Dal Molino Di Cerbaia A Cala Martina Notizie Inedite Sulla Vita
Chapter 7
Era il drappello disceso al mare dalla parte di Punta Martina, e percorrendo la spiaggia in curva, andò a fermarsi a riparo di Punta Sentinella. Per quanto si poteva scorgere non vi erano barche alla vista. Allora fu il primo pensiero di Olivo Pina il mandare a speculare da luogo ove si scoprisse più largo orizzonte, e intanto provvedere alla sicurezza della brigata. Ordinò all'Ornani di percorrere il lido dalla parte di Punta Martina, e giungere allo scavalco da dove si scorge vasto tratto di mare verso Castiglione, ma di camminare sempre per la macchia facendo in modo di non essere veduto dai cannonieri di Punta Martina.--Appostò il Carmagnini nel bosco presso la Via delle Costiere, colla ingiunzione che se passasse il cavalleggere e non vedesse quanto si andava facendo alla Cala, lo lasciasse andare oltre, ma se succedesse altrimenti, facesse fuoco su lui.--E il Carmagnini si appostò tranquillo al suo posto, pronto ad eseguire l'ordine ricevuto.--L'Ornani poi percorse sempre per il bosco il tragitto indicato, ma arrivato allo scavalco di Punta Martina speculò l'uno e l'altro braccio di mare senza vedere la barca, e tornò a darne avviso ad Olivo Pina, da cui ricevè l'ordine di andare per la parte opposta onde vedere se l'Azzarrini fosse per venire di là. Pietro Gaggioli, che stanco dalle fatiche sostenute in quei giorni si era disteso accanto al Carmagnini senza scendere alla Cala, seguì l'Ornani nella corsa verso Follonica. In questo tempo il Generale stava estatico a riguardare il mare. Appena arrivato a Cala Martina aveva voluto bagnarsi i piedi nell'onda prediletta, e si era dato a slacciarsi la calzatura. Corse Olivo Pina ad aiutarlo, ma esso rifiutava, e cedè solamente all'insistenza sua, accettandone l'aiuto, e si lavò i piedi nell'acqua marina, contento, come diceva, di poter fare ciò dopo tanto tempo. Di poi insieme a Leggero, Fontani e Pina si trattenne sulla spiaggia ad aspettare.
Comparve poco dopo la barca, che veniva dalla parte di Follonica, senza essere stata veduta dall'Ornani e da Giccamo perchè aveva bordeggiato lungo la costiera in sembianza di barca peschereccia. Ed era infatti una semplice barca peschereccia, guidata da soli quattro uomini, cioè il padrone Azzarrini e tre marinai, e avendo camminato quasi rasente alla spiaggia, non poteva averla scorta l'Ornani che guardava ad una certa distanza, impedito a vedere vicino dal lido tagliato a picco, e coperto di folto bosco.
Appena la barca fu in vista, vennero dalla Cala fatti segnali collo sventolare di un fazzoletto, e la barca, veduti i segnali, si accostò subito alla spiaggia.--Era il momento solenne.--Il Carmagnini aveva abbandonato il suo posto di guardia, dal momento che la barca si era accostata.--Garibaldi in tutta la sua fierezza guardava al mare.--Pareva un leone imprigionato a cui fosse stata aperta la gabbia ferrata.--Si rivolse commosso ai tre Scarlinesi che lo stavano ammirando, e disse loro: «_Non vi è nulla che possa ricompensare ciò che ho ricevuto da voi, ma spero di ritrovarvi a tempi migliori._»--Rispose Olivo Pina, commosso egli pure, e a nome di tutti: «_Un pizzo della vostra pezzuola basta a ciascuno di noi--lo lasceremo come ricordo ai nostri figliuoli;--avevamo per unico scopo salvarvi e conservarvi all'Italia, e volentieri veniamo con voi fino a Genova, se lo volete._»--Assentirono gli altri due, e il Carmagnini insisteva sulla proposta di accompagnarlo, ma il Generale riprese: «_No, nel mare non temo alcuno: ci rivedremo._»--Potenza singolare di quell'uomo che, se lo avesse voluto, avrebbe fatto quattro marinari di quei giovani incontrati poche ore fa, e che non avevano mai veduto il mare se non dalla costa.
