Dal primo piano alla soffitta

Chapter 13

Chapter 133,648 wordsPublic domain

Però queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de' due affari che gli stavan più a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione, dicendo, a proposito di quest'ultima, che voleva sollecitare il Papa a rispondergli. E invero dall'agosto 1840 al novembre 1847 c'era stato tempo d'avanzo a maturar la risposta.

Dopo colazione il conte si sdraiò sur una poltrona in fondo del salotto, mentre Margherita, ch'era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli s'arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose, _un confetto_ e _una storia_. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della biancheria; Leonardo, al solito, era fuori.

Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi, impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con le fantasie del suo cervello malato, raccontò d'un re e d'una regina che avevano una bimba bella come il sole, e d'un mago che aveva trovato dei filoni d'oro e con quell'oro aveva fabbricato una casa per mettervi dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande....

--Grande così--disse la bimba allargando il più possibile le sue piccole braccia.

--Grande così--ripetè il conte chinando la testa in segno d'assenso.

E non soggiunse altro.

--Nonno dorme--bisbigliò Margherita dopo una breve pausa.

Fortunata si scosse.

--Se dorme, lascialo stare. Vieni qui. Ma la fanciulla non si moveva.

--Nonno dorme--ella tornò a dire.

E intrecciava le sue dita rosee nei capelli bianchi del conte Zaccaria e chiamava:

--Nonno; nonno!

--Bimba disubbidiente!--esclamò la madre alzandosi infastidita.--Lascialo quieto il nonno.

Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sentì nè l'appello della nipote, nè il grido della nuora, nè l'irrompere tumultuoso della gente accorsa in aiuto, nè le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse vissuto, morto al suono d'una voce carezzevole che gli blandiva l'orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la fortuna, gli onori.

Il testamento trovato in un cassetto della scrivania provò le felici disposizioni d'animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a un'infinità d'Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt'e due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non esistevano più. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch'egli si ravvedesse, lo nominava erede universale, con l'ordine espresso di spingere alacremente i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di minor conto, c'erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva eretti a sè e alla N. D. Chiaretta sua moglie.

XX.

Un cambiamento notevole era successo nella situazione rispettiva dei coniugi Rialdi: la moglie non era più così autoritaria, il marito non era più così docile come una volta. Col suo arrabattarsi continuo, co' suoi intrighi orditi di lunga mano, con la sua pretensione di ristorar le fortune della famiglia, la contessa Zanze non era riuscita che al colossale sproposito di maritar la figliuola a un uomo vizioso e rovinato; senza impicciarsi in nulla, senza far altro che passar quattr'ore al giorno all'Uffizio e il resto della giornata a giocare a scacchi al Caffè della Vittoria, il conte Luca, gradino per gradino, era giunto a ottenere il posto di consigliere di appello, ch'è quanto dire a essere una persona d'importanza, che nelle feste solenni indossava la sua brava uniforme, s'allacciava a fianco uno spadino incapace di far male a nessuno, si metteva in testa un cappello a due punte, e percorrendo le strade _pedibus calcantibus_ attirava sul suo passaggio le esclamazioni ammirative dei monelli. Aggiungansi a queste compiacenze morali quella d'avere uno stipendio che, in quei tempi di prezzi bassi, permetteva di mantenersi assai decorosamente. Onde non c'era più bisogno di pranzar fuori di casa due volte alla settimana, e s'era potuto sostituire con un servo effettivo e reale il cameriere che la contessa Zanze soleva prendere a nolo pe' suoi martedì. A fronte di questi benefizi il conte Luca pretendeva dalla consorte un rispetto maggiore e aveva anzi dichiarato in modo assoluto di non voler più lasciarsi chiamare coi titoli di _pampano_, _babbeo_ e altri simili. La consorte ubbidiva fremendo. A lei pareva d'aver attività, energia, intelligenza da vendere al conte marito, ma l'era forza riconoscere che la sorte non l'era stata propizia e aveva invece favorito lui, quell'imbecille, che non s'era neanche mosso per meritarsene i favori. Delle giustificazioni a sè stessa ella ne trovava in quantità; è naturale, se ne trovano sempre. Ella diceva che quel precipizio dei Bollati era giunto inaspettato a tutti, e che non si poteva prevedere che Leonardo non avesse nè un briciolo di cervello, nè un briciolo di cuore. Del resto, almeno per la parte economica, se l'avessero aiutata, le cose sarebbero andate diversamente. E di tanto in tanto, nell'intimità coniugale, la contessa Zanze si lasciava scappar la vecchia frase:--Se foste entrato nell'amministrazione! Quel _sior_ Bortolo nuota nell'abbondanza.

