Dal primo piano alla soffitta

Chapter 10

Chapter 103,627 wordsPublic domain

Gasparo s'era frenato fino allora. Seduto dinanzi a un tavolino all'angolo opposto della stanza, egli avea fatto il possibile per non sentire, per immergersi nella lettura di uno stupido giornale di _Mode e Varietà_. Ma il sangue gli saliva alla testa; e all'ultime parole del marchese egli non ne potè più, e senza ben sapere quel che volesse fare o dire, si alzò di scatto dalla seggiola, e respingendo l'amico che s'era provato a trattenerlo, si diresse verso il crocchio ove l'altro dottoreggiava. Era infiammato in viso, i suoi occhi lampeggiavano.

Quei patrizi rimminchioniti non eran leoni e subodorando una scena si tirarono in disparte. Il marchese Ernesto però, antico capitano degli usseri, non poteva battere in ritirata, e levatosi da sedere quanto più presto glielo permise la sua corpulenza, s'appoggiò coi pugni alla tavola, e disse:--_Was wünscht der Herr Offizier? Ja..._ Che desidera?

--Io?... nulla--rispose Gasparo sforzandosi d'esser calmo.--Anzi mi dispiace di aver disturbato la bella conversazione.... Volevo dire solamente....

--Ah, foleva dire qualcosa? _Bitte_... Prego... Parli....

--Volevo dire che bisogna mancar d'ogni gentilezza d'animo per scagliarsi contro della gente che può esser stata illusa, che può aver sbagliato, ma che in ogni modo sacrificò la vita per un'idea....

--_Bitte... Prego... Der Herr..._ Il signore difende i Pandiera?... _Ach sehr gut..._ Penissimo.... Un imperiale e reale ufficiale....

--Io non entro nella questione, io non giudico il tentativo dei fratelli Bandiera e dei loro seguaci, ma ripeto, e l'esser ufficiale della marina austriaca non me ne toglie il diritto, che l'insultare alle tombe è viltà.

Il marchese era divenuto anche lui rosso come una ciliegia, e ansava più del solito.

--Viltà?... _Ach ja, Feigheit.... Und mir sagen Sie das?..._ Dice a me questo?

--A lei, a lei.... O a chi dunque?

--Ah capisco.... Il signore vuole... come si dice?... _mich herausfordern... ach ja..._ provocare... provocar me, marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen? Capisco assai pene.... I Pandiera sono un pretesto. Il signore vuol provocare perchè sono contrario a speculazioni matrimoniali di sua famiglia....

--Lei mente, lei è un codardo--urlò Gasparo Rialdi fattosi livido all'atroce ingiuria.

E la sua mano alzatasi con piglio minaccioso sarebbe certo caduta sulla nobile guancia del marchese Ernesto di Geisenburg-Rudingen von Rudingen se i presenti non si fossero interposti a tempo.

Però quello scandalo pubblico tra due militari non poteva finire così, e il giorno appresso il marchese Geisenburg-Rudingen von Rudingen e il conte Gasparo Rialdi si trovarono l'uno di fronte all'altro su una striscia di terra non coltivata a poca distanza da Fusina. Il marchese era stato in gioventù uno spadaccino di prima forza, e conosceva ancora alla perfezione le finezze dell'arte, ma il Rialdi era più svelto, più risoluto, più audace e con un colpo bene assestato ferì l'avversario alla spalla destra e gli fece cader l'arma di mano.

Il curioso si è che questo duello, il quale ragionevolmente avrebbe dovuto spazzar via l'ultime speranze di Fortunata, produsse un effetto tutto contrario alle previsioni.