Prima di partire volle dare un suo ricordo a ciascuno; a Olivo Pina un fischio d'argento colle due lettere incise CL (forse Cogliuoli Luigi); al Carmagnini un piccolo stile che si levò dal di dietro della cintura; al Fontani un piccolo portafogli da appunti, e da questo staccò un foglio ove fece la sua firma col lapis, e la consegnò ad Olivo Pina perchè lo dasse a suo nome all'Ornani tuttora assente. Poi li abbracciò, li baciò, li incaricò dei suoi saluti a Girolamo Martini, Cammillo Serafini e Angiolo Guelfi, e montò nella barca. Lo stesso fece il capitano Leggero salutando ed abbracciando gli amici, e la barca si mosse.--Allora il Generale, quando era ancora pochi metri lontano dalla spiaggia, mandò agli Scarlinesi, come ultimo saluto, il grido maschio e vibrato: «_Viva l'Italia!_»--Era sfida alla tirannide che lasciava padrona del campo--vaticinio di destini migliori--saluto ai patriotti che nel nome della patria derelitta avevano spregiati i pericoli per dare a lui salvamento.--Erano le ore 10 antimeridiane del 2 Settembre 1849.--
In questo tempo l'Ornani tornava dalla sua escursione senza aver veduta la barca; aveva percorsi tre chilometri insieme al Gaggioli attraverso alla macchia foltissima della scogliera, e arrivati alla fonte detta di _San Supero_, trafelati dalla stanchezza, e dal sole cocente, si erano dissetati, poi il Gaggioli, rifinito dalla fatica, sentì di non potere rifare il cammino, e incaricato l'Ornani dei suoi saluti al Generale e al compagno, aveva ripresa la via di Follonica. Si affacciò l'Ornani al lido di Cala Martina, e vide la barca che già si allontanava, e il Generale in piedi che guardava la riva. Salutò dall'alto vivamente col fazzoletto, e gli fu corrisposto il saluto da Garibaldi e da Leggero, che continuarono così fino a quando non furono perduti di vista. Allora l'Ornani entusiasta del buon esito dell'impresa, voleva che in segno di gioia si scaricassero tutte le armi, ma si oppose il Pina più calmo, per non destare attenzione sul fatto che si era compiuto.
Ed anche questo voglio dire quantunque fosse pazzia, ma di quelle che muovono da impeti magnanimi, e tale da mostrare a quali uomini era affidato Garibaldi. Passarono i quattro Scarlinesi, per tornare alle case loro, dalla Torre di Partiglioni, e visto lì presso l'innocente cannone, utensile obbligato delle torri di costa, volevano in segno di festa a ludibrio dei cannonieri e del loro governo, gettarlo in mare.--E l'avrebbero fatto, chè quei quattro valevano per quaranta picchiotti (e Olivo Pina, certo ormai che il Generale era in salvo, si univa agli altri nell'esultanza del fatto), se per fortuna non fossero stati ivi incontrati e dissuasi da Giccamo, che tornava da riprendere il suo barroccino a Meleta, per andare a Follonica.
Due giorni dopo, il 4 settembre, era la fiera al _Palazzo_ presso Travale, e Olivo Pina vi andò per accordi presi col Guelfi, a riportare a voce le diverse particolarità dell'imbarco. Vi erano Cammillo Serafini ed Angiolo Guelfi, reduce quest'ultimo la sera avanti da Pisa, ove era andato a mettersi in mostra per deviare gli occhi della polizia dal teatro vero del fatto. Raccontò Olivo Pina i più minuti particolari, portò i saluti di Garibaldi e di Leggero lasciati da essi nell'atto stesso della partenza, e tuttociò riempì di giubbilo l'animo dei due patriotti, a segno che Cammillo Serafini chiamò Olivo Pina fratello di fortuna, e tale lo ha sempre chiamato di poi, volendo alludere alla fortuna da essi avuta di potere salvare la vita del Grande Capitano.
