Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica
CANTO DI GOLIARDI.
Sulla terra già Venere scende, Vengon seco le grazie e gli amori, Sul suo capo il cheto aere s'accende, Sotto il piè le germogliano i fiori.
Madre e dea d'ogni cosa gentile Orna i rami, gli augelli ridesta; L'aria, l'acqua, la terra è una festa: O l'aprile, l'aprile l'aprile!
O fanciulla che languida giaci Fra le piume, e sognando sorridi, E il ciel suona di canti e di baci, Freme il bosco d'amplessi e di nidi.
O fanciulla, son rapide l'ore Della gioia, a te mormora il rio; Sorgi, vieni ti dice il cor mio: O l'amore, l'amore, l'amore! . . . . . . . . . . .
L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po' faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa, così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono ugualmente impressioni luminose. È un viaggio nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida il racconto della formazione del mondo, età per età; -- è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro cade...
Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere, di spaziare, d'innalzarsi:
In alto, in alto! all'etere Padre al fecondo sole Sorge ed inconscia palpita Ogni vivente prole; O che da germe cieco Sbocci o da grembo, o come verde smalto Erbeggi in prato, o induri in selva: o libera Discorra e voli, o bosco abiti o speco, Sempre dovunque un'intima Legge la chiama e la sospinge in alto. Manda la terra gli umidi Fumi dal seno, ond'hanno Nubi di vita gravide Gli astri al mutar dell'anno. Desti al gagliardo attrito Di secchi tronchi e resinose tede Guizzan dal foco gl'inquieti spiriti Ubbidienti ad un supremo invito; E, fiamma anch'essa, l'anima Lingueggia ardente ad un'eterea sede . . . . . . . . . . . .
Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni. Mi mancano il sapere e lo spazio; due cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme, sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito eterno d'un titanico dolore...
Piccolo intermezzo in prosa.
«.... Quando ero un garzonetto di circa nove anni, -- mio zio mi fece domandare, -- per cacciar il falco, cavalcare con lui, -- e tenergli compagnia.
E soffiò il vento del Nord, -- il vento del Nord nell'uragano -- e un sonno di morte piombò su di me, ed io caddi dal mio cavallo.
La regina delle fate or mi tiene, nella sua collina verde per rimanerci; e sono un elfo leggiero e sottile, bionda fanciulla, non lo vedi tu?!...»
(_Frammento d'una ballata Scozzese_).
X.
Lorenzo Stecchetti.
Ancora un frutto vietato! Dio buono quanti! Di questa specie però ne avete assaggiati qualcuno ben mondo, ben inzuccherato, ben isolato in una coppa di cristallo, al giulebbe della musica di Rotoli e di Tosti. Qualche altro ve lo sbuccerò io, ma pochi. «Anche senza leccornie si vive» ha detto l'altro giorno con filosofia semplice e profonda un vecchio medico a un golosino di mia conoscenza. Parole che possono essere fondamento di una regola di vita -- parole da scriversi in oro su ogni camera di fanciulla.
Chi non conosce la gherminella ordita da Olindo Guerrini per dar maggior attrazione e pubblicità alle sue poesie? Chi non ha sentito intenerirsi il cuore pensando a quel povero tisico che scriveva, conscio della sua fine, versi così appassionati e soavi? Chi, vedendo sull'elzeviro quel titolo di «Postuma» e quell'avvertimento «Edito a cura degli amici» non ha riflettuto con un senso di sollievo che, dopo tutto, in questo mondaccio vi sono ancora degli animi nobili e disinteressati ne' quali accanto allo sfolgoreggiante eroismo s'illumina e splende di luce propria la fiammella pallida e dolce della pietà? Oh gentile fratellanza di spiriti! Amicizia buona più forte de la morte! Povero Lorenzo Stecchetti, povera giovine vita falciata così! -- E la melodia soave e triste di quei versi scendeva all'anima, e quei versi circonfusi da un'aureola di martirio, purificati, quasi, dalla morte, andavano a ruba, e alle imprecazioni, alle volgarità si applaudiva come al canone di una nuova scuola emancipata dalle ipocrisie, e le gemme poetiche si trasformavano in ghirlande per la tomba del grande e disconosciuto poeta.
