Chapter 9
Francescone, della provincia di Caserta e Topino, di non so più dove, vennero incaricati di «accomodare la faccenda.» E costoro, senza giri fraseologici, proposero ai due «sospetti» il dilemma: o di smettere di fare il «mozzo»--occupazione che dava loro modo di fare la spia--o di prepararsi a morire.
I due mozzi che si credevano protetti dal personale del bagno, non vollero credere alla sentenza e tirarono innanzi a fare il loro mestiere. La cosa non andò per le lunghe. I due sanguinarii, con un pezzo di cerchio di mastello, si erano preparati due ferri affilatissimi. Il giorno in cui, nel cortile di passeggio, capitarono loro tra i piedi, non esitarono un attimo. Piombarono sulle «spie» a guisa di due «leoni». Una di esse cadde in terra come un sacco di cenci. Era morta. L'altra, ferita mortalmente, si contorceva e boccheggiava nel proprio sangue.
Il Francescone credo che sia ancora nel bagno Dalghera di Finalborgo, col numero di matricola 2031.
L'influenza del sangue, tra i criminali, la trovate pure nei «delitti di camerata». I delitti di camerata si limitano a tre: amori turpi--scoppi di odio personale--e vendette covate a lungo.
I primi possono infiammare o eccitare i galeotti fino all'omicidio--l'odio personale può erompere con una morsicata che mangi via il naso o strappi fuori un orecchio o lasci un guazzo sanguinoso nel collo--e la vendetta--specialmente tra i delinquenti del Mezzogiorno, quali erano quelli di Finalborgo--si compie quasi sempre con lo «sfiguramento». Vale a dire facendovi uno sberleffo che vi renda orribili tutta la vita, come la celebre fioraia milanese scomparsa dalla scena col viso illustrato dal rasoio di un malnato.
Nel bagno di Castellaccio, per esempio--diceva il mio informatore che aveva passata la gioventù in parecchi bagni--le «tagliatine di faccia» erano avvenimenti quotidiani.
Mi pregava però di credere che coloro che si «abbandonavano a questi brutti scherzi» erano tutti «avanzi di galera».
--E voi credete che queste esplosioni di collera malvagia elevino gli autori di qualche gradino sugli altri?
--Senza dubbio. Sarà qualche volta anche per paura. Ma è certo che questi misfatti, se non hanno, s'intende, la disapprovazione della maggioranza e dei cosidetti capi di società, costituiscono, più che un merito, una prodezza che dà dell'influenza in mezzo ai compagni.
«Ve ne posso dare la prova, rimanendo qui dove siamo. Voi sapete che in questo reclusorio, due anni sono, la moltitudine dei condannati era composta di napoletani e di siciliani. Per una ragione o per l'altra erano nati, tra loro, odii implacabili. Una popolazione aveva giurato di estinguere l'altra. Mancavano loro le armi. Ma c'era un fabbro. E questo fabbro calabrese, che li armò tutti di uno spuntone micidiale, entrò nella testa dei galeotti come un dio. Non c'era più che lui. Lo si venerava e coloro che potevano gli baciavano la mano con la quale aveva fabbricato gli strumenti da sventrarsi l'un l'altro.
--Avvenne poi lo scontro?
--Sono stati armati sette mesi, aspettando tutti i giorni un'occhiata, o un gesto, o una parola per rovesciarsi, napoletani contro siciliani. Ma i capi di società che avevano dato ordine di guardarsi bene dal provocare qualcuno della parte nemica, evitarono il disastro di un conflitto inaudito rimandandolo di settimana in settimana. Io ne rabbrividisco ancora.
«Il Natale del 96 dissipò ogni malinteso. I capi si rappattumarono, e i siciliani e i napoletani si abbracciarono per organizzare il fuori! fuori!
--So che c'è qui anche il Frezza, l'assassino di Raffaele Sonzogno, il direttore della _Capitale_ di Roma.
--C'era. È partito, qualche giorno prima del vostro arrivo, per il bagno, credo, di Civitavecchia.
--Che tipo era?
--Un tipo ignorante. In ventisei o ventisette anni di galera, è rimasto l'imbecille del processo. La sua mania era di credersi un personaggio politico--un uomo che aveva «fatto il colpo» per ordine di Garibaldi.
