Dal Molino Di Cerbaia A Cala Martina Notizie Inedite Sulla Vita

Chapter 3

Chapter 33,677 wordsPublic domain

Il Morbo è stazione balnearia alla quale concorrono in tempo d'estate i malfermi in salute dei vicini paesi, e della Maremma massetana. Fu quindi cosa al di fuori delle consuetudini ordinarie della casa il presentarsi di due stranieri alle 11 di sera. Zizzo si era fermato colla sua vettura al principio della piccola salita che vi è dalla parte del giardino, ed i viaggiatori avevano battuto alla porta che fu aperta dallo stesso ministro del Bagno. «_Parlo al signor Martini?_» chiese il Generale; e sulla risposta affermativa si trasse di tasca una lettera, e gliela consegnò. Introdotti i due stranieri nel salotto terreno, e pregati di sedersi, chiedeva Girolamo Martini il permesso, com'è d'uso, di leggere la lettera ricevuta, e ne aveva scorsi i primi versi, quando uno dei due, alzatosi in piedi di un tratto, e con tuono sicuro e confidente di chi parlasse ad un vecchio amico, lo interruppe dicendo: «_Signor Martini, in due parole vi dirò il contenuto della lettera; sappiate che io sono il Generale Garibaldi, e questo mio compagno il Capitano Leggero._» Attonito guardò il Martini i suoi due ospiti, gli passarono per la mente le gesta gloriose del Generale, la fortuna avversa presente, il bisogno di soccorso immediato, e tutte queste cose ed altre assai si tradussero nella risposta che gli usciva dal cuore: «_Coraggio, Generale, tutto si rimedia._» E pronto davvero al rimedio, col senso pratico che gli era abituale, pensò anzitutto di coonestare la venuta dei due stranieri ad ora così insolita al Morbo, e di fare insieme sparire le traccie loro presso al vetturino che li aveva condotti. Saputo dal Garibaldi come Zizzo fosse nella credenza di avere portati due mercanti di bestiame, si fece sulla porta di casa, e rivolgendosi a lui con voce alta lo rimproverò di avergli condotti i due mercanti coi quali non aveva nulla che fare, mentre essi erano diretti a comprare cavalli a Bruciano, e lo invitò a continuare senz'altro il viaggio, se voleva esser pagato colla pattuita mercede. Ma Zizzo, come era naturale, rispondeva: essersi impegnato col vetturino di Poggibonsi di portare i due passeggeri al Bagno, e questo avere fatto, quindi essere fuori dell'obbligo suo, e non volere andare a Bruciano in quell'ora per tutto l'oro del mondo; avere esso già impegno di portare oggetti alla fiera del Ponte di Ferro nel giorno successivo, ed essergli perciò necessario l'immediato ritorno a Pomarance. Ben si aspettava una tale risposta Girolamo Martini, quindi di rimando: «_Sta bene, sta bene; vedo che colla tua brenna non saresti buono a condurceli, questi tuoi viaggiatori, cosicchè ce li farò condurre col mio legno appena si saranno un poco riposati._» Ciò detto scendeva il breve tratto di via che lo separava dal vetturino, e gli poneva in mano una moneta d'oro da venti lire a nome dei due mercanti.--Come restasse Zizzo a così lauta ricompensa si può immaginare.--Coll'ingordigia insaziabile del suo mestiere pensò che se i 10 chilometri dalla Burraia al Morbo gli avevano fruttato un marengo, la prosecuzione del viaggio a Bruciano ne avrebbe fruttato un altro almeno con persone così correnti allo spendere, e anche oggi dopo 35 anni rammenta con dispiacere il malaugurato rifiuto.--E noi che si considera ora le cose con piena calma si troverà invero la larghezza del Martini essere da risparmiarsi, come quella che, uscendo dalle consuetudini naturali, poteva generare sospetto circa ai due mercanti che pagavano con tal profusione; ma bisogna pensare altresì a quanto inopinatamente avveniva al Martini, allo stato dell'animo suo non atto in quel momento a ponderare con sangue freddo le cose più piccole, ed anzi loderemo la sagacia ammirevole del ripiego di Bruciano, col quale si giovava alla posizione degli esuli tanto rispetto al vetturino, quanto rispetto ai bagnanti.