Infatti una vaghezza fresca, gracile, melanconica come quella di certe adolescenze destinate a non varcare il limite che le separa dalla giovinezza -- una promessa fittizia di energia per l'età matura, ricascante spesso in un languore dolce o nella disperazione, qualchevolta in un'ironia heiniana -- la sensazione lucida dell'immensa vanità del tutto, più sentita che espressa, come spesso i predestinati hanno: una delicatezza acuta troppo per la vita: -- nulla manca per la verosimiglianza di quell'anima artificiale che lagrima, o raggia nel verso.
Chi non ricorda il sospiro soavissimo:
Voi che salite questo verde monte, E il silenzio cercate Dov'è più folto il bosco e chiaro il fonte, Anime innamorate, Pietà di me! Sul margin della via Seggo soletto e gramo, Ahi! grave, amanti, è la sventura mia! Pietà di me! non amo.
d'un lirismo così dolce, così dimesso, così fuso col sentimento quasi di vergogna per la triste impotenza che inaridisce il cuore? C'è un alito di frescura e di pena come in un limbo.
E questa di un'efficacia rappresentativa così sincera, così suggestiva:
Nell'aria della sera umida e molle Era l'acuto odor dei campi arati, E noi salimmo insiem su questo colle Mentre il grillo stridea laggiù nei prati. L'occhio tuo di colomba era levato, Quasi muta preghiera al ciel stellato, Ed io che intesi quel che non dicevi M'innamorai di te perchè tacevi.
Tutta la sinfonia della sera, l'elevazione nello spazio, verso il bene infinito, dei profumi delle voci, dei cuori. E pensando questa delicata sfumatura scritta da un povero ragazzo malato, l'anima vibra d'una pietà che è quasi una tenerezza. Ahimè, infatti il poeta è forse morto davvero....
Lorenzo Stecchetti è uno scapestrato, pure è capace di dare dei buoni consigli alle fanciulle. La poesia che termina con la famosa terzina:
Quando ti specchierai ti dica il core Che una perla rubata a' tuoi capelli, Solo una perla può salvar chi muore
è tutta di avvertimento amoroso e severo come di un amico eletto. Un altro finissimo sentimento di pietà riguardosa, lo Stecchetti mette nel cuore e sulle labbra della donna amata:
Questa notte in battello in alto mare Del mondo ci eravam dimenticati; Ci dicevamo le parole care Che san soltanto dir gl'innamorati . . . . . . . . . . . . . .
Quand'ella tacque, da un pensier colpita, E dall'òmero mio la testa bionda Improvvisa levò come atterrita,
E colla faccia stranamente fissa Nella notturna tenebra profonda: Taci -- mi sussurrò -- laggiù c'è Lissa!
Eccovi per ultimo un accento vigoroso e splendido di vita e di verità:
E pur mi sento nel cervello anch'io Qualche cosa che vive e che lavora; E pur quest'aura che il mio volto sfiora L'alito par dell'agitante Iddio!
Talor, cedendo a' sogni miei, m'avvio Per floridi sentier che il mondo ignora; Salgono i canti alle mie labbra allora E spero e credo nell'ingegno mio.
Ma quando il dubbio mi risveglia, quando Via per la nebbia del mattin tranquille Sfuman le larve che seguii sognando,
Colle man mi fo velo alle pupille E mi guardo nel core, e mi domando Sono un poeta o sono un imbecille?
Ah, gl'imbecilli non hanno mai di questi dubbi, Lorenzo gentile! gli imbecilli non sapranno mai che cosa sia una di queste indefinibili intime lotte di chi sente lo spirito tutto cangiato in una sottile e tremolante fiammella -- così sottile e così tremolante e così sacra che la vertigine prende al pensiero che potrebbe spegnersi, e che noi ne morremmo di freddo e di buio come se si spegnesse il sole. È vero: nessuno può toglierci i tesori dell'ingegno -- ma li sentiamo così poco nostri! ma chi li possiede non può nemmeno solamente calcolarne il valore! non sa da che hanno avuto principio, se e come avran fine, se si rinnovellano, se si distruggono -- e li sente ondeggiare in una paurosa fralezza, ed intuisce solo che sono una splendida somministrazione di una mano ignota e Divina, troppo splendida e troppo preziosa per noi giacchè quasi sempre si storpia nella forma della parola....
E se ne stanno, gli eletti, così a mani protese, come ciechi sotto una manna di rose.
Piccolo intermezzo in prosa.
«Quand'on découvre des grandes taches dans l'âme de ceux qu'on aime, il faut se consulter, se consulter et savoir si on peut les aimer encore malgré cela. Le plus sensé est de cesser, le plus généreux est de continuer.»
_George Sand_
XI.
Arrigo Boito.
Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele» dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile, sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine dell'Ideale.
Ma non è di questo che volevo parlarvi, care amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei bizzarri canti del rubesto poeta al quale _il Libro dei versi_ e la stupenda leggenda di _Re Orso_ fruttarono già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo fa parte di quella scuola che quando voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano: dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio. Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante, umana. Quando scriveva quei due famosi versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:
E non trovando il Bello Ci abbranchiamo all'Orrendo
io credo che il bello lo cercasse dove non poteva trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi: negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore. Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile; egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.
Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria, amara, scettica che traspare, ci ricorda il ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele. Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio, fra i quali non si raccapezza e la sua fibra s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è mai così efficace e commovente come quando attinge alla semplice verità.
Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale scritto sotto la fotografia d'una signora:
Arte nata da un raggio e da un veleno Su questo segno della tua potenza Mi si rivela appieno La tua duplice essenza. O arcane curve, ombre soavi, tocchi Luminosi, divine orme d'amore! Sento il raggio negli occhi E il veleno nel core.
Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate, direi volentieri irrequiete, come una fiamma:
. . . . . . Il nome tuo tre secoli Passò ignorato e mero, Solo il trovâr le biche Dell'umili formiche E la pupilla inquieta D'un giovine poeta.
Ed eri forse un genio A cui fallìa la gloria. Un pazïente anonimo Smascherator di storia. Un creätor d'orrende Romantiche leggende, O del poema nero Di Faust o d'Assuero.
Forse una ragna pendula Fra due cippi romani Ti rivelò il miracolo Dei ponti americani, Forse per l'aura bruna Vedendo errar la luna Divinasti l'incauta Magìa dell'areonauta.
Certo ti colse il torbido Problema del futuro Scavando i bei caratteri Sovra l'antico muro; Eri certo un poeta! Eri certo un profeta!! (O, idea vulgare e trista) Eri forse un copista.
La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre, come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba di _Re Orso_. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani. A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica concezione, ma abbastanza spero per darvi un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro. Udite:
V.
PAPIOL.
Per le bimbe, per i pargoli Dalla fiaba impauriti, Per i nonni fra le tenebre Desti, pallidi, romiti, Cangerò la tetra nenïa In un verso allegro e matto, Colla storia ed il ritratto Del giullare Papïol.
Fu il buffon da una mandragora Messo al mondo, e appena nato Era al par d'un dito mignolo Picciol, magro, affusolato; Poi restò sempre rachitico Fin ch'ei visse ed infermiccio, E la crosta d'un pasticcio Fu la culla di Papïol.
Per cimiero ei porta un guscio Di castagna o di lumaca, Una pelle di lucertola È sua calza ed è sua braca; Gli filava una tarantola Cinque corde al suo liuto; E non v'ha giullar più astuto Del gobbetto Papïol.
Tien la vespa il fine aculeo Dentro il corpo alidorato, Tal Papiolo entro la cintola Tiene un ago avvelenato, Con quell'ago ei fe cadavere Più d'un Duca e più d'un Conte, Per quell'ago sir Drogonte Venne spento da Papïol,
Perchè un dì, presente il Principe, Arse vivo uno scorpione. Fu Papiolo eletto al titolo D'uom di Corte e Centurione; Sulla terra ancor non videsi Un più gracile arfasatto. Ecco i fasti ed il ritratto Del giullare Papïol.
Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo in cui traluce molto bene la personalità del poeta:
Cessato è il nembo; -- va volando intorno L'angiol del giorno -- a spegnere le stelle E le fiammelle -- che brillano sui fari Dei marinari. -- L'esule chiesetta Dell'alta vetta -- già si fa men bruna
E ancor la luna Splende sull'ermo Bianca ed immota. Come una nota Di canto fermo. . . . . . .
Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora una volta l'artista ha vinto il poeta.