La traversata sulla barca dell'Azzarrini fu felice, e senza casi notevoli. Partiti dalla spiaggia toscana si diressero alla Punta al Cavo, ove l'Azzarrini sbarcò il padre ed un altro marinaio di Capoliveri, e così si mise in ordine col numero degli uomini descritti nella patente, poi tanto pregò il tenente-castellano di Rio Marina, che questi gli firmò abusivamente la patente per l'estero, quantunque volesse la legge vigente che per fare ciò si fosse munito del visto delle Autorità di Portoferraio. Tornò a costeggiare la spiaggia tirrena, e il giorno di poi sbarcò felicemente a Porto Venere il Grande Italiano. L'Azzarrini stesso, richiesto da Giovanni Gaggioli figlio del tanto benemerito Giccamo, scrive da sè stesso la storia della traversata colla lettera seguente:
«Di buon mattino imbarcai l'eroico generale Garibaldi e il capitano Leggero, e mi diressi all'isola dell'Elba. A Capo Castello sbarcai mio padre, e un marinaro di Capoliveri perchè vi fosse sempre il numero. Il Deputato di Sanità mi firmò abusivamente la patente, e la sera feci vela per il Golfo della Spezia. All'indomani a mezzogiorno si era giunti in vista di Livorno, ove si vedevano passeggiare le sentinelle tedesche, e il giorno dopo giunsi felicemente a Porto Venere. Colà sbarcai l'eroico Garibaldi con Leggero. Garibaldi mi diede per ricompensa un piccolo scritto di sua propria mano, che conservo come la pupilla dei miei occhi; esso era così concepito:
«_Il padrone Paolo Azzarrini che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana dominata dai Tedeschi, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente, e senza interesse._
«G. GARIBALDI.»
Era meritato questo attestato di benemerenza, poichè Paolo Azzarrini ebbe troncati i suoi interessi per la parte presa nel salvamento di Garibaldi. Impossibilitato a ritornare nell'Elba, ove lo avrebbero aspettato persecuzioni poliziesche, per avere sottratto l'Esule illustre alla caccia spietata, dovè condannarsi all'esilio per i 10 anni nei quali perdurò la dominazione lorenese, e solamente in contrabbando si avvicinò una volta a Capoliveri per imbarcare il vecchio padre e il resto della sua famiglia, che dovè trasportare sul suolo ospitale della Liguria.--E in mezzo a tanta pioggia di pensioni e di croci per gli eroi del domani, nessuna ricompensa è stata data a Paolo Azzarrini, che perdè anche gli arnesi del suo mestiere per salvare all'Italia il suo Eroe[19].
* * *
E qui termina l'assunto mio.--Una mano di patriotti disseminati da Vaiano alla spiaggia di Follonica, di cui alcuni incogniti l'uno all'altro, perseguitati e costretti a pensare alla loro salvezza, in 7 giorni, senza accordi precedenti, in onta alla polizia lorenese e all'occupazione straniera, alla reazione toscana e al bando feroce di Gorzhowscki, seppe trafugare il Generale del Popolo, fargli percorrere centinaia di chilometri e provvedergli una barca per metterlo in luogo di salvezza. Al Molino di Cerbaia--alla Casa Bardazzi a Vaiano--alla Madonna della Tosse--alla Stazione della ferrovia di Prato--alla Casa Bonfanti a Poggibonsi--al quadrivio di Volterra--alla Locanda della Burraia--alla Casa Serafini a San Dalmazio--alla Casa Comunale di Castelnuovo--al vetusto Palazzo Municipale di Massa--sulla piazza principale di Follonica--e alla Casa Guelfi nel piano di Scarlino--in tutti questi luoghi una lapide, un ricordo rammenta l'opera di salvamento compiuta dai patriotti toscani nel 1849.--Solo a Cala Martina neppure una pietra ricorda che quel luogo riunì in sè e tradusse in fatto quanto era stato compiuto da Cerbaia alla spiaggia Tirrena.--Solo Cala Martina aspetta una memoria e l'avrà--perocchè, lo pensino gli Italiani, se li umili scogli di Cala Martina non erano, la storia non avrebbe registrato nei suoi fasti lo scoglio glorioso di Quarto.