E in primo luogo diciamo che la disgrazia del marchese non afflisse nessuno in famiglia Bollati. La prosopopea di quel feudatario era stata sempre intollerabile, ma adesso era più uggiosa che mai, dacchè s'era scoperto che, dietro a tanto fumo c'era pochissimo arrosto, e che i famosi castelli moravi erano stati ipotecati per pagare i debiti di giuoco del signor marchese, il quale poi gli altri debiti non li pagava affatto. Siccome però i creditori non avevano l'opinione del signor marchese che un gentiluomo non dovesse curarsi che degl'impegni contratti dinanzi a un tavolino di _roulette_ o di faraone, così le citazioni fioccavano, e raggiungevano l'illustre viaggiatore anche di qua dalle Alpi. I suoi due camerieri, quando avevano ben mangiato e bevuto in cucina, deponevano per poco l'usata albagìa, e ne raccontavano di belline. Essi medesimi, a sentirli, non ricevevano il salario da più mesi, e si adattavano a restare ancora per qualche tempo presso le loro Eccellenze unicamente nella speranza che il conte Zaccaria venisse in aiuto del genero e della figliuola. Già, essi soggiungevano mezzo in tedesco e mezzo in italiano, il vero scopo della gita in Italia della nobile _Herrschaft_ era stato quello di procurarsi danaro. La servitù dei Bollati, che cominciava ad accorgersi degli impicci finanziari della famiglia, non rispondeva nulla, ma dubitava grandemente che la nobile _Herrschaft_ fosse costretta a tornarsene indietro con le mani vuote, nel qual caso addio mancie! Infatti il _lustrissimo_ Zaccaria, per levarsi la seccatura, mandò il marchese dall'agente generale, _sior_ Bortolo, e questi protestò di non poter dare un centesimo. Ormai l'ingegnoso amministratore era a corto d'espedienti, e non ci teneva punto a ingraziarsi i Geisenburg, che, invece di secondarlo, avevano attraversato alcuni suoi disegni. Il marchese Ernesto e la marchesa Maddalena intronarono allora di querimonie gli orecchi dei congiunti dicendo ch'era una vergogna il lasciarsi dettar la legge da un bifolco, e che quel _sior_ Bortolo era un ladro, e ch'era tempo di vederci chiaro, e altre cose simili, tutte fatte apposta per seccare i Bollati, i quali a vederci chiaro non ci pensavano nemmeno e parevano disposti ad andar placidamente in rovina piuttosto che aver sopraccapi. Onde la contessa Chiaretta, discorrendo de' suoi parenti, ebbe a confessare che preferiva mille volte la Fortunata Rialdi alla marchesa figlia, e che perfino Gasparo, quantunque carbonaro, le era meno uggioso del proprio genero. Il _lustrissimo_ Zaccaria aveva su per giù la medesima opinione, e quando vennero a dirgli che il marchese era stato ferito--Auff--borbottò fra i denti--se la ferita lo guarisse dalla petulanza!

E neppure il contino Leonardo avrebbe creduto opportuno, in massima, d'intenerirsi pel cognato; chè anzi quel manichino impastato di arroganza gli era insoffribile, ed egli non sapeva perdonargli l'etichetta fastidiosa che la presenza di lui introduceva in palazzo, onde conveniva mutar vestito a ora di pranzo, e star composti a tavola, e non dir parolaccie. Se la stoccata fosse venuta al marchese da un'altra parte qualsiasi, il nostro giovinotto sarebbe stato capacissimo di mettere un gran respiro di soddisfazione. Ma il duello del Geisenburg col Rialdi lo turbò tutto per ragioni sue personali. Senza dubbio quel terribile Gasparo meditava un grande eccidio, e dopo aver provato la punta della sua spada sulla pelle del marchese Ernesto, si disponeva a cacciarla a mezza lama nella pancia di qualchedun altro. Anime sante del Purgatorio! come diceva don Luigi.

Al contino veniva la pelle d'oca al pensarci, e la notte successiva al duello fu per lui una notte d'inferno. Si voltava e rivoltava fra le lenzuola ansando, smaniando, balzando a sedere a ogni più lieve romore. Peggio poi se pigliava sonno un momento. L'assalivano subito tetre visioni, gli pareva d'essere infilzato come un capo di selvaggina, e si svegliava in sussulto sbarrando gli occhi e palpandosi di qua e di là per esser ben sicuro che il ferro traditore non gli fosse penetrato nelle viscere. Allora, un po' più calmo, cercava di persuadersi che Gasparo Rialdi non l'avrebbe mica aggredito per la strada come un volgare assassino, e che in quanto al battersi bisognava essere in due per volerlo, ed egli, Leonardo Bollati, non sarebbe stato mai uno di quei due. Egregiamente; ma queste ottime ragioni non avevano efficacia durevole. Alle corte, il bravo giovinotto prese una risoluzione eroica e la comunicò ai genitori.