In _Re Orso_ colgo pure la vaghissima serenata «Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura di Tolosa:
Io di Provenza tenero troviero Vorrei cantarti nella mia loquela, Chè più soave mi parrebbe e mero L'inno amoroso che il mio spirto inciela, Per te sui voli dell'idea cavalco, Cacciando le colombe del pensier; Tu fai di me, siccome fa col falco Il falconier. Tale m'alletta amoroso martòro Che giorno e notte vo cantando e ploro _Tan m'abelis l'amoros pensaman_ _Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan._ . . . . . . . Ier notte oravo, il mio fervor blandia Quasi un soffiar di celestiale avena, E mi si ruppe in cor l'_Ave-Maria_ Perchè appena fui giunto al _gratia plena_ Tu m'apparisti, angelicata donna, Tutta piena di grazia e di virtù. Certo salì la prece alla Madonna Ed a Gesù. Tale m'alletta amoroso martòro Che giorno e notte vo cantando e ploro. _Tan m'abelis l'amoros pensaman_ _Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan._
Ten vieni o Donna nel gentil paese Dove vibran le cetre e le mandòle, Dove nasce la vaga sirventese, Dove si parla in rimate parole, Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume, Dai mali, dalle lotte e dai viventi, Qual si ripara colla palma un lume In mezzo ai venti. Tale m'alletta amoroso martôro Che giorno e notte vo cantando e ploro. _Tan m'abelis l'amoros pensaman_ _Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan._
Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica degli amori irrimediabilmente lontani, i soli amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni che non possono essersi accese che nella mente di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione, nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte in tutta la loro freschezza nativa.
Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta i gentili versi sulla conchiglia, che emergono come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente la profetica virtù che le fanciulle, custodi di ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate, rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:
Conchiglia rosea Del patrio lido Piccolo nido, Del vasto mar. Dell'alma Venere Culla e flottiglia Rosea conchiglia.
In te ricircolano Mille volute Che fan che mormorino Fin l'aure mute. Tu canti e sfolgori Coro fra i cori Oro fra gli ori Del sacro altar.
Entro ti palpitano Le nettunine Ninfe che avvincolansi D'aliga il crine E tutti i zeffiri, Pel cielo erranti E tutti i canti Del pescator.
Dimmi l'oracolo Di mia fortuna, Tu della duna Eco e splendor. Parla, la vergine Cupida origlia, Rosea conchiglia.
L'api che ronzano Fra gli oleandri Ne' tuoi meandri Odonsi ancor. Un trillo eolio In te bisbiglia Rosea conchiglia.
Parla... e che? turbinano Sconvolte l'onde! Crollan.... rigurgitano... Alte e profonde. E sull'equorea Terribil ira Piomba la diva Furia del tuon.
Orror profetico! Rombo bïeco! Terribil eco! Ria visïon! Fuggi! Ho una lagrima Sulle mie ciglia Tetra conchiglia!
E ora quelle fra voi che presto calcheranno la piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi la punta delle dita per strappare al tepido e bigio umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato del responso capriccioso, ma sogni di pace nel ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie dei pescatori.
Piccolo intermezzo in prosa.
«.... la connaissance du coeur humain conduit à l'indulgence et à la bonté.»
_Flammarion._
XII.
Giosuè Carducci.
Onoriamo l'altissimo poeta, il nostro Carducci -- una gloria vivente d'Italia.[8] Dopo, direte addio al mio verziere e ho caro che nelle vostre menti giovinette rimanga più a lungo l'immagine sua. Voi dovete essere, lo ripeto, fanciulle, le vestali dell'ideale, le custodi dei sentimenti grandi e buoni, è a voi di ricordare che ancora al mondo ne rimane la diva scintilla: a voi di ridestare i già spenti, di bandire crociate contro gli apostata dei primi obblighi sacri delle giovinezze studiose: la riverenza e la gratitudine. In ogni tempo e in ogni luogo la superiorità dello spirito o del cuore si pagò e si paga assai cara; è intorno alle roccie titaniche che i flutti si frangono con più sonante rimescolìo -- sulle basse scogliere l'onda passa tranquilla, obliosa, irridendo. La vita dei grandi è travagliata, infelice -- ma quante amarezze che la gloria non lenì, raddolcirono bianche mani femminili null'altro che col posarsi su di una fronte! Ricordatelo, voi, che siete la primavera che promette e l'avvenire che si sogna.
[8] Quando fu scritto questo capitolo l'illustre poeta viveva ancora.