Il conte Luca montava su tutte le furie e non aveva torto.--Cosa mi venite a parlare di _sior_ Bortolo? Volevate ch'io facessi la parte di quel furfante?

Ma la contessa protestava contro questo modo d'interpretar le sue parole e ripeteva quello che aveva già detto centinaia di volte negli anni passati.--Se foste entrato nell'amministrazione sareste diventato un signore voi e avreste salvato dalla rovina i vostri parenti.

--Corpo di bacco! E vi par nulla che io sia invece consigliere d'appello?

Comunque sia, questi erano discorsi inutili, e c'era ben altro da fare che andar ruminando il passato. Ormai appariva chiaro come la luce del sole che fra poco i Bollati sarebbero rimasti in camicia e che Fortunata sarebbe tornata a carico dei genitori o del fratello.

Che se c'era ancora qualche illusione possibile finchè viveva il conte Zaccaria, alla morte repentina di lui anche questa illusione doveva dissiparsi. Il conte Zaccaria non era popolare com'era stato ai suoi tempi il vecchio conte Leonardo; ma non era neppure un uomo mal veduto in paese, aveva forme cortesi, alla buona, e le ingenue allucinazioni a cui egli era in preda negli ultimi anni avevano piuttosto cresciuto che scemato le simpatie intorno a lui.

Ora gli strozzini non hanno l'animo troppo aperto alla simpatia, ma se possono far di meno d'inasprir l'opinione pubblica lo fanno, e non isdegnano di usar qualche temperamento verso i debitori più forniti di aderenze e di relazioni. Mettere sulla strada un patrizio di quell'età, con quel nome! Era da far gridar mezza Venezia. Col figliuolo era un altro par di maniche. Prima di tutto si trattava d'un giovane; e poi quello lì aveva l'opinione pubblica contro di sè. Anzi può dirsi che l'accanimento con cui l'attaccavano era persino eccessivo; pareva che non ci fossero altri farabutti al mondo. Come talora, per quel bisogno che ha la gente di crearsi dei simboli, un uomo diventa la personificazione d'ogni virtù, così un altro diventa la personificazione d'ogni vizio. Il senso morale, che va soggetto a tante distrazioni, si sveglia a un tratto per protestare contro questo mostro di turpitudine; gli onesti e gli ipocriti si scagliano addosso a lui;... ciò che permette loro di esser più indulgenti con quelli che gli somigliano e anche con sè stessi.