NOTE:
[1] Le notizie contenute in questa introduzione sono attinte dall'opera del prof. GIUSEPPE GUERZONI, _Giuseppe Garibaldi_, edito dal Barbèra, Firenze, 1882. La serie dei fatti che si svolsero dal 26 agosto al 2 settembre 1849, restati sepolti nel silenzio per i dieci anni della dominazione lorenese, e raccolti ora dopo 35 anni, quando molti degli attori di essi non sono più; reclamava circospezione massima, e diligenza nelle ricerche, per non passare dalla storia alla leggenda. Le diverse Vite di Garibaldi o sorvolano, o travisano quanto avvenne in questo periodo, alcuna poi è piena d'inesattezze anche sulla posizione geografica dei luoghi, cosicchè vi si designa avvenuto l'imbarco, ora a Talamone, ora a Follonica, e perfino a Massa Marittima, città di poggio, e distante parecchi chilometri dal mare. Due soli opuscoli hanno parlato con molta esattezza di questo periodo avventuroso del Generale, e portano per titolo, il primo: «_Da Prato a Porto Venere_,» del dottore RICCIARDO RICCIARDI, Grosseto, Tipografia Barbarulli, 1873, e l'altro: «_In Val di Bisenzio. Episodio del 26 agosto 1849_,» per ENRICO SEQUI Firenze, Stamperia Righi, 1862; ma il primo svolge più specialmente i fatti avvenuti dal Morbo fino al mare, il secondo si occupa esclusivamente di quanto avvenne in Val di Bisenzio. Dopo avere tenuto conto delle cose narrate nei due opuscoli, mi sono rivolto a tutti i superstiti fra quelli che ebbero parte diretta nell'impresa, e così raccolsi interessanti notizie dal testè defunto signor Antonio Martini di Prato, dall'egregio signor Cammillo Serafini di San Dalmazio, dai quattro Scarlinesi Pina, Ornani, Fontani e Carmagnini che scortarono Garibaldi dalla casa Guelfi a Cala Martina; poi mi rivolsi a coloro che, legati da intimi rapporti con alcuno degli estinti patriotti, potevano fornire notizie di circostanze e fatti, e così al signor Odoardo Pellini genero del defunto Girolamo Martini, e alla signora Ester vedova Martini pei fatti del Morbo, e al signor Vincenzo Magherini farmacista a Vaiano per quanto avvenne in quel paese. Mi sono dato ad interrogare anche alcuni che, quantunque inconsapevoli, presero una parte nel salvamento, e cioè il Montereggi vetturino di Poggibonsi, Zizzo vetturino di Pomarance, e Tommaso Pucci, figlio della Giuseppa Bonfanti. Mi sono stati di aiuto tre atti pubblici, o come diconsi di notorietà, relativi a circostanze diverse, di cui uno sottoscritto: «Ranieri Biagioli di Vaiano,» un altro «Vincenzo Bardazzi di Vaiano,» e un terzo «Pina, Ornani, Fontani e Carmagnini di Scarlino.» E finalmente mi hanno giovato i ricordi di famiglia, essendo stato Angiolo Guelfi parte non ultima del fortunato salvamento. Le notizie raccolte, poste in confronto le une colle altre, e più di tutto colle date certe che si avevano cioè--26 agosto per Vaiano e Prato--27 agosto per il Morbo--28 agosto per la fiera di Pomarance sulla Cecina--e 2 settembre per Cala Martina, mi hanno guidato nello stabilire con piena certezza, i fatti nel loro ordine cronologico, e nella loro storica precisione.
[2] Il compagno di Garibaldi conosciuto generalmente col nome di Capitano Leggero si chiamava Leggero Cogliuoli, cosa che ho potuto accertare in diversi modi, ma specialmente per dichiarazione fattami dal signor Cammillo Serafini che possedeva il suo nome scritto in più luoghi sui libri letti dai profughi nella sua casa di San Dalmazio.
[3] L'opuscolo dell'ingegnere Enrico Sequi «_In Val di Bisenzio_ ecc.,» mi è servito principalmente di guida in questo capitolo, e di là ho tolta la maggior parte delle notizie. La narrazione del Sequi è stata parzialmente modificata dalle dichiarazioni contenute nei due Atti pubblici sopra citati, cioè: «Atto pubblico di dichiarazione di Biagioli Ranieri fu Luigi, rogato a Cerbaia il 25 maggio 1884 dal notaro G. B. Nistri, e registrato a Prato il 26 maggio 1884;» «Atto pubblico di dichiarazione di Bardazzi Vincenzo fu Leonardo rogato a Vaiano il 25 maggio 1881 dal notaro G. B. Nistri, e registrato a Prato il 26 Maggio 1884.» Il racconto è altresì completato da alcune notizie fornite per lettera dall'ora compianto patriotta Antonio Martini di Prato, e dal signor Vincenzo Magherini farmacista a Vaiano.
[4] La donna che ospitò Garibaldi era bensì nata Bonfanti, ma unitasi in matrimonio con tale Serafino Pucci ne portava allora il cognome. F. D. Guerrazzi dettò una epigrafe che a cura di alcuni patriotti di Poggibonsi fu posta all'esterno della casa, e anche in essa la donna è chiamata Giuseppa Bonfanti, e così continueremo noi pure a chiamarla, essendo con questo nome ormai conosciuta.