Lasciando da parte, dunque, le opere più note del poeta, -- che a scuola o a casa persone assai più valenti di me vi hanno commentato -- rivolgeremo la nostra attenzione alle creazioni minori, nelle quali pure le qualità adamantine del padre rifulgono in tutta la lor classica purezza. Io ho un po' di manìa per le opere minori in genere, che non di rado preferisco alle altre perchè, mentre serbano l'aria di famiglia, hanno quasi sempre un abbandono più ingenuo e più grazioso. Sono belle bimbe vestite da casa al confronto delle sorelle già al vertice della giovinezza rigogliosa, abbigliate per una comparsa ufficiale nel mondo. C'è il fàscino dell'inesplorato, del romito e della brevità come nelle scorciatoie in confronto alle vie maestre -- l'attrattiva d'un salottino intimo e abitato, in paragone ad un salone per i ricevimenti di parata -- la promessa vaga di una quantità di piccoli incidenti impreveduti, di cento piccole meraviglie inattese, di mille suggestioni insperate -- come in un'escursione a piedi invece di un viaggio in ferrovia. E così potrei moltiplicarvi gli esempi all'infinito. Ma già voi mi avete intesa a volo. L'anima del poeta pare riguardare in sè stessa senz'altra cura che di meriggiare, e di questo riposo viene a noi pure un refrigerio soave. Se è addolorato, il suo dolore è dimesso -- se gaio, la sua gaiezza è infantile. Così è il Canzoniere che mi rivela più lucidamente lo spirito di Dante, il _Rinaldo_ che rende la freschezza d'immaginazione del Tasso intorpidita nella sua celebre Gerusalemme: e uno dei più schietti modelli di poesia italiana ci viene offerto da una produzione tutta intima della quale l'autore -- il Petrarca -- quasi si vergognava.
Ma _qui regna Carducci_. Parliamo di lui.
Si può ammirarlo, il Carducci, con più o meno entusiasmo, ma il suo ingegno non si può discutere. È classico, determinato, possente, qualche volta formidabile: -- efficacemente sintetico sempre -- condizione essenzialissima per una forte vitalità poetica. Come da un terso blocco di marmo pario, egli cava dalla sua mente ogni sorta di capolavori, che il sole dell'arte illumina e riscalda. Monumenti colossali e statuette da salotto -- gruppi armoniosi e bassorilievi purissimi -- arche d'una divina sobrietà trecentista su cui il simulacro del guerriero, come stanco, riposa colle mani in croce tutto armato, e guglie aguzze di qualche magnifico edificio che sfida il tempo. Qualche volta non ne ricava che una lapide nuda, fredda, ma ci scolpisce su qualche parola che infiamma. Quando narra di storia, diletta come se ci facesse passare dinanzi agli occhi una serie di quadri dei floridi pittori veneti del cinquecento -- quando fantastica, ci trasporta sulla poderosa ala d'aquila fino al sole -- quando ricorda o rimpiange, ha l'abbandono pieno di pietà d'una querce abbattuta -- d'un rudero invaso d'edera -- di qualche cosa di grande e di già vittorioso piegato e vinto.
Ma meglio che le mie sbiadite parole vi cesellerà egli medesimo l'immagine propria. Tolgo molto dalle _Rime Nuove_, raccolta de' suoi versi che io preferisco.
Ecco come questo spirito di titano intende il poeta:
. . . . . . . Il poeta è un grande artiere, Che a 'l mestiere Fece i muscoli d'acciaio: Capo ha fier, collo robusto. Nudo il busto, Duro il braccio e l'occhio gaio.
Non appena l'augel pìa E giulìa Ride l'alba e la collina, Ei co 'l mantice ridesta Fiamma e festa E lavor ne la fucina;
E la fiamma guizza e brilla E sfavilla E rosseggia balda audace, E poi sibila e poi rugge E poi fugge Scoppiettando da la brace.
Che sia ciò non lo so io; Lo sa Dio Che sorride a 'l grande artiero. Ne le fiamme così ardenti Gli elementi De l'amore e de 'l pensiero
Egli getta, e le memorie E le glorie De' suoi padri e di sua gente. Il passato e l'avvenire A finire Va ne 'l masso incandescente.
Ei l'afferra, e poi de 'l maglio Co 'l travaglio Ei lo doma su l'incude. Picchia e canta. Il sole ascende, E risplende Su la fronte e l'opra rude.
Picchia. E per la libertade Ecco spade, Ecco scudi di fortezza: Ecco serti di vittoria Per la gloria, E diademi a la bellezza.
Picchia. Ed ecco istoriati A i penati Tabernacoli ed a 'l rito: Ecco tripodi ed altari, Ecco rari Fregi e vasi pe 'l convito.
Per sè il pover manuale Fa uno strale D'oro, e il lancia contro 'l sole: Guarda come in alto ascenda E risplenda, Guarda e gode e più non vuole.