--Ci ho pensato su, e mi son convinto che non posso far di meno di sposar Fortunata. Ho degli obblighi.

Il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima Chiaretta rimasero di sasso, perchè fino allora il contino non s'era mostrato così soggetto agli scrupoli.

--Ta, ta, ta, ta--disse Sua Eccellenza il conte Zaccaria--meno furia, ci siamo anche noi.... E com'è che fino a pochi giorni fa il signorino protestava di non volersi ammogliare nè adesso, nè mai, nè con la cugina, nè con la figlia dell'imperatore del Mogol, se, puta caso, ella fosse venuta da queste parti?

--Io volevo liberarmi dalle seccature di _sior_ Bortolo che s'impuntava a darmi la sua Vinati.

--Di quella non si parla--interruppe la contessa Chiaretta--non è neanche nobile.

Il conte sospirò pensando che la Vinati avrebbe portato in casa cinquecentomila lire sonanti. Pazienza. C'era di mezzo il decoro della famiglia, e conveniva rinunziarci.

--Ma io non voglio saperne nemmeno delle tedesche di mio cognato--seguitò Leonardo.

--Oh quelle lì--disse il conte--sono _in mente Dei_. Il marchese mio genero non fa che citarle a memoria dall'almanacco di Gotha.... Del resto--soggiunse il nobiluomo con maggiore solennità--è fuor di dubbio che l'unico rampollo maschio d'una famiglia come la nostra deve pigliar moglie per assicurare la discendenza.

--Ebbene, io sposo mia cugina, e la discendenza è già assicurata.

--Adagio, Biagio--ripigliò il conte Zaccaria.--Il matrimonio d'un Bollati non è faccenda da risolversi su due piedi, e cinquant'anni addietro avrebbe voluto entrarci il Serenissimo....

--E le prime famiglie del patriziato sarebbero venute a offrirci le figliuole--esclamò la signora Chiaretta.

--Sfido io.... Con tanti dogi e procuratori e ammiragli che abbiamo fra i nostri vecchi... le prime famiglie e le più ricche...--soggiunse il conte moderando un poco l'intonazione pomposa del discorso.

--Sarebbero venute anche adesso--disse la moglie--senza questi scandali, senza questa condotta indecente.--Indi rivolgendosi a Leonardo--Vergogna! Sei la rovina dei Bollati.

Naturalmente da questo colloquio non si concluse nulla. _Sior_ Bortolo, chiamato di nuovo a consulto dai nobili padroni, tenne un linguaggio insolito. Egli non voleva più impicciarsene, perchè s'era accorto che le sue intenzioni erano fraintese e il suo zelo mal ricompensato. A proporre, giorni addietro, un partito di cinquecentomila lire pel contino Leonardo, s'era tirato addosso una tempesta, e il marchese e la marchesa Geisenburg gli avevan dette di quelle ingiurie che feriscono al vivo un galantuomo. Facessero dunque il piacer loro. Già, esclusa la Vinati, egli non vedeva nessun altro buon matrimonio possibile. Egli se ne lavava le mani.... Ricordava soltanto alle Loro Eccellenze che il signor Vinati era deciso a non rinnovare il mutuo.

--Mi pare,--disse il conte Zaccaria, quando l'agente generale s'accommiatò,--mi pare che _sior_ Bortolo _alzi la cresta_.

--Pare anche a me,--rispose la contessa Chiaretta.

Il fatto si è che _sior_ Bortolo aveva ormai messo da parte un bel gruzzolo di quattrini e si curava assai meno del favore delle Loro Eccellenze.

Ammutolitosi l'agente, screditati i Geisenburg per la loro tracotanza e i loro dissesti ormai palesi a mezzo mondo, il conte e la contessa Bollati rimanevano esposti agli assalti della cugina Zanze, del nobiluomo Canziani, di monsignor Lipari e di tutti i favoreggiatori dell'unione di Leonardo e di Fortunata. Dal canto suo Leonardo, ogni volta che vedeva da lontano Gasparo Rialdi con la sua aria marziale e la sua spada al fianco, sentiva la tremarella alle gambe, e tornava a palazzo strepitando che bisognava riparare ai proprii torti senza perder altro tempo. Batti oggi e batti domani, le ultime resistenze del conte e della contessa furono vinte, e con immenso sdegno dei Geisenburg-Rudingen von Rudingen, i quali partirono da Venezia lasciandovi un lungo strascico di debiti e dichiarando di non volervi più rimetter piede, le prossime nozze del contino Leonardo Bollati P. V. con la contessina Fortunata Rialdi furono annunziate ai parenti e agli amici.