Ma rimediato ad uno, ecco che si presenta un altro malanno. Era stato chiamato il cameriere della casa, che era già coricato, e gli era stato ordinato di servire i due nuovi venuti. Veduti esso i due profughi, che erano tuttora nel salotto terreno insieme col Martini, uscì subito dalla stanza, e chiamato quest'ultimo in luogo appartato, con modi di chi è trasognato dalla sorpresa, gli disse: «_Ma, signor ministro, sa lei chi sono quei forestieri?_»--E il Martini: «Chi sono dunque?»--«Uno dei due, quello dalla barba bionda, è Garibaldi.»--«_Ma voi siete matto_, replicò col suo sangue freddo il Martini, _quei due sono mercanti di bestiame che vanno a fare acquisti di cavalli a Bruciano, e sono stati portati qui per errore._»--«_E io, gli dico che sono due profughi, e uno di essi è Garibaldi; lo conosco bene, stia sicuro, l'ho servito a tavola a Nizza._»--Bisognò cessare dall'inutile negativa, e dire al cameriere che non si era ingannato, i due esser lì di passaggio per pochi momenti, ma guai a lui se avesse parlato, e il cameriere promise e mantenne.

Tutto questo avveniva in breve lasso di tempo. Ma la posizione dei profughi era precaria, e occorreva pensare a far qualcosa pel loro salvamento. Trovavasi per caso al Bagno un tale che godeva fama onesta, ed era creduto dal Martini assai liberale. A lui si rivolse il buon ministro confidandogli il nome degli ospiti illustri, e richiedendolo di consiglio. Era il creduto liberale onesto sì, ma pusillanime, e trasecolando nel sentire che in quella stessa casa si trovava Garibaldi, consigliò per il suo meglio il Martini a sbarazzarsi, e subito, di persone così pericolose, e questi a riparare la mal fatta confidenza, sempre d'animo pronto ai ripieghi gli replicava: «_Già, già.... avevo io pure pensato così, e metterò subito in pratica il suo consiglio col farli accompagnare a Bruciano, appena si saranno riposati._» E chiamato il vetturino di casa, in presenza del timoroso signore gli ordinò di tenersi pronto per condurre a Bruciano i due viaggiatori; in segreto poi gli ingiungeva di partire al tocco dopo la mezzanotte, fermarsi al _Campo Murato_, località prossima a Bruciano, fino a giorno avanzato, tornare al Bagno facendo in modo di essere veduto, e dire a tutti di avere accompagnati i due mercanti di bestiame arrivati al Bagno nella sera antecedente. E così fece il vetturino che era fidatissimo, ma inconsapevole del perchè dal ministro gli fosse ordinata tale cosa, e il suo ritorno da solo tranquillizzò il pusillanime consigliatore, ingannò l'astuto cameriere, e fece persuasi i bagnanti che i mercanti di bestiame giunti ad ora tanto insolita, erano anche ripartiti con sollecitudine per la loro destinazione.

Frattanto il Martini aveva fatti passare i suoi ospiti nella parte più riposta della casa, e li aveva alloggiati al piano superiore nella camera sovrapposta alla sala di ricevimento. Nella notte non chiuse occhio, pensando e ripensando al dove trovare un asilo sicuro per essi, chè tale non era quello prescelto per necessità. E come uomo di cuore non si preoccupava soltanto del domani, ma anche e molto più di trovare una via per la quale far giungere i profughi in luogo di salvezza. Finalmente risolse di dirigersi a Michele Bicocchi, ricco proprietario della vicina fattoria di Sant'Ippolito, come a colui che poteva dare asilo, aiuto e consiglio. Si recò da lui la mattina prestissimo, e gli raccontò gli eventi della sera, gli disse il nome illustre che portava uno dei suoi ospiti, la necessità di ricovero più sicuro, il dovere che sentiva fortissimo di non abbandonare il proscritto.

