Dal Molino Di Cerbaia A Cala Martina Notizie Inedite Sulla Vita

Chapter 2

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Strada facendo giunsero alla casa di un loro conoscente, Michelangelo Barni, e richiestolo del suo baroccino si diressero al Molino di Pispola. A misura che il Sequi si avvicinava al Molino si ingigantivano nella sua mente i pericoli cui erano stati esposti per tutta la giornata i due profughi tanto accanitamente ricercati dalla sbirraglia della reazione, e non fu senza un'ansia tremenda che si presentò sul limitare della casa. Entrò e vide il coraggioso capitano e il suo compagno seduti a mensa in mezzo alla famiglia del mugnaio, colla tranquillità e sicurezza di persone che non avessero nulla da temere.

Si sollevò a tale vista il cuore del Sequi, balzarono in piedi i due profughi, e ridottisi col bravo ingegnere in una cameretta del Molino, lo abbracciarono come un fratello, mentre esso raccontava le vicende della giornata, le pratiche fatte, e la buona speranza di trarli da quelle strette mercè l'aiuto dei liberali di Vaiano e di Prato. Allora il Generale, chiamato il mugnaio, lo ringraziava dell'ospitalità ricevuta, lo pregava di fare accompagnare la comitiva col suo baroccio, e si disponeva a ricompensare quella buona famiglia recandosi in mano una borsa, dalle cui maglie trasparivano poche monete d'oro, una dello quali estrasse per darla al mugnaio; ma fosse per il fascino che il Generale sapeva destare sopra tutti coloro che lo accostavano, o fosse per l'espansione d'animo acquistata dal buon uomo mercè le copiose libazioni fatte a cena in onore dei suoi commensali, il fatto è che Pispola, per quanto fosse pregato, ricusò di ricevere il denaro, e dopo fatto approntare al figlio Ranieri il barroccio richiesto, salutò gli ospiti alla partenza con ogni maniera d'augurii per il loro felice viaggio.

Salirono nella vettura data dal Barni il Generale ed il Sequi, e sul barroccio il figlio del mugnaio col Barbagli ed il Capitano Leggero, e si avviarono verso Vaiano. Sapeva Garibaldi di essere aspettato a casa Bardazzi, e fece volentieri quella breve sosta per potere esternare all'ottima famiglia, e massime al capo della medesima Carlo Bardazzi, tutta la sua gratitudine per le cure prodigate in quel giorno a lui profugo; non vi prese cibo, ma in segno di aggradimento di quanto era stato preparato per lui e pel compagno accettò di bere. Fu stabilito di lasciare la vettura del Barni coll'incarico di restituirla al suo proprietario; i Bardazzi offrirono il loro baroccino, ma il Generale preferì un baroccio ugualmente di proprietà della famiglia, come tale da dare minore sospetto in qualsiasi incontro lungo la via. Così il Garibaldi ed il Sequi presero posto nel baroccio di Pispola, mentre il capitano Leggero ed il Barbagli erano sull'altro baroccio condotto dal giovane Bardazzi Vincenzo. Partirono da Vaiano dopo le 10 di notte, e seguitarono i due barocci fino al luogo detto _Cammino di Spazzavento_, dove fermate le vetture, il Sequi per ordine del Generale disse che in così bella serata si preferiva di continuare a piedi fino a Prato, ma in realtà fu così fatto per nascondere la vera meta del viaggio, cioè la _Madonna della Tosse_, luogo di convegno con Antonio Martini. Retrocederono le due vetture condotte da Vincenzo Bardazzi, e da Ranieri figlio di Pispola, e continuarono la via i due profughi insieme ad Enrico Sequi e a Giuseppe Barbagli, che conosceva ormai il nome illustre dei viandanti notturni pei quali aveva tanto faticato, pronto ora a fare di più se occorresse. Arrivarono dopo le undici al luogo convenuto, e tosto uscì dall'Albereta detta del Leonetti la vettura condotta da Gaetano Vannucchi, amico del Martini, da lui pregato di prestarsi a favore dei due profughi, di cui però non disse il nome, quantunque liberamente lo potesse, attesi gli onesti o liberali principi del giovane. Era nella vettura lo stesso Martini che per un atto di squisita delicatezza, e per sorvegliare esso medesimo l'impresa, era venuto ad incontrare i due proscritti.--Dista la Madonna della Tosse da Prato circa 5 chilometri, e vi si addita oggi il sasso dove Garibaldi si assise per pochi momenti.--Salirono tutti nella vettura, e seguitarono così fino presso la città, e quindi discesi, e dividendosi dal Vannucchi, entrarono nei campi, e per la sponda destra del Bisenzio raggiunsero la via ferrata che traversarono per introdursi nella Stazione. Stava quivi ad aspettare l'egregio capo-stazione Fontani, che per mezzo di una scala a piuoli fece salire i due profughi in una stanza remota.--Tutto questo succedeva a pochi passi dalla sentinella austriaca che stava di guardia dalla parte opposta del fabbricato.--Così è; l'amore di patria, la devozione, il coraggio di quattro patriotti convertiva la fazione del soldato invasore in guardia d'onore del Generale.--Questo avveniva dopo la mezzanotte del 26 al 27 Agosto.

