Dal mio verziere : saggi di polemica e di critica
canto di rosignoli.
Da 'l triste inno corale pendeva Ella, in ascolto. Chino su 'l davanzale, io pendea da 'l suo volto. Non i miei lunghi duoli, non del suo cor la piena a la notte serena diceano i rosignoli entro i boschi alti e soli?
L'altro è un frutto trapiantato da poco nel mio verziere. Appartiene alle «Nuove rime» recentissime, nelle quali la seconda maniera D'Annunziana fa già capolino. Il massimo effetto d'impressione ottenuto con la massima semplicità:
UN RICORDO
Io non sapea qual fosse il mio malore nè dove andassi. Era uno strano giorno. Oh il giorno tanto pallido era intorno pallido tanto che facea stupore.
Non mi sovviene che d'uno stupore immenso che quella pianura intorno mi facea, così pallida in quel giorno, e muta e ignota come il mio malore.
Non mi sovviene che d'un infinito silenzio, dove un palpitare solo, debole, oh tanto debole si udiva.
Poi veramente nulla più si udiva. D'altro non mi sovviene. Eravi un solo essere, un solo; e il resto era infinito.
Che ne dite? Io dico che se v'ha una persona capace di rimanere indifferente alla fine di questi versi, quella persona è più degna di compianto che disprezzo. È una diseredata.
Piccolo intermezzo in prosa.
«.... dal dolore, dal solo dolore nascono le grandi cose, e sorgono i forti caratteri come il fiore dalla spina. Nella gioia l'uomo è sbadato, imprevidente, infecondo; le belle qualità dell'animo e della mente, non sono o non si palesano negli uomini felici: una sventura le fa scintillare, come l'acciaio, la pietra focaia».
_G. Giusti._
III.
Enrico Panzacchi.
In un volumetto abbastanza dozzinale sui poeti bolognesi trovo però questa felice similitudine, o meglio, questa giusta intuizione di due caratteri diversi in poesia: «Il Carducci è armonioso, il Panzacchi melodioso, il primo è il poeta classico per eccellenza, il secondo è il poeta romantico, ma questi due aggettivi nel senso alto, vero, esatto della parola». L'essenza, se non la frase, era questa. Di mio vorrei aggiungere che Enrico Panzacchi canta sempre in tono minore come l'usignolo e come usò di preferenza il Bellini. Le sue liriche sono tutte come i fiori del pensiero, bellezze meste e memori -- tutte -- anche quelle che non ricordano, poichè rievocano non so quali voci dolorose e antiche di naufraghi; tutte le voci che pregarono e piansero e disperarono e si sommersero in un infinito di azzurro e di passato. È come una resurrezione fittizia e melanconica di parvenze a cui sia permesso, come in certe ballate d'oltr'Alpe, di animare di biancori e di sospiri un parco boscoso per un'ora di una mite notte d'estate. Sono spettri di pensieri, di fedi, d'illusioni, di giovinezze, di speranze, di virtù... spettri sui quali ha penetrato dalle fessure del sepolcro un raggio di luna e la possente parola che tutto vince, nel canto che li piange, li chiama.
Il Panzacchi possiede inoltre una qualità essenziale ad un poeta: il senso squisito della misura. Non dice mai troppo nè troppo poco; ha la valentìa somma dei tocchi maestri che lasciano indovinare più che non rappresentino, e non sfatano il mistero eloquente delle ombre. Su i suoi bei versi aleggia sempre un non so che d'inafferrabile e di dolce, come un fluido che carezzi invisibilmente, o meglio come un'aria montanina di cui non si avverte ma si respira la purezza. È poi di una semplicità refrigerante, o culli accanto al fuoco i suoi sogni, o fantastichi d'angeli, di cavalieri e di re, con una freschezza colorita e gentile. Anzi questo carattere, che secondo il mio modesto parere è il migliore della sua poesia, trovo che in Italia non si è rilevato nè ammirato abbastanza. Pochissimi dei nostri, quasi nessuno, lo supera nella ballata e nella leggenda. Udite, ecco per me il capolavoro in versi del Panzacchi:
I TRE CAVALIERI
Canti di galli uscian d'ogni cascina E le siepi lucean per la rugiada, Mentre alla dubbia luce mattutina Caracollavan sulla bianca strada
Tre cavalieri. Non facean parole; Come tre viandanti sconosciuti; Quando raggiò sull'orizzonte il sole Non gli voltar nè sguardi, nè saluti,
E andavan. Lieta col diurno raggio La vita delle cose erasi desta, Venìa dai campi un dolce odor di maggio E giù dai rami un cantico di festa.
I cavalieri soffermârsi innante A una casetta solitaria e bella, D'edera e di glicinia verdeggiante; Ritta al balcon guardava una donzella.
Una donzella, di beltà un tesoro, Che avea negli occhi un vago incantamento; Traea la chioma ad una rocca d'oro, Brillava il fuso come puro argento.
E mandava per l'aria una canzone Che ognun dei cavalieri al cor ferì: Ma un di essi ratto calò dall'arcione Disse: «compagni, addio; mi fermo quì ».
E i due rimasti seguitâr la via Esalando il rammarco in sospir vani; Era l'aria infocata, il sol ferìa La strada polverosa e i vasti piani.
Suona a un tratto, da lunge ai viandanti Un gran clangore di trombe guerriere, Slargano i due corsier le nari ansanti Drizzan gli orecchi e squassan le criniere.
Poi sorge in vista una città turrita Circondata da folto accampamento; Erge fiero l'assedio ogni bastita Tutte le tende han le bandiere al vento.
E i due guardâro al combattuto vallo E un fremito di pugna ambo assalì.... Ma un d'essi spronò forte il suo cavallo Disse: «compagno, addio; mi fermo qui»
E il terzo cavalier tacito e solo La via prosegue fin che il dì s'oscura Poi soverchiando la piena del duolo, Comincia a lamentar la sua sventura.
Ma le querele eran dal pianto rotte E gli cadea sul petto il capo ardente, L'anima sua per l'ombre della notte Si dilatava sconsolatamente.
E pensava il dolor ch'è nelle cose E vedea l'aridezza entro il suo core; Un cammin senza lauri e senza rose, La vita senza gloria e senza amore.
Allor lentò le redini al corsiero, Com'uom cui brama nè pensier più tocchi, E andò finchè d'un queto cimitero Si vide la muraglia innanzi agli occhi.
Un poco riguardò, scese di sella E al cavallo che lugubre nitrì, Il cavaliero con fioca favella Disse: «compagno, addio; mi fermo quì».
La delicatezza, la vigorìa, la sobrietà, il simbolo, lo sfondo del paesaggio e gli aspetti della natura così bene armonizzati cogli ideali dell'anima che vi si rispecchia trovando sempre l'immagine sua nelle ore, nelle cose, ci possono far paragonare e forse anche preferire questa ballata a qualche ballata di Bürger, di Uhland, di Platen, di Heine, se non a quelle del gran Goethe. La cavalcata di quei tre cavalieri taciturni, estranei, ignoti, in ciascuno dei quali arde una diversa fiamma roditrice, ognuno dei quali è sospinto al suo destino fatalmente, assurge a una potenza drammatica meravigliosa, appunto per l'assenza dell'elemento macabro che dà l'efficacia alla maggior parte delle fantasie di questo genere. Qui l'efficacia viene tutta dall'umano, dal simbolo, dalla semplicità di quegli echi ineffabilmente dolorosi più che di dolore, di vanità. Voi, signorine, che più o meno traete tutte fila d'argento da una conocchia d'oro nell'olezzo della flora primaverile, voi forse preferite il primo cavaliere che si appaga di una giovinezza inghirlandata di fiori; o anche, se siete vivaci e fiere, può sorridervi nella fantasia il guerriero che si slancia alla conquista della gloria per rendersi più degno dell'amore; ma che numerosa schiera di anime dolenti e ferite, quelle che tollerate male nella vostra compagnia, signorine, perchè v'annoiano o v'immalinconiscono, quelle che passano silenti nella vita senza gloria e senza amore, si sentono baciate da quell'anima solitaria che si dilatava sconsolatamente nell'ombra!...
Affrettiamoci un poco, ora, a riguadagnare il tempo speso, non perduto. Ecco due sonetti che vi daranno un'idea esatta della vaghezza melodiosa e lieve della poesia del Panzacchi, che mi par sempre cantata fra il verde melanconico del purgatorio dantesco da voci spirtali e penitenti:
PAESAGGI
I
Non sussurrava un alito di vento Del vicin parco fra le dense chiome, Avea fatto trillar le dolci crome Il solito usignol per un momento.
E tacea. Lassù nel firmamento Mill'astri ignoti a noi perfin di nome Splendean. Sul mondo era silenzio come Che s'aspettasse un grande avvenimento.