Dètte il Bicocchi consiglio buono, profferta grande di aiuti, ma rifiuto circa all'asilo. Coonestò la repulsa col dire la fattoria di Sant'Ippolito spesso frequentata dagli agenti del governo restaurato--ma questo era quanto succedeva allora per tutte le case di campagna, e in ogni caso era sempre stanza più sicura per gli esuli che non fosse il Morbo in tempo di bagnatura.--La ragione vera si era che il Bicocchi, per pochezza d'animo non volle correre il rischio delle pene comminate per chi ricettasse Garibaldi. Ma qui si ferma il lato cattivo, che poi, sempre a patto di non avere in casa sua un così pericoloso proscritto, si diè di tutta lena ad aiutare il Martini, d'onde ne venne il consiglio buono, e la profferta d'aiuti.--Propose Cammillo Serafini di San Dalmazio, e Angiolo Guelfi di Scarlino, come quelli che avrebbero accettata di gran cuore l'impresa del salvamento, e sarebbero stati da tanto di portarla a termine con esito fortunato, e l'uno fornirebbe sicuro asilo in San Dalmazio, mentre l'altro provvederebbe una via di salvezza per la Maremma.--Consigliò spedire un espresso al Serafini, e si profferse di parlarne egli medesimo ad Angiolo Guelfi, che sapeva doversi trovare quel giorno stesso alla fiera del Ponte di Ferro.--Quanto ad aiuti non misurò la promessa, che anzi dichiarò essere la sua pecunia a disposizione dell'impresa, ed essere pronto a spendere qualunque somma purchè riuscisse a bene.--Offrì uomini e cavalli per trasporti ed espressi, e certamente avrebbe tutto mantenuto, ma non ve ne fu il bisogno. Insomma il Bicocchi tutto poneva a disposizione, eccetto la sua personale sicurezza, e in quei momenti di egoistica abiezione, non era poca cosa. E se si aggiunge il modo tepido anzichè no con cui aveva sempre proceduto il Bicocchi nei partiti politici, e la sua vita appartata, vi è piuttosto da lodare che da biasimare. Questo è certo che passato il panico della reazione, il Bicocchi si è doluto più volte con alcuno dei coadiuvatori di non aver presa parte più attiva nell'impresa onoranda.

Così stabilito il da farsi, mandò il Martini un espresso a San Dalmazio, e partì il Bicocchi per la fiera del Ponte di Ferro alla quale sapeva d'incontrare il Guelfi. Ma l'espresso del Martini trovò che il Serafini era già partito per la fiera, cosicchè il Bicocchi potè ivi parlare con ambedue.