Intanto correva il Martini, sempre a tutto previdente, ad accertarsi che il vetturino Vincenzo Cantini da lui noleggiato fosse per l'ora convenuta al luogo stabilito, ed il Sequi, disceso anch'esso insieme al Barbagli per la parte da dove erano venuti, entrò in città per la Porta al Serraglio, dicendo al custode suo conoscente essere in cerca di altro ingegnere, che però ben sapeva essere assente da Prato. Fece ciò allo scopo di eludere le future ricerche della polizia, che anzi andò fino alla casa dell'ingegnere, ove, come già sapeva, gli fu risposto essere a Firenze, e presa una vettura finse tornare a Vaiano, ma invece con un lungo giro fece capo di nuovo agli amici nella Stazione.

Tornò il Martini ad annunziare che tutto era in ordine per la partenza, e alle due antimeridiane lasciavano la Stazione il Generale e Leggero guidati dal Martini e dal Sequi, e raggiungevano la vettura che li aspettava presso la stanza mortuaria dietro le mura della città, e distante circa 100 metri dalla porta e dalla Stazione. Prima della partenza furono consegnate al Generale due lettere, di cui una dell'ingegnere Sequi per il dottor Pietro Burresi a Poggibonsi, l'altra di Antonio Martini per il suo parente Girolamo ministro al Bagno a Morbo. Nell'una e nell'altra si pregava ad assistere con ogni maniera d'aiuto i due profughi senza però declinare i loro nomi.

Pieni di affetto e di riverenza dall'una, di affetto e riconoscenza dall'altra parte furono gli addii. Prima di separarsi, dai suoi amici di Prato Garibaldi li abbracciò, li baciò con effusione, e disse loro queste testuali parole: «_Arrivederci a tempi migliori._» Ringraziava e baciava il Leggero con eguale effusione, poi salirono nella vettura che tosto parti.

Ebbe la polizia sentore del fatto dopo qualche giorno, o fece arrestare, prima tutta la famiglia di Pispola, che come inconsapevole fu rilasciata, quindi l'ingegnere Enrico Sequi, sostenuto in carcere per qualche giorno, e liberato per mancanza di prove, tanto seppero i bravi patriotti accoppiare la prudenza all'ardire.