Avete visto mai, verso la chiusa d'un ballo o d'una pantomima spettacolosa, la reggia del tiranno, il castello dell'oppressore, la prigione della vittima cader giù a pezzi, finchè, a un dato segnale, succede l'ultimo scroscio e la luce elettrica accesa in buon punto scende dall'alto a rischiarar le rovine? Questo è quello che accadde, lasciando stare la luce elettrica, del maestoso edifizio Bollati. Il segno dello scroscio finale fu dato dalla morte del conte Zaccaria. Allora non ci furono più riguardi, e gli avvocati ricevettero dai loro clienti l'ordine di proceder negli atti a passo di carica senza lasciarsi smuovere da sollecitazioni o da preghiere di nessuna specie. Terribile fra tutti i creditori era il marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen piombato dalla Moravia a far valere le ragioni della consorte, che per la malferma salute non aveva potuto accingersi al viaggio. Il marchese Ernesto, al quale una cura dietetica aveva fatto perdere alquanto della sua corpulenza, s'era risolto a riprendere il servizio militare e veniva di guarnigione in Venezia per invigilar coi propri occhi la liquidazione dell'eredità del suocero. Nè voleva sentir a dire che l'eredità era bell'e liquidata non essendovi un centesimo per nessuno; egli protestava pestando la sciabola che a lui _Potz tausend!_ non la davano ad intendere, e che avrebbe saputo, occorrendo, tagliare il naso al cognato, a _Herr_ Bortolo e a tutti gli Italiani, _verfluchte Italiener!_ E al cognato e a _Herr_ Bortolo non risparmiava gli improperi e le minaccie dirette, tantochè l'uno e l'altro mettevano il loro studio a non farsi mai trovare in casa e più di una volta era toccato a Fortunata l'onore di ricevere le sue visite amabili.

In queste difficili contingenze l'ottimo _sior_ Bortolo pensò ch'era venuto il momento di levarsi d'impiccio. E perchè la sua ritirata non somigliasse a una fuga, egli ricorse al comodo espediente di cader malato. L'asma di cui egli soffriva da parecchi anni si aggravò d'improvviso, un medico premuroso dichiarò che gli era indispensabile un soggiorno di alcuni mesi in campagna, e il signor Bortolo Segugi, col cuore straziato, dovette prendere congedo dai suoi nobili padroni. Nell'epistola, modello di stile affettuoso e patetico, da lui diretta in quest'occasione al conte Leonardo, egli si permetteva anche di dar quei consigli che gli erano inspirati dalla molta esperienza e dal grande amore per la illustre famiglia. Condurre una vita regolata, ridur le spese ai minimi termini, vendere quello che era ancora vendibile, eccetera, eccetera. Se il Signore Iddio voleva ch'egli, _sior_ Bortolo, si ristabilisse in salute, e se non gli veniva meno la fiducia dell'illustrissimo conte Leonardo, sperava di ripigliare ancora in mano le redini dell'amministrazione; se poi doveva soccombere, egli si sarebbe presentato al suo Giudice con la coscienza netta e col convincimento di aver sempre servito fedelmente i suoi benefattori. In un poscritto alla bellissima lettera _sior_ Bortolo suggeriva di valersi dell'opera dell'avvocato Timoteo Sgriccioli, a cui egli aveva chiesto da ultimo qualche consulto legale e ch'era l'uomo fatto apposta per trovare il bandolo di una matassa arruffata.

--Buffone! Ladro! Brigante! Gesuita!--urlò il conte Leonardo quand'ebbe letta e decifrata la lettera.--S'è ingrassato col nostro sangue e adesso va a far la digestione in campagna.... Andasse almeno alla malora quel brutto figuro asmatico.... Se mi torna tra i piedi sta fresco.... Non son chi sono se non lo piglio a calci nel sedere.... E anche dei consigli mi dà quel furfante ch'è stato la prima causa di tutti i nostri guai.... Dei consigli, lui, al conte Leonardo Bollati!