Le nostre fantasie, bellezza bruna, Correano intanto un rapido galoppo Per il paese dei sogni, incantato;
E a noi rideva il disco della luna Di dietro ai rami d'un aereo pioppo Dal suo candido sguardo inargentato.
_Come che s'aspettasse un grande avvenimento._ Avete sentito tutta la verità della sensazione colta a volo dal poeta? Quell'attesa muta della natura a certe ore, a certe stagioni, quando ci sentiamo tristi o rimpiccioliti come se fosse troppo bella per noi! E quell'occhio della luna dietro il pioppo, chi non l'ha veduto, chi non lo rivede di voi, fanciulle della mia regione Emiliana, riflesso blandamente in questi versi come in sogno?
Ecco il secondo sonetto ad effetto di nebbia, sfumato sapientemente. La chiusa poi è bellissima:
II.
Quando i tetti s'ascondon nella volta Del ciel, e semispento il giorno piove, Godo a tuffarmi nella nebbia folta E andare e andar, senza ch'io sappia dove.
Allor la mente un vivo alito muove, E i ricordi del cor chiamo a raccolta, E torno sognator come una volta Seguendo fantasie balzane e nove.
Alberi intanto e uomini e vetture Simili ad ombre erranti in vacuo fondo, M'appaion per le strade umide e scure.
Questo mi piace; e torno a amar la vita Vista dentro il mio capo ed amo il mondo Perchè somiglia una larva infinita.
Vi narrerò una fiaba prima di dirvi addio per questa settimana. Vi piacciono le fiabe? Jolanda le adora:
Il bellissimo re ferito in guerra Traea le notti insonni. Atro martir! Tutti i savi cercò della sua terra, Tentâro ogni arte; ei non potea dormir.
Ma la sua dama un dì fuor della mente I bei sogni d'amor tutti gittò, Il suo giovine cor restò dolente Ma il re sognando al fin si addormentò.
S'addormentò sognando i sogni belli Che a lui la dama in olocausto diè; Sommessi nel giardin cantan gli augelli, Veglia la mesta dama, e dorme il re.
Dormi, bellissimo re. È difficile addormentarsi quando si rimase feriti; è più difficile che destare le belle assopite nei boschi incantati. A destare, basta un bacio; ma a procurare un riposo e un sogno, abbisogna tutto un sacrifizio di riposo e di sogni. E di ciò non poteva esser capace che una donna... Che ne dite, signorine?..
Piccolo intermezzo in prosa.
«Il faut toujours parler comme si l'on devait être entendu, écrire comme si l'on devait être lu, e penser comme si l'on devait être médité».
_Victor Hugo._
IV.
Arturo Graf.
A proposito di Arturo Graf mi ricordo di aver sostenuto con un professore, una discussione accanita. Egli voleva negarmi il diritto di contarlo fra i poeti adducendo la ragione che in Italia non è specialmente conosciuto come tale: ed io, col mio granellino di ribellione al convenzionalismo, m'impuntavo a metterlo tra i quattro miei preferiti ed anche ad anteporlo a qualche lirica autorità costituita con grave scandalo del mio avversario. Naturalmente ci separammo rafforzati entrambi nella nostra opinione e amici più di prima. Mi accadde poi qualche tempo dopo di trovare in una rivista, a cui attendono persone illustri, il nome del Graf onorato insieme al Carducci e allo Stecchetti dell'aggettivo di «maestro della rima». Immaginatevi qual trionfo per le mie teorie e che documento importante per un bisticcio futuro che, per fortuna del mio interlocutore, si farà molto aspettare.
Non so se oltre «Medusa» Arturo Graf abbia pubblicato altri volumi di versi. Credo di no. Mi innamorai delle sue poesie trovandole qua e là, solitarie e luminose, come gemme di gran valore che non hanno bisogno di esser aggruppate nè rilegate per suscitare l'ammirazione. Ognuna nella sua vergine e forte limpidezza vale mezza dozzina, e più se volete, di quegli elzeviri che furono una vera e nuova invasione barbarica per la povera Italia, pochi anni or sono. Mi dicono che è vano cercare l'indole vera dell'individuo nella produzione artistica che cause varie e infinite possono informare; cercare l'uomo nel poeta è poi -- si aggiunge -- una completa stoltezza. Pure io non posso impedirmi di trovare rispecchiata nella bella e armonica poesia del Graf la figura giovanilmente severa dell'autore, nella sua corretta e sobria eleganza di linguaggio, nel suo mirabile, ed, ahimè, raro equilibrio della mente e del cuore. Ci vedo perfino un riflesso della sua Atene nativa, delle selvose solitudini rumene dove studiò, dell'ardente e azzurra Napoli che prima applaudì al novello dottore. Arturo Graf è ora l'idolo della studiosa gioventù piemontese che perfino, giunse a nuocergli per troppo zelo nella difesa d'alcune teorie letterarie del suo professore. Che esempio per certi studenti!...
Ecco il primo fiore di questo poeta, che s'incontra nel mio verziere:
NINFEA
Un soave mattin di primavera Un luminoso ciel come di seta, Su per il monte l'antica pineta Immobilmente taciturna e nera.
E in vetta al monte, dove più secreta La foresta s'addensa e più severa, Chiusa in angusto margine una spera Di lucid'acqua ammaliata e cheta.
E solitaria, in mezzo al trasparente Vetro dell'acqua, una bianca ninfea Che nel riso del sol apresi ignuda;
Come un sogno d'amor vivo e fiorente Che al radïar d'una superna idea In sen di verginale alma si schiuda.
Avete assaporato, signorine, il sano odor dei pini, e l'incanto innocente di quelle acque, e il riso ingenuo di quella candida corolla e la forte purezza di quel sogno? Si? Ebbene, allora esultate; siete poetesse anche voi.
Ecco un altro sonetto più soggettivo. Quello era una perla questo un'opale. Due diversi candori, due diverse virtù.
NIRVANA
Un arcano baglior, vasto, uniforme, Che tutto invade e pur non trova loco; Un non so che di fulgido e di fioco, Un non so che di tenue e d'enorme.
Un rotar, un fluir lento di forme Che si van sfigurando a poco a poco. Fuse e consunte in quel pallido foco, Quasi una visïon d'uomo che dorme.
Sfuma la terra e si dilegua il cielo Si confondono insiem l'imo, il superno, L'oscurità, la luce, il foco, il gelo;
E in un mar senza fondo e senza sponde Silenzioso, invariato, eterno, L'anima si stempera e s'effonde.
Io credo che lo stesso Carducci potrebbe mettere la sua firma sotto questi versi senza tema di danneggiarsi. L'impressione fantastica dell'immenso misto al meraviglioso, e sempre rinnovellata per la mutazione rapida e lenta, insieme, degli aspetti, commista al pauroso stupore che esercita ancora su noi come sui primi abitanti del globo certi fenomeni della natura, sono resi magistralmente. Quell'incubo dilettoso è raccontato con tanta efficacia che ci par vero: abbiamo proprio messo l'occhio alla lente d'un mostruoso caleidoscopio in fondo a cui non c'è che aria e luce; o pensiamo al divino e angoscioso spettacolo d'un'aurora boreale veduta a parecchie migliaia di metri dalla terra nella navicella d'un pallone areostatico, naufrago nell'infinito.
Sono dolente di non potervi trascrivere per intiero nessuna delle poesie del Graf che trovai tempo fa nella _Nuova Antologia_ e che d'averle lette in _me stessa n'esalto_ ancora. La severa dolcezza è la nota dominante nella lirica di Arturo Graf la quale somiglia proprio allo stile dorico della sua terra beata. Eccovi un frammento di _Resurrexit_. Prima il poeta con qualcuna delle sue grandiose pennellate d'ombra e di luce ci mette in una pianura sterminata e vuota, sotto un cielo nubiloso, fra una «frescura acerba di Maggio boreale» mentre «svania la notte e ancor non era il giorno».
. . . . . . . . . . . . Come avvenne non so; ma innanzi un bianco Avel mi vidi. Era di saldo e terso Marmo l'avello e rilucea; da fianco Il gran coperchio si vedea riverso. Di novi fiori intorno una gioconda Primavera spuntava, e sur un lembo Sedea dell'arca una fanciulla bionda, Che piene avea di fior la mani e il grembo. Oh, come bella e contegnosa, oh come Era pura e gentil, cinta d'un lieve Immacolato lin, sparse le chiome Di lucid'oro sopra il sen di neve!
Le sembianze le ombrava una serena Melanconia che le facea più belle; Non era il riso suo cosa terrena. Splendevan gli occhi suoi come due stelle. Levò le ciglia, e con benigno riso Disse: Credevi tu ch'io fossi morta? Onde tanto stupor? guardami in viso; Se morta fui, vedi che son risorta. E veggendomi star muto e sospeso Com'uom cui falso immaginar disvia, Soggiunse: Hai dunque l'intelletto offeso, Che non conosci più la Poesia? . . . . . . . . . . . .
