Chapter 15
Era difficile confessarlo, ma il conte Luca aveva paura dei vecchi padroni. I nuovi potevano fargli del male subito, i vecchi potevano fargliene più tardi.... se tornavano. E il conte Luca, senza dirlo a nessuno, senza dirlo ad alta voce nemmeno a sè stesso, non sapeva persuadersi che non dovessero tornare. Intanto s'acconciava all'inevitabile. Teneva anche lui la sua coccarda tricolore all'occhiello, faceva di gran salamelecchi ai personaggi in carica, ed era pieno d'indulgenza pegli impiegati subalterni che non andavano all'ufficio con la scusa di dover montare la guardia.
Slanciata nella fiumana del patriottismo chiassoso, la contessa Zanze era sempre in faccende e lasciava la cura delle cose domestiche a Fortunata, la quale, poverina, non aspirava minimamente a mettersi in mostra. S'occupava della casa, della bimba, faceva una scappata quasi ogni giorno fino al palazzo Bollati per aver notizie di Leonardo, per vederlo se era possibile, e la sera preparava filaccia per i feriti.
Gasparo che, venendo a Venezia, sapeva già di trovarla in famiglia, non s'era presa l'ingenerosa soddisfazione di rammentarle le sue parole di quattr'anni addietro, ma abbracciatala con benevolenza, le aveva chiesto subito della piccina.
--Dorme.... vuoi vederla lo stesso?
--Perchè no?
Margherita riposava tranquillamente nella sua cuna, con uno dei suoi braccetti nudi piegato sotto la testa, con una puppattola al fianco.
--Quella puppattola è il suo grande amore,--disse sorridendo Fortunata;--la chiama Lilì e non se ne vuol staccar mai.
Margherita aveva allora tre anni ed era una bella bimba, quantunque fosse lecito dubitare se sarebbe stata anche una bella donna, tanto più che la contessa Zanze ripeteva sempre:--Fortunata era tal quale.
Fatto si è che ell'era bianca e rosea, aveva lineamenti regolari, capelli biondi e finissimi, e nel viso un'espressione dolce, affettuosa che rammentava l'espressione materna. Era forse l'unica somiglianza che ci fosse tra madre e figliuola.
--È carina assai,--disse Gasparo.
--Non è vero?--soggiunse Fortunata tra orgogliosa e commossa.--È buona come un angelo, docile, intelligente....--Poi sospirò a voce bassa:--Povera creatura!
Gasparo, che non aveva staccato gli occhi dalla dormente, a quell'esclamazione della sorella:--Povera creatura!--sentì qualche cosa che rispondeva nel suo cuore. Povera creatura davvero! Con quel nome che anni addietro sarebbe stato una forza e oggi era una debolezza, quasi una colpa! Con quel padre di cui ella non avrebbe potuto ignorar sempre le turpitudini! Povera creatura! Chi sa che sorte l'era destinata? Chi avrebbe guidato i suoi passi sul sentiero della vita? Chi l'avrebbe protetta contro la miseria, contro le tentazioni? Certo la madre sarebbe stata pronta a darle il suo sangue, ma che valida difesa poteva esser la misera Fortunata ch'era inetta a difender sè stessa, che forse era ancora sotto il fascino dell'ignobile marito?
Di mano in mano che tali pensieri sorgevano nell'animo di Gasparo, egli sentiva anche nascere dentro di sè una tenerezza singolare per questa bambina, sentiva nascere un desiderio intenso di vigilare su lei, di tutelarla contro l'insidie d'un mondo nel quale ella entrava sotto auspicî sì tristi. Pur non disse nulla, e rivolgendosi a Fortunata che piangeva in silenzio, si limitò a susurrarle:--Coraggio!
Il primo giorno Margherita stentò alquanto ad addomesticarsi con lo zio, ma il dì appresso Gasparo, tornando dall'arsenale, si presentò alla nipote con un involto misterioso sfidandola a indovinare ciò che vi fosse contenuto. Margherita si fece rossa rossa in viso e, naturalmente, non indovinò nulla.
Allora l'involto fu aperto e comparve una splendida bambola tutta nastri tricolori, la cui vista strappò alla fanciulla un grido d'ammirazione.
--Oh!--disse Fortunata--lo zio t'ha portato una nuova _Lilì_!
