Dal Molino Di Cerbaia A Cala Martina Notizie Inedite Sulla Vita
Chapter 5
E il pugnale non è stato mai più presentato al Generale, perchè Angiolo Guelfi non era uomo da mettersi in mostra.--Aveva compiuto un dovere, nè voleva di più.--Però Garibaldi trovò il modo di dimostrare la sua gratitudine.--Nel 1859 venne a prendere a Modena il comando delle truppe toscane. In esse era volontario Guelfo, l'unico figlio di Angiolo Guelfi, che secondo le istruzioni del padre non si presentava al Generale.--Lo seppe però questi una sera per circostanza fortuita, e ordinò che si andasse tosto a chiamare il figlio del suo amico, come esso diceva.--Non fu possibile trovarlo la sera, per cui fu avvisato di portarsi la mattina successiva al Quartier Generale.--Vi andò, e modestamente si atteggiò, quando entrato nell'anticamera la trovò piena di ufficiali superiori toscani ivi riuniti per il rapporto giornaliero.--Salutò militarmente i suoi superiori, poi, non sapendo che fare di meglio, si ritirò nel vano di una finestra. E quivi stava, guardato con occhio sprezzante da tutti quegli ufficiali gallonati, che avevano servito la casa di Lorena, ed ora servivano il popolo toscano.--Passò un sotto-tenente di Stato Maggiore, volontario anch'esso e amico del Guelfi figlio, e a questi si diresse il giovane maremmano per pregarlo di dire al Generale che esso era là ad aspettare i suoi ordini.--Entrò il sotto-tenente nella stanza dove Garibaldi riceveva ad uno ad uno gli ufficiali superiori, e subito dopo se ne aperse la porta, e ne uscì un colonnello, l'ufficiale di Stato Maggiore con cui aveva parlato il Guelfi, e lo stesso Generale.--E giacchè siamo entrati in così minute particolarità, vogliamo dire qualcosa del vestiario di questo uomo, nella cui anticamera stavano ufficiali così superbi pei loro colletti dorati, pei loro bottoni lucenti.--Aveva i calzoni da generale piemontese con striscia dorata, il berretto ugualmente da generale, una giacca cittadina di lana sottile, e non altro.--Licenziò il colonnello, poi precedendo sempre di qualche passo il suo ufficiale, si avanzò sorridente traversando l'ampia sala, e non curando i saluti compassati dei presenti, diceva: «_Dov'è, dov'è?_»--E sull'indicazione dell'ufficiale che lo seguiva, si diresse fino al vano della finestra ove si era ritirato il giovane Guelfi, lontano le mille miglia dal pensare che tutto questo movimento si facesse per lui, cosicchè si trovò preso per la mano dal Generale che lo guardava con fare paterno, e lo condusse nella sua stanza, ove chiusa da sè stesso la porta, lo fece assidere al suo fianco, e rimproverandolo dolcemente del perchè non era venuto a vedere un vecchio amico di suo padre, gli disse più volte: «_Io gli devo la vita al tuo babbo, e mi rammenterò sempre di quanto ha fatto per me._» E con mille modi familiari lo licenziò dopo avergli domandato notizie del padre e contezze dell'essere suo, e dopo avergli detto sorridendo: «_Voi giovani avete spesso bisogno di denaro; rammentati che hai qua un amico._»--Traversò il giovane l'anticamera estatico delle maniere affascinanti, del fare semplice e modesto dell'Eroe, e questa volta non vide neppure le inappuntabili uniformi, che ingombravano ancora la sala, e solamente scendendo le scale col cuore gonfio dall'emozione provata, pensava a quel Generale che riceveva i suoi ufficiali in tenuta così lontana da quella d'ordinanza, e che interrompeva senza riguardi un rapporto per andare a prendere per la mano un semplice volontario, l'unico merito del quale consisteva nell'essere figlio di chi gli aveva salvata la vita, quando il governo di quei signori gallonati lo aveva cercato a morte.--Triste e singolare mutabilità delle cose umane!