Nè è da trascurarsi un episodio relativo all'anello nuziale della povera Anita. Prima di separarsi dal Sequi volle il Generale mostrargli quale e quanta si fosse la sua gratitudine per lui, e toltosi dal dito un anello d'oro glielo consegnava dicendogli: «_Questo è l'oggetto che io abbia più sacro al mando, poichè è l'anello nuziale della mia perduta Anita. A voi lo consegno, come pegno della mia gratitudine ed amicizia._» E il Sequi rispondeva commosso: esser troppo il dono per il poco fatto da lui; conserverebbe religiosamente il prezioso ricordo, per restituirlo al Generale quando la patria fosse redenta dalla schiavitù.--E il capitano Leggero volle lasciargli per sua memoria un pugnale americano da lui messo in opera nella difesa di Roma. Dopo 10 anni l'Italia era restituita a nazione.--Garibaldi colla leggendaria spedizione de' Mille aveva unita mezza Italia alla patria comune, e due anni dopo giaceva ferito al piede dalla palla d'Aspromonte.--Era in Pisa dopo la prigionia del Varignano, e il dottor Franceschini ed il Sequi si recarono a visitarlo; sennonchè i medici avevano inibita qualunque visita all'infermo.--Troppo doleva ai due amici il tornarsene senza aver veduto il Generale, onde il Sequi, toltosi dal dito l'anello di Anita, pregò l'ufficiale col quale aveva parlato di portarlo a Garibaldi insieme ad una sua carta da visita.--Condiscese l'ufficiale con indifferenza e forse peggio e dopo entrato nella camera del ferito, fu sentita la voce del Generale che diceva: «_Fate che passi_,» cui replicava l'ufficiale rammentando l'ordine assoluto dei medici, ma tacque alla replica tuonante: «_Fate che passi, per Dio!_» E l'ufficiale aprì senz'altro la porta, e così il Sequi e il Franceschini si trovarono in faccia all'Eroe, che memore del beneficio tendeva le braccia al Sequi, e gli diceva: «_Venite, amico._» Il dottor Franceschini commosso piangeva dirottamente, e all'ufficiale che attonito restava immobile nel vedere quella scena inaspettata, si rivolse Garibaldi e gli disse: «_Voi non volevate introdurre da me questo mio amico; questo è il mio salvatore, al quale diedi in ricordo l'anello di Anita, che voi mi avete rimesso, e che io gli restituisco._» Volle il Generale che gli fosse raccontato dalla bocca del Sequi il salvamento nella valle di Bisenzio, e fece accettare a lui ed al Franceschini una refezione nella stessa sua camera, e quando furono congedati con mille attestati di gratitudine, passando per l'anticamera si trovarono circondati da un gruppo di giovani garibaldini, che corsi alla notizia dell'accaduto, acclamarono nel modo più entusiastico ai due liberatori del loro amato Generale[3].

II

DA PRATO AL BAGNO A MORBO

La vettura noleggiata per i profughi dall'egregio Martini era a quattro ruote e ad un cavallo, adatta cioè alle vie pianeggianti che esistono fra Prato e Poggibonsi, e non tale da richiamare l'attenzione di chicchessia. La conduceva Vincenzo Cantini, garzone di Angiolo Franchi tenutario di vetture pubbliche, e credeva di condurre verso la Maremma due mercanti di bestiame, che colà si portavano per fare acquisti. A tutto aveva pensato il previdentissimo patriotta pratese.

Per la via d'Empoli e per la valle dell'Elsa giunsero i due viaggiatori senza incontro sinistro presso Poggibonsi alle ore 8 di mattina, e si fermarono fuori dell'abitato alla casetta detta _Bonfante_, distante dal paese forse duecento metri.