Il nome rimase e la bambola battezzata per _la nuova Lilì_ strinse Margherita d'un nodo indissolubile allo zio Gasparo. Ogni volta ch'egli veniva a casa Margherita gli correva incontro festosa a mostrargli la nuova _Lilì_, il cui abbigliamento andava illeggiadrendosi e complicandosi sempre più per le ingegnose aggiunte che vi faceva Fortunata. Gasparo, prima ancora di spogliarsi della sua divisa e di depor la sua sciabola, prendeva in collo la nipote e la copriva di carezze e di baci, ma la nipote non era contenta s'egli non dava qualche bacio e qualche carezza anche alla bambola, sua indivisibile compagna. Intanto la vecchia _Lilì_, dimenticata in un angolo, con la veste sdruscita, una gamba rotta, i fianchi squarciati e la stoppa che le usciva dalla pancia, esperimentava duramente l'ingratitudine umana.
Eran circa due settimane dacchè Gasparo si trovava a Venezia quando Fortunata si fece animo a iniziar con lui un discorso scabroso che le stava da un pezzo sulla punta della lingua e ch'ella non sapeva mai risolversi a cominciare.
--Gasparo--ella balbettò una sera dopo aver messo a letto la bimba--non t'ho ancora parlato di....
--Di che cosa?--interruppe il giovane aggrottando le ciglia.
--Non turbarti, non guardarmi in quel modo--esclamò Fortunata.--Mezz'ora fa eri così gaio, così sorridente con Margherita.... Io sentivo svanir la gran soggezione che ho di te....
--Soggezione! Soggezione!--brontolò Gasparo.--Perchè devi averne?
--Ho torto, lo so.... Sei tanto buono.... Fosti sempre tanto buono.... Ma che vuoi? Sono una femminetta senza spirito.... Basta un nulla a confondermi.
--Via--soggiunse Gasparo raddolcendo la voce.--Di che cosa vuoi parlarmi?
--Di... di Leonardo--disse Fortunata tutta tremante.
--Me l'aspettavo.... Ebbene?... Non hai dovuto riconoscer tu stessa che t'era impossibile viver con lui?.... E quand'egli ha stancato una pazienza come la tua!...
--No, Gasparo... forse non ne ebbi abbastanza... o almeno... non ebbi tatto... non so far niente io... che disgrazia! che disgrazia!
--Povera vittima!--esclamò l'ufficiale un po' irritato, un po' commosso.--Dovresti anche prendertela con te stessa! Quel miserabile che t'ha sedotta non per amore, ma per capriccio, che t'ha sposata non sotto l'impulso del dovere, ma sotto quello della paura, quel miserabile che non ha cuore nè per sua moglie, nè per sua figlia, che s'è mangiato tutto il suo, che è precipitato ruzzoloni di vizio in vizio, d'ignominia in ignominia, quel miserabile merita proprio che tu t'accusi per lui!
--È vero... egli ha le sue colpe... ha molte colpe... non lo difendo, no... ma è anche molto da compiangere... e se io potessi....
--Sicuro, se tu potessi dargli dell'altro danaro da scialar come prima fra le ballerine e le femmine da partito, tu saresti contenta come una Pasqua?
--Gasparo, non è questo.... Io vorrei aiutarlo a togliersi da quell'ozio che è la sua rovina... vorrei aiutarlo a trovarsi una occupazione....
--Un'occupazione? Lui? Lo credi uomo da occuparsi d'altro che... di quello di cui s'è occupato finora?
--Forse sì.... Mi pare che ne senta anch'egli la necessità....
--Che ne sai tu?
--Lo vedo talvolta... oh, avrei forse dovuto piantarlo affatto, solo, infelice com'è?... Lo vedo, l'ho visto ieri... era tranquillo, ragionevole.... «Che vuoi ch'io faccia?» mi disse. E soggiunse... ma non arrabbiarti... stammi a sentire con calma.
--Continua, in nome di Dio.... Son calmo, mi pare.
--Soggiunse: «Adesso c'è qui tuo fratello che ha un posto importante, che è pieno di aderenze....»
Gasparo non la lasciò finire.