Oh così, così mie fanciulle, erano i bardi dell'età passata -- così confidiamo che siano quelli dell'avvenire! Avete sentito che gagliardìa d'ispirazione e di tocco, che nitidezza di espressione -- come il Carducci è padrone della lingua, del verso, della rima, come è poeta in essenza e artefice nella manifestazione? Oh sì, il rude artiero che doma la materia e col robusto braccio foggia cose sì gentili baciato dal sole levante è lui -- ahimè, forse solo.
Il Carducci ha radicato e vigile l'amore della sua terra al cui pensiero fra il tempestar delle passioni spesso ricorre come a un ritornello blando e addormiente. Questo sonetto è una particella viva di cuore:
TRAVERSANDO LA MAREMMA PISANA.
Dolce paese, onde portai conforme L'abito fiero e lo sdegnoso canto E il petto ov'odio e amor mai non s'addorme. Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.
Ben riconosco in te le usate forme Con gli occhi incerti tra 'l sorriso e il pianto, E in quelle seguo de' miei sogni l'orme Erranti dietro il giovanile incanto.
Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano; E sempre corsi, e mai non giunsi il fine; E dimani cadrò. Ma di lontano
Pace dicono a 'l cuor le tue colline Con le nebbie sfumanti è il verde piano Ridente ne le pioggie mattutine.
Eccovi, giovinette, una _Mattinata_ tutta giovine, tutta rugiadosa. Mi piace trascriverla perchè è uno stupore di bellezza, poi perchè la mia anima ode insieme a quelle parole l'eco d'un'armonia e d'una voce ora mute per sempre....
Batte alla tua finestra, e dice, il sole: Levati, bella, ch'è tempo d'amare. Io ti reco i desir de le vïole E gl'inni delle rose a 'l risvegliare. Da 'l mio splendido regno a farti omaggio Io ti meno valletti aprile e maggio E il giovin anno che la fuga affrena Su 'l fior de la tua vaga età serena.
Batte a la tua finestra, e dice, il vento: Per monti e piani ho viaggiato tanto! Sol uno de la terra oggi è il concento, E de' vivi e de' morti un solo è il canto, De' nidi a i verdi boschi ecco il richiamo: -- Il tempo torna: amiamo, amiamo, amiamo -- E il sospir de le tombe rinfiorate: -- Il tempo passa: amate, amate, amate. --
Batte a 'l tuo cor, ch'è un bel giardino in fiore, Il mio pensiero, e dice: Si può entrare? Io sono un triste antico vïatore E sono stanco e vorrei riposare, Vorrei posar tra questi lieti mai Un ben sognando che non fu ancor mai: Vorrei posar in questa gioia pia Sognando un bene che giammai non fia.
Come questa perfezione di leggiadria sfavillava nei tuoi canti, povero e caro ragazzo! Come mi fa male, ora, il ricordo di quell'accento quasi nostalgico con cui pronunziavi le parole sovrumane... con cui dicevi di voler riposare sognando un bene che nel nostro mondo non c'è...
Fanciulle mie, siamo oramai alle soglie del verziere, perdonatemi questo ultimo indugio. Vedete, si delinea già come un miraggio una vignetta delicatissima:
La stagione lieta e l'abito gentile Ancor sorride a la memoria in cima E il verde colle ov'io la vidi prima. Brillava a l'aere e a l'acque il novo aprile, Piegavan sotto il fiato di ponente Le fronde a tremolar soavemente.
Ed ella per la tenera foresta Bionda cantava a 'l sole in bianca vesta.
Ecco in otto versi la manifestazione più ampia e più profonda della primavera.
Ora udite come parla Giosuè Carducci del mio paese. Dovreste saperla tutte a memoria la seguente poesia, forti fanciulle che guardate cogli occhi bruni e fieri riflettersi le stelle nel piccolo Reno: _piccolo d'onde e di valor gigante_; il Monti dice.
Il Carducci si rivolge a Severino Ferrari -- un simpatico poeta celebratore della sua nativa campagna emiliana:
O Severino, de' tuoi canti il nido, Il covo de' tuoi sogni io ben lo so, Ondeggiante di canape è l'infido Piano che sfugge a 'l curvo Reno e al Pò.
Da gli scopeti de la bassa landa Pigro il pizzaccherin si drizza a volo: Con gli strilli di chi mercè dimanda Levasi de le arzàgole lo stuolo,
Stampando l'ombra su per l'acqua lenta Ove l'anguilla maturando sta. Oh desìo di canzoni, oh sonnolenta Smania di sogni ne l'immensità!
Oh largo su gli alti argini del fiume Risplender rosso de l'estiva sera! Oh palpitante de la luna a 'l lume Tenero verdeggiar di primavera!