Angiolo Guelfi poi non rivide il Generale che nel 1862 a Pisa, ed anche perchè da lui stesso ricercato per mezzo di Girolamo Martini.--Ebbe le stesse difficoltà del Sequi per essere introdotto, che cessarono però quando al figlio Menotti disse con voce grave «_non allignare in uomo dei suoi anni curiosità puerile, bensì essere ivi per obbedire ad un ordine del Generale_;» ebbe anch'esso liete accoglienze e dimostrazioni infinite di gratitudine, e fu dallo stesso Garibaldi presentato come suo liberatore al figlio Menotti, che lo abbracciò con trasporto quando si sentì dire: «_Vedi, a questo amico tu devi la vita di tuo padre._» E certamente deve avere narrato lo stesso ad un signore inglese ivi presente, poichè questi, dopo avere ascoltato attentamente Garibaldi che parlava nella di lui lingua nativa, corse a stringere e squassare ad Angiolo Guelfi la mano con vivacità mista alla consueta compassatezza britannica, parlandogli con calore in inglese, lingua che il Guelfi non conosceva, e a cui rispondeva con monosillabi tronchi, e colla sua solita grave indipendenza di fare; contrasto singolare di cui rise lo stesso Generale, che nell'accomiatarsi dal Guelfi gli strinse la mano, e gli consegnò un suo ritratto fotografico, sotto al quale aveva scritto di sua mano queste parole: «_Al mio carissimo amico Guelfi Angiolo. Ricordo di gratitudine. G. Garibaldi._» Ma di ciò basti e riprendiamo il filo della storia interrotto[13].
Cammillo Serafini poneva mano ai preparativi per la partenza, e ordinava subito che fossero sellati tre dei suoi cavalli, e per un lungo giro al di sopra del paese fossero impostati a meno di mezzo chilometro da San Dalmazio, in luogo detto «_La Croce della Pieve_» sull'incontro delle due vie a sterro che conducevano da Rocca Silana a Castelnuovo, e da San Dalmazio a Montecastelli. Disse ai suoi uomini che aspettava alcuni amici cacciatori provenienti dalla parte di Rocca Silana, che prendessero detta via coi cavalli bardati, e se non li incontrassero, andassero a legare i cavalli al luogo indicato, e venissero ad avvertirlo. I suoi uomini, assuefatti ad obbedire spesso a simili ordini, essendo il padrone tanto ospitale e cortese, adempiuto a quanto era stato loro comandato, poichè non incontrarono per via i pretesi cacciatori, tornarono a San Dalmazio ad annunziare al Serafini che i tre cavalli erano stati impostati alla Croce della Pieve. Tuttociò aveva fatto il Serafini per simulare un arrivo, e sviare così le menti dalla partenza imminente dei profughi. Ai suoi subalterni poi mostrò sorpresa che non avessero incontrato alcuno, e disse che i cacciatori da lui aspettati forse avevano sbagliata strada, e voleva da sè stesso andare ad incontrarli; si occupassero essi intanto di alcune faccende in casa. Ciò fatto corse dagli ospiti suoi, e dette il segnale della partenza.--E qui giova notare a vero onore del Serafini, come sia cosa più facile ad immaginarsi che ad eseguirsi il tenere nascoste due persone a chicchessia per quattro giorni e quattro notti in un paesello di campagna. Eppure, tante e tanto grandi furono le cautele prese dal bravo Serafini, che nessuno in San Dalmazio sospettò della presenza di due esuli in casa sua, in quei tempi nei quali l'occhio vigile della polizia, reso più acuto ancora dal vigliacco sussidio del partito reazionario, scrutava per tutto, e dappertutto vedeva nemici.