Scomparsa la visione amata e gentile, che proprio mi piange il cuore di rappresentarvi mutilata così, il Graf nel _Post mortem_ ci dà una vaga fantasia macabra, ammorbidita da una verdezza melanconica di un paesaggio di ricordo, e della melodia suggestiva d'una vecchia musica mèmore. Di questo non posso proprio darvi che gli ultimi tocchi, ma vi sarà possibile, credo, giudicare da essi della bellezza indescrivibile dell'intero componimento:
. . . . . . . . . . . . Da un vol di nubi candide e leggiere In quel grande silenzio, in quell'immensa pace, Lieve come un sospiro un venticel si scioglie E cessa e poi riprende, così lieve e fugace Che appena fa rabbrividir le foglie.
E di lontan con esso viene un fremito blando Di spinette affiochite, di gementi liuti; Un fremito d'antichi canti d'amor perduti. Che nella notte si van lamentando.
Ma non vi lascerò, signorine, con l'impressione livida di queste spettrali rovine. Potreste fare dei brutti sogni. Il Graf, se non ha nulla di molto roseo nè lieto, ha però qualcosa d'estremamente blando e tranquillo, d'una pace alta di chiostro, dove anche la tristezza e le lagrime acquistano una pura soavità. Tolgo dalla «Medusa»;
Povero cappuccin quant'anni avete? Oh come siete malandato e tristo! Quant'anni avete fraticel di Cristo? Dite la verità, non lo sapete.
Del mondo assai l'anima vostra è sazia, Sa Dio quel che dovete aver patito: Or tempo vi parrà d'aver finito; Se poteste morir l'avreste in grazia.
. . . . . . . . . . . . . . .
Guarda sotto la volta il paradiso Con le pupille estatiche ed immote; Due lagrime gli scendon per le gote, L'anima sua s'invola in un sorriso.....
Freddo è il mattino, il sol non è ancor sorto Il ciel si tinge di color di rosa: Nel suo lettuccio il cappuccin riposa, Nel suo lettuccio il cappuccino è morto.
Lasciamoci qui. La morte del credente, dell'umile, del buono non è paurosa. Con la memoria piena del mite quadro d'una fresca semplicità francescana, sogneremo il paradiso schiudersi radioso nei paesi del sole per accogliere l'anima pia e triste involata nel lume di rosa e di viola d'una fredda aurora....
O poesia, poesia!
Piccolo intermezzo in prosa
«Due fiori sbocciano sui margini di un ruscello. Ma ahimè! il ruscello si separa.
«In ciascuna corolla posa una gocciolina di rugiada, luminoso spirito del fiore. Il sole dardeggia su una d'esse e la fa risplendere. Ma il fiore pensa: perchè non son io sull'altra riva!
«Un giorno questi fiori si curveranno per morire, e lascieranno cadere come un diamante il loro spirito luminoso.
«Allora le due goccioline di rugiada potranno riunirsi e confondersi».
_Quartina Giapponese._
V.
Emilio Praga.
Il poeta di cui ci occuperemo oggi è morto da una diecina d'anni e più, e i suoi versi sono, come quelli del D'Annunzio, quasi tutti inaccessibili alle signorine. Pure se siete tutte coraggiose, o almeno ginnastiche discrete, tenteremo di dar la scalata anche a quest'albero del mio verziere per rubarne qualche frutto tra i più maturi. Quelli non fanno male. E se alcuno passando osserverà, come nel poetico frammento di Saffo, che i raccoglitori dimenticarono le dolci mele rosseggianti sulla cima estrema del ramo noi risponderemo con le parole medesime di Saffo: «No, non le dimenticarono, ma non le poterono cogliere.»
Il nome del poeta è Emilio Praga. Apparteneva a quel gruppo di artisti che, dopo Mürger, si credettero obbligati a darsi alla vita più dissoluta e più bizzarra, per la sola ragione che essendo artisti, era necessario scostarsi in qualche modo dagli altri uomini. Era come un privilegio della casta, un'affermazione e una necessità del mestiere: ma per emergere s'impantanavano. Cominciavano dal vino, passavano all'oppio e all'_haschich_ e finivano coll'assenzio. Sciatti, disordinati, incolti, sgarbati per progetto, spesso brutali. Gente poco piacevole, come vedete. Pure era convenuto che fossero così e si rispettavano, precisamente come quei famosi _santi_ della Turchia; certuni anzi li esaltavano.... sempre come in Turchia. Apro la prefazione alle _Trasparenze_ del Praga e subito c'è un signore che mi avverte con piglio severo che «Il poeta, l'uomo di genio, non può essere giudicato alla stregua del volgare galantuomo....» Dunque attente signorine! Il poeta e l'uomo di genio da una parte e i galantuomini dall'altra. E che non nascano confusioni per carità....
Per buona ventura delle signore, però, quella razza non ha durato molto. Ora se restano dei _bohémiens_ sono giudicati codini. I poeti moderni sono tutte persone serie, studiose, cortesi, ordinate, tranquille: alcuni giungono perfino a cantare le loro mogli e la loro casa; due cose che per gli altri non esistevano...
Ma per Emilio Praga sì. Strano amalgama di fango e di raggi! Accanto alle oscenità egli esalta la cosa più pura e più bella; il bambino, il suo bambino; la più soave: la casa sua. Una pesante nostalgia l'opprime: quella del buono, del vero, del sano, del semplice, dell'onesto. Questo dissoluto ha qualche volta accenti di così dimessa mestizia, di così ingenuo tripudio, che intenerisce e sorprende. A poco a poco quella sincerità d'arte, di pensiero, ci attrae, ci penetra, ci vince. Il ribrezzo svanisce, rimane il desiderio d'inginocchiarci accanto al ferito, di posargli la mano sulla fronte e di parlargli all'orecchio di fede e di perdono. E molto gli sarà perdonato poichè molto amò. La sua vita, i suoi canti sono un incendio, ma non un incendio vivo, libero, grandioso: la fiamma è nell'interno, soffocata, logoratrice, qualche volta aduggiata dal fumo, sovente guizzante all'esterno in lingue cocenti che avvolgono, lambiscono, scompaiono. Dal bruco all'astro, tutte le cose create cantò con anima di poeta vero. Quanti poeti inneggiarono alla neve! Eppure nessuno adoperò sfumature così delicate, nessuno ebbe accenti così spontanei, esultanze così fresche, quasi infantili:
La bella neve! scendete, scendete, Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli. Come perluccie coprite, pingete I tetti, i tronchi, la mota, gli steli.
Dacchè l'ottobre soffiando, spruzzando Ingiallì tutta la vasta campagna, Fuor da' miei vetri ove fievole urtando La farfalluccia dal freddo si lagna,
Mi morir cinque di rosa arboscelli, E spirò l'anima a Dio la violetta; Senza l'ammanto di viti, i cancelli Sembran soldati disposti in vedetta.
Pur questa notte una mano furtiva L'inaffiatoio rubommi in giardino! (Se fu per fame che alcun lo rapiva. Iddio nol vegga l'agreste bottino).
Intirizzisco se schiudono l'uscio, Ma qui la stufa borbotta tepente: Oh benedetto il mio piccolo guscio, Per me, nevata, sei tutta innocente!
Fa il tuo mestiere: scendete, scendete, Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli; Come perluccie coprite, pingete I tetti, i tronchi, la mota e gli steli...
Della mia donna nel fervido core Aleggia sempre una brezza gentile, E quando il poeta è ricco d'amore, Anche il Gennaio somiglia all'Aprile.
I tenui episodi della farfalla smarrita, dei fiori moribondi, del furto dell'inaffiatoio, colorano questa nevata di delicati riflessi antelucani; quando l'aria è ancor pura e le passioni ancora dormono. Potrebbe esser scritta da una di voi, signorine.
Il canzoniere del bimbo è una collana di piccole perle. Credo di poter accostare qui il nome del Praga a quello di Edmondo De Amicis per dirli i bardi del popolo minuscolo che ha per sè l'avvenire. I bambini sbocciano vivi dai loro canti in tutta la lor goffaggine deliziosa, in tutta la lor paurosa fragilità, in tutta la loro potenza di ispiratori della più schietta poesia. Vi basti qualche ritaglio per saggio:
Egli aperse quel dì le sue finestre, Guardò nel cielo e ringraziò l'azzurro; Sorrise ai fiori e ringraziò i profumi, E disse all'aura: oh dolce il tuo susurro! E alle rondini: addio! E al passeggier: vi benedica Iddio! . . . . . . . . E poi disse a sè stesso: -- Anima mia, Bevi l'ambrosia dai polmoni ansanti; Centuplica le tue libre d'amore, Ti stempra anima mia, ti stempra in canti, È nato il bambinello Candido, vispo, vigoroso e bello.