Non era cosa nuova che ivi facesse sosta qualche vettura a riposare i cavalli, e ancora qualcuno vi se ne ferma oggi, quantunque non siavi locanda.--E fu buona l'idea, perocchè oltre a non mettersi in evidenza della sbirraglia reazionaria, sfuggivano i profughi la vista dei soliti Austriaci che erano di passaggio da Poggibonsi.--Un bambino, figlio della Giuseppa Bonfanti[4] vide fermarsi il legno davanti alla sua abitazione, e scenderne i due, uno dei quali, biondo e più attempato, gli domandò con modo cortese se era permesso il riposarsi un poco nella casa. Riferì il bambino la domanda alla madre, e questa che era oltre ogni dire ospitale, scese ad incontrare i due viaggiatori, garbatamente li accolse, e li fece salire nella cucina, mentre il vetturino, ricoverato il cavallo nella stalla della Bonfanti, veniva mandato al paese onde consegnare al dottore Burresi la lettera del Sequi, con preghiera di provvedere un mezzo di trasporto per la prosecuzione del viaggio fino al Bagno al Morbo. Chiese di poi il Generale se si poteva avere una qualche cosa da ristorarsi, e la buona donna assentiva premurosa, e voleva andare a far provvista in paese, ma non volle esso dicendo che se nella casa vi fossero uova, sarebbero state cibo bastante per loro.--E questa disposizione del Generale nasceva non tanto dal desiderio di non propalare la loro presenza, quanto dalla sobrietà sua abituale.--Si piegò la Bonfanti all'esplicito desiderio e si mise attorno alla cottura delle uova.--Stava frattanto Garibaldi seduto insieme a Leggero nella cucina, e una bambina di forse tre anni, figlia della Bonfanti, attirata dalla fisonomia simpatica, e dai modi benevoli dello straniero, gli andò festevolmente fra le ginocchia, e Garibaldi la carezzava con fare paterno.--Se ne avvide la donna, e dava mano ad allontanarla con quel modo proprio delle madri, che pare burbero, ed è carezzevole, dicendole: «_si levasse da dare noia a quei signori_;» se non che Garibaldi si oppose, e presa in collo la bambina la baciò e ribaciò teneramente, e le fece mille carezze.--Aveva sentito la donna, sempre buona con tutti, una speciale simpatia pei due mercanti (così si dicevano) massime pel biondo, e l'attiravano a lui le cortesi maniere, il fare franco e leale, e la sua bella fisonomia fiera a un tempo e gentile.--Ora poi che vi si aggiungeva l'orgoglio materno soddisfatto nel vedere così carezzata la sua bambina da quel signore tanto amorevole e buono, di quanto si aumentasse quel sentimento di simpatia misto a rispetto, solo chi è madre lo dica.--La Bonfanti semplice e casalinga subiva il fascino a cui nessuno si è sottratto nell'avvicinare l'Eroe.--Forse non aveva mai sentito parlare di Garibaldi, forse la strana voce della plebaglia reazionaria aizzata dal prete le rappresentava come un bandito assetato di sangue e di rapine quell'uomo singolare che parlava così bene, che si mostrava a lei tanto cortese, che era pieno d'amore per la sua fanciullina.--Quando più tardi seppe qual nome portasse il modesto viaggiatore biondo, fu tale e sì devota la sua ammirazione per lui, che conservò come una santa reliquia la stoviglia ove furono cotte le uova, e il bicchiere a cui bevve il Generale; e quando nel 1867 Garibaldi, non mai dimentico dei benefizii ricevuti, passando da Poggibonsi volle rivedere la casa ospitale, la donna non si saziava di riguardare estatica l'Eroe.--E Garibaldi, che si rammentava delle circostanze più minute, domandò della bambina che aveva tenuta sulle braccia nelle poche ore in cui aveva trovato riposo in quella casa modesta, e gli fu presentata una giovane di oltre venti anni, sulla cui fronte depose un bacio paterno, memoria dei baci stampati dal profugo sul suo visino di fanciulla, grato ricordo dell'accoglienza amorevole che in tempi così diversi aveva ricevuta nella casa della Giuseppa Bonfanti.

Allestite le uova, e tornato il Cantini da Poggibonsi coll'assicurazione che quanto prima tutto sarebbe in ordine per la partenza, volle la buona donna nell'attiguo salotto apprestare la mensa, cui si assisero Garibaldi, il capitan Leggero e il vetturino di Prato. Poco avanti il mezzogiorno venne il vetturino di Poggibonsi, e Garibaldi, ringraziata la Bonfanti di tutto quello che aveva ricevuto da lei, volle ad ogni costo soddisfarla dei prestati servigi, ad onta che essa facesse del suo possibile per rifiutare la moneta, e lasciando al Cantini i suoi saluti per gli amici di Prato, e accomiatandosi dalla famiglia Bonfanti come un vecchio amico, partì insieme al compagno pel Bagno a Morbo.