Erano poco più delle 9 di sera, e Garibaldi, Leggero, Guelfi e Serafini scesero la breve scala che conduce per mezzo delle stanze terrene alla porta segreta che si apre nella vallata deserta. Quivi Angiolo Guelfi si separò dai cari esuli con addio breve, ma pieno di dimostrazioni d'affetto dall'una e dall'altra parte; ciò fatto, richiuso l'uscio esterno, tornava nel piano superiore della casa Serafini, studiando di mostrarsi tranquillo, mentre col pensiero angosciato precorreva i pericoli cui quella notte decisiva andavano incontro gli illustri proscritti.--Uscirono i tre silenziosi, e armati di tutto punto, nella vallata.--Precedeva il Serafini, seguiva Garibaldi, veniva ultimo il Leggero, e percorrendo lungo le mura del castelletto per sentiero dirupato, sboccarono sulla via che era in que' tempi sterrata, o come suol dirsi, a bastina, e volgendo a sinistra si avviarono alla Croce della Pieve.--Pochi passi avanti di giungervi, il Serafini col suo solito zelo, pregò i compagni di ritirarsi per un poco nel bosco che ivi fiancheggia la via, ed esso volle andare a speculare il luogo, e vedere da sè stesso se i cavalli erano al posto da lui designato.--Trovò tutto nell'ordine voluto, li sciolse, ne aggiustò le redini, e li pose tutti tre in fila, ove stettero, essendo in tal guisa ammaestrati. Chiamò allora i profughi, e posti in sella prima Garibaldi, poi Leggero, salì esso sul terzo, e a trotto serrato e uniforme presero la strada di Castelnuovo, essendo già stabilito che al di là di questo paese avrebbero trovato un baroccino impostatovi da Girolamo Martini.--Di che grado si fossero buoni cavalieri quei tre si giudichi nel pensare come i due esuli fossero usi a cavalcare i poledri delle libere pianure di America, e come il Serafini fosse, e sia tuttora conosciuto per addestrare cavalli, e correre con essi a precipizio per le vie malagevoli dei suoi paesi.--Andavano l'uno accanto all'altro, quasi toccandosi il ginocchio quando lo permetteva la larghezza della via, e quando questa si ristringeva, andava innanzi il Serafini, poi il Garibaldi, ultimo il capitano Leggero.--Così procederono fin presso Castelnuovo, ove, incontrata via più facile, fu il trotto dei cavalli anche più spedito.--Questa corsa precipitosa era un vero sollievo pel Generale, che veniva così richiamato alle sue abitudini predilette.--Traversarono Castelnuovo, chè non si poteva fare altrimenti, serrati l'uno all'altro, e di trotto così accelerato e uniforme, che pareva sentire lo scalpitare di un solo cavallo. Chi avesse visto quei tre correre così armati a quell'ora, chi sa cosa avrebbe pensato; ma nessuno li vide, e passarono il paese senza incontro per raggiungere il punto stabilito che era presso al Molino di Bruciano, luogo sicuro perchè distante dall'abitato.--Quivi era già ad aspettarli Girolamo Martini, che era partito solo in calesse dal Bagno alle ore 9 con due fucili a due canne, dicendo di andare in Maremma alla caccia delle quaglie.--Scesero di sella i tre cavalieri, e Garibaldi, vedendo il Martini in persona, e giudicando per lui, piuttosto avanzato in età, troppo grave il disagio di quel viaggio notturno, gli disse in tuono di dolce rimprovero: «_Come, voi stesso, signor Martini, volete accompagnarci?_»--«_Io stesso_»--rispose il buon Ministro, che non voleva affidare a mani mercenarie il prezioso incarico.
Quivi il Serafini, ritirando i fucili da caccia come armi troppo appariscenti, volle fare accettare al Generale un suo stile dalla lama triangolare, poi il Garibaldi e il Leggero si accomiatarono da lui esternandogli i loro più vivi ringraziamenti per l'ospitalità cordiale, e per la sua valida cooperazione al loro salvamento. Si scambiarono augurî per sè e per la patria, e si divisero abbracciandosi e baciandosi.--Quanto il Generale tenesse in conto l'operato di Cammillo Serafini, e qual memoria ne abbia sempre conservato, lo mostrano l'accoglienza fattagli la sera del 2 Ottobre 1860, al quartiere generale di Caserta, subito dopo la vittoria di quel giorno, cosa della quale abbiamo già parlato, e lo mostrano altresì le molte lettere direttegli in tempi diversi, ma specialmente la seguente che qui riproduciamo, colla quale, sotto colore di fare domanda relativa ad un caso d'idrofobia, fa sapere al Serafini e agli amici di essere arrivato in salvo, e di conservare memoria degli aiuti che ebbe in Toscana. Ecco la lettera scritta poco dopo i fatti narrati:
_Maddalena, 20 Ottobre 1849._
«_Stimatissimo signor Cammillo._
«_Abbenchè io non abbia l'onore di conoscervi personalmente--la fama vostra chiarissima ovunque--di gentilezza, e somma perizia nell'arte medica--mi fanno ardito a chiedervi un consiglio. Una persona per cui m'interesso molto--è stata morsa da un cane, e si teme una conseguenza idrofobica--essa non potrebbe recarsi presso di voi--per imponenti motivi, e desidero caldamente un consiglio vostro sopra il processo da effettuarsi in tal caso. Ditemi pure se i bagni sulfurei potrebbero essere in tal caso di giovamento._--
«_Vi anticipo, Stimabilissimo Signore, tutta la mia riconoscenza--compiacetevi, vi prego, di un riscontro--e comandate in ogni caso il vostro_
«G. GARIBALDI.»
