostro ufficiale. Questa partenza inevitabile, imminente, era quella sera, in casa Rialdi, un dolore di più, e nello stesso tempo una distrazione al dolore. Non c'era caso, bisognava occuparsene, far gli ultimi preparativi, dar l'ultime disposizioni, e per conseguenza, di tratto in tratto, pensare ad altro, parlar d'altro che della tragica fine di Fortunata.

Intanto Margherita dormiva. Poichè ella doveva alzarsi per tempissimo, l'avevano messa a letto subito dopo desinare, poco prima che Gasparo giungesse, ed ella, appena posata la testa sul capezzale, aveva trovato il sonno dolce e profondo dell'infanzia.

Degli altri di casa, come si può ben credere, non chiuse occhio in quella notte nessuno. Ma, verso il mattino, Gasparo sforzò i suoi genitori a ritirarsi nella loro stanza per un paio d'ore; avrebbe vestito lui la bambina.

--Sei proprio irremovibile?--disse la contessa.--Vuoi portarcela via? Vedi come restiamo soli.

Oh Gasparo lo sapeva, e ne sentiva in cuore una profonda pietà. Ma anche egli era solo, e da mesi e mesi il pensiero di condur seco questa fanciulla, di tenersela come propria figlia, era per la sua anima un raggio di luce che rischiarava le tenebre dell'avvenire. E poi, nonostante tutte le amarezze, tutte le incertezze dell'esilio, gli pareva di provveder meglio alla sorte di Margherita conducendola con sè che lasciandola presso i nonni.

--Sì, mamma--egli rispose con affetto.--Credi pure ch'è meglio così... Un giorno, se la fortuna m'arride, verrete voi altri a raggiungerci.

La contessa Zanze non insistette.

Alle quattro del mattino Gasparo entrò nella camera della nipote. Margherita dormiva tranquilla, con la sua puppattola al fianco, con un braccio nudo piegato sotto la testa, in una positura simile a quella in cui egli l'aveva vista la prima volta. Accanto alla cuna della bimba c'era il letto della sua povera mamma, intatto, con le lenzuola rimboccate.

--Margherita--chiamò Gaspare--o Margherita.

E la scosse dolcemente.

Ella si risentì, aperse gli occhi, si guardò intorno e disse:--La mamma... voglio la mamma.

--Sono io, Margherita, sono lo zio Gasparo.... Lo sai che si deve partire insieme.

--Ma anche la mamma...

--La mamma--egli soggiunse con pietosa bugia--è andata avanti... La troveremo... Su, su....

Margherita si lasciò persuadere, e, aiutata dallo zio e da una donna di servizio, fu pronta in pochi minuti. Anche il suo piccolo bagaglio era pronto.

Ma convenne assolutamente prender seco un altro piccolo personaggio, un personaggio di legno, _la nuova Lilì_, da cui Margherita non voleva staccarsi a nessun patto.--Gliel'ho promesso--ella diceva con la maggior gravità--e anche la mamma glielo ha promesso.

Storditi sotto il cumulo di tanti dolori, il conte Luca e la contessa Zanze benedissero il figlio e la nipote quasi senza parole, quasi senza lagrime. Solo quando l'uscio si richiuse dietro i due profughi, si sentì dalla stanza uno scoppio rumoroso di pianto.

Gasparo e Margherita entrarono in una gondola. I canali interni della città erano ancora avvolti nell'ombra, ma, guardando in su, si vedevano i comignoli delle case illuminati dal sole. E appena la gondola sboccò in laguna, il Molo, la Riva degli Schiavoni, la Salute, i Giardini, San Giorgio apparvero nuotanti in un mare di luce. Gasparo mise la testa fuori del finestrino del _felze_, ma la ritirò bruscamente... Sul forte di San Giorgio sventolava la bandiera gialla e nera.

Il giovane ufficiale si coprì il viso con le mani e stette un pezzo immobile e taciturno.

--Ma dov'è la mamma?--ridomandò Margherita.

Gasparo si scosse, passò un braccio intorno al collo della piccina e ripetè:

--La mamma... è andata avanti.

Giunsero al Lido e s'imbarcarono sopra un vapore ch'era pieno di gente. Non tutti emigranti però; alcuni erano venuti lì soltanto per accompagnarvi i congiunti e gli amici.

Margherita girò gli occhi inquieta e chiese di nuovo:--C'è qui la mamma?

--No, bimba mia, non è qui... è andata avanti.

La macchina diede tre fischi. Si scambiarono ancora una volta i baci, i saluti, gli auguri, le parole di conforto e di speranza; poi quelli che non dovevano partire discesero in fretta.

Il vapore si mosse. Raccolti sulla coperta, con lo sguardo fisso verso una parte, gli esuli mandarono un ultimo addio alla città che pareva fuggir dinanzi a loro. E chi singhiozzava, e chi piangeva in silenzio, e chi imprecava al destino e chi invocava il giorno della riscossa.

Margherita era seduta sulle ginocchia dello zio.

--Dove si va adesso?

--Adesso--egli rispose--andiamo intanto in un paese che si chiama Corfù.

--La troveremo lì, la mamma?

C'era un'ansietà così dolorosa nell'accento della fanciulla che Gasparo non ebbe il coraggio di dirle il vero e baciandola teneramente le susurrò con un filo di voce:

--Se la troveremo?... Chi sa?... Forse sì.

Margherita si calò giù pian pianino, prese _la nuova Lilì_ che giaceva ai suoi piedi, le riannodò intorno alla vita un nastro bianco rosso e verde che s'era sciolto e si mise a canticchiare

Tre colori, tre colori, ecc., ecc.