Però il matrimonio si celebrò quasi clandestinamente, tra gli epigrammi dei maligni e le mormorazioni di quelli che erano avvezzi alle pompe di casa Bollati. Nè regali, nè fiori, nè componimenti in verso o in prosa. Il nobile Canziani dovette ringhiottire un epitalamio, e don Luigi fu costretto a rinunziare alla stampa d'un altro capitolo della sua opera colossale destinata a polverizzare la gloria di Alessandro Manzoni.

L'unica persona a cui nel giorno solenne brillasse in viso una schietta felicità era Fortunata. Il voto del suo cuore era pago, il suo onore era salvo, la creaturina che stava per nascere da lei non sarebbe entrata nella vita senza padre e senza nome; che poteva ella desiderare di più? Contro le nuove prove che l'aspettavano le pareva di esser forte abbastanza, forte di rassegnazione, di tenerezza, di fede in Dio, in quel Dio ch'ella oggi ringraziava dal fondo dell'anima pel bene che le aveva concesso.

Fatto si è che tutti gli altri, qual più, qual meno, avevano la faccia scura.

Leonardo, quantunque deciso a continuar la vita da scapolo anche dopo ammogliato, s'arrabbiava già con se medesimo d'aver così docilmente piegato il collo al giogo coniugale; il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta vedevano in quel matrimonio un sintomo dell'umiliazione del loro casato, e la contessa Zanze Rialdi aveva amareggiata la gioia del trionfo dalla meschinità della festa e più ancora dai molti indizi della decadenza economica dei Bollati. Aver aspirato con tanto ardore a far entrare la figliuola in quell'illustre famiglia e riuscirvi solamente quando l'illustre famiglia minacciava d'andar in rovina, era proprio un'ironia della sorte! La contessa Zanze si sfogava col marito e gli diceva all'orecchio durante la cerimonia:--Se foste un altro uomo, non avreste permesso che la cosa si facesse in questa maniera.... Pare che ci facciano una grazia.... E poi Dio voglia che non siamo alla vigilia del _patatrac_.... Se almeno foste nell'amministrazione!--Tacete,--rimbeccava il consorte.--Voi parlereste anche sott'acqua. Non siete mai contenta, voi.

Gasparo Rialdi non assisteva a quelle nozze ch'egli, sebben riluttante, poteva dire d'aver imposto con la punta della sua spada. Sventata, mercè la benevola interposizione di qualche ufficiale superiore suo amico, la tempesta che si addensava sul suo capo dopo la scena nel Casino e il duello col Geisenburg, egli era partito da più giorni per la nuova destinazione di Pola, datagli dal Comando della marina. In apparenza lo si mandava a dirigere alcuni lavori a quell'arsenale, in fatto si voleva tenerlo lontano dalla squadra del Levante ove serpeggiavano umori rivoluzionari.

XVI.

Come _sior_ Bortolo aveva predetto, il matrimonio del contino Leonardo rese intrattabile il signor Vinati, il quale vedeva frustrate le sue speranze di dare un titolo alla figliuola. La moglie di lui, che aveva tutte le bizze e tutti i rancori d'una femminetta arricchita, soffiava nel fuoco e minacciava il marito della sua collera s'egli non esigeva da quelle _Zelenze_ (e qui la signora Vinati aggiungeva un epiteto energico) il puntuale rimborso del mutuo che scadeva appunto alla fine dell'anno.--Non un giorno, non un'ora, non un minuto--strillava la megera, implacabile come il destino. E anche altri creditori che fino allora non avevano badato a qualche ritardo nel pagamento degl'interessi, e non avevano mai detto di no alle domande di rinnovazione, si facevano meticolosi ad un tratto e dichiaravano senza cerimonie di non voler servire più da zimbello a nessuno. _Sior_ Bortolo non sapeva a che santi votarsi. Invero, egli s'era già preparato la sua brava ritirata; aveva un bel poderetto in Friuli e una casa piena di grazia di Dio in Venezia, ma finchè c'era qualche osso da rosicchiare nell'azienda, non gli bastava l'animo di abbandonare le Loro Eccellenze. Povera gente! Sarebbero stati impicciati come pulcini nella stoppa.