[5] Il vetturino Niccola Montereggi assicura che in quel giorno vi era a Colle fiera o mercato. Abbiamo rintracciato ciò, e abbiamo saputo con certezza come la fiera annuale vi si tiene da tempo immemorabile il 17 Agosto, e il mercato si è sempre fatto in giorno di Venerdì, ma il giorno del passaggio da Colle fu invece il 27 Agosto, giorno di Lunedì, quindi non resta che a supporre lo spostamento in quell'anno della fiera, o del mercato per una qualsiasi causa eccezionale, ovvero che l'affluenza straordinaria di popolo asserita con sicurezza dal vetturino provenisse da qualche festa religiosa o reazionaria.
[6] Abbiamo voluto rintracciare con precisione il luogo ove avvenne a Colle il cambio del cavallo, e accurate informazioni ci fanno sapere essere stato ciò alla locanda di Moneta, condotta allora da Luigi Papini, la quale locanda esisteva nella casa Buccianti in via S. Jacopo, che poi si chiamò via Stefano Masson. Però i viaggiatori non entrarono nella locanda, e si trattennero nel mezzo della strada tutto il tempo che occorse al cambio del cavallo.
[7] Era necessario, per l'esattezza storica del racconto, rintracciare l'itinerario seguito nei giorni 26 e 27 Agosto 1849 dai due proscritti, tanto più che ora appunto su questo viaggio così rapido attraverso alla Toscana che potevano nascere i maggiori dubbi. È per questo che come riassunto delle ricerche più minuziose fatte in proposito, pongo qui l'intiero itinerario del Generale da Cerbaia al Bagno a Morbo colle ore approssimative dei diversi fatti.
26 Agosto. Ore 7 ant. Arrivo di Garibaldi al Molino di Cerbaia.
--Ore 8 ant. Incontro coll'ingegnere Enrico Sequi. --Ore 9 pom. Partenza dal Molino di Cerbaia. --Ore 10 pom. Arrivo alla Casa Bardazzi a Vaiano. --Ore 11-1/2 pom. Arrivo alla Madonna della Tosse. --Ore 12 pom. Arrivo alla Stazione di Prato.
27 Agosto. Ore 2 ant. Partenza da Prato.
--Ore 8 ant. Arrivo a Poggibonsi. --Ore 12 merid. Partenza da Poggibonsi. --Ore 3 pom. Al quadrivio di Volterra. --Ore 5 pom. Arrivo al podere di Prugnano. --Ore 6 pom. Partenza dal podere di Prugnano. --Ore 7 pom. Arrivo alla Burraia. --Ore 9 pom. Partenza dalla Burraia. --Ore 11 pom. Arrivo al Bagno a Morbo.
[8] Angiolo Guelfi nel Decembre 1862 faceva apporre nella camera ove riposò Garibaldi nel piano di Scarlino la seguente epigrafe dettata dall'illustre F. D. Guerrazzi, e che qui trascrivo per l'altissimo suo valore letterario, e per lo stupendo concetto che in essa è svolto, e di cui ho riportata una parte come sintesi e chiusura del presento capitolo.
BANDITO COME BELVA DA ROMA IL DESTINATO A TANTA PARTE DEL RISCATTO ITALIANO GIUSEPPE GARIBALDI QUI LA NOTTE DAL 1º AL 2 SETTEMBRE 1849 POCHE ORE POSÒ LA NOTTE STESSA PEDESTRE E SCORTO DA UN COMPAGNO SOLO TRAVERSATO IL PIANO DI SCARLINO ATTINSE LA CALA DI PUNTA MARTINA DOVE SU DI UN BURCHIELLO SÈ COMMISE IN BALÌA DEI VENTI DIO COMPASSIONANDO ALLE MISERIE NOSTRE LO SALVÒ LO PROTESSE QUINDI IMPARI CHI LEGGE A NON DISPERARE MAI DELLA PATRIA ANGIOLO GUELFI IN LAUDE DI DIO ONORE ALLO EROE Q. M. P. IL GIORNO VENTESIMO QUINTO DEL MESE DI DECEMBRE 1862
[9] I fatti accennati nel presente Capitolo sono stati i più difficili a rintracciarsi, perchè avvolti più profondamente nell'oblio, come lo mostrano le notizie incerte, che quasi per incidenza si trovano su di essi nei due opuscoli Sequi e Ricciardi. Eppure dopo l'imbarco è questo il momento più importante della traversata. Dalle 2 della mattina alle 11 della sera il Generale, facendo il cambio di tre vetture, e prendendo brevi riposi, si trasferì da Prato al Bagno, passando incolume per le terre popolose della Valle dell'Elsa, e rasentando Volterra e Pomarance. Mi fu cortese di tutte le informazioni fino all'arrivo a Poggibonsi l'ora defunto patriotta Antonio Martini, ed ebbi la fortuna di rintracciare i due vetturini tuttora viventi Niccola Montereggi a Poggibonsi, e Vittore Landi detto Zizzo a Pomarance. Parlai altresì con Tommaso Pucci figlio della Giuseppa Bonfanti, dal quale ebbi sicuri particolari circa alla fermata degli esuli nella sua casa.