«Mentre tutti noi, che disprezziamo il sicario, gli dicevamo che non era che un vile accoltellatore che ammazza per una somma qualunque. Qualche volta si sentiva umiliato e qualche volta scattava con una caterva di improperii!
--Diceva mai nulla di Luciani?
--Ch'era contento di sapere che portava la catena come lui. Quando era abbattuto e si sentiva stufo di questa vita che non gli dava mai un barlume di speranza, lo chiamava la sua «disgrazia». Senza l'amico del Paino dell'Olmo, egli diceva che non sarebbe mai andato all'ergastolo.
__Callegari Sante.__
Il Callegari Sante, uno studente di scultura, di diciassette anni, che fece parte del cosidetto «processo dei giornalisti», si è trovato nel vagone cellulare che lo conduceva a scontare i suoi diciotto mesi di casa di correzione, con il Frezza. «La nostra prima tappa, mi disse questo minorenne, doveva essere Bologna. I miei compagni di viaggio erano quasi tutti condannati per reati comuni. Nelle celle del vagone mi parevano tante bestie. Parecchi di loro erano usciti dal reclusorio di Finalborgo ed erano sulla strada dei penitenziarii sparsi per l'Italia meridionale. Vicino alla mia cella era un certo Frezza, del quale non avevo mai sentito il nome--nome che ignorerei forse ancora, s'egli non mi si fosse rivelato per l'uccisore del povero Sonzogno. Quantunque separato, sentivo un bisogno prepotente di scappare lontano da questo ributtante assassino. Ma ero legato come un salame e nessuno dei carabinieri mi avrebbe cambiato cella. Durante il viaggio non fece che parlare. Quanto più si andava innanzi, tanto più mi diventava interessante.
--Non credi ch'egli abbia voluto personeggiare il Frezza? Perchè avevo sentito dire o letto in qualche giornale che era morto.
--Può darsi anche questo, ma non credo. Per quale ragione mi avrebbe infinocchiato, se io non lo conoscevo e se fra qualche ora ci saremmo separati per non vederci più mai?
--Continua.
--A suo modo mi svolse il dramma, persistendo a ribadire il chiodo che il suo delitto era politico.
«Prima di arrivare a Pesaro, ove dovevamo fare tappa, perchè viaggiavamo tutti per «corrispondenza», il Frezza mi si era palesato per un individuo d'animo piuttosto mite. Le dirò un fatto il quale prova che è in lui un fondaccio morale. Dall'altra parte della sua cella era una ragazza condannata per i tumulti nei dintorni di Bologna. Io non potevo vederla. Era ciarliera e un po' licenziosa. Diceva parole poco convenienti alla età sua. Il Frezza le fece una predica. Pareva un padre che desse una lavata di capo alla propria figlia!
«Tra il vagone cellulare e la carcere di sosta, mi trovai accoppiato con questo sciagurato. È piuttosto alto che basso, è snello ed ha un non so che sulla grinta che pare della malizia diffusa sulla faccia di tutti i galeotti.
«Mi raccontava che aveva lasciato il bagno penale di Finalborgo e che la sua nuova destinazione era Barletta.
«--Questo, mi disse, è il mio dodicesimo trasloco in trent'anni di bagno!
«Lungo il viaggio mi offerse continuamente del suo pane e del suo salame.
--Quanto tempo impiegasti da Milano a Urbino?
--Sette giorni per un viaggio di dodici ore! A Urbino entrai nella R. Casa di correzione--un grande edificio che pare un palazzo, situato nella parte più alta della città--e, tutto sommato, non mi trovai male. Ero il numero 362. Quando me lo cucirono al camiciotto mi parve di sentire l'ago entrare nel mio cuore. Che impressione diventare un numero! Questo stabilimento--come lo chiamano la direzione e gli inquilini--ha parecchie officine, quattro dormitorii, in ciascuno dei quali dormono trentaquattro corrigendi, e due vasti cortili per il passeggio. Ci mandavano a dormire alle sette e ci facevano alzare alle sette. Era la cosa più noiosa della casa di correzione. Dodici ore di letto duro come il macigno, quando si è giovani, sono troppe. Prima della campana io stavo là supino, ad occhi aperti, colle gambe impazienti di sdrucciolare dal letto.
--Non vi si facevan fare gli esercizi militari?
--Sì, tre volte la settimana.
«I miei compagni erano tutti minorenni e tutt'altro che simpatici.