È nato il bambinello, il sospirato, Il messia della placida casetta: Egli è là, nella culla è già raccolto, E gli han vestita già la camicetta; La camicetta bianca, Con due vaghi ricami a destra e a manca.
Egli è là: sul suo pallido visino Tutti i sogni del cielo ho già sognati; Credo agli angeli adesso, agli angioletti Di vaghe aureole bionde incoronati... Volumi, io vi saluto, Imparai l'universo in un minuto.
E più innanzi:
Volin le nuvole Brilli il sereno! Dacchè cullandoti Su questo seno Vi scende il gaudio Dal paradiso, Più non interrogo Che il tuo bel viso!
Quel viso candido Dai capei d'oro . . . . . . . . . . . . Quel viso candido
Con quel nasino Che sembra un pètalo Di gelsomino: Con quelle piccole Guancie di rosa, Parenti prossime Della mimosa.
Oh, quando in braccio Della nutrice Il tuo ti coglie Sonno felice, E il capo dondoli Come un vecchietto Che sogni il ciondolo Del suo berretto;
Quando, le deboli Braccia incrociate E le finissime Mani allargate Al par di un monaco Fuor dal cappuccio, Mi osservi attonito Dal tuo lettuccio
Senti: io risuscito Le ricordanze, E per le cèrule Mie lontananze Ricerco l'èsule Che fu me stesso, Il bimbo, il giovane Che un padre è adesso . . . . . . . . . . . .
E adesso anche quel bimbo che sognava il ciondolo del berrettino è un giovane e sogna la gloria, e s'avvia a diventare uno dei migliori drammaturghi italiani.
Ascoltate, ascoltate, fanciulle, e vi scenda sul cuore la pace onesta e blanda e beata a cui attinge il grillo le sue eloquenti canzoni, e l'uomo l'unica felicità:
Quando il sol cadde e tacquero le squille, La quïete e l'amor cantano un coro Alla tribù dell'anime tranquille.
L'uomo è stanco di passi e di lavoro, La donna ha l'occhio languido e profondo, Il focolare è una chiesetta d'oro.
Mentre il suo raggio acuto e rubicondo Cresce o svanisce lottando col cero E colla luna che accarezza il mondo;
Mentre il musino del gattuccio nero, Immobile ed intento al limitare Sogna il suo lungo sogno di mistero;
Come un mesto palombaro nel mare Io discendo nel cor che Iddio m'ha dato, E mi guida le perle a rintracciare
Il respiro del bimbo addormentato.
Vagliata così, la poesia di Emilio Praga pare onesta, casalinga, queta, tutta odorante di basilico e d'olivo. E forse questa è più sincera dell'altra che come un limo malsano viene a galla nell'effervescenza delle ore tumultuose. Udite che nomi di gentile tenerezza sa trovare per la madre sua in questi versi a lei dedicati:
I RE MAGI
I bei vegliardi dallo scettro d'oro Che per la neve, sotto il ciel sereno, Sostar sommessi alla mia porta udia, La notte della santa Epifania, O son morti di freddo, o son malati Nei paesi del sole, I bei vegliardi dallo scettro d'oro!
Quando la mia scarpetta sul verone Tutta avvizzita facea la rugiada, E tu, madre, domestica regina, La colmavi di doni alla mattina, Io ricciuto avea il crin, candida l'alma, E ogni alba che venìa Di giornate regali il don mi offrìa
Un giovin Sire senza scettro d'oro, Ma cui nutrian d'aromi e terra e cielo, E una corte di sogni e di speranze Complimentava fra beate stanze, Era in quei giorni io stesso: Io che il perduto imper sospiro adesso!
I bei vegliardi dallo scettro d'oro Che per la neve, sotto il ciel sereno, Sostar sommessi alla mia porta udia,
La notte della santa Epifania, O son morti di freddo, o son malati Nei paesi del sole, I bei vegliardi dallo scettro d'oro.
Quella vena d'amara nostalgia dell'innocenza, della semplicità, che insiste, insiste opprimente quasi come un rimorso, non è già l'elevazione dell'anima, la purificazione, la redenzione?
Fino a qualche tempo addietro io non avevo molta simpatia pel Praga; mi urtava troppo quella negligenza della forma che i vecchi e sommi maestri m'appresero ad adorare: ma vivendo adesso con lui qualche ora d'intimità spirituale, la fragile e fresca flora di quell'anima di poeta ha adornato la mia anima d'un'insolita primavera, una primavera mite e triste come veduta tra i languori della convalescenza...
Ah quante fantasie mi susciterebbe ancora il pallido cantore! Ma lo spazio incalza: non c'è più posto che per un'ultima nota -- la nota eloquentissima d'un sentimento femminile. Essa vibra nella raccoltina che ha il grazioso titolo di Domus-Mundus:
La bella mano gli posò sul crine E disse: -- io vedo il tuo serto di spine E sento l'onda che hai qui dentro ascosa, O mio dolce poeta, e son gelosa!
Son gelosa de' tuoi vaghi dolori, Delle tue belle vendemmie di fiori, Sono gelosa della fantasia Che ti dilunga dalla soglia mia... . . . . . . . . . . Non vedi? son pallida Son tacita anch'io; Perchè quando a vespero Favello con Dio, Mi guardi nel viso Con mesto sorriso?
Io mi affiso lassù, tu in basso guati; Io mi faccio gentil, tu ti fai strano.... Oh dove sono i dì volati, I dì che insieme viaggiavam lontano?
Era in riva del mar, nel paesetto, In mezzo ai boschi... mi ricordo ancora! Quanta speranza ti cantava in petto, Come ridendo correvamo allora! . . . . . . . . . .
E in grazia di questa nota in cui è tutta la melodia appassionata d'un trepido cuore di donna -- uno di quei cuori semplici che i poeti amano -- perdonate, signorine, al triste cantore le brutture che non conoscete. È morto -- e che non si perdona ai morti? E dalle vostre mani, o buone, dalle mani alacri e pie scenda sulla tomba del poeta doloroso, in questa dolce primavera, una gentile carità di fiori.
Piccolo intermezzo in prosa
«L'uomo non educato alla consuetudine del pensiero, per buono e forte che tu lo imagini, s'immerge tutto, felice o infelice che sia, nelle proprie condizioni di vita, piglia dell'allegria delle imbriacature da non si reggere, s'accascia nella tristezza senza che un raggio solo di luce, un fiato solo d'aria pura gli arrivi da nessuno spiraglio. Il pensatore invece l'artista, ha un mondo d'immagini tutte per sè, una selva d'idee, un popolo di fantasimi tra cui diportarsi: e in mezzo a loro si lascia quasi inconsapevolmente andare a seconda, divellendosi al proprio cordoglio».
_Tullo Massarani._
VI.
Guido Mazzoni.
Non c'è che dire: il mio coraggio o.... la mia faccia tosta vanno facendo ogni giorno consolanti progressi. Di maggio invio in toscana un fiore toscano. Che ne dite, argute signorine? Oh! voi mi sorridete benigne, lo so, siete tanto amabili con la vostra vecchia amica, ma saranno tutti come voi?..... Non importa: lo mando lo stesso; se non altro per dimostrarvi che quel fiore ha allignato nel mio giardino. Se lo troverete un po' sciupato, dite che è stato il viaggio.
Guido Mazzoni gode meritevolmente la fama di essere uno dei nostri migliori poeti moderni. Se si usasse ancora di dividere i poeti nelle due schiere: classica e romantica, il suo posto sarebbe tra i primi. Forte, elegantissimo, felicemente sintetico; qualche volta un po' oscuro agli indotti, il Mazzoni deve aver studiato con molto amore, anzi con un pochino di feticismo, il Carducci a cui trovo che somiglia un po' troppo. Se non che il poeta sovrano nell'effervescenza del pensiero o nel tumulto del sentimento è tagliente, sgarbato, alcuna volta triviale, mentre il suo giovine discepolo, aristocratico sempre, nella piena degli affetti e delle idee piega nella mestizia, rasentando tratto tratto l'amarezza e il disgusto della vita. Fortunatamente qualchecosa di gaio e di lucente che si effonde e sprizza da questa fiorita di versi, sembra gioiosamente contraddire: un vezzo di bimbo -- un viso giovine e amoroso -- un sorriso di gloria -- una sicurezza d'arte, di avvenire, di trionfo.
Nella fisiologia del dolore io vorrei mettere anche il _dolore d'artista_, quello che è meno sentito e più sapientemente tradotto. Per questa categoria di afflitti che adoperano il dolore come un color bruno della tavolozza, o lo indossano come le signore in quaresima indossano il nero per l'armonia dei tempi, sono molto spietata, cominciando... oh Dio, lo dico? dal Leopardi per cui non ho mai provato un sentimento completo di compassione...
Ma torniamo al Mazzoni per carità.
Seguiamolo un poco, questo valoroso cavaliere, che par sempre giostrare in uno splendido torneo piuttosto che combattere la vera battaglia della vita. Conoscete _La Posta_?