Quando i pioppi contemplano le stelle Innamorati con lungo sospir, Ed un lontano suon di romanelle Viene da' canapai lento a morir!
Allor che agosto cada, o Severino, E chiamin l'acqua le rane canore, Noi tornerem poeti all'Alberino, Tutti solinghi in bei pensier d'amore.
Ed a' tuoi pioppi ne le notti chete Noi chiederem con desiosa fè: O alti pioppi che tutto vedete Ditene dunque: Biancofiore ov'è?
Siede in riva a un bel fiume? o il colle varca Tessendo a 'l capo un cerchio agil di fiori? O dentro una sestina de 'l Petrarca Beata ride i nostri vani amori?
Anch'io saluto ancora una volta passando, la vostra immagine, o alti pioppi che tutto vedete -- che vi incurvaste, giganti benigni, alla mia debole infanzia; -- alti pioppi dalla rude base frondosa nell'ombra, dalla cima esile intrisa di luce, come un grandioso sogno umanitario! Quando l'anima è di poeta, da ogni più insignificante episodio, da ogni più arida pagina di storia sbocciano fiori. Il _comune rustico_ per andamento di verso, per l'elegante semplicità quasi ingenua che vi spira dentro e che si modella meravigliosamente all'idea, per efficacia di rappresentazione, è una gemma. Un simbolista direbbe: uno smeraldo.
O che tra faggi e abeti erma su i campi Smeraldini la fredda ombra si stampi A 'l sole de 'l mattin puro e leggero, O che foscheggi immobile ne 'l giorno Morente su le sparse ville intorno A la chiesa che prega o a 'l cimitero
Che tace, o noci de la Carnia, addio! Erra tra i vostri rami il pensier mio Sognando l'ombre d'un tempo che fu. Non paure di morti ed in congreghe Diavoli goffi con bizzarre streghe, Ma de 'l comun la rustica virtù
Accampata a l'opaca ampia frescura Veggo ne la stagion de la pastura Dopo la messa il giorno de la festa. Il Consol dice, e poste ha pria le mani Sopra i santi segnacoli cristiani: -- Ecco, io parto fra voi quella foresta
D'abeti e pini ove a 'l confin nereggia. E voi trarrete la mugghiante greggia E la belante a quelle cime là. E voi, se l'unno o se lo slavo invade Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade, Morrete per la nostra libertà. --
Un fremito d'orgoglio empiva i petti, Ergea le bionde teste, e de gli eletti In su le fronti il sol grande feriva. Ma le donne piangenti sotto i veli Invocavano la Madre alma de' cieli. Con la man tesa il Console seguiva:
-- Questo, a 'l nome di Cristo e di Maria, Ordino e voglio che ne 'l popol sia, A man levate il popol dicea: Sì. E le rosse giovenche di su 'l prato Vedean passare il piccolo senato, Brillando su gli abeti il mezzodì.
Termino con un sonetto giovanile non molto conosciuto, credo. È classicamente severo, è mesto, eloquente. S'indirizza in fine alla giovinezza -- così amo ripeterlo associandovi nel mio pensiero a una memoria cara mentre la vita che ancora per voi non è che un dolce ritmo di danza vi attira fuori dal mio verziere. Io ci rimango a far l'ortolana, faticosamente, placidamente:
Se affetto altro mortal per te si cura, Spirto gentil cui diamo il rito pio, Pon dal ciel mente a questa vita oscura Che già ti piacque e al bel nido natìo.
Vedi la patria come sua sventura Di tua candida vita il fato rio Piangere, e 'l fior degli anni tuoi cui dura Preme l'ombra di morte e il freddo oblìo.
Quindi ne impetra tu che a te simile Dritta all'oprar, modesta alla parola, Cresca la bella gioventù virìle:
E senta come a fatti egregi è scola Anco una tomba cui pietà civile E largo pianto popolar consola.
Casa Edit. L. CAPPELLI -- Rocca S. Casciano
Jolanda
LE TRE MARIE
ROMANZO
3ª Edizione -- Elegante Volume in-16 di pag. 400
Tutte le pagine di questo romanzo sono ispirate ai sentimenti di Fede, di Famiglia, di Patria e condotte sempre con quella lucidità di concetto, con quella finezza di sentimento, con quell'eleganza di forma che tanto distinguono ormai l'illustre scrittrice. Così tutto il romanzo s'intesse su di un soggetto semplice ed elevato: la vita domestica, cioè, di tre giovinette, _Le Tre Marie_, che, diverse tra loro per indole, per educazione, per condizione sociale, offrono uno studio variato, gentile di anime e di sentimenti, di lotte e doveri, di sofferenze e di dolcezze, di leggerezze, di cuori, di sentimenti. Tutto si svolge con la più appropriata naturalezza, mentre l'amore vi aleggia sempre or umile e confortato, or grande e soave, ora appassionato e ardente.