_Dottore Cammillo De Serafini_ _in San Dalmazio_ _Maremma Toscana._
Fatti salire i due profughi l'uno a sinistra, l'altro a destra nel baroccino, il Martini consegnò a ciascuno di essi un fucile, e montato in mezzo a loro, prese a guidare il cavallo e partirono per la via di Massa.--Erano circa le 10 quando si mossero dal Molino di Bruciano, e circa alle 12 erano arrivati senza incidenti al punto dove li aspettavano i fratelli Lapini.--Si erano essi partiti da Massa nel modo seguente: Riccardo Lapini e un suo familiare fidatissimo Biagio Serri andarono a ricevere il Generale e il compagno, mentre Giulio Lapini e Domenico Verzera tenutario di vetture si andavano ad appostare dall'altro lato della città nel piano di _Schiantapetto_.--E qui sembrerà imprudenza il vedere partire i due esuli da Castelnuovo scortati dal solo Martini, ed essere ricevuti sotto Massa da due soli patriotti.--Ma si rifletta che la riuscita dell'impresa non dipendeva dalle forze che si sarebbero potute spiegare, ma dalla celerità e segretezza nel condurla.--Era il Martini eccellente cacciatore dotato di non comune coraggio, e di quel sangue freddo che gli abbiamo visto mettere in opera, e che giova più del numero nell'eseguire operazioni siffatte.--Era poi Riccardo Lapini, testè reduce volontario del governo democratico di Guerrazzi, parco di parole, pronto a venire alle mani per ogni nobile causa, e tale da perdere generosamente la vita, per salvare quella dei due che andava ad incontrare.--Nè meno risoluto era Biagio Serri sebbene più maturo d'età, quindi più riflessivo, ma ugualmente infiammato di amore par le idee democratiche.--Quanto a Domenico Verzera basti dire che il buon patriotta fu messo dai bravi fratelli Lapini a parte del segreto per procacciarsi le vetture occorrenti, e fu fatta tanto bene la scelta, che quando si parlò di pagare l'opera sua, il buon uomo del popolo pianse come un fanciullo trovandosi umiliato della offerta mercede, e disse di essere povero, non avere che i suoi cavalli per mantenere la sua famiglia, ma essere stato pronto, fino da quando fu richiesto dell'opera sua, a dare cavalli, vita, e quanto avesse di più caro per salvare l'Eroe di Roma.--Così dicevano, e ponevano in opera, così dicono e farebbero all'uopo i popolani della Maremma Toscana.--E si rammenti infine che i due da scortarsi valevano da sè soli un esercito, e che tutti erano provvisti di armi, e sapevano all'occorrenza adoprarle.--Fu discusso dai fratelli Lapini insieme al Guelfi il progetto di andare ad incontrare Garibaldi con numero tale di giovani da renderlo sicuro da un colpo di mano del Governo Granducale, ed era facile riunire questo numero tanto a Massa, quanto a Scarlino, che avevano dato buon nerbo di volontari al Governo Democratico.--Ma fu subito abbandonata l'idea, che se era buona a condurre in salvo Garibaldi fino al mare, e se più si adattava alla natura di quei fieri maremmani, avrebbe poi impedito all'Eroe di andare più in là.--Ecco perchè pochi e risoluti ebbero l'onore di prendere parte all'impresa. Un numero maggiore non era tale da mantenere il segreto; tanto è ciò vero che per imprudenza di uno di coloro che ne erano a parte il 2 Settembre, cioè il giorno di poi, la polizia di Massa era informata del passaggio di Garibaldi avvenuto la notte stessa, e all'ottimo dottor Ricciardi, autore dell'opuscolo citato, diceva il Vicario (che per la sua bigotteria gesuitica era chiamato a Massa _suor Caterina_) di aver prese tutte le sue misure, e questa volta il bandito non potergli sfuggire[14].--E quando il bigotto Vicario così parlava l'opera dei patriotti toscani era felicemente compiuta.--La modesta vela di una navicella portava con sè il predestinato, che dopo 10 anni doveva colle sue gesta gloriose rendere possibile al popolo italiano il costituirsi in nazione, e spazzare da sè per sempre quei tirannelli, di uno dei quali il furibondo suor Caterina era servitore abietto e zelante.