O che vi tracci, lettere candide, la man leggiera sotto cui splendono fiorenti i ricami, ed i tasti vibrano d'un fremito canoro;
o che di grossi segni incalzantisi v'opprima il pugno che al maglio è docile ma teme la penna, e tremando recalcitra al lampo del pensiero,
da le soffitte giù per le luride scale di legno, per le marmoree da l'intime stanze odorate, tutte alfine v'accogliete insieme
fraternamente. Nè qui le povere vesti faranno largo a la boria di chi le sogguarda stemmata occhieggiando da' suggelli rossi:
ma tutte eguali, sott'esso il ferreo timbro passate tutte. Affrettatevi, o lettere candide; udite? è chi piange e impazïente aspetta.
. . . . . . . . . . . .
In voi di sogni quanti fantasimi, quanta, o gentili, copia di lacrime! Inconscie voi sempre correte, messaggere di sorriso e pianto.
Poi per le strade folte di popolo da porta a porta bussando, e l'arida giogaia de' monti salendo in cerca d'un ermo casolare:
a la deserta vecchia cui premono l'ansie pe' l figlio che strugge l'ultimo vigor de le membra ne' solchi grigi de l'inospite maremma,
a la fanciulla cui lungo il florido sposo gli ostili colpi minacciano pugnando a raccorre nel seno de la patria l'ultima figliola,
voi radducete, lettere candide, voi radducete la pace a l'anima, di che dolci lacrime asperse, custodite di che dolce cura!
Mi duole di avervi spezzata per ragione di spazio la bellissima poesia eminentemente suggestiva. Anche al limitare della mente nostra s'affollano larve di sogni, di ricordi, di desideri al semplice vocabolo che racchiude come una pila di che far fremere l'umanità. Passioni, vizî, virtù, eroismo, sventura, salvezza; tutti i poemi, gli idilli, le tragedie della vita intima nella piccola e fragile arca affidata al destino. Oh poter dire a una lettera: affrettati! all'altra; indugia! a una terza: ritorna! a una quarta non partire! Quante esistenze deviate, distrutte, vivificate, risorte, per una lettera! Quanti cuori che non sapevano di battere o non immaginavano di battere più, hanno balzato accogliendo in generose onde la vita null'altro che nello scorgere su una busta una calligrafia! E la poesia gentile, inaspettata di certe grosse scritture inesperte uscenti sotto una mano tremante o avvizzita dagli anni? la incredibile prosa di certe letterine stemmate, odoranti, dall'allungata scrittura...?
Oh il vario, inesauribile tema in cui si fondono e sfumano delicatamente psicologia, favola, libero arbitrio e destino!... Un dì o l'altro, auspice la poesia del Mazzoni, lo scriverò il monologo che fa capolino nella mia mente, e che s'intitolerà: _La lettera_.
A voi, signorine dall'armoniosa favella, una delle più simpatiche liriche del poeta d'oggi -- una poesia dalle salde radici e dalla cima fiorita:
IL CAMPANILE DI GIOTTO
-- Presso a la Chiesa sorga: e sia l'opera quale nè i Greci mai la pensarono nè i padri Romani. Vogliamo che sia degna di Fiorenza nostra --[7]
E tu crescesti, fiore marmoreo, bel campanile! crescesti candido scambiando un saluto fraterno con la torre de la Signoria.
-- Io son la forza de la repubblica -- disse la torre da i sassi ruvidi. Risposer fulgendo i tuoi marmi: -- Noi la luce del pensiero siamo!
Ilare e forte crebbe qui l'animo de' fiorentini: crebbe la cupola, de l'ombra sua grande coprendo tanta gloria di costumi e d'arte.
E qui, su i marmi, ne' miti vesperi posâro un tempo gli avi. Sedeano raggianti di sotto al cappuccio l'onestà de la serena fronte;
e in gaie prove già crepitavano novelle e motti: ma l'arti e i fondachi orgoglio a la patria vantando, si accendevan le parole e i volti
d'un santo riso. Su loro, a gli ultimi raggi del sole, ne la sua gloria svolgevasi superbamente il gigliato gonfalone bianco.
Invan le inique schiere si fransero sotto gli spalti di Michelangelo: divelti al Marzocco gli artigli quel ringhioso addormentossi ignaro.
Da i sassi a' marmi volano volano stridendo i falchi da cinque secoli; e sotto si frange spumando la marea de le incalzanti vite:
e tu pur sempre la fronte nitida levando al cielo, gentil miracolo, come l'arte splendi sereno, come l'arte sempiterno splendi.
[7] Parole del decreto col quale la Repubblica comandò si facesse il campanile.
Ave, Firenze, dolce austerità inghirlandata di rose, anima luminosa d'Italia, ultimo sogno mio giovanile... Passiamo oltre.
Anche Guido Mazzoni gitta un fiore alla neve. La _Nevicata_ del Praga è forse più vera, ma questa è sommamente artistica. Uditene un poco:
NEVE.
Mite è la neve. Scende leggera da un cielo di perla come il piovente fiore de' biancospini; silenzïosa scende, s'aggira, sussulta volando come farfalle presso la siepe nova.
Sopra le vie fangose, su le arse campagne da' ghiacci morbida e bianca scende la neve pia, ed al maligno inverno che insulta le terre domate tanto squallore splendidamente cela.
Crescon per lei sicure le timide punte del grano: sperano il raggio de' rinfiammati soli: cresce per lei la speme di messi fiorenti; e il colono sogna la falce tra le mature spiche.
Guarda il fanciullo ai vetri che 'l fiato fumante gli appanna, forti trastulli dona la neve a lui: guarda a la lente il dotto; di stelle e di gelidi fiori studio invocato dona la neve a lui. . . . . . . . . .
Questa _Neve_ mi ricorda la neve vera d'un gennaio non tanto remoto eppur così lontano; e una mia fantasia ispiratami da tutto quel bianco della campagna che mi attorniava e dalla reminiscenza insistente dei due primi versi. Io pensavo alla gran soavità dell'aria se quei pètali nivei avessero avuto un profumo...
L'ora, il tempo, la dolce stagione, e il poeta e la sua patria, oggi non ci allontanano dai fiori. Ebbene, cogliamone ancora a piene mani:
NOTTE DI MAGGIO.
Stanotte (il vento lungo affannavasi rombando ai vetri che crepitavano ne' buffi de le goccie grosse) sùbite irruppero ne la stanza
le fate. -- Oh come, come a l'angustia di queste mura piacquevi scendere? -- Ed esse ne' giocondi volti risero splendidamente belle.
-- Non mai più miti salgon gli effluvii da l'esultanza fresca de' margini, di quando il fior de l'erba nova bacian col niveo piè le fate:
ma noi vedemmo splender la fiaccola traverso a' vetri tuoi per le tenebre; e qua veniam consolatrici l'ala del turbine cavalcando.
A sogni è dolce cura de gli uomini: concedi ai sogni l'anima, Illudervi di care visioni è a voi l'unico farmaco de la vita. -- . . . . . . . . .
L'intervento diafano e sottile delle creature vanescenti mette nell'aura di questa poesia che inoltrando s'infosca, una fluttuazione di profumo antico e rudimentale; qualchecosa d'inesprimibilmente blando, come i cori degli spiriti nelle tragedie greche: come intorno al titanico dolore di Prometeo il benefico aleggiare delle Oceanine.
Eccovi per ultimo un esempio della Poesia domestica del Mazzoni, colorita e gentilissima:
Canta canta la mamma al fantolino; e lo dondola lieve in su' ginocchi, spiando il lento velarsi de gli occhi: -- C'era una volta un grillo canterino.
Cantava questo grillo in mezzo al lino; vien la formica: -- O grillo, o grillo bello, dammene un filo! -- E che ne vuo' tu fare? -- Calze e camicie pe 'l mio corredino.
Dice il grillo: -- Se vuoi ti do l'anello! Di gioia la formica ebbe a impazzare: Ma quando furon dinanzi a l'altare.... -- Sul luccicor de gli occhi sonnolenti
gli battono le palpebre frequenti. Ecco i sogni: sorride il fantolino.
Facciamo anche noi come il bimbo: dormiamo. Dormiamo sul primo fieno falciato vegliati dal grillo e spiati dalla formica. Dormiamo, sognando i calendimaggi ignorati delle microscopiche tribù che ronzano, stridono, saltano, o strisciano nelle loro foreste sterminate di steli in cui mai l'uomo potrà voluttuosamente smarrirsi e che mai potrà conquistare: foreste di milioni di fusti lisci, eleganti come colonnine corintie; fra cui ondeggiano lassù, lassù, nelle cime estreme ed eccelse, gonfaloni rossi, azzurri, bianchi nella gloria del sole. Per noi non sono che campi di lino e di grano fioriti di papaveri e di margherite.
Piccolo intermezzo in prosa.