Nonostante questa filippica, prima che passassero ventiquattr'ore, il conte Leonardo aveva già adottato uno dei suggerimenti del suo degnissimo agente e si era messo nelle mani dell'avvocato Sgriccioli, patrocinatore ordinario dei debitori morosi o falliti, a benefizio dei quali egli aveva anche conformato il suo studio pieno di bugigattoli, di nascondigli e di usci segreti. L'avvocato Sgriccioli mostrò di prender molto a cuore la faccenda, ma non potè tacere che s'era indugiato troppo a ricorrere a lui e che la condizione delle cose era grave, assai grave, gravissima. Infatti i suoi sforzi non valsero a ritardar la catastrofe; il tribunale (ed era ancora il meno peggio che potesse succedere) aprì il concorso sui beni mobili ed immobili del signor conte Leonardo Bollati P. V., e sino a liquidazione giudiziale finita assegnò all'ultimo rampollo di tanti uomini illustri poche lire al giorno pel suo mantenimento. Il palazzo, mandato all'asta per conto della massa creditrice, fu aggiudicato al maggior offerente, lord Herbert Seaweed, che era l'inquilino del primo piano. E il nobile lord concedette ai Bollati quindici giorni per lo sgombero dell'appartamento da essi occupato, lasciando però generosamente a loro disposizione tre camere a tetto, che se non eran proprio soffitte, di poco ne differivano.

La vanità del baronetto era lusingata dall'idea di dar ricovero a un patrizio che aveva avuto due dogi fra i suoi antenati. Leonardo dal canto suo accettò con lieto animo l'offerta, e perchè gli ripugnava di andar in cerca di un altro alloggio, e fors'anche perchè seguitando ad abitare nel suo palazzo, gli pareva d'esserne sempre lui il padrone. Aggiungasi che in tal maniera egli sperava di sbarazzarsi della moglie e della figliuola. Possibile che Fortunata non si risolvesse a tornare in famiglia e a portarsi seco quell'impiccio della bimba! Già il conte Luca e la contessa Zanze avevano dichiarato di esser pronti a ricever lei e la nipote.

Messa alle strette, Fortunata, cui non bastava l'animo di veder patire la sua piccina, mandò Margherita dai nonni (andando poi a mangiarsela di baci due o tre volte al giorno), e in quanto a sè, dichiarò che non voleva dividersi da suo marito e che avrebbe affrontato volentieri il freddo e la fame piuttosto che abbandonarlo alle prese con la miseria. Ma se c'era uomo inetto a capir questi sentimenti era Leonardo Bollati, il quale non vide in tutto ciò che uno sciocco puntiglio e pensò di far pagar cara alla moglie la matta ostinazione di stargli appiccicata ai fianchi. E se prima rimaneva fuori di casa mezza giornata, adesso ci rimaneva la giornata intiera, e faceva tutti i suoi pasti all'osteria, non rientrando che nel cuor della notte con gli occhi lustri, con la lingua grossa e con le gambe barcollanti. Allora si cacciava in letto e dormiva fino al tocco per ripigliar poi la solita vita. A Fortunata non dava un centesimo; quello che gli passava il tribunale non era neppur sufficiente per lui; andasse da suo padre, il consigliere d'appello, che s'era abbastanza riempiuto l'epa alla tavola dei parenti quand'eran ricchi da poter oggi restituire un desinare a una Bollati, che, per giunta, era sua figlia. Che s'ella non voleva andarci, s'ingegnasse come poteva.

Fortunata s'ingegnava vendendo o impegnando qualcheduno degli oggetti ch'erano avanzati dal gran naufragio e ch'erano stati buttati alla rinfusa in una delle tre stanze lasciate per carità dai nuovi agli antichi padroni. Del resto, per lo più, desinava effettivamente presso i genitori.

Ormai tutti le ripetevano che, poichè Leonardo non aveva cuore nè per lei, nè per la bambina, e ricevendo, checchè ne dicesse, un sussidio bastante per far vivere la famiglia, non voleva pensar che a' suoi vizi, ella poteva piantarlo senza rimorsi.

Ella però era irremovibile. Pur troppo con la sua presenza ella non impediva nulla, non riusciva a fargli lasciar nè un cattivo amico, nè una cattiva abitudine; ma chissà? mancando lei, sarebbe stato ancora peggio. Egli non avrebbe passato in casa nemmeno le poche ore che ci passava; non avrebbe preso, prima d'uscire, nemmeno una tazza di caffè. E chi avrebbe vigilato perchè la sua camera fosse in ordine, perchè i suoi vestiti fossero spolverati, e chi l'avrebbe assistito se una notte non si sentiva bene!