Intanto Riccardo Lapini e Biagio Serri armati di fucile si erano appostati in un piccolo boschetto vicino alla casa poderale detta _Le Malenotti_, e quivi aspettavano da poco tempo, quando ad un tratto sentirono rotto il cupo silenzio della notte dallo scalpitar di due cavalli che si avvicinavano dalla parte di Massa Marittima, e poco dopo videro passare a poca distanza dal bosco nel quale erano appiattati, due gendarmi a cavallo in perlustrazione.--L'inaspettato incontro turbò i due patriotti, e non pensando che allo scopo pel quale si trovavano colà, cioè la salvezza del Generale, alzarono i cani dei loro fucili, ed erano per esplodere sui malcapitati gendarmi, quando un barlume di riflessione li trattenne, e seguirono silenziosi e guardinghi i due soldati fiancheggiando la via fino alla biforcazione della strada di Volterra da dove aspettavano Garibaldi, e pronti a fare fuoco se i due gendarmi avessero preso per quella parte; ma essi continuarono la via di Siena, e se avessero saputo il pericolo che sfuggivano, si potevano dire fortunati davvero, chè sarebbero stati due vittime, sotto i colpi aggiustati e sicuri dei due massetani, e quando anche per un caso insperabile fossero fuggiti da quello, avrebbero trovato poco dopo altro pericolo anche più serio nel baroccino del Martini.--E questo buon vecchio ha assicurato di poi, che se avesse avuto l'incontro dei gendarmi, avrebbe per il primo, e subito, fatto fuoco colle pistole di cui era armato, e il come sarebbe andata a finire non è dubbio, se si pensa che i compagni del Martini si chiamavano Garibaldi e Leggero.
Lapini e Serri si posero più tranquilli ad aspettare, dal momento che videro dalla direzione presa dai gendarmi come il Governo non avesse alcun sospetto sulla venuta dei profughi, e infatti poco dopo sentirono un lontano romore di ruote, che sempre più si avvicinava, ed essendo quasi certi che era il baroccino desiderato, si misero in evidenza sulla via.--Si fermò il legno a non breve distanza, e si udì la voce chiara e tranquilla del Martini, che gridò: «_Venezia_,» e fu risposto «_Venezia_,» e gli uni e gli altri si corsero incontro, mentre il bravo Martini diceva al Generale: «_Siamo nelle braccia agli amici_» e scesi tutti a terra, e scambiati i saluti coi patriotti di Massa, il piccolo drappello si diresse a piedi fin presso _le Malenotti_, ove il Martini accomiatandosi con un saluto dai massetani, e con auguri ed abbracciamenti dai cari esuli, riprese col suo legno la via del Morbo.--Garibaldi dimostrò a Girolamo la sua gratitudine colle stesse parole pronunziate a Prato ad Antonio Martini: «_A rivederci a tempi migliori._»--E Girolamo Martini rivide due volte il Generale, ma non sappiamo se in tempi migliori; lo rivide a Pisa nel 1862, e a Salò nel 1866--a Pisa ferito al piede dalla palla d'Aspromonte--a Salò ferito al cuore per aver dovuto abbandonare il frutto delle sue vittorie conquistato a prezzo di tanto sangue generoso.--Alla ferita d'Aspromonte aveva risposto gridando: «_Non fate fuoco._» All'ordine di ritirarsi dal Trentino, aveva risposto: «_Obbedisco._» Oh, doppio martirio dell'anima grande! La patria deve più al suo Eroe per quei due sacrifizi, che per le sue cento vittorie.--Che il Martini avesse ambedue le volte oneste accoglienze è inutile il dire. Gli domandò il Generale con amore notizie di tutti i patriotti che avevano coadiuvato al suo salvamento del 1849, e fu per suo mezzo che invitò e pregò Angiolo Guelfi di andarlo a trovare a Pisa.--