«Bisogna saper vivere in compagnia, ma più ancora saper star soli».
_N. Tommaseo._
VII.
Edmondo De Amicis.
Nei nostri begli anni -- negli anni che ascendete voi, signorine -- quando nell'anima e nel corpo tutto è ancora così adorabilmente rudimentale; quando il vago panteismo dell'infanzia immaginosa tende a plasmarsi in un aspetto e a compenetrarsi d'uno spirito, allora, come nell'adolescenza dei popoli, sorgono gli idoli e l'adorazione vapora. Vapora l'adorazione, odorosa di tutta la purezza, di tutta la verità, di tutta la gentile incoscienza della vita interiore appena schiusa, ai piedi del simulacro.... il più delle volte insensibile. Arte e Amore, Iside ed Osiride eterni! Non v'ha scolaro di Ginnasio che insieme a un mazzolino, a un nastro, a una ciocca, tenui e care realtà, non esalti l'ombra auspice e divina di qualche principe del pensiero o dell'azione; ed ogni fanciulla a cui s'allunghi ancora l'abitino dell'anno precedente, chiude il prezioso fiore appassito dalle misteriose virtù fra le pagine del libro dalle quali un sapiente conoscitore del cuore umano ha intenerito e sorretto più volte il suo giovine cuore. Ditemi, bambine, _pardon_ signorine, ditemi non colgo nel segno? Non è vero che Lei, soave bionda, ha una viola del pensiero in mezzo alla «Partita a scacchi?...» E Lei, signorina bruna, non rivolge da più di un anno gli occhi nerissimi a quella piccola costellazione di gaggie caduta chissà come nella lizza fra il torneo del «Marco Visconti?...» E quell'altra fanciulla malinconica dalle scendenti treccie castane che piange sullo sventurato amore di Gaspara Stampa, non sorride al fior d'eliotropio che un giorno fosco posò proprio sul sonetto cinquantaquattresimo?.. E infine tu, Gabriella, rosea sorellina mia, che cosa nascondi dunque fra le «Lettere a Maria» dell'Aleardi che veggo continuamente sul tuo tavolino?... Ebbene, che importa? Macchiate i libri di lacrime e di fiori fanciulle, ma serbatevi, oh serbatevi anche fra il tumulto sgarbato della vita le vestali gentili delle corolle morte e dei sentimenti immortali.
Quanti preamboli per dirvi che io idolatravo il De Amicis! E non lo idolatravo specialmente nei _Bozzetti militari_ nei _Racconti_, nelle _Poesie_, ma nelle _Pagine sparse_, dove la mia anima di scribacchina sedicenne trovava qualche lembo da rispecchiarsi, da afferrarsi, da raccogliersi prima di tentare il gran volo... E mi ricordo che quando fu accolto il mio primo bozzetto nella Palestra delle giovinette (in questo stesso giornale) io non sapendo più come manifestare la riconoscenza che sentivo vivissima per quel mio duce invisibile mi slanciai sulle _Pagine sparse_ e scrissi in fretta sul frontespizio -- ebbi questo coraggio! -- la famosa terzina dantesca:
Tu se' lo mio maestro e lo mio autore...
Oh beate lenti de' sedici anni!
Vi presento dunque oggi con affetto memore una mia vecchia conoscenza. Cioè ho detto male: vi presento: avrei dovuto dire: vi addito. Qual'è fra noi la famiglia che non ha nella sua biblioteca almeno un volume dell'illustre e simpaticissimo autore delle _Porte d'Italia_? Chi non conosce ad orecchio almeno, uno o due di quei suoi leggiadri sonetti sui bambini? Io non so e non spero che Edmondo De Amicis abbia seguito il mal vezzo di rinnegare i suoi lavori giovanili. Certo che se la prosa sua in generale e particolarmente la prosa della sua ultima maniera è di gran lunga superiore ai suoi versi, pure il sentimento che li avviva non è affatto inferiore; il sentimento è sempre così gagliardo e vero e bello da irrompere e trascinare all'entusiasmo o alla commozione attraverso e malgrado le dighe della forma. È un buon pane nutriente, che non ha la pretesa d'essere una focaccia; un buon pane dall'odor sano evocatore delle bellezze bionde della terra madre, delle fatiche dei nostri fratelli: un pane che si spezza benedicendo.
Ho ripassato le _Poesie_ del De Amicis con la mente ancora illuminata dai riflessi malefici di qualche centinaio di pagine d'una rarissima bellezza; ebbene, quella lirica semplice, qualche volta pedestre, sorse subitamente ai miei occhi, al mio spirito, ad una altezza, ad una dignità vittoriosa. Una feconda luce di sole dopo una magica e insidiosa notte plenilunare.
«Ecco un libro, pensai, che può far del bene.» Ah di quanta lirica moderna si può dire altrettanto? Quale altra si potrebbe quasi raccomandarvi come un ricostituente, signorine?
Cominciamo da questa:
A MIA MADRE.
Amo il nome gentile; amo l'onesta Aura del volto che il mio cor rinfranca: Amo la mano delicata e bianca Che le lagrime mie terge ed arresta;
Amo le braccia a cui fido la testa Da tristi fantasie turbata e stanca: Amo la fronte pura, aperta e franca, Dove tutto il pensier si manifesta;
Ma più de le sembianze oneste e care Amo la voce che mi parla il vero E mi conforta l'anima ad amare;
La voce che ogni dì sulla prim'ora Mi grida in suono d'amoroso impero: È l'alba, figlio mio! Sorgi e lavora!
Scelgo dal gruppo intitolato: «Miserie.» È un sonetto che vi rattristerà, ma certe tristezze sono come il segreto e freddo battesimo della rugiada che ravviva i germi delle pianticine. Esse s'incurvano per riceverla: chiniamo il capo anche noi; perchè ci tocchi bisogna esserne degni.
II.
Povere bimbe con le vesti a brani Curve sull'ago in abituri infetti, Madri che al seno con le scarne mani Vi stringete i morenti pargoletti,
Tristi fanciulli per le vie costretti Il tozzo immondo a disputar coi cani, Vecchi che brancolate oggi, sorretti Dalla speranza di morir domani,
Misera gente che la morte oblia, Martorïati scheletri viventi Per cui tutta la vita è un'agonìa,
Quante volte, nell'intimo del core, Al mio stato pensando e ai vostri stenti, Mi par d'essere un ladro e un impostore!
Sentite ora che umorismo fine e che delicatezza d'ispirazione. Eccola la poesia vera che aiuta a vivere, quella che non può dileguare:
SOPRA IL QUADERNETTO D'UN BIMBO
Ecco i quaderni sporchi dei bambini, Tutti logori fogli accartocciati, Chiazze d'inchiostro, calcoli sbagliati, Buchi, macchie di pappa e burattini;
E nel bel mezzo azzurri cerchiolini Fatti dal pianto, e scarabocchi ai lati, E quà e colà foglietti lacerati Per fare alle pallette coi vicini.
Tale è la vita, o bamboli, in succinto; Conti sbagliati, lacrime frequenti, E burattini ad ogni piè sospinto:
E ogni giorno una pagina si strappa, E sotto ai più magnanimi ardimenti C'è sempre un po' la macchia della pappa.
Affrettiamoci. Non v'ha più che qualche sprazzo purpureo di sole occiduo nel mio verziere. Ma quale frescura! Udite: c'è un pò della malinconica stanchezza del Praga e della gentilezza profonda d'Enrico Panzacchi:
IN CASA DEL CURATO. (_ricordi della campagna_)
Questa mattina desinai dal prete In una stanza disadorna e bianca, Dove non c'è che un desco ed una panca E un grande crocifisso alla parete.
Sulla tovaglia fresca di bucato C'era un vinetto trasparente e puro, E in faccia a me danzavano sul muro L'ombre de le alborelle del sacrato.
Un grato odor d'incenso a quando a quando Veniva dalla muta sacrestia, Ed una vecchia serva umile e pia Ci girellava intorno zoccolando,
E c'era un'aria, un'ombra, una freschezza In quella stanza candida e modesta! E tanta pace in quella faccia onesta Di vecchio prete, e tanta gentilezza!
Ei mi parlava de la sua cappella E dell'orto e dell'uve e del paese, E ogni sua parola era cortese E ingenuamente colorita e bella.
E muto tratto tratto e sorridente Fissava in contro al sole il suo vinetto, E mettendo la man larga sul petto Ne delibava un sorso lentamente.
E in me figgendo le pupille vive Come volesse indovinarmi il core: -- Ebbene, ebbene -- mi dicea -- signore. Cosa scrive di bello? Cosa scrive? --
Quindi, bevendo un'altra sorsatina, Soggiungeva: -- Signor, non si sgomenti Bisogna pur ch'io beva e mi sostenti! Lo sa che a giorni tocco l'ottantina? --
E mi facea gli onor dell'umil desco Dicendo in atto di gentil rispetto: -- Provi il mio vino, e mi dirà se è schietto; Provi il mio burro, e mi dirà se è fresco. --
Indi tacendo, in un pensiero assorto, S'accarezzava i candidi capelli, Ed io sentito bisbigliar gli uccelli E una zappa sonar lenta nell'orto.