«Mi consideravano, per le mie idee, un ladro. Dicevano che volevo la roba degli altri. Erano sboccaccioni che mi facevano schifo. Sono esseri degradati, depravati, rotti a tutti i vizi. Mi accapigliai con uno di loro che mi insultava e andai in cella di rigore, dove mi si indossò la camicia di forza per alcune ore. Al mio avversario la lasciarono per alcuni giorni.
«Del direttore posso dire tutto il bene. Egli mi procurò i mezzi di stare in esercizio, facendomi lavorare come scultore in legno. Riuscii a fare il busto di Raffaello ed altri lavori lodati dal «capo officina» e dallo stesso direttore. Il capo officina, prima che me ne andassi, volle baciarmi. Tenendomi tra le sue braccia continuava a dirmi di non dimenticarlo e di dire a mia madre che nella casa dei corrigendi avevo trovato «una brava persona, onesta e degna del mio affetto!»
«Il nostro vitto era come quello, probabilmente, delle altre carceri. Una pagnotta nera e una minestra che aveva tutti i sapori, all'infuori di quello della nostra minestra. Il Natale lo passammo maledettamente male. Ci aggiunsero al solito vitto un boccone di carne che non m'invogliava ad averne dell'altra, e un quarto di litro di vino che mi bruciava la gola.»
__Studio galeottesco.__
L'uguaglianza di trattamento non impediva ai forzati di avere una grande simpatia per gli inquilini della quinta camerata e di manifestarla tutte le volte che capitava loro l'occasione. Alla mattina e alla sera, per esempio, venti o trenta forzati addetti ai lavori del reclusorio passeggiavano nel cortile sotto le nostre finestre. Il tintinnìo delle loro catene ci chiamava al davanzale, cogli occhi tra il cassone e la ferriata. E loro, passeggiando, con dei cenni rapidi, con degli inchini che nessuno, all'infuori di noi, poteva avvertire, con dei palpeggiamenti di berretta che parevan grattamenti di capo, con dei rovesci d'occhi che mi andavano al cuore, o dei movimenti di labbra che sfuggivano alla sorveglianza, ci salutavano, ci davano il buon giorno e la buona sera, ci infondevano coraggio e ci traducevano la loro impotenza a fare qualche cosa per noi.
La loro passeggiata era per me uno studio. Notavo il loro modo di andare in su e in giù e chiamavo Romussi e don Davide Albertario a constatare che il loro passo rivelava il galeotto. Dimostravo loro come un Jean Valjean avrebbe potuto essere scoperto dal segugio di polizia anche vent'anni dopo, vestito con eleganza, in una sala immensa affollata di signori che la percorressero conversando.
Si vedeva che il piede, il quale aveva l'anellone della catena appesa al fianco o attorcigliata intorno la caviglia, indugiava uno zinzino più dell'altro a muoversi, e sfiorava assai più il suolo del sinistro, come se l'uno dei due fosse carico di piombo. Aggiungevo un'altra osservazione sui passi. Nei passi è l'uomo che è stato in branca, cioè incatenato con un altro per degli anni e costretto a esercitare le gambe in uno spazio di pochi metri. Contraggono un'abitudine indimenticabile. Adesso che sono disgiunti e che è a loro disposizione un terreno venti volte più lungo e più largo della cella, consumano l'ora di passeggio come prima, gomito contro gomito, con un movimento di tre o quattro passi avanti e indietro, voltandosi come quando erano appaiati, cioè senza urtarsi e senza spostarsi.
I tipi di forzati, che abbiamo conosciuto più da vicino e che possiamo presentare al pubblico come nostri amici, erano i «mozzi» o coloro che adempivano alle funzioni domestiche. Il 129 era il latrinaio--un galeotto che riassumeva il suo delitto come un grande artista. Si passava la mano sulla fronte e lo paragonava a «un temporale», a «una notte buia», a «una tempesta». Fu l'uragano dei sensi che gli fece recidere la gola alla padrona ch'egli serviva come cocchiere a Ferrara. Egli la voleva o viva o morta. E se la baciò durante il «temporale» tepida ancora di vita, con gli occhi spalancati che pareva una strega. Egli è ormai tranquillo e non pensa più, come gli altri, a rientrare nel mondo dal quale venne scacciato. Per lui, «stare qui o altrove, è lo stesso. In qualche luogo, mi diceva, bisogna stare».