Ormai la fama con le sue cento bocche spargeva dappertutto la notizia della prossima rovina dei Bollati, e sul palazzo pesava la tristezza che pesa sulle cose decrepite. Come suole accadere, i cosidetti amici di famiglia s'erano dispersi; non c'era ragione, dicevano, di andar a disturbar della gente che aveva tanti sopraccapi. Tutt'al più veniva ogni giovedì e ogni sabato il nobile Canziani, visitatore poco desiderabile, sia perchè pativa frequenti accessi di tosse, sia perchè i suoi reumatismi gli rendevano difficile di mettersi a sedere quand'era in piedi e di alzarsi quand'era seduto. I Rialdi, nella loro qualità di genitori della sposa, bazzicavano in casa ancora più spesso del solito, e pranzavano alla tavola dei parenti tre volte per settimana, ma stavan sempre con tanto di muso, non potendo perdonare ai Bollati i loro dissesti economici. Ed era di umor tetro anche don Luigi, il quale si vedeva mancar lo stipendio da parecchi mesi, e presentiva di dover presto abbandonare la sua sinecura, senza che gli fosse riuscito almeno di stampare il libro da cui egli si riprometteva l'immortalità.

Ah come sarebbero rimaste male le _lustrissime_ Adriana e Marina, padrone e protettrici del defunto Nicola se, uscendo dal sepolcro per un momento, fossero penetrate nel salottino ch'esse avevano empito del loro sorriso, del loro cinguettìo festevole, della loro grazia elegante! Come avrebbero stentato a credere che fossero due Bollati quelle due donne dalla faccia scialba e dall'aria abbattuta che sedevano una di fronte all'altra davanti a un tavolino rischiarato da una lucerna a olio di cui un cappello verde raccoglieva entro un breve cerchio i tremuli raggi, mentre il resto della stanza era immerso nelle tenebre e la vecchia lumiera di Murano, riscintillante un tempo per cinquanta fiammelle, pendeva dal soffitto polverosa e dimenticata! Suocera e nuora talvolta giocavano a _conzina_, talvolta stavano a guardarsi senz'aprir bocca. Un'ombra scura si moveva nel fondo; era don Luigi che, sprofondato in una poltrona, ora stirava le braccia, ora accavallava le gambe; poco più in là Romeo, il soriano amatissimo dalla contessa, sonnecchiava e faceva le fusa, rivolto a spira sopra uno sgabello imbottito. Ogni tanto S. E. Chiaretta tralasciava a mezzo la partita o rompeva il silenzio per infilar le sue solite querimonie, fedele al suo antico sistema di presagire i maggiori guai senza esser capace di muovere un dito per istornarli da sè. Don Luigi rincarava la dose delle lamentazioni, Fortunata ascoltava pazientemente e taceva. Di tratto in tratto ella guardava verso l'uscio come chi attende qualcuno. Ma la persona da lei attesa non capitava. Capitava invece, prima di recarsi al Casino dei nobili, o al teatro, o al caffè Suttil, il _lustrissimo_ Zaccaria, il quale, dacchè le sue faccende volgevano alla peggio, era diventato più loquace che mai, e discorreva de' suoi colossali progetti agricoli, delle sue sognate rivendicazioni di feudi, d'una miniera aurifera ch'egli credeva d'aver scoperto in uno dei suoi poderi del Friuli e d'altre signorie fantastiche e cervellotiche.