E a quando a quando un alito di vento Facea stormir le viti all'inferriata E portava nel mio volto un'ondata D'un sano odor di legna e di frumento.
E mi toccava il cor l'alta quïete Di quel recesso pio, bianco e modesto... L'avrei baciato quel buon vecchio onesto Quel santo volto d'innocente prete.
La spontaneità dell'ispirazione, la nitidezza melodiosa della forma fanno di questa una delle migliori liriche del De Amicis. E che mondo palpita nella mite sincerità della trama! Quelle ombre di giovani alberi che danzano sulla parete intonacata, quelle folate d'incenso uscenti dalla pace semibuia della sacrestia, quel pispigliare d'uccellini, lo stormire delle viti che rampicano ed origliano all'inferriata, gli odori del legno, del grano, e quella zappa risonante ritmicamente nell'orto -- oh candida, dolce, antica ed eterna poesia delle Egloghe -- la vera sapiente sei tu!
Ma Edmondo De Amicis è innanzi tutto uno spirito bellicoso. Alla zampogna di Pane egli preferisce i canti di Tirteo -- canti incitanti alla pugna, non importa quale -- anche, forse, la guerra alla guerra. Non indugiate sul bisticcio; piuttosto ascoltate:
Ah! un giorno finirà l'orrida lite, Disseccherà l'amore in fra le genti Questo fiume dai vortici cruenti, Questo mare di lacrime infinite!
Ma quelle razze dall'affetto unite Ricorderan devoti e reverenti Le stragi enormi e il sangue e gli ardimenti A cui dovranno quell'età più mite.
E gli stendardi venerati e santi, Delle trascorse età pegno e memoria, Avranno onor di cantici e di pianti;
Ed alzerà ogni gente un arco immane E scriverà sulla sua fronte: Gloria A tutti i morti delle guerre umane.
Era il De Amicis dei _Bozzetti militari_ che scriveva così. Non lo dimentichiamo, oggi.
Piccolo intermezzo in prosa.
«L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran parte nel trovare argomenti e parole efficaci per smuovere in noi la vergogna. Ci vuole immaginazione ed eloquenza».
_E. De Amicis._
VIII.
Contessa Lara.
Ecco fra le fresche dovizie d'una primavera tutta schiusa il più delicato fiore del mio verziere: una figura femminile, una fine figura d'artista e di signora. Un'Eva nel piccolo paradiso, o meglio la fata d'una novellina nordica che porta nell'ubertoso brolo la vaghezza del suo capo biondo e le meraviglie della sua mano. Ha in arte un nome cavalleresco e poetico che a' piedi delle sue creazioni forti e gentili armonizza come l'accordo finale che raccoglie la melodia.
Nella verde Italia in cui nuovi e antichi ingegni scintillano come le goccioline di rugiada su un margine erboso, non è scarsa la pleiade femminile; però non molte delle nostre scrittrici sanno come la Contessa Lara tratteggiare con uguale finezza di gusto e disinvoltura un bozzetto, una poesia, un articolo d'arte, un romanzo. Quindi arrestandoci innanzi a qualche sua poesia non dobbiamo dimenticarlo, non dobbiamo dimenticare che stiamo osservando un sol raggio, un solo colore di questo versatile intelletto. Pensiamoci anche se ci urta talvolta in questi versi un po' di quel dilettantismo mondano nel quale ahimè si crogiolano pure tanti poetini e poetucoli che poi in fin dei conti non sono capaci di fare che i canterini. La penna della Contessa Lara è sopratutto elegante, spesso arguta, molte volte ardente, sempre aristocratica. Il dolore, la mestizia, l'angoscia non effonde in elegie sentimentali, o in quelle tirate romantiche che rinviliscono sotto mentito profumo femminile la nostra letteratura agli occhi della più sapiente metà del genere umano; quando la sua anima è intorbidata, o ferita, o dolente, ella non ce lo dice, ma noi lo intendiamo meglio che se ce lo dicesse. Ella sente forse nella vita, certo nell'arte, la dignità del dolore. Ancora: è raffinatissima, ma non mai sino al decadentismo o alla morbosità; ama le cose belle, la forma più che l'essenza delle cose ma l'ama tanto che sovente giunge a toccarci l'anima non per l'intensità, ma per il rapimento della sua contemplazione. Confonde anche talora la sensazione col sentimento, talora la preferisce apertamente, essendo sempre ed anzitutto schietta con sè e con noi, anche a costo di parer cruda o di dispiacere. La sua è la sincerità delle spine sotto il profumo delle acacie o ai piedi della fiorente venustà delle rose. Un'arma contro la soverchia debolezza, una difesa.
Mi piace di cominciare con questo _Ultimo sogno_ che potrebbe essere il primo di molta giovinezza. C'è un onesto languore e una vaghezza di sfumature tutta femminea.
In mezzo a 'l verde una casetta bianca, Co' monti a tergo e in lontananza il mare, Con variopinte aiuole a destra e a manca Che infioran de la soglia il limitare.
Fuori un'aria che sveglia e che rinfranca, Dentro, una libreria d'opere rare, Che a 'l gramo ingegno ed a la fibra stanca Possan novella vigorìa prestare.
Poi, ne 'l mistero d'una chiusa alcova, Ne la sua culla un roseo cherubino Cui per restar con me sparvero l'ale.
È questo il nido che sognar mi giova, È l'oasi del mio squallido cammino Tempio a l'arte, a l'amore, a l'ideale.
Salutiamolo, passando, questo vivificante porto di pace che desidero a tutte voi care fanciulle; che alcuna di voi forse intravede già fra i rosei vapori del futuro come l'isoletta d'Elena e di Fausto -- della Bellezza e del Sapere -- ricinta dall'arcobaleno. Ecco un lembo d'orizzonte grigio, l'avanzo di chissà quale tremendo uragano che lacerato naviga verso di noi, lividamente triste nella sua tenuità:
RICORDO D'APRILE.
Ritorna il mio pensiero A 'l pallido bambino Che una sera d'aprile Fu portato la giù ne 'l cimitero. Intanto la sorella e il fratellino Giuocan co 'l suo fucile, Battono il suo tamburo, Ed i guerrieri sgorbiano Ch'egli tracciò su 'l muro.
Oserei dire che solo una donna poteva afferrare tutta la pietosa eloquenza dell'episodio e renderla con tanta efficace semplicità. Il lirismo più alto, più suggestivo, più commovente nel più umile vero. Chi non è tocco dalla visione chiara di quella gaia scena di profanazione infantile, di quei giocattoli, unica eredità del povero bimbo sparito fra i fiori e i lumi in una sera primaverile, dispersa con incoscienza crudele così? Chi è che ha dei bambini cari e che non sente alla sobria arte di questi versi passarsi un brivido in mezzo al cuore e l'acuto desiderio di vederli accanto ai loro giochi subito subito subito?
E la poesia capace di far vibrare in questo modo le nostre intime fibre è bella, è buona, è vera poesia.
Udite due sonetti, solamente leggiadri questi, e intrisi del profumo d'eleganza e di mondanità dell'artistico ambiente dove sono sbocciati, come narcisi in un'anfora preziosa senza terra nè sole, dietro le cortine di raso che nascondono un po' troppo di mondo qualche volta...
RISOLUZIONE.
Egli il silenzio vuol d'una Certosa Antica da le arcate bisantine Dove, monaco austero e in bianco crine, Calmo finir la vita tempestosa,
Ella, del par fantastica e pietosa, Giura che stanca di monili e trine, In umili n'andrà vesti turchine, Mite suora a chi soffre, a Gesù sposa.
Ei sogna i vecchi testi del trecento Su cui vegliar le notti; ella s'infinge A 'l capezzale ove il morente geme.
Sorridon tutti e due... Dopo un momento L'un dice all'altro, mentre a sè lo stringe Senti, amor mio, se si vivesse insieme?
CONFIDENZE.
A l'ombra delle zàgare egli è nato La giù, la giù de 'l nostro suolo in fondo Da un alito cocente accarezzato, Carezzato da 'l mar terso e profondo.
Poeta strano, forte, innamorato, Due sole cose gli son care a 'l mondo, Gli son care ne i sogni: il venerato Materno capo ed il mio capo biondo.
Senti, se vuoi saper come avvenìa Ch'ei restasse di me sire e padrone: È un bozzetto che sà d'Andalusia.
Era di maggio un dì sull'imbrunire, Ei mi gittò una rosa entro il balcone, Io la raccolsi, e mi sentii morire.