Intanto Garibaldi e Leggero insieme ai due massetani si mossero a passo più che concitato, e per la strada maestra giunsero al podere denominato _Casetta del Marcio_ presso l'antico _padule della Ghirlanda_. Allora, abbandonata la via ruotabile, presero una strada a sterro sulla destra che conduce alla _Fonte di Bufalona_, ove, prima di arrivarvi presero un viottolo parimente a destra, percorrendo il quale per lungo tratto, girarono alla lontana la città, e giunsero al piano di _Schiantapetto_ al termine della scesa di tal nome.--Colà si trovavano Giulio Lapini e Domenico Verzera con due baroccini impostati.--Si riconobbero a distanza alla convenuta parola, e subito nel primo legno, guidato da Domenico Verzera, salivano Garibaldi e Leggero, e sul secondo, guidato da Giulio, stavano i due fratelli Lapini bene armati, che servivano di scorta.--Si mossero rapidamente e di conserva i due legni, e percorrevano la via maestra, quando prima di arrivare al luogo detto _la Cura_, raggiunsero due gendarmi a piedi, i quali conoscendo bene i fratelli Lapini, salutarono la comitiva credendoli tutti cacciatori che andassero a diporto alle quaglie nella vicina pianura.--I due baroccini giunti _alla Cura_, presero la via, allora a sterro, del _Vado all'Arancio_ come più breve e più sicura, e sboccando per essa nella via Emilia, dopo un chilometro raggiunsero senza altri incontri la casa Guelfi nel piano di Scarlino.--Erano ivi riuniti in gruppo, secondo il convenuto, davanti alla Casa, i quattro scarlinesi Olivo Pina, Giuseppe Ornani, Oreste Fontani e Leopoldo Carmagnini, e per tutti rispose un festoso: «_Venezia_,» Olivo Pina, alla parola di segnale che da lontano aveva gridata Giulio Lapini.--Il Generale era cogitabondo, ed entrò silenzioso nella casa dopo avere detto: «_Buongiorno, amici._»--Erano le ore 1 e mezzo antimeridiane del 2 Settembre.
Nel tempo che avvenivano tutte queste cose, Cammillo Serafini e Angiolo Guelfi stavano a San Dalmazio trepidanti sul buon esito dell'impresa.--Appena fu giorno spedirono un espresso al Morbo per sapere qualche cosa dal Martini, che doveva essere di ritorno, e con loro consolazione riceverono la seguente lettera scritta da Girolamo Martini, ma senza data, e senza indirizzo:
C. Signore,
«_Dall'espresso ho ricevuto il suo biglietto al quale rispondo con piacere, e gli dico che dopo quattro ore che mi fu consegnato i due oggetti, io non mancai di consegnarli a quattro oggetti simili a que' due che non si poteva trovare di meglio e sono sicuro che ora, nel momento che scrivo, sarà fatta l'ultima consegna con il meglio esito che si possa desiderare, e con il piacere di presto poterlo vedere per fargli i più distinti ossequi ancora per parte degli amici. Potrà venire al Bagno con il suo parente che mi farà un regalo. In fretta mi creda_
«_Suo devotiss. servitore_
«G.O MARTINI.»
Appena ricevuta questa lettera, e ormai quasi sicuro del fatto suo, partiva subito il Guelfi per Pisa, quantunque ne fosse dovuto fuggire con la famiglia pochi mesi avanti, e col pericolo di essere ivi arrestato andava a sviare colla sua presenza l'attenzione dalla sua casa di Scarlino, presa di mira come il proprietario, e andava anche a preparare una difesa per sè e per gli altri, nel caso non improbabile di un futuro processo.--E il processo fu iniziato subito dal Vicario di Massa, ma quantunque più volte ripreso, andò sempre a vuoto per mancanza di prove e di fatti, e soprattutto per la presenza accertata di Angiolo Guelfi a Pisa nei giorni in cui si voleva imputargli di avere dato ricovero a Garibaldi nel piano di Scarlino[15].
V
DALLA CASA GUELFI A CALA MARTINA