Era forse in vista di queste ricchezze future che il conte Zaccaria, nonostante i suoi rigidi principii sull'integrità del patrimonio, aveva permesso che si cominciassero a vendere stabili e campagne. Rimedio che veniva troppo tardi per acconciare le cose. I prodotti dei fondi andavano nelle fauci dei creditori ipotecari, e quando si voleva procurarsi quattrini per disporne a proprio talento era necessario ricorrere allo spaccio furtivo (furtivo così per dire) di qualche oggetto d'arte o d'antichità; oggi un quadro, domani una statuina di bronzo, o un cammeo, o una collezione di porcellane, o un fornimento di pizzi. La servitù, che stentava a riscuotere il salario, approfittava della confusione e sottraeva ingegnosamente qualche coserella anche lei. Già le loro Eccellenze, sollecite del proprio decoro, non avevano stimato opportuno di licenziare i gondolieri, nè le cameriere, nè il cuoco, e queste ottime persone avevano dichiarato di restarsene al loro posto per solo amor dei padroni, aspettando tempi migliori. Anzi il cuoco spingeva l'abnegazione fino a prestar l'opera sua al contino Leonardo per agevolargli le sue particolari combinazioni finanziarie. Non gli dava più danaro direttamente, ma lo aiutava a trovarne ingarbugliando degli usurai acciecati dall'avidità del guadagno. Conchiuso l'affare, il signor Oreste si prelevava la sua provvigione a fronte, diceva lui, degl'interessi che gli spettavano per le sue sovvenzioni passate. Altro che interessi! Se si fosse fatto il conto, si sarebbe visto che il signor Oreste s'era da un pezzo rimborsato anche del capitale, ma in famiglia Bollati non si facevano conti.

Subito dopo il matrimonio, il nostro contino aveva ripreso la sua vita d'un tempo, e della moglie non si curava neppure. Che s'ella si permetteva qualche timida rimostranza, egli prorompeva in bestemmie e in contumelie e urlava che non lo seccassero, per Dio! Egli s'era sposato per compassione, per misericordia, ma non intendeva di essersi messo un laccio al collo, o voleva divertirsi, e star con gli amici e spassarsela con femmine belle ed allegre; che già di lei, di Fortunata cioè, se ne persuadesse pure, egli era stucco e ristucco.

Che pena devess'essere per Fortunata il subire un trattamento simile, s'intende facilmente. Buon per lei che s'ella non aveva nessuna delle qualità vigorose che servono a domare le avversità, possedeva però tutte le virtù passive che aiutano a tollerarle. Alla brutalità del marito, all'alterigia dei suoceri, i quali, pur non vedendola di mal occhio, la consideravano poco più d'una cameriera, ella contrapponeva una calma, una mansuetudine infinita. Le acerbe parole, gli sfregi celati o palesi non potevano scancellare dal suo cuore la riconoscenza per Leonardo che l'aveva sposata, per il conte Zaccaria e la contessa Chiaretta che l'avevano accolta nella loro casa. Ed ella sperava di conquistarsi meglio il suo posto quando le fosse nato il suo bambino, quel bambino nel cui pensiero ella riposava la mente nell'ore più sconfortate e più tristi. In quanto alla catastrofe finanziaria verso la quale si correva a passo accelerato, ella non se ne angustiava troppo. Cresciuta nella persuasione dell'immensa ricchezza dei Bollati, ella non concepiva neanche la possibilità ch'essi avessero a cadere in miseria; sarebbero diventati meno ricchi; la gran disgrazia davvero! Che bisogno aveva ella di vestiti sfoggiati, di teatri, di gondole, di cavalli, di cocchi? D'un po' d'amore ella aveva bisogno, ecco tutto, e quest'amore la sua creatura almeno non glielo avrebbe negato.

Nei vecchi tempi, la nascita d'un erede in famiglia Bollati era un fatto di grande importanza. I primi ostetrici della dominante prestavano le loro cure alla puerpera, e i parenti e gli amici accorrevano in palazzo ad attendere con trepida ansietà lo scioglimento favorevole della crisi. Ma la povera Fortunata non ebbe il piacere di mettere in iscompiglio la cittadinanza. La notte in cui ella fu colta dalle doglie il conte Leonardo gozzovigliava in un'osteria con altri scapestrati suoi pari. Avvertito delle condizioni in cui si trovava la contessa moglie--Io non posso far nulla--egli disse giudiziosamente.--Bisogna chiamare la levatrice.

E poichè lo assicurarono che quest'utile provvedimento era già stato preso, egli soggiunse:--Quand'è così, lasciatemi in pace.

E seguitò a mangiare e a bevere fino alla mattina. Allora, tornando a casa mezzo brillo, egli ricevette la lieta notizia che sua moglie, dopo sofferenze non lunghe ma acute, aveva dato alla luce una bimba.

--Neanche buona di darmi un maschio--egli brontolò con mala grazia.