Abbiamo con ogni accuratezza procurato di rintracciare se il dottore Pietro Burresi, allora medico-condotto di Poggibonsi, poi Clinico esimio degli Studi Superiori di Firenze, avesse avuto un colloquio col Generale alla casa Bonfanti, non essendo possibile l'incontro in altro luogo, mentre nelle poche ore di sosta siamo certi che i profughi non si mossero di là; ma tutto ci fa credere, e ce lo affermano concordi i testimoni viventi, che il Burresi non accostasse i due viaggiatori, ed è ciò anche naturale se si riflette che la lettera dell'ingegnere Sequi parlando di profughi senza rammentare chi fossero, e raccomandando di fornire ad essi i mezzi per continuare il viaggio, l'egregio professore, dopo avere adempiuto a quanto lo pregava l'amico, non si sarà occupato più in là, non potendo neppure sospettare il nome illustre che portava uno degli esuli a lui diretti da Prato. È certo però che il Burresi non poteva fare migliore scelta nel vetturino. Era questi Niccola Montereggi giovane popolano di principii liberali, e testè uscito dalle carceri per causa politica. Nonostante ciò gli era stato detto che conduceva due mercanti di bestiame in Maremma.

Partiti dalla casa Bonfanti percorsero la strada che fiancheggia il paese ingombra di salmerie e soldati austriaci, e con qual cuore vedesse il Generale così da vicino questa nuova miseria della patria non è da dire. Arrivarono a Colle in giorno di straordinaria affluenza di popolo, e il Montereggi, per assicurare l'esito del viaggio, che sapeva lungo e faticoso, pensò di cambiare il suo cavallo con una cavalla di migliore lena colla quale un suo fratello aveva portati la mattina stessa alcuni passeggeri a Colle[5]. Il Montereggi rammenta con espansione anche oggidì la sua _Chioccia_ (è il nome della cavalla) e dice che poche bestie sarebbero state buone di fare quanto fu da lei fatto in quella giornata. Per il ricambio del cavallo si fermarono nella via principale di Colle ad una locanda ove il vetturino sapeva di trovare il fratello[6]. Era la strada per la straordinaria occorrenza di festa ingombra di popolo, e vi si aggiravano spessi i gendarmi del Governo granducale. Durante il cambio dei cavalli scesero i due viaggiatori dalla vettura, e col modo di persone che non hanno nulla da temere, stavano in mezzo a tanta gente paesana, e sbirraglia lorenese, quasi fosse per essi la cosa più naturale. Ripartirono subito da Colle, e passando per il Castelletto di San Gemignano, pervennero circa alle 3 pomeridiane al di sotto di Volterra senza entrare in città, al luogo detto _i Monumenti_. La strada fino allora percorsa è malagevole e montuosa, e il Generale scendeva spesso a terra con agilità mirabile nei luoghi più faticosi, e si dava a cogliere sulle siepi more selvatiche, che mangiava con avidità. Ai Monumenti havvi un quadrivio che pose in imbarazzo il vetturino sulla via da seguire, come quegli che non era pratico dei luoghi. Vi fa capo la via Colligiana per la quale erano venuti i viaggiatori, e vi se ne staccano altre tre, di cui due per parti diverse conducono alla città, e una terza procede alla china, e dopo poco tratto biforcandosi, per una parte volge alla Val d'Era, e per l'altra alle Saline.

Era quest'ultima la via da prendersi, ma il vetturino aveva bisogno d'indicazione, e si fermò per aspettare qualche viandante cui dirigere la domanda. Intanto Garibaldi scese dalla vettura, e si assise cogitabondo all'ombra di un roveto che allora esisteva in un lembo di terreno abbandonato fra la via che conduce alla città, e la Via di Val d'Era e delle Saline.--Sull'erta--al davanti di lui--si alzavano le mura della cittadella, tristamente celebre sotto il nome di _Maschio_ come antica prigione di Stato, poi ridotta a carcere cellulare, e nella quale scontavano allora tanti patriotti il delitto di avere amata l'Italia, e per lei sperati migliori destini.--Di fianco, e sulla via, si ergevano i cosiddetti Monumenti, attestato marmoreo di adulazione servile, coi quali si magnifica la liberalità di un principe austriaco che si degnò di far costruire una strada ruotabile per Volterra a spese del pubblico erario.--In faccia a tanta abiezione e a tanta miseria saranno stati molto tristi i pensieri del Campione perseguitato della libertà!--Fu breve la sosta, e avuta l'indicazione della via da seguirsi, fu continuato il viaggio fino alle Saline. Ivi, sul piazzale della fabbrica governativa del sale, pel quale doveva passare la vettura, erano alcune guardie di finanza, e Garibaldi, sorpreso di trovare soldati in luogo di quasi aperta campagna, ordinò al vetturino di continuare per la valle della Cecina, anzichè volgere per le Saline. Ma chiarito l'equivoco dal vetturino stesso, dopo fatto un breve tratto di strada, fu ripreso il primitivo cammino per Pomarance, e passato il Ponte di Ferro sulla Cecina, cominciarono la salita. Se non che la povera _Chioccia_ correva da 5 ore senza riposo, aveva percorsa una lunga strada montuosa, e quantunque dovesse trarsi dietro un leggero baroccino a due ruote, aveva il carico di tre persone, ed era stata bastantemente sollecitata per via. Ora dava segni di stanchezza, vi era una lunga salita da fare, e fu necessità fermarsi a _Prugnano_, podere che è sulla mano destra di chi sale a Pomarance, e circa alla metà della salita. In questo tempo prese il Generale un uovo cotto nella cenere, e rinfrancata la cavalla, dopo il riposo di un'ora, fu continuato il cammino. Ma la Chioccia era sfinita di forze, per cui il Montereggi arrivato alla _Burraia_ locanda presso Pomarance, fu costretto, sebbene a malincuore, a dichiarare ai suoi viaggiatori che non poteva condurli fino alla meta stabilita.--Scesero alla Burraia, e il Montereggi ebbe incarico dal Generale di trovare altro vetturino che li accompagnasse al Bagno a Morbo. Andò il Montereggi a Pomarance e tornò con Vittore Landi detto Zizzo, vetturino di professione, che si incaricò di portare egli i due mercanti di bestiami al Bagno a Morbo.--Mentre si preparava la vettura, il Garibaldi e il Leggero si riposarono in una camera del piano superiore, e prima di partire mangiarono insieme al Montereggi ciò che era stato per loro preparato dall'oste.--Venne Zizzo col suo barroccino, e i profughi ripresero la via dopo due ore di sosta, ed arrivarono al Bagno a Morbo alle ore 11 di sera.--Vi erano così pervenuti in un solo giorno da Prato, traversando buon tratto della Toscana, e riposando appena qualche ora pel cambio delle vetture[7]. Certamente era d'assai migliorata, la condizione loro.--Se non altro l'esoso straniero non era penetrato in quelle regioni.--Quantunque non fossero ancora nella Maremma, la popolazione scarsa faceva sì che più facilmente potessero restare inosservati in casa di amici.--Ma quanti ostacoli ancora da superare!--Quante difficoltà da vincere!--Buon tratto di cammino li separa tuttora dal mare, unico scampo per essi--e sul mare occorre una barca che si ponga al cimento per portarli in luogo di salvezza.--Ma la fortuna d'Italia li accompagna--toccheranno il lido tanto desiderato--vi sarà la barca che insieme coll'Eroe porterà in salvo il futuro Dittatore di Sicilia, e di Napoli, _tanta parte del riscatto italiano_--e a conclusione del fortunato evento, potrà poi dettare ai posteri l'eccelso Scrittore Livornese[8]: «_Quindi impari chi legge a non disperar mai della patria_»[9].

III

DAL BAGNO A MORBO A SAN DALMAZIO