La fiera di bestiame, che si fa ora nella terra di Pomarance, si teneva allora sulla sponda sinistra del fiume Cecina presso il Ponte di Ferro nella adiacente pianura percorsa dalla via di Pomarance, e Garibaldi era passato appunto di là il giorno innanzi per andare al Morbo, cosicchè facendosi la riunione sui due lati della strada, la sua vettura nel giorno dipoi avrebbe dovuto passare in mezzo a tanto popolo adunato, e fu fortuna che questo incontro venisse a caso schivato.--Era in quel giorno il Serafini alla fiera come deputato del Comune di Pomarance, e il Guelfi vi si trovava per suo diporto.--Li prese il Bicocchi ambedue in segreto, e riferì loro _essere necessario che si portassero subito al Morbo, essendovi_, come disse, _due personaggi colà rifugiati da salvare_. Nè l'uno nè l'altro avevano di bisogno che una tal cosa fosse loro detta due volte, quindi lasciata il Serafini la deputazione, e il Guelfi gli amici, si posero in via per provvedere al soccorso di que' due proscritti di cui ignoravano il nome, nè questa era cosa nuova per essi che si erano affaccendati in quei tristi tempi a salvare dall'ergastolo e dalla morte quanti più patriotti esuli avevano potuto.--Ora si aspettavano di soccorrere tutt'altri che il più grande campione della libertà italiana.--Sapevano il Garibaldi scomparso dalla scena politica da circa un mese, e tutto faceva credere che dalle rive dell'Adriatico, ove era succeduta l'ultima catastrofe della sua schiera, egli avesse già trovata una via di salvezza per l'America, e in ogni caso mai pensavano che potesse essere in quei paraggi.--Stabilirono strada facendo che mentre il Serafini sarebbe corso ove si trovavano i profughi, il Guelfi anderebbe ad aspettare a San Dalmazio, ed ivi insieme, a seconda del bisogno, avrebbero concertate le misure necessarie al salvamento. E così fecero, per cui il Serafini correva difilato al Morbo, vi arrivava circa le due pomeridiane, ricevuto dal Martini come angiolo liberatore, ed introdotto presso i due profughi, a differenza degli altri che avevano fin qui soccorso l'Eroe, lo riconosceva a prima vista per averlo veduto a Livorno nel suo sbarco dell'Ottobre antecedente, e dopo vinta la sorpresa tanto naturale per così inopinato incontro, con voce franca e slancio patriottico disse: «_Generale, disponete di me._» Ed il Generale intese dalle poche parole e dagli atti come potesse aver piena fiducia di chi gli offriva i suoi servigi, onde, abbracciandolo come un vecchio amico, rispose: «_Portateci al mare e presto, e saremo salvi._» E, come sempre, non s'ingannava nè sulla via da seguirsi, nè sulla sollecitudine di tentarla. Sapeva guardate a vista tutte le vie di terra, e praticata una crociera attivissima dai legni austriaci sulla spiaggia adriatica; se nella sua lunga traversata dall'Appennino al Morbo avesse lasciato sentore di sè, non sarebbe mancata un'altra crociera sulla spiaggia tirrena per chiudere l'ultima via di scampo all'Esule temuto, che si voleva avere ad ogni costo nelle mani.--E la crociera fu posta infatti, ma troppo tardi.--Garibaldi era già in salvo da tre giorni quando la costa fu sorvegliata.--Egli non s'ingannava neppure nel supposto di lasciare dietro a sè sentore del passaggio; trovò ovunque amici fidi che si posero ad ogni rischio per lui, ma erano troppi per conservare tutti il segreto, ed è certo che in ogni luogo pel quale passò Garibaldi, se ne propagò la notizia poco dopo la partenza.--Il suo nome era troppo grande e popolare perchè potesse restare segreto.

Brevi furono gli accordi, e Serafini propose come temporario asilo la sua casa di San Dalmazio intanto che si fosse potuto provvedere allo scampo per la via di Maremma, e accennava alla presenza del Guelfi tutto disposto a prestare l'opera sua. In poche parole fu concertato che sull'imbrunire sarebbe tornato il Serafini per trasportare i due profughi a San Dalmazio.

Restarono il Garibaldi ed il Leggero per alcune altre ore nella loro camera appartata del Morbo. Quali fossero in questo tempo le cure da cui erano circondati per parte del Martini, è inutile il dire; basti solo riflettere quanti ostacoli avrà dovuto superare il buon uomo per poter ritenere nascostamente nella casa due individui, e provvedere ai loro bisogni di vitto, in mezzo a tante persone alcune delle quali già al corrente del segreto arrivo del Generale. Ma tanta fu la prudenza e l'assennatezza sua, congiunta a quel mirabile sangue freddo di cui lo abbiamo già veduto capace, che tutto seppe eludere, e si arrivò alla sera senza che nessuno della casa pensasse di coabitare coll'Esule temuto.