Prezzo Lire 4
Bruna
L'Intima Fiamma
LIRICHE
Fiamma di sdegno, per tutto quanto è inganno e perfidia, fiamma d'amore per ogni cosa dolce e bella, ecco l'intima essenza di questo nuovo libro della già nota poetessa emiliana.
L'elegantissimo volumetto rivela una veemenza, un ardimento, una vigorìa insolita nella lira già languida e soavemente mesta dell'autrice dei _Canti di Capinera_ e de _L'ermo sentiero_.
Veramente nelle cinquanta liriche che compongono il volume arde una fiamma nascosta che le colorisce e le anima infondendo loro un soffio di passione, a molte tragicamente selvaggia! Ma, ecco passato il turbine, l'armonia soave dei canti ispirati alla bellezza della natura, alle gioie dell'amicizia, al bagliore di un sogno fuggente, dilaga e carezza l'orecchio, come suono di liuto nella tranquillità d'una notte lunare.
Lire UNA
Silvia Albertoni-Tagliavini
L'OMBRA
ROMANZO
Un bel volume in-16 di pagine 350.
Una questione importantissima, intorno a cui la società non riesce a dire l'ultima parola, _il duello_, ha ispirato alla nota scrittrice un romanzo che è un fino studio psicologico, e che, pur mirando a uno scopo, non ha nulla di comune con la monotona pesantezza degli antichi romanzi _a tesi_. Un intreccio semplice, uno di quei casi che possono sembrar strani, ma di cui la _vita vissuta_ ci offre a mille gli esempi; un profondo studio delle anime; smaglianti ed evidenti descrizioni prese dal vero, in cui palpitano dinanzi ai nostri occhi varie scene dell'incantato mar Ligure, ecco il libro che oggi la signora Albertoni-Tagliavini ci offre. Il romanzo ha in sè doti capaci di attirargli l'attenzione di ogni genere di lettori, ma è specialmente destinato a incontrare la simpatia delle signore e signorine, a cui non è dato ogni giorno di trovare un libro bello e interessante, che si possa leggere.... senza arrossire.
Prezzo Lire 2,50
Enrica Grasso
FRA DUE SILENZI RACCONTO
Elegante volume in-16 di pagine 170.
La protagonista è -- Clara -- una giovine nata e cresciuta in un ambiente freddo e diffidente. Le stagioni e gli anni si succedono per essa uniformi, e, quando s'accorge ch'è primavera e che il cuore palpita -- le espressioni dubbie e le diffidenze paurose della madre, come una doccia fredda, le gelano l'anima, le attutiscono il cuore. -- Ma il tesoro grande d'amore, di cui è pieno il suo cuore gentile, erompe dopo la morte de' genitori, quando, ricca e sola, il bacio di un fanciullo, di un cherubino -- abbandonato -- la conquide, e Clara passa rapidamente da la desolazione a la felicità ch'è duratura, che tutto irrora e tutto inonda di gioia, di bello, di bene. E il Dottor Alberoni? Che bell'anima! E sua sorella? E tutto l'intreccio così naturale, così ben condotto? Ma dopo l'amaro il dolce, dopo il dolce ancora l'amaro per Clara ma questo ultimo è frutto de l'amore puro, sovrumano che adduce al sacrifizio, sodisfazione ambita da le anime elette, fine ultimo di ogni loro dedizione.
Prezzo Lire 2
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (leggiadria/leggiadrìa, suicidi/suicidî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
15 -- Per insegnare? Ebbene [Ebbe] anche noi! 34 -- Camillo Checcucci [Checchucci] e il suo poema 59 -- dello squisito pseudonimo [pseudomino] di Carmen Sylva 61 -- non si troverebbero [trovorebbero] le stesse aspirazioni 100 -- Visione di Franz Liszt [Frantz Listz] 101 -- sonetti dello Shakespeare [Shakspeare] 172 -- resta nascosto nel sancta-sanctorum [sancta-sanctorom] 212 -- non esalti l'ombra auspice [aupisce] 249 -- quasi sempre un abbandono [un'abbandono]