Inoltre, Fortunata sperava in un miracolo, sperava in un ritorno d'affetto conquistato a forza d'umiltà, di pazienza e di devozione. Perchè, pare impossibile, ell'amava sempre Leonardo. Qualche volta, verso l'alba, mentr'egli dormiva della grossa, ell'entrava pian pianino nella stanza di suo marito, e si accostava al letto e si chinava a deporre un bacio su quella fronte non solcata mai da un pensiero generoso, su quelle labbra umide e sozze da turpi contatti. Una mattina quel tiepido soffio lo scosse a mezzo; abbastanza desto da sentir che una donna gli era vicino, non abbastanza da distinguer qual fosse, egli la tirò a sè, le gettò le braccia al collo. Poi spalancando gli occhi, vide la moglie, palpitante, svergognata come un'adultera côlta in fallo.

--Tu!--egli disse con un'inflessione di voce ch'esprimeva lo stupore e il disgusto.--Io credevo.... Peccato!... Va via.

--Oh Leonardo!--ella cominciò supplichevole e con le lagrime che le gocciolavano giù per le gote.

Ma un resto di dignità le tolse di proseguire. Divenne scarlatta, e coprendosi il viso con le mani fuggì dalla stanza. Indi, abbigliatasi in furia e fatto uno fardello di alcuni oggetti che più le premevano, scese a precipizio la scala e volò a casa sua.

--Oh!--esclamò la contessa Zanze--Cosa c'è di nuovo? Cosa t'ha fatto quel brigante?

--Capisco che avevate ragione.... Se mi volete, vengo a star con voi... per ora almeno...

--Sicuro che ti vogliamo.... Sei la nostra creatura.... Ma si può sapere?...

--Non c'è nulla... nulla.... E Margherita? E il babbo?

--Stanno benissimo.... Dormono ancora.... Però vorrei sapere....

--Oh è inutile, mamma....

S'intese la voce della bimba che chiamava:--Nonna, nonna!

--Ecco, s'è svegliata--disse la contessa Zanze. E rivolgendosi alla figliuola le chiese: Vuoi andarci tu?

--Sì--rispose Fortunata. Ma pentitasi subito soggiunse:--È meglio che prima tu l'avverta che ci sono.... Andrò di qui a un momento.

Si fece portare una catinella d'acqua e vi immerse la faccia tre o quattro volte. Poi entrò nella camera di Margherita.

--Oh mamma, mamma--gridò la piccina battendo le mani.

--Tesoretto mio!--proruppe Fortunata piegandosi sopra di lei.--Starò sempre sempre con te.

Margherita le cinse il collo con le sue braccia nude e la coperse di baci che non volevano più finire.

--Ancora, ancora!--diceva la povera donna. Le pareva che quei baci scancellassero l'onta degli altri che, poco prima, ell'aveva ricevuti... per isbaglio.

XXI.

Il 1847 s'era chiuso come una splendida notte di luglio, in cui il cielo ancora sereno è solcato da spessissimi lampi; il 1848 s'apriva come una giornata nella quale i rossori inauspicati dell'alba fanno prevedere il temporale vicino. Le città italiane conservavano il loro aspetto festante, le popolazioni empivano le strade, i teatri, le chiese (chè il Papa liberale aveva messo di moda la religione) ed era dappertutto uno sfoggio di colori vivaci, di abbigliamenti bizzarri, un echeggiar di canzoni, una loquacità espansiva come di gente a cui prema rifarsi del lungo silenzio e richiamar insieme le memorie del passato e divisar l'avvenire. Ma sotto quella gaiezza tumultuosa covavano i fieri propositi, ma in quei colori, in quei vestiti, in quei canti, in quel fraternizzar delle classi era una sfida gettata in viso a un nemico comune. E il nemico comune, vissuto a lungo in una sicurtà sprezzante, pareva domandare a sè stesso se fosse possibile che i conigli si fossero mutati in leoni, e intanto affilava le armi e si preparava alla lotta. Già i moti fortunati di Palermo e di Napoli e le riforme civili di Roma imbaldanzivano gli animi e rafforzavano la speranza della guerra nazionale contro l'oppressore tedesco; già nelle terre lombardo-venete erano cominciate le prime avvisaglie, già il sangue era corso per le vie di Milano. Dalla laguna al Ticino un potere occulto che attingeva la sua autorità dal consentimento dei più, deludeva i cent'occhi della Polizia austriaca, e, senza codici e senza soldati, con una parola d'ordine gettata nella folla, con un foglietto misterioso fatto pervenire a domicilio, regolava le mosse dei cittadini. Quelli che non ubbidivano per entusiasmo patriottico ubbidivano per ispirito d'imitazione, per vaghezza di novità, per tema di essere mostrati a dito, per la curiosità di vedere come andasse a finire una condizione di cose sì strana ed insolita. Pochi osavano protestare ad alta voce; in maggior numero eran coloro che, divisi tra due paure, la paura del Governo legittimo e quella del Governo clandestino, procuravano di uscir di rado, di parlar poco, di trovarsi con meno gente che fosse possibile. A questo regime s'era condannato da sè il conte Luca Rialdi, suddito fedelissimo di S. M. Ferdinando I, ma innanzi tutto uomo sollecito della propria pelle. In ufficio era riuscito a schermirsi da ogni processo che avesse attinenza con la politica; al Caffè della Vittoria non si faceva più vedere; figuriamoci! tutti avevan sciolto lo scilinguagnolo, tutti volevan dire la loro opinione sugli affari del giorno, non c'era un cane che giuocasse a scacchi, e s'anche una partita si principiava era ben difficile tirare innanzi in mezzo a quel frastuono di voci; in piazza San Marco poi il conte Luca aveva giurato di non metter piede dopo un certo tiro del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen.

Un giorno, che è che non è, mentre il nostro consigliere d'appello percorreva a passo spedito le Procuratie vecchie, il signor marchese, in piena tenuta di capitano degli ussari (che ci ha da fare un capitano di cavalleria a Venezia?) il signor marchese, insomma, staccandosi da un gruppo d'ufficiali, gli si avvicinò con la mano tesa e gli disse col suo italiano che s'imbarbariva sempre peggio:

--O signor conte, pen contento di vederla, o _ja.... Ich gratulire mich_, mi congratulo sua nomina a _Regierungsrath?.... Geheimerath?.... ach nein.... Appellationsrath. Ja, ja_, consigliere d'appello.

Quindi gli si mise a fianco e cominciò a discorrergli degli affari Bollati.... _eine traurige Geschichte...._ sì, una triste storia.... quel Leonardo meritar pastonate, prigione.... anche conte Zaccaria puon anima, consumare un patrimonio di quella sorte! Adesso I. R. Tripunale afer in mano la faccenda.... _man wird sehen; ja...._ si vedrà.... pur troppo, poco, anzi _nichts_, niente da sperare.... _Und wie gehet's.... ja_, come sta la contessa Zanze? E la contessa Fortunata?... _Unglückliche junge Dame!..._ Ah prutto mondo!... Anche sua _Frau_, marchesa Maddalena, afer immensamente sofferto.... tante disgrazie di seguito!... _Arme Frau!_

Il conte Luca non sapeva in che mondo si fosse. Quel marchese così borioso, il quale, specialmente dopo il duello con Gasparo, l'aveva a morte coi Rialdi, quel marchese aveva adesso la bell'idea di girar con lui per la piazza San Marco, il ritrovo dei curiosi e dei fannulloni? E non si poteva mica piantarlo in asso da un momento all'altro!