Venne alle 9 di sera il Serafini.--Entusiasta di Garibaldi e di amor patrio, non avrebbe ceduto il suo incarico pericoloso per cosa al mondo.--Subito arrivato a San Dalmazio aveva colle più animate parole posto Angiolo Guelfi al corrente della grave missione che la fortuna offriva loro. Aveva Angiolo Guelfi sortito da natura, insieme a fervido amore di libertà, carattere fermo e riflessivo, onde abbracciò l'importanza dell'impresa che gli si poneva dinanzi, ed aspettando la venuta degli ospiti volse nell'animo suo i diversi modi pei quali si poteva giungere al salvamento del Grande che il caso affidava alle loro mani.--Intanto il Serafini aveva prese nella sua casa le più minute precauzioni tanto per l'alloggio de' suoi ospiti, quanto perchè il loro arrivo passasse inavvertito agli abitanti del paese, e a coloro stessi che frequentavano la sua casa.--Uscirono i profughi inosservati dal Bagno, e accompagnati dal Martini raggiunsero il baroccino che era a breve distanza dalla casa sulla via pubblica, nel luogo ove da questa si stacca il piccolo braccio stradale del Morbo.--Armati dal Serafini, sempre previdente, di fucili da caccia, salirono i due nel baroccino insieme a lui, che colla sua abituale velocità fece in breve tempo i pochi chilometri di strada provinciale, e si fermò al luogo detto _Croce del Bulera_. Quivi cessava in quei tempi la strada ruotabile per chi fosse andato a San Dalmazio, e quivi il Serafini lasciò il suo legno presso i suoi parenti, come ne era solito, non credendo prudente il richiamare l'attenzione altrui sul passaggio inusitato di un veicolo a quell'ora, e per luoghi così malagevoli. Continuarono a piedi fino al paese i forse tre chilometri che restavano da fare, e alle dieci e mezzo di sera vi giunsero.--La strada principale, e si può dire unica, del paesello era deserta, e così poterono arrivare inosservati alla casa Serafini. Si fermarono gli ospiti al riparo di un angolo di caseggiato che si trova in faccia all'ingresso principale, mentre il proprietario per altra porta entrava nella casa, e li introduceva esso stesso nel suo salotto[10].

IV

DA SAN DALMAZIO ALLA CASA GUELFI

Per chi conosce i sensi gentili di ospitalità che sono pregio abituale di Cammillo Serafini, sarà facile cosa l'immaginare le cure da cui vennero circondati i due esuli in quella casa. Fu la splendida accoglienza che sa fare l'uomo cui la fortuna accordò largo censo, e la natura cuore più largo. Ma di ciò basti. Diremo piuttosto come appena installati i suoi ospiti nel salotto cui fa capo la breve scala di accesso, corresse il Serafini dal Guelfi per dargli la notizia dell'arrivo. Stava questi nella cucina della casa parlando coi familiari, in apparenza calmo, ma col cuore in ansia per l'aspettativa. Toltosi di là insieme al Serafini, fu da esso condotto nella stanza dov'erano i suoi ospiti illustri e presentato al Generale. Questi appena vide Angiolo Guelfi senz'altre parole gli gettò le braccia al collo, e gli disse: «_Vengo con voi._» Nè il moto subitaneo proveniva dal desiderio di cercare uno scampo come che si fosse, bensì da sentimento di simpatia nel vedersi dinanzi quel patriotta dalla barba grigia, folta e prolissa, dalla fisonomia bella e severa, e dallo sguardo franco e leale, tale insomma da attirare a sè chiunque lo vedesse per la prima volta. Ma il Guelfi, pur corrispondendo all'effusione d'animo del Generale, gli faceva intendere che una traversata, per quanto breve, onde raggiungere la Maremma, sarebbe stata pericolosissima in quei momenti nei quali esso così conosciuto era tenuto d'occhio dalla polizia lorenese.

Strettisi a consiglio i due profughi insieme a Serafini e Guelfi, tutti convennero che scopo precipuo della ricerca dovesse essere una barca atta a trasportare gli esuli sulla riviera ligure, e che di ciò avrebbe dovuto occuparsi il Guelfi partendo senza dilazione per la Maremma. Espose esso le sue intenzioni circa alle persone a cui rivolgersi, ed ebbe in tutto l'approvazione del Serafini conoscitore esatto esso pure degli uomini e dello stato della Maremma. Parlò il Guelfi della sua casa nel piano di Scarlino da servire per luogo di sosta, come quella che, situata in pianura disabitata, aveva di frequente dato ricetto ad esuli politici, ma perciò appunto proponeva di non servirsene come asilo che in caso estremo, essendo ormai sospetta, sia per i profughi che l'avevano frequentata, sia pel nome inviso del proprietario. Tutto ciò veniva approvato dal Serafini; e fu stabilita la partenza del Guelfi per le prime ore del mattino successivo, onde evitare sospetti di una gita notturna. Fu preveduto anche il caso che il Guelfi dovesse trattenersi in Maremma, e che vi fosse bisogno di corrispondenza fra esso e San Dalmazio. A tale effetto fu stabilito che se avesse dovuto dare notizie di sè, le avrebbe fatte pervenire per mezzo del Martini dirigendo lettere al Morbo con nome convenzionale, e se si fosse dovuto di qualche cosa avvertirlo, si sarebbe usato l'indirizzo fittizio «_Antonio Piesce_» che Angiolo Guelfi scrisse di suo pugno sopra di un quarto di foglio, e che il Serafini poi conservò e conserva tuttora insieme agli altri documenti di quella data memoranda.