Leggete ora questi frammenti della _Casa dell'ava_, che è troppo lunga per essere interamente trascritta; vi basteranno, credo, per indovinare che la Contessa Lara da esperta ricamatrice conosce tutta la delicatezza delle vecchie tinte; quelle vecchie tinte che Bourget e Loti adorano nella lor gentile e calma nostalgia del passato:
LA CASA DELL'AVA
Ne l'ostel solitario In cui la vecchierella ava serena Passa il tramonto de 'l suo tardo giorno, De 'l buon tempo che sparve Parla ogni cosa intorno. Fra le sconnesse pietre Del cortile s'abbarbica l'ortica Parassita: de gli alti suoi gradini Su 'l piedistallo, il pozzo Sorge ne 'l centro ov'ascende a fatica Una ricurva fante, E vi cala la brocca che scancella, Ne l'ima onda percossa, L'imagine de 'l suo grinzo sembiante. Ne 'l salone dorato, Da i centenari specchi Cadde l'argenteo strato, e ancor su i vecchi Arazzi de la Fiandra, A le pareti accanto Danzan pastori e ninfe Ne i tarlati boschetti, E scendon benedetti i raggi estivi Che a quegli occhi sbiaditi, Qual per magico incanto Rendon fulgidi e vivi I raggi de gli amori impalliditi.
In un angolo oscuro Una spinetta dorme, E quando tutto tace ivi s'ascolta Come un sospiro; è il vento Che tra le corde freme? O l'eco de le note che una volta Con le melodi semplici Di Pergolese, l'ava Da lo snello strumento Fanciulla ancor, destava?
Schiudetevi, cassette Odorose de i mobili intarsiati, Piene di fogli e nastri, Di trapunti, di seriche borsette D'ambra e zàgara, e veli scolorati. È un'ora di memorie, ed in quest'ora Per voi da un morto secolo Un alito di vita esala ancora. . . . . . . . . . . . .
E poichè ho detto il nome di quell'impareggiabile Pierre Loti, mi vengono in mente questi altri versi che qualche sua leggiadra _japonerie_ deve aver suggerito alla Contessa Lara.
Il metro è quello dell'_uta_ giapponese, l'arte, il colore, la grazia, sommi:
CONVERSAZIONE.
A una tavola in torno Giocan tre donne, Di fiori il capo adorno, Ricche le gonne: Fosco tramonta il giorno.
Una dice (un'anziana Con grinzo il cuore): -- L'amore è cosa vana: Passa l'amore Come nube lontana.
Dice un'altra (una sposa Fresca e ridente): -- È l'amore una rosa Che sboccia aulente Nell'anima festosa.
E l'ultima (una frale Fanciulla, un fiore), Dice; -- Fu strazio eguale Per me, l'amore, A un colpo di pugnale.
Assorbono, fumando, Tutte il thè verde: E un gran sospiro a quando A quando sperde L'aura leggiera, errando.
E con questo fior di loto pòrto da una gemmata mano di dama vi lascio, signorine. Troppe visioni d'Oriente mi s'affollano alla fantasia, m'ipnotizzano. Purchè questo noioso cosmopolitismo dilagante non me lo cancelli, il mio Giappone!
Piccolo intermezzo in prosa.
«L'âme d'une jeune-fille ne doit pas être laissée obscure: plus tard il s'y fait des mirages trop brusques ou trop vifs comme dans une chambre noire».
_Victor Hugo_
IX.
Mario Rapisardi.
In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono, un castagno detto dei _cento cavalli_ per le sue proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe» di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano. Come faremo mie gentili compagne?... L'albero è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in qualche punto un po' di refrigerio.
Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici ma io preferisco darvi solamente qualche frammento di un suo poema, prima come opera di maggior entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco stile dell'autore. Un poema italiano moderno che non faccia ridere è una cosa tanto rara che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.
Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore, non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono pure due poemi precedenti: «La palingenesi» ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia. Sebbene nella prima parte vi siano colorite magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure che fecero passare in proverbio la pazienza del virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso e doloroso errare in cerca della pace.
Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature; una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più saporosi; -- ecco la musa di Mario Rapisardi. Una Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso, come certe figure del Guercino.
Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di Giobbe:
.... E da un lato i giocondi orti feraci Di molti erbaggi festeggianti il sole Con lor varie verdure, offrian sovente Se non lauto, alle cene ampio tributo; Fiorivano dall'altro i bei giardini Delle case delizia. Ivi precoce Mandorlo accanto il zèfiro blandisce L'odorato albicocco; in tra le scure Foglie nevate di recenti fiori S'impiattano le arance; dipende Dal torto ramo il languidetto fico, Che lacero la buccia e in bocca il miele Primo seduce il passerel furtivo. Vedi su l'orlo delle pale irsute Schierar le frutta l'indico banano, Dolci frutta alla lingua, orride al tatto. Di cui tanto il nativo Etna s'allegra; Noderoso ingiallir presso ai vermigli Grappi del mite tamarindo il forte Pomo cidonio, che serbato il verno Rustici alberghi e vestimenti odora. Ecco non lungi dal cireneo olivo, Il sesamo oleoso; ecco l'opimo Alve di Socotôra, che la sete Smorza del sobrio camello; il sicomoro Dalle bacche turchine e il tamerice, A cui flessili e folti a par di crini Piovono i rami dall'amaro tronco, Che le febbri cocenti in fuga volge. Nè te, ritrosa sensitiva, a cui La vereconda vergine somiglia, Avea pure scordato il buon cultore: Nè voi, piante felici, ond'uom distilla Manne vitali e preziosi aromi; Con l'acacia del Nil sorgon confusi I cinnami fragranti; si pompeggia Nel color aspro delle sue corolle Il selvatico grogo: odora il nardo Dalle storte radici, in quel che presso Agli olibani pii gemon le rame Del balsamo superbo e i provocati Pianti avviva di dolci iridi il sole. . . . . . . . . . . . . . . .
Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame, eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella, s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena dell'Odissea:
.... Mentre in queste memorie s'avvolgea La vecchiarella, e dava esca alla fiamma Che sorgea scoppiettando e le nodose Braccia arrossiale e la rugosa guancia, Una serva robusta entro capace Madia su quattro saldi piedi eretta, Agitando lo staccio e i colmi fianchi, La farine scernea, candido monte Facevane nel centro, ad esso in cima Aprìa con pronta mano ampio cratere, Con pingue latte di camella il caldo Fonte commisto vi versava, e tutto Rimenando e intridendo e con gagliarde Nocche pigiando e con sonanti palme, Dùttili ne facea biondi pastoni: Indi, raschiato della madia il fondo E sgrumate le dita, in picce uguali Distingueali; con dolce olio d'oliva Le careggiava, e su convessi forni Le disponea con vago ordine in giro. . . . . . . . . . . . . . . .
Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive di colore e di forme questa vecchia grinzosa, questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri ravvivando il fuoco! Come questa scena nella sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano le pareti delle mostre di pittura!...
Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo lunga qualche volta, e non è un buon esempio che vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.
Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda, cangia improvvisamente metro ed andamento con un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano. Udite questa di Zilpa, l'invincibile;
Un paese conosco ove non ride Caldo e raggiante il sole; Ma quanto infido è il Sol, tanto son fide L'anime e le parole.
Ivi oceani non son, non son vulcani, Nè abissi il suol nasconde; Non fiamme d'amorosi impeti umani Non mar d'ire profonde:
Ma deserti di fiori entro una blanda Fascia di nivea luna, Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlanda Senz'onda ed aura alcuna.
In palazzi d'opale e di coralli, Avvolte in roseo velo Pallide giovinette intesson balli In fra la terra e il cielo.
In fra la terra e il ciel, come fragranza Che il freddo aere molce, S'alza un canto di pace e di speranza Monotono ma dolce.
Oh fratel mio, tal rigido paese È qui dentro il mio core: O amico e difensor bello e cortese, Io non conosco amore.
La seconda parte del poema è tutta occupata da una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia, parmi, il periodo di cieca fede del pensiero umano -- l'età dei martiri, dei crociati, dei santi. C'è un intermezzo composto di laudi -- le laudi sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone da Todi. Eccovene un saggio:
LAUDA DI ANACORETA.
Patria, amici, parenti, famiglia abbandonai E in questo solitario antro mi ricovrai: Dio che alla terra oscura manda del sole i rai Porse alfine un conforto a' miei terrestri guai.
Il mondo è una gran selva d'alberi velenosi Dove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi, Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosi Insidian la salute dei giusti e dei pietosi.
Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti, Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti: E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti, Che squarciano le viscere delle smarrite genti.
O dolce solitudine, tu di virtù sei scola, Da te la pellegrina anima a Dio sen vola, In te la mia tristezza s'aqueta e si consola, Beata solitudine, beatitudin sola. . . . . . . . . . . . . . . .
Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi. La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza come una spera di sole dardeggiante attraverso la mistica e fredda ombra di una cattedrale: