Dal molino di Cerbaia a Cala Martina Notizie inedite sulla vita di Giuseppe Garibaldi

Part 4

Chapter 43,457 wordsPublic domain

Diremo intanto delle misure di precauzione prese dal Serafini a tutela de' suoi ospiti illustri. Il paesello di San Dalmazio dista 12 chilometri dal Morbo, ed è fabbricato sull'erta pendice meridionale del poggio, che ha sulla sua vetta la vecchia e diruta Rocca Silana. Segregato allora dal movimento commerciale per la mancanza di vie ruotabili, colla sua piccola popolazione intenta ai lavori agricoli, sembrava il più sicuro asilo pei due proscritti, eppure la lebbra reazionaria era entrata fin là, e le precauzioni prese dall'egregio Serafini non potevano dirsi mai troppe. La sua casa, posta quasi alla cima del paese, ha l'ingresso principale nella via di mezzo, e due altre uscite secondarie, di cui una al di sopra del paese in aperta campagna, e l'altra posteriore in una vallata deserta e quasi selvaggia. Della disposizione eccellente della casa intendeva servirsi il Serafini in caso di sorpresa, e mentre aveva provveduto con abbondanza d'armi alla momentanea resistenza, aveva indicata ai suoi ospiti la via che dovrebbero seguire per le diverse uscite, e i punti diversi di ritrovo, se, come esso diceva, sarebbe rimasto vivo nella lotta.--Aveva aperto da sè stesso la porta della casa al Generale e a Leggero, e mai nei quattro giorni della loro permanenza li fece vedere a' suoi familiari, ai quali con minaccia della vita aveva ingiunto il più rigoroso silenzio sulla presenza di stranieri nella casa, dichiarandoli due suoi consanguinei implicati nelle ultime vicende politiche, e che voleva ad ogni costo salvare.--Insomma una volta nelle mani del Serafini, Garibaldi non era più il proscritto in balìa della sorte, e la sua cattura non sarebbe stata più un facile colpo di mano.--Quivi il perseguitato potè godere i primi momenti di quiete dopo la morte di Anita.

Ma non era quieto il Serafini. Di carattere ardente e passionato, misurava gli indugi alla stregua del desiderio che sentiva vivissimo di vedere in salvo i suoi ospiti cari e rispettati. Seguiva colla mente il Guelfi nella sua gita in Maremma, ne misurava tutti i pericoli, ne esagerava anche la difficoltà di riuscita. E lo mise in maggiori angustie la lettera che ricevè per espresso nelle ore pomeridiane del giorno 28 spedita dal Martini. Era questa senza firma, ma scritta coi caratteri di Angiolo Guelfi, notissimi al Serafini. Diretta con finto nome ed indirizzo: «_Al signor Dario Ascani--Colle_,» diceva così:

«_C. Amico_

«_Arrivato qua non ho trovato la persona per fare il noto affare. Dunque vi rimando il baroccino._

«_Io parto nel momento per la Maremma bassa, quando avrò fatto i miei affari ritornerò a trovarvi._

«_Non state in pensiero se mi tratterrò qualche giorno, giacchè l'aria è assai buona._

«_State bene e sano._»

Seguiva un'aggiunta scritta dalla mano di Girolamo Martini nei termini che seguono:

«_Se crede di volere cambiare venga da me nella giornata, che si combinerà tutto. Gradisca i miei ossequi, e li faccia gradire._»

La solita imperturbabile tranquillità del bravo Martini in faccia agli ostacoli traspariva dalle poche righe aggiunte alla lettera tanto significante di Angiolo Guelfi. Questi aveva trovato un ostacolo nell'esecuzione dei suoi disegni, e ne dava avviso col ritorno del baroccino, avvertendo in pari tempo che la sua lontananza sarebbe più lunga di quanto si era proposto. Il Serafini, trepidante per il buon esito dell'impresa, ne parlò al Generale, domandandogli il suo volere in faccia a questo inopinato ritardo. E il Generale calmo e sorridente rispondeva alle premure dell'ottimo Serafini: «_Dolergli e molto dei gravi rischi che i suoi bravi amici andavano ad incontrare per lui; quanto a sè non si dassero pensiero;_» e come erano sulla loggia della casa posta ad altezza non indifferente dalla sottoposta vallata gli diceva: «_Vedete, tanto lo scalare questa vostra loggia, quanto lo scenderne, è per noi due cosa facile._» Opinò infine il Generale doversi aspettare l'esito delle pratiche, fiducioso di quanto andava facendo il Guelfi in Maremma, quindi fu deciso di nulla innovare.

Passò così il 29, e la mattina del 30 il Serafini, insofferente della mancanza di notizie del Guelfi, che a lui pareva prolungata, ed era naturalissima, mandò un espresso al Bagno per sapere qualche nuova dal Martini. Ma il Martini ne sapeva quanto lui, e gli rispondeva sempre calmo, sempre prudente con la seguente lettera senza data, senza firma, senza indirizzo:

«_Pregiatissimo_,

«_Non essendo qua l'amico non posso dirgli niente, ma subito che tornerà che spero sarà in questa mattina, spedirò persona costà e lo renderò inteso di tutto; mi creda._

«_Suo_.»

E il ritorno tanto desiderato del Guelfi avvenne infatti la mattina del 30, come col suo animo calmo lo avea previsto il Martini.

Diremo ora della gita di Angiolo Guelfi in Maremma, ma a spiegazione dei timori del Serafini, e del rifiuto del Guelfi a portare seco i due profughi, accenneremo come pochi giorni avanti, mentre attendeva esso nel piano di Scarlino alla direzione della sua azienda, venne a trovarlo Olivo Pina, quello stesso che vedremo poi accompagnare Garibaldi al mare, e gli disse come essendo andato per affari suoi a Massa Marittima, aveva incontrato Giovanni Fabbri e Giuseppe Lapini ambedue autorevoli ed onesti cittadini, ma non malevisi dal restaurato governo lorenese, i quali, come amici di Angiolo Guelfi, cercavano appunto occasione segreta e sicura per fargli sapere che non si presentasse nè a Massa nè a Scarlino, perchè era a loro certa cognizione, avere le autorità locali ordine di procedere in tal caso al di lui arresto. All'annunzio di questa nuova persecuzione aveva il Guelfi domandato fra il serio ed il faceto, dove dovesse dunque andare, poi facendo di necessità virtù, si ritirò nelle vicinanze del Morbo, un poco riparandosi presso gli amici suoi Bruscolini di Castelnuovo, un poco presso l'amico e parente Cammillo Serafini a San Dalmazio, e così si conduceva, incerto sempre del domani, tantochè credè bene stare lontano anche dalla famiglia che teneva allora a Laiatico, per risparmiare il possibile dolore di un suo arresto sotto gli occhi dei suoi cari. Era insomma il Guelfi un perseguitato, che si era assunto di aiutare altri più perseguitati di lui. Nè poteva delegare ad alcuno la missione sua, perchè difficile sarebbe stato il trovare chi al pari di lui avesse autorità e fiducia insieme sui patriotti di Massa, di Scarlino e di Follonica, tutti indispensabili col concorso loro alla buona riuscita dell'impresa. Ora per organizzare il passaggio e il salvamento per la via di mare, era necessario non solo aggirarsi pei due luoghi proibiti, Massa e Scarlino, ma occorreva altresì in quei tempi di sospetti e di arbitrii, avere rapporti coi più caldi repubblicani, che erano a lor volta i più perseguitati e i più sorvegliati. Ecco dunque perchè il Serafini, che bene sapeva lo stato del Guelfi, temeva tanto del buon esito dell'impresa; ecco perchè il Guelfi stesso rifiutò con dolore la richiesta del Generale di averlo a compagno, ecco perchè lo troveremo sempre in luogo diverso dal Generale.

È stato in varii modi e da varii scrittori toccato questo periodo della vita avventurosa del Garibaldi, ma nessuno ha conosciuto e svelato la posizione difficile nella quale dovè preparare, e portare a termine l'impresa un pugno di patriotti, perseguitati essi stessi, e costretti spesso a pensare alla loro salvezza, se volevano avere libero il domani, per spenderlo, non a proprio vantaggio, ma in prò della salute del Generale.

Partì dunque Angiolo Guelfi dal Morbo nelle prime ore del 29, ed arrivò a Massa circa alle 8. Fece subito ricerca dei due fratelli Giulio e Riccardo Lapini, e di Pietro Gaggioli detto Giccamo. Trovò i Lapini, giovani animosi e caldi patriotti, pronti ad assumere la parte loro, di scortare cioè i profughi a traverso il territorio di Massa fino alla Casa Guelfi, ma non potè trovare il Gaggioli, sceso a Follonica per affari suoi. Era intenzione del Guelfi, quando partì dal Morbo, di prendere gli accordi opportuni coi Lapini e col Gaggioli, e ritornare poi subito donde era venuto, sempre per non destare colla sua presenza sospetti nei luoghi pei quali doveva passare Garibaldi. Ma la inopinata mancanza di Giccamo gli fece fare di necessità quello che voleva schivare, e si risolvè ad andarlo a trovare a Follonica. Fu allora che scrisse la lettera all'indirizzo convenzionale di «_Dario Ascani, Colle_» e la fece recapitare al Martini col ritorno del baroccino che lo aveva accompagnato a Massa. In essa annunziava velatamente, come si è sentito, la mancanza del Gaggioli, faceva intendere la sua gita in cerca di lui, e coll'animo pieno di fiducia nel buon esito dell'impresa pericolosa che si era assunta, mandava un saluto ed un conforto agli amici colle parole: «_Non state in pensiero se mi tratterrò qualche giorno, giacchè l'aria è assai buona._»

E non poteva fare altrimenti. La salvezza del Generale e del compagno suo dipendeva dal trovare chi si assumesse l'incarico di traversare coi due profughi il mare dalla spiaggia tirrena alla ligure, e questo non poteva trovarsi che da Giccamo per la sua professione sempre in rapporto con uomini di mare. Era Pietro Gaggioli, detto Giccamo, onesto commerciante e buon patriotta di Follonica, e per di più deferentissimo ad Angiolo Guelfi per antica amicizia. Necessario quindi che il Guelfi parlasse in persona al Gaggioli, il quale si sarebbe piegato a fare per lui quello che non avrebbe fatto per altri. Partì infatti il Guelfi per Follonica la mattina stessa del 29, ed ebbe la fortuna d'incontrare Giccamo per via al _Ponte della Pecora_ di ritorno a Massa insieme a suo figlio. Restò lietamente sorpreso il buon Giccamo dell'incontro inopinato di Angiolo Guelfi che non soleva mai tornare in quei luoghi prima del Novembre, e scesi ambedue dai loro baroccini si strinsero a colloquio sul margine della via. Espose il Guelfi la causa della sua gita in Maremma, e pregò l'amico quanto più caldamente potè a non tralasciare una circostanza così inattesa di giovare alla causa della libertà, e a contentare insieme un vecchio amico. Misurò il Gaggioli tutte le difficoltà ed i pericoli di quanto si sarebbe andato facendo, poi, patriotta ed amico, cedeva alle ragioni ed alle preghiere del Guelfi patriotta vecchio ed amico suo, e tornando indietro dall'intrapreso cammino, rifaceva la via per Follonica, mettendosi con tutta lena a porre in esecuzione quanto aveva promesso. Il Guelfi, poi, resa inutile la gita di Follonica, volgeva per Scarlino, suo paese nativo, onde prendere gli opportuni accordi pel ricevimento degli esuli, e per la loro scorta fino al mare. Giunse a Scarlino, sempre nelle ore della mattina, e fece ricerca tosto di Olivo Pina che conosceva audacissimo, ed era altresì legato seco lui da stretta familiarità, e postolo al corrente di tutto, lo richiese di ricevere esso per lui assente gli ospiti illustri nella sua casa del piano di Scarlino, e di trovare altri giovani di buona volontà e risolutezza che gli si associassero per servire di scorta ai profughi durante il loro soggiorno alla Casa Guelfi, e nella traversata fino al mare. Il trovare compagni non era per Olivo Pina cosa difficile, attesochè nella Maremma tutta, e specialmente in Massa e Scarlino, si era dichiarato il popolo caldo difensore delle idee democratiche, e lo aveva mostrato coll'invio di numero grande di volontari, che erano testè stati rimandati alle loro case pieni di malcontento dal governo lorenese restaurato. Che se si aggiunge trattarsi di difendere la vita del più popolare campione della libertà, vogliamo dire Giuseppe Garibaldi, vi era da trovare uomini volenterosi oltre il bisogno. In tutti quei luoghi poi era Angiolo Guelfi potente per aderenze ed amicizie, massime in Scarlino, ove possedeva censo, oltre a reputazione non piccola. In pochi momenti Guelfi e Pina s'intesero che nel giorno ed ora designate da Gaggioli e dai Lapini sarebbero andati in quattro alla casa Guelfi, cioè Olivo Pina, Giuseppe Ornani, Leopoldo Carmagnini, e Oreste Fontani, tutti sotto-ufficiali della disciolta Guardia Nazionale di Scarlino, di cui già il Guelfi era il ben amato Capitano, e che una volta ricevuti i due esuli sarebbero stati difesi fino alla morte. Stabilito tutto ciò, Angiolo Guelfi insieme ad Olivo Pina tornava a Follonica, ivi prendeva gli accordi ultimi con Giccamo circa a trasmissione di notizie, si divideva da Olivo Pina, risaliva a Massa, dava ai fratelli Lapini le buone nuove delle pratiche iniziate, e conveniva con essi che avvertiti da Gaggioli, avvertirebbero a lor volta Olivo Pina, e per mezzo di espresso terrebbero informato il Guelfi stesso che si ritirava al Bagno, e dopo ciò la mattina del 30 tornava al Morbo come si è visto di sopra.

Si mise il Guelfi a fare in apparenza la parte del tranquillo bagnante al Morbo, ma dentro a sè tormentato dal dubbio circa la riuscita del suo piano, e pronto a tentare altra via se quello andasse fallito; e il Martini pensava intanto a trasmettere a San Dalmazio la lieta nuova del felice ritorno, e delle pratiche bene avviate dal Guelfi.

Per tutto il tempo che il Generale si trattenne a San Dalmazio traspariva dai suoi atti una tale sicurezza, come se i pericoli non esistessero intorno a lui. Si alzava alle 6 della mattina, dormiva tranquillamente, mangiava, come al suo solito, parcamente, era calmo, spesso sorridente col suo ospite che procurava con ogni modo di mostrargli il suo rispetto e il suo amore. Prediligeva trattenersi nella terrazza attigua al salotto, e che guarda la vallata deserta. Ivi stava fumando e leggendo per molte ore i libri messi a sua disposizione dal Serafini, e più degli altri la vita di Vittorio Alfieri. Così passava tutto il tempo che non si intratteneva a parlare coll'ospite suo. Il capitano Leggero poi si aggirava continuamente per tutte le stanze della casa, escluse quelle praticate dai domestici del Serafini, quasi fosse insofferente di quella prigionia, e accorreva pronto ad ogni minimo desiderio dal suo Generale. Nei ragionamenti che faceva il Garibaldi col Serafini entravano spesso le speranze sulla liberazione della patria, ed anzi riconoscendo nel suo interlocutore un entusiasta partigiano di libertà, gli lasciò scritti di sua mano i nomi di coloro coi quali poteva intendersi per una futura riscossa, ma per non compromettere l'amico scriveva così:

«_Nominativi per un tentativo mineralogico._

«_Il sacerdote Verità Giovanni parroco di Modigliana._ «_Montanari tenente-colonnello della caduta Guardia Nazionale di Ravenna._ «_Bonnet N. capitano della G. N. a Comacchio presso Ravenna._ «_Caldesi Vincenzo ex-Deputato a Roma, di Faenza._ «_Capaccini ex-capitano del reggimento l'Unione a Forlì._

«_Il 1º Settembre 1849_

«_In Ancona, Giannini N. dedicato al commercio._ «_Elia Antonio padrone di bastimenti._ «_Casale Raffaello di Foligno._ «_Vincenzini Pietro ex-maggiore della G. N. di Rieti._»

Così l'autografo religiosamente conservato dal Serafini insieme a molti altri del Generale, e l'esule che non aveva terra che lo sostenesse, pensava non a sè ma al bene futuro della sua patria. È sempre il prigioniero di Gualeguay che intuona alla patria schiava i versi pieni di amore selvaggio:

Io la vorrei deserta E i suoi palagi infranti .......... Pria che vederla trepida Sotto il baston del Vandalo!

Spesso ancora si mostrava preoccupato il Serafini dell'esito incerto circa alle pratiche iniziate da Angiolo Guelfi per l'evasione dalla parte del mare, tantochè il Generale, colla sua solita serenità, gli diceva: «_Non vi date pensiero di me, dirigetemi al mare, e là un solo trave basta per noi due._» E siccome un uomo tale non conosceva cosa fosse millanteria, bisogna ben dire che il coraggio in lui non aveva confini.

Una volta il Serafini, che cercava in ogni modo di render meno sgradita ai suoi ospiti la loro reclusione, volle dare ad essi lo spettacolo gradito di una cacciata quasi sotto i loro occhi, e avvisatone il Generale che assisteva dalla terrazza, presi seco cani e fucile, da eccellente cacciatore qual'era, uccise in poco tempo una lepre e due pernici, che presentò subito al suo ospite amato quanto rispettato, e questi, sensibile alla nuova manifestazione di riguardo, qualificò con effusione come una _grata sorpresa_, il pensiero del Serafini. E qui cade in acconcio raccontare un aneddoto, che mostra la serenità d'animo del Generale nelle circostanze più difficili della sua vita avventurosa, e insieme la perenne memoria che conservava poi beneficî ricevuti.--Era la sera del 2 Ottobre 1860, e per tutto quel giorno memorando aveva Garibaldi perigliato sul campo di battaglia di Santa Maria di Capua; più volte si era veduto sfuggire la vittoria, e più volte aveva saputo riafferrarla co' suoi lampi di genio, coll'entusiasmo che faceva risorgere la sua presenza fra i volontari. Affaticato dai disagi della giornata, e dall'incertezza di quella pugna che per lui valeva più di un regno--valeva l'unità della patria--si era gettato su di un letticciuolo, e stava fumando modestamente il solito suo mezzo sigaro, quando chiese di vederlo Cammillo Serafini. Non si erano più incontrati dal 1849, e fu subito fatto passare nella camera per ordine del Generale. Eravi Bixio assiso su di una seggiola al capo del letto ove Garibaldi si era gettato. Quali cortesi accoglienze si avesse il Serafini dal Dittatore, è inutile il dire. Basti il sapere che rivoltosi a Bixio gli raccontò questo periodo del suo trafugamento, e rammentò le gentilezze avute dal Serafini, e con compiacenza narrò al suo compagno d'armi la grata sorpresa di una cacciata fatta sotto i suoi occhi dal cortese suo ospite. Così era quest'uomo straordinario, e in mezzo ai gloriosi fatti svolti poche ore fa, il suo animo aveva sempre un ricordo gentile per quanto aveva ricevuto nei giorni di sventura.

E per provare che la serenità dell'animo non lo abbandonasse anche nei momenti più difficili, basti il dire che in casa Serafini trovava tanta quiete da permettergli di accingersi alla narrazione dei fatti gloriosamente compiuti a difesa della Repubblica Romana. La sera del 1º Settembre aveva cominciato il suo scritto così:

«_Fatti di Roma_»

«_Giunto da Rieti negli ultimi d'aprile a Roma, colla 1ª Legione Italiana--io fui destinato a guarnire le mura, da Porta S. Pancrazio a Porta Portese--il 30 dello stesso mese essendoci notizie che i francesi si avanzavano per attaccarci--io mandai un distaccamento...._»

Era lo scritto a questo punto quando si sentì un colpo alla porta, e la voce maschia e ben conosciuta di Angiolo Guelfi, che pronunziava la parola _Venezia_. Noi la sentiremo ripetere questa parola, e passerà per la bocca di tutti i patriotti, che di qui in avanti fino a Cala Martina prenderanno parte alla impresa onoranda. La scelse il Generale, e la portò Angiolo Guelfi come parola di riconoscimento e di consegna a tutti coloro per le cui mani dovevano passare gli esuli illustri. Era un tributo di amore alla infelice città, che fino allora assalita dalla peste, dalla fame, e dalle armi straniere, aveva saputo ultima mantenere alto il vessillo nazionale, e lo aveva ora ripiegato con onore.

Così restò troncata questa pagina di storia che scriveva l'autore stesso dei fatti gloriosi; il manoscritto fu conservato dall'egregio patriotta Cammillo Serafini, e insieme ad altri documenti riguardanti questo periodo della vita di Garibaldi, fu da lui tenuto nascosto sotterra per i dieci anni nei quali rimase in piedi la dominazione lorenese[11].

Spieghiamo ora la venuta di Angiolo Guelfi a dare in persona l'avviso della partenza.

Stava esso, come abbiamo detto, al Morbo, in apparenza come bagnante, in fatto per riprendere all'occorrenza le pratiche del trafugamento per la via del Tirreno, se per una qualche disgrazia non si fosse potuto effettuare il piano ideato. Si era imposto di non accostare il Generale che in caso di assoluta necessità, ma la sera del 1º settembre aveva ricevuto un espresso dei fratelli Lapini diretto a Girolamo Martini, col quale si diceva che tutto era pronto, e che nella notte stessa sarebbero impostati lungo la via i mezzi di trasporto, e non aveva potuto reggere al desiderio ardentissimo di rivedere per l'ultima volta i due profughi, e portare loro da sè stesso la lieta novella. Ma non aveva dimenticato di dire ad arte che, richiamato a Pisa da urgenti affari, andava la sera a San Dalmazio, per farvisi condurre dai cavalli dell'amico Serafini. E così fece di fatti, che il giorno successivo, mentre Garibaldi imbarcava felicemente a Cala Martina, il Guelfi si faceva vedere in Pisa[12].

Con quanta gioia fosse ricevuta dal Serafini e dagli esuli la lieta novella si può immaginare. Angiolo Guelfi, che aveva così bene condotta la cosa, fu fatto segno per parte di Garibaldi e di Leggero alle più entusiastiche dimostrazioni di amicizia e di ringraziamento. Nei pochi momenti che precederono la partenza volle il Generale restare a solo col Guelfi nella sua camera. Lo ringraziò con effusione di quanto aveva da lui ricevuto, lo abbracciò e baciò caramente, lo chiamò suo amico, poi volendogli dare un attestato della sua riconoscenza si levò da tergo un pugnale americano, che lo aveva sempre accompagnato nelle guerre al di là dell'Atlantico, e nella difesa di Roma, e porgendolo al Guelfi gli disse: _Non ho altro oggetto a me caro da potervi dare per mio ricordo.--Prendete, capitano, questo stile che mi rammenta tante cose, ed io mi auguro che in tempi per la patria migliori mi possa essere riportato dal vostro figlio, al quale mostrerò di essere sempre memore dell'aiuto ricevuto da voi, e dai valorosi maremmani._--