[10] L'opuscolo del dottor Ricciardo Ricciardi espone le principali circostanze narrate in questo capitolo. Io poi potei completarle mercè le più particolari informazioni fornitemi dal signor Odoardo Pellini, e dalla signora Ester Martini, il primo genero, e la seconda vedova del fu Girolamo Martini. In questa parte mi sono altresì venute in aiuto le reminiscenze di giovinezza, per quanto aveva io stesso sentito narrare dal padre mio Angiolo Guelfi. Era esso alieno dall'entrare in particolari del fatto, ma rammento sempre la sera stessa del suo ritorno a Laiatico ai primi di Settembre 1849, quando, nell'atto di coricarsi nella medesima camera, raccontò con entusiasmo a me, allora dodicenne, il salvamento compiuto da pochi giorni, e i particolari dei colloqui avuti col Generale, e massimamente il dono dello stile coll'invito di farglielo presentare dall'unico figlio se fossero vòlti per la patria destini migliori.--Da quella circostanza in fuori gliene ho sentito parlare raramente, come da chi avesse inteso compiere un dovere e nulla più.--Tanto è ciò vero che le altre informazioni relative alla parte presa da Angiolo Guelfi nella fortunata impresa le ho dovute raccogliere dall'egregio amico, signor Cammillo Serafini, e dai quattro Scarlinesi, segnatamente dal Pina e dall'Ornani, come più degli altri familiari di Angiolo Guelfi.
[11] L'illustre patriotta signor Cammillo Serafini, entusiasta dell'esito felice dell'impresa di cui era stato tanta parte, non curando il pericolo, conservò per i dieci anni della dominazione lorenese i preziosi documenti citati nel corso di questa storia. In una mia visita all'egregio ed onorando amico ho veduto questi documenti ingialliti dal tempo, macchiati dall'umidità, essendo essi stati per dieci anni chiusi in un tubo di latta, e sotterrati nelle grotte della Pieve presso San Dalmazio, e sono i seguenti:
1º La lettera di Angiolo Guelfi senza data, ma evidentemente scritta da Massa Marittima la mattina stessa del suo arrivo, cioè il 29 agosto, cui fa seguito una aggiunta fattavi dal signor Girolamo Martini.
2º Un piccolo pezzo di carta in cui Angiolo Guelfi di suo carattere scrisse le sole parole «_Antonio Piesce_» recapito fittizio per potere scrivere a lui in Maremma, dato il caso che se ne fosse presentata l'urgenza.
3º La lettera di Girolamo Martini, ugualmente senza data e senza firma, scritta la mattina del 30 agosto, nella quale dichiara di essere esso stesso all'oscuro di quanto succedeva in Maremma al Guelfi, e accennava alla speranza del suo prossimo ritorno.
4º Un autografo del Generale, che sotto il titolo di «_Tentativo mineralogico_» dava l'indicazione dei patriotti della Romagna ai quali poteva dirigersi il Serafini per una futura riscossa.
5º Il principio della narrazione dei fatti di Roma, scritto ugualmente di carattere del Garibaldi, e rimasto interrotto dalla venuta di Angiolo Guelfi a San Dalmazio per dare l'avviso della partenza.
6º Una lettera di Girolamo Martini senza data e senza indirizzo, colla quale rendeva noto al Serafini ed al Guelfi il buon esito del viaggio fino a Massa, e la consegna degli esuli nelle mani dei patriotti massetani.
7º La lettera di Garibaldi scritta dalla Maddalena il 20 ottobre 1849, diretta al signor Serafini, nella quale sotto colore di fare domanda circa ad un caso d'idrofobia, per la cura preventiva della quale malattia si rivolgono al signor Serafini da tutte la parti della Toscana, faceva sapere le sue nuove, e ringraziava gli amici dell'aiuto ricevuto in Toscana.