Così fra gli accordi e la mensa ospitale fatta imbandire dal Serafini si era arrivati a notte avanzata, e il Guelfi volle passare le poche ore che lo separavano dalla partenza nel conversare col Grande che così inopinatamente gli era stato avvicinato dalla fortuna. Furono queste alcune ore di amichevole colloquio che Angiolo Guelfi non dimenticò finchè visse. L'animo suo fiero, leale, entusiasta di libertà si beava nell'anima grande del Garibaldi, e soleva dire di poi che vi erano in quell'anima connesse la natura del guerriero indomito, a quella della delicata fanciulla. Parlarono di tante cose, ma più che tutto delle presenti miserie della patria, e delle speranze future. Una volta cadde il discorso sulla possibile eventualità che il piano ideato pel salvamento fosse scoperto, il Guelfi arrestato; e il Generale traendosi da tergo un pugnale glielo mostrò sorridendo e gli disse: «_Vedete, Capitano, che non mi prenderanno mai vivo._» E lo chiamava con modo familiare così, sapendolo capitano della Guardia Nazionale di Scarlino.--Vi erano nella camera in cui si erano ritirati il Garibaldi ed il Guelfi alcuni giornali provveduti dal Serafini, che riflettendo l'indirizzo reazionario del Governo Granducale non mancavano d'ingiurie e di calunnie ai caduti. Garibaldi lesse fra le altre la stolta notizia avere esso rapito e portato seco il tesoro della Repubblica Romana in dieci milioni, e dopo avere estratto dalla tasca lo stesso borsellino col quale voleva pagare il mugnaio Pispola, lo mostrava al Guelfi, e gli diceva ridendo: «_Capitano, ecco i miei milioni._» Ma poco dopo seguiva nel giornale un'infame calunnia: «Il famigerato bandito Garibaldi ha ucciso colle sue mani la propria moglie, perchè gli era d'inciampo nella fuga.» Allora le guancie dell'Eroe furono solcate dalle lacrime, e disse fiere parole all'indirizzo dei suoi vili detrattori.--Intanto i modi franchi, e i liberi sensi del Guelfi si erano fatta sempre più strada nell'animo del Generale. Quando venne l'ora della partenza del suo nuovo amico, il Garibaldi, cedendo ancora ad un moto subitaneo proprio della sua natura ferrea insieme ed entusiasta, tornò a gettarglisi al collo, e gli disse: «_Voglio venire con voi._» Ma il Guelfi, più conoscitore delle cose locali di quello che lo fosse l'esule proscritto, gli rispondeva: «_No, Generale, non si provvederebbe in tal modo alla vostra salvezza. I miei passi sono spiati; Voi insieme a me sareste riconosciuto, e si cadrebbe ambedue nelle mani de' nostri nemici. La sicurezza vostra mi costringerà ad altra cosa anche più dolorosa, quella di rinunziare all'onore di ricevervi io stesso nella mia casa, se, come spero, tutto potrà andare a seconda de' desideri nostri. Io starò sempre in questi giorni in un luogo diverso dal vostro, e mi porrò in evidenza; così vogliono le triste esigenze dei tempi, e la salute vostra che è salute futura della patria._» Si arrese il Generale alle prudenti ragioni del bravo maremmano, che poco dopo partì per Massa Marittima, prendendo a pretesto di esservi richiamato da urgenti affari privati. Quanto poi saggiamente operasse Angiolo Guelfi nel così fare, lo diremo a suo tempo.