--E avrei da servirmene per dare un impiego a lui, a lui che non è atto a far nulla, che non merita nulla?... Tronchiamo questo discorso.... O piuttosto--egli ripigliò--ma come non ci ha pensato lui subito?... piuttosto digli che c'è un modo per levarsi dall'abbiezione, un modo facile, sicuro, che può restituirgli la stima dei galantuomini....
--Quale? Quale?
--Tu pure me lo domandi?... Si ricordi dei suoi avi che affrontarono cento volte la morte per la patria; brandisca un fucile, vada, corra dove si combatte contro gli Austriaci;... un giorno solo, un'ora, un minuto di eroismo può sanar molte colpe.... Non rispondi?
--Andar soldato!--mormorava Fortunata, tenendo gli occhi bassi,--Ma egli non è robusto, non è avvezzo alle fatiche... e pur troppo in questi ultimi tempi....
--I vizi l'hanno indebolito di più.... Me lo immagino.... Non importa.... Ne son partiti degli altri, viziosi, scioperati al pari di lui; hanno capito, hanno sentito che quest'era l'unica via di salute....
--Ma egli, ne son sicura, non resisterebbe alla prova.
--E se fosse?--proruppe Gasparo con impeto.--Non c'è dubbio; andando alla guerra egli può soccombere alle fatiche, può morire, beato lui! con una palla in fronte; ma qui, non muore a oncia a oncia? E tu preferiresti di vederlo finire sulle panche d'un'osteria, forse nel canto d'una strada?
--Gasparo, Gasparo, che pronostici fai!--esclamò Fortunata atterrita coprendosi il viso con le mani.
--Io non pronostico nulla d'inverosimile--egli le rispose. E vedendo che le sue parole l'avevano scossa se non persuasa, continuò:--Invece chi sa? Nei sani travagli del campo egli può trovare una vigorìa ignota, e sfuggendo ai pericoli può tornar rifatto di corpo e di spirito.... E allora, siane certa, egli benedirebbe chi gli avesse dato il consiglio di prender l'armi.
Che Gasparo credesse proprio al miracolo, questo non oseremmo affermarlo; tuttavia egli parlava con l'accento d'uomo convinto; e forse era convinto realmente che se v'era per Leonardo un mezzo di redenzione possibile, era quello da lui indicato.
Fortunata era in una strana perplessità. Col suo carattere timido, col suo sgomento della guerra, ella non sapeva neanche figurarsi di dover dare lei stessa al marito un suggerimento di quella specie; anzi non sapeva figurarsi che quel suggerimento non le destasse addirittura una ripugnanza invincibile. Eppure una voce interna le ripeteva che Gasparo aveva ragione e la sua mente si fermava volentieri su quella frase: _egli può tornar rifatto di corpo e di spirito_.... Se fosse vero?
--Gasparo--ella cominciò peritosa--se gli parlassi tu?
--Io?... No... non voglio vederlo... adesso.... Quando si sarà deciso a compiere il suo dovere di cittadino, allora, allora soltanto venga da me.... Io l'accoglierò dimenticando il passato, io farò tutto quello che sarà in mio potere per ispianargli la via.... Ma eh' egli non mi capiti dinanzi se non è ben risoluto.... Hai inteso?
Visto che suo fratello era irremovibile, Fortunata mise un sospiro e disse:
--Gli parlerò io, proverò.
E il colloquio fu terminato così.
XXIII.
È un fatto che Leonardo Bollati, un giorno in cui egli era d'umor più trattabile, aveva detto alla moglie che, in fin dei conti, se gli offrissero un buon impiego, egli avrebbe forse la degnazione di accettarlo. Una simile idea può parere strana in un uomo di quella tempra e di quella vita, ma la si spiega benissimo ove si consideri che il 22 marzo aveva portato uno sconvolgimento profondo nelle abitudini dei Veneziani. In condizioni ordinarie non c'è popolazione più metodica di questa; la gente si reca ogni giorno alla stessa ora agli stessi ritrovi; alla distanza di dieci anni voi vedete dietro le vetriate dei soliti caffè i soliti visi con qualche ruga e qualche capello bianco di più; quelli che mancano, mettete il vostro cuore in pace, molto probabilmente son morti. Entrate, e sentirete, non dico gl'identici discorsi, ma l'identico modo di discorrere, di sparlare del prossimo, di spropositar di politica, di gridar la croce addosso agli amministratori del Comune. Ciò che vale pei caffè, vale pei teatri, per le conversazioni, per le osterie, per le passeggiate: ciò che vale per un ceto di persone vale per tutti. Gli amici si vedono, si lasciano, si rivedono tre o quattro volte nel corso di ventiquattr'ore. Che amici! si dirà. Adagio un poco. Certo di amici veri ce ne sono anche qui, ma chi si lasciasse illudere dalle apparenze dell'intrinsichezza andrebbe incontro a terribili disinganni. L'amicizia, a Venezia, è più che altro una malattia cutanea; prende le forme d'un'eruzione di cordialità; i visceri ne sono illesi. Tizio, Caio, Marco, Sempronio passano insieme mezza giornata, supponiamo, al Florian, si danno del _tu_, scherzano insieme, fanno il tresette, sembrano quattro corpi e un'anima. Una mattina Sempronio non si lascia vedere. Tizio, Caio, Marco sono inquieti, ma si consolano dicendo:
--Verrà alle cinque.
Alle cinque Sempronio non compare.
--Oh bella!--esclamano gl'indivisibili.--Dove s'è cacciato oggi colui?
--Non importa. Stasera per la partita non manca sicuramente.
Viene la sera e di Sempronio nessuna nuova.
--Diavolo! Questa poi è grossa.... Bisogna dire che sia malato. Chi fa il quarto invece di lui?
Il quarto si trova facilmente, e si comincia a giocare.
Sul più bello capita qualcheduno con aria contrita.
--Lo sapete? Sempronio è morto!
--Diavolo, diavolo!--dice Tizio.--Come mai? Se ieri era sano come un pesce?
--Ma! L'apoplessia lo ha colto questa mattina e alle tre era spirato.
--Corpo di bacco!... Mi dispiace assai,--soggiunge Caio.
Anche Marco manda un sospiro al perduto amico:
--Povero Sempronio! È proprio una disgrazia.... Accuso tre assi senza denari.... E dove stava di casa?
Ebbene, si capisce senza difficoltà come ogni fatto pubblico il quale alteri l'andamento normale della vita cittadina debba sciogliere queste relazioni così superficiali quantunque così espansive. Figuriamoci poi un fatto dell'importanza della rivoluzione del 1848. Chi fu sbalestrato di qua, chi di là: fu come se un cataclisma gettasse tutti gli astri fuori della loro orbita. Non c'è dubbio che dal nuovo caos uscirebbe una nuova armonia e i corpi celesti prenderebbero un altro cammino regolare; è probabile però che qualche astricino più tardo a disciplinarsi andrebbe alquanto vagando alla ventura per cascar poi a guisa di bolide Dio sa in che luogo. Nel 1848 gli uomini ch'entrarono nel movimento politico, che si posero sul serio al servizio del paese trovarono presto un nuovo equilibrio: quelli, che, senza curarsi dei tempi mutati, vollero continuar le abitudini frivole di prima, si aggirarono come fantasimi smarriti in un mondo che non li intendeva e ch'essi non intendevano più.
Eccoci dunque, per una strada un poco lunga, tornati al nostro Leonardo. La sua compagnia di farabutti e viziosi s'era, dopo il 22 marzo, dispersa; alcuni, cosa strana a dirsi, erano partiti pel campo, altri s'erano rintanati brontolando. Nella bettola ov'egli consumava metà della notte e ove l'ostiere fino al 22 marzo serbava a lui e alla sua brigata una tavola a parte, ora gli toccava sedere in mezzo a sconosciuti che parlavano della guerra, di Manin, di Carlo Alberto, di Pio IX, urlando come ossessi e minacciando talvolta, nel calore della discussione, di rompersi i bicchieri in faccia. È vero che per lo più le dispute ci calmavano, le voci irose si raddolcivano e si fondevano in un inno patriottico. Ma Leonardo Bollati non ci si divertiva punto; lì solo, dimenticato in un angolo, egli non ci trovava più gusto nemmeno a ubbriacarsi. E anche le donne gli parevano cambiate, perfino quelle che, ordinariamente, non hanno opinioni e non si curano delle opinioni altrui. Nossignori, adesso anche loro avevano l'aria di guardarlo d'alto in basso, di rimproverargli la sua inerzia; lasciando stare poi le preferenze ch'esse accordavano ai militari, agli elmi, ai grandi mantelli bianchi, ai pennacchi e ai lustrini....
Sotto l'influenza di quest'uggia che gli si era cacciata nell'ossa, Leonardo Bollati tenne alla moglie il discorso ch'ella aveva timidamente riferito al fratello. Leonardo vedeva della gentuccia salita ai primi onori; possibile che non ci avesse a essere un buon posto per lui che aveva un nome inscritto nel Libro d'oro della Repubblica di San Marco? Anche dei giovani patrizi, di nobiltà meno antica della sua, erano entrati negli uffici pubblici, dispensavano grazie e protezioni; ed egli riteneva d'aver il diritto d'esser messo al livello di costoro. In quanto al genere dell'impiego, Leonardo non aveva precisato nulla; gli bastava un impiego decoroso. E non aveva escluso a priori neppur gli impieghi militari; poichè egli non amava la guerra, ma ci avrebbe pensato su prima di rifiutare una carica di generale o di colonnello con residenza a Venezia.
Il lettore si sarà accorto che fra le idee di Sua Eccellenza Leonardo Bollati e quelle del cognato Gasparo Rialdi c'era un dissidio bastevole a mettere a repentaglio il buon successo delle negoziazioni aperte da Fortunata. E infatti quelle negoziazioni fallirono. La proposta di andar a rischiar la pelle come soldato semplice parve a Leonardo un'ingiuria atroce e si sfogò con la moglie a dir corna di Gasparo e di tutti i Rialdi, ch'eran vissuti di carità alla sua tavola e che adesso eran montati in superbia perchè avevano il vento in poppa. Sciocco lui a fidar sul loro aiuto; doveva pur ricordarsene che i Rialdi erano stati una delle piaghe della sua famiglia! Non voleva veder più nessuno di quella brutta gente, neppur lei che già valeva quanto gli altri e non sapeva far di meglio che venirgli a piagnucolare davanti. Ell'aveva fatto benone a tornar presso i suoi genitori; ci stesse e non lo importunasse con le sue visite.
Leonardo non pensò più ad avere un impiego; bensì, riordinandosi allora la guardia civica, egli prese l'eroica risoluzione d'iscrivervisi, e, perchè il nome della sua casa non aveva ancora perduto ogni autorità nel circondario, riuscì a farsi elegger tenente della sua compagnia. Veramente egli aspirava al grado di capitano, ma questo fu conferito ad un pizzicagnolo ch'era stato militare sotto l'Austria. Per un altro uomo che fosse stato soltanto disoccupato ed inerte, quella nomina avrebbe potuto considerarsi una fortuna, chè, o poco o molto, c'era anche nella guardia civica qualche cosa da fare e qualche pericolo da correre. Per Leonardo Bollati fu una nuova disgrazia. Voleva svergognar i superiori, confonder gli uguali, accattivarsi l'animo dei militi, e per ottener quest'intento gli occorreva scialar da gran signore e pagar da bere alla compagnia, nè potendogli bastare all'uopo il suo magro assegno aggiungeva debiti a debiti. Come poi un oberato trovasse dei gonzi che gli prestavan danaro, quest'è uno dei tanti misteri dinanzi a cui gl'ingenui devono chinar la fronte in silenzio. Un povero galantuomo che una volta in vent'anni chieda al sarto un mese di respiro per saldargli il conto, sentirà rispondersi con mali modi; un fallito che abbia mangiato un milione del proprio e due milioni di quello degli altri potrà ancora imbattersi in uno strozzino di buona volontà che gli dia qualche migliaio di lire.
Insomma Leonardo, alquanto rimpannucciato in quella sua divisa di tenente, tornò ad aver quattro soldi in tasca, ciò che gli permetteva, quand'era di servizio, di far portare in corpo di guardia dei boccali di vino e dei polli arrosto che rinfocolavano il patriottismo dei sott'ufficiali e dei gregari.
Di giorno il quartier generale del nostro tenente era l'osteria _Alla Venezia risorta, condotta da Oreste Meolo_, gran ritrovo dei politicanti di Cannaregio. Là si sapevano tutte le novità, si dibattevano tutte le opinioni, si giudicavano tutti gli uomini, e le dispute si facevano tanto più calde e romorose quanto più gli affari accennavano a intorbidarsi; nè ci voleva meno che la calma olimpica e l'imperturbabile ottimismo del signor Oreste per quetar gli spiriti degli avventori.
In mezzo alle loro grida, alle accuse di tradimento ch'essi scagliavano oggi al Papa, domani a Carlo Alberto, o al Borbone, o al Durando che non correva in aiuto dei volontari, il signor Oreste con la sua faccia serena, con la sua voce melliflua sorgeva a dire:
--Mi lasciano esporre il mio debole parere?
E il suo debole parere era questo. Le cose non si dovevano guardar nei loro particolari, ma nell'insieme. E dall'insieme risultava chiaro come il sole che si camminava a gran passi verso una compiuta vittoria. Se lo lasciavano dire, ne darebbe la prova.
--Sì, sì,--interrompeva qualcheduno,--bel principio. Intanto gli Austriaci vengono avanti.
--Meglio,--diceva il signor Oreste,--così si piglieranno tutti in una volta.
--Uhm! E Durando che non si muove mai?
--E il Papa che volta casacca?
--E Carlo Alberto che sta a guardare i Tedeschi sul Mincio?
--E Ferdinando che richiama i suoi soldati?
--Fidarsi dei Re!... Tutti traditori, tutti bricconi.
--La ghigliottina ci vuole, ecco il rimedio.
--Sangue, sangue....
Pare impossibile la quantità di sangue che domandano agli altri quelli che non sono disposti a spargerne una goccia del proprio!
Il signor Oreste non aveva ancora potuto svolgere il suo concetto, ma, presto o tardi, trovava il modo di farsi sentire.
--M'ingannerò, ma per me queste ritirate, questi voltafaccia non sono che finte, tranelli per adescare il nemico. Perchè, signori, se l'Italia non dovesse pensare che a sè direi anch'io: S'è sbagliata strada. Bisognava gettarsi subito sui pochi Austriaci ch'erano rimasti nel Lombardo-Veneto e impedire che ne venissero giù dei nuovi dall'Alpi e dall'Isonzo. Ma l'Italia, signori, ha degli obblighi, dei grandi obblighi. Si tratta di distruggere l'Austria, si tratta. Ora mettiamo che i Piemontesi, i Papalini, i Napoletani, fossero tutti marciati subito verso la frontiera, è evidente che quelli di Vienna non avrebbero avuto coraggio di spedir altre truppe in Italia. Noi avremmo fatto prigioniero Radetzky e i suoi reggimenti, ma il grosso dell'esercito sarebbe rimasto sano e salvo a casa propria. Invece, lasciando sguarniti i confini, vengono ad uno ad uno a cader nell'agguato, Nugent, Welden, d'Aspre e tanti nomacci simili che il diavolo se li porti. E un bel giorno, quando tutte le forze austriache si son calate quaggiù, i Piemontesi da una parte, i Romagnoli e i volontari dall'altra, te li prendono in mezzo e fanno una frittata. Non ce ne deve tornare di là dai monti uno solo. Questo è il mio debole parere. Che ne dice il nostro tenente?
Il _nostro_ tenente, ch'era il N. H. Leonardo Bollati, arricciava il naso a sentirsi trattar con questa confidenza dal suo antico cuoco, ma eran tempi democratici e conveniva adattarvisi. Del resto il _nostro_ tenente non aveva opinioni ben determinate circa all'andamento probabile della guerra, ed era disposto ad accettar le opinioni del signor Oreste.
Qualcheduno domanderà se la clientela della _Venezia risorta_ fosse composta d'idioti o di sonnambuli a cui si potesse spacciar queste fanfaluche; il fatto si è che _il debole parere_ del signor Oreste era nel 1848 anche quello di persone intelligenti, le quali, nel loro santo entusiasmo per la causa dell'indipendenza, avevano finito collo smarrire ogni lume di critica. Ciò non vuol dire che tutti gli avventori s'acquetassero allo sentenze spropositate dell'oste, ma i più gli porgevano ascolto benevolo, ed egli, con la sua tattica, mostrava d'intuire due grandi verità: che gli uomini credono sempre volentieri a quello che desiderano, e che a conciliarsene l'animo non c'è mezzo più efficace che accarezzar le loro illusioni.