Veduto da vicino, con gli occhi nelle buche della sua faccia massiccia e larga, si prova la repulsione di chi si sente a tu per tu con un sanguinario. Dalle sue linee facciali sbuca il violento, ghiotto dell'altro sesso. Ha delle occhiate diaboliche, lambite dalle rughettine che infittiscono e si gonfiano quando spalanca la bocca per la risata che pare uno scroscio. Le sue mandibole voluminose completano l'orrore con la zucca enorme, calva alla superficie, leggermente schiacciata alle pareti.
Intorno alle sue labbra carnose, è diffuso il cinismo che si prolunga fino alla radice del naso, dove incomincia una fronte spaziosa, fuggente, giallognola, la quale si increspa ogni volta che parla. Ha le gambe arcuate e ha sempre fame. Tutte le volte che veniva nella nostra camerata gli davamo parecchie pagnotte.
Veduto da lontano, immobile, nel sole, con le mani sulle reni e le pupille velate o addormentate nel fondo cristallino, ha l'aria di un uomo impagliato.
Un altro tipo curioso sotto parecchi aspetti, era l'infermiere che veniva nella nostra camerata nei pomeriggi della caldura a inaffiarla di acido antisettico per tentare di salvarci dalle mosche inique e dalle cimici implacabili. È un forzato di cuore, che si trova in galera per avere creduto nella fedeltà della sua donna. È piccolo, tozzo, giallastro, con una fronte bassa, rugosa e senza fughe, con delle pupille che stanno spegnendosi nelle occhiaie fonde, con un naso camuso, delle guance che incominciano a piegarsi e a incresparsi come cortine vecchie e una bocca che spalanca una voragine di fuoco pallido e lascia vedere le gengive quasi sguernite.
Non ci fu ammalato che non mi abbia parlato con entusiasmo di questa perla di condannato che nessun direttore o capo guardia è mai riuscito a punire in ventisette anni di carriera dolorosa. Me lo si raccomandava dicendomi che in infermeria, senza di lui, si poteva morire.
Egli è una suora di carità, un fratello che va dovunque si soffre. Accorre al letto degli infermi con sollecitudine materna, si alza di notte se qualcuno si sente male, e, con quel poco che il medico mette a sua disposizione, cerca di lenire i dolori altrui. Avete la schiena tormentata dai reumatismi? È la sua mano che viene a battervela, a spalmarvela di una goccia d'olio come un allievo del professor Panzeri, o a pennelleggiarvela magari con della tintura di iodio, se ne ha nell'armadio e se il medico lo ha ordinato. Avete un dente che vi strazia? Eccolo pronto con la tenaglia. Non è un cavadenti di professione, ma ha la praticaccia del frate che sdenta il pubblico senza passare gli esami.
Per provare la bontà del 193, non ho da citare che tre testimoni che non lo dimenticheranno facilmente. Gaspare Giucchetto, minorenne, Giovanni Vedani, di 32 anni, e Angelo Vanoni di Luino, come il Vedani, e padre di tanti figli.
Il primo aveva ricevuto una palla al petto con lesione, pare, al polmone; il secondo era stato colpito allo stinco, e il terzo aveva lo stomaco perforato da due proiettili--uno dei quali gli è rimasto nel corpo. Io li ho veduti in infermeria, subito dopo il loro arrivo.
Erano giunti a Finalborgo in una condizione da commuovere le pietre. Straziati dai dolori, con le ferite ancora aperte e col Vedani che non poteva e non può, credo, neppure oggi,¹ stare in piedi, perchè la ferita continua a produrre materia purulenta. In una infermeria, dove non ci sono che dei letti, una cassetta di polverine, un vasetto di tintura di iodio e della liquirizia per i catarri stomacali e le tossi che non lasciano dormire, anche un infermiere come il 193 non può fare molto. Ma li curava da cristiano, lavando, fasciando loro le ferite, aiutandoli a mangiare, curvandosi a ogni minuto per spostare la gamba al Vedani, la testa al Giucchetto e le spalle al Vanoni, il quale Vanoni era diventato tetro, perseguitato dal pensiero che il suo polmone fosse stato toccato dal proiettile. Mi diceva che «si sentiva il polmone in sussulto».
¹ Questo capitolo fu scritto prima del secondo indulto.
Il Gaspare Giucchetto portava il numero di matricola 2749; il Giovanni Vedani il 2731, e l'Angelo Vanoni il 2747.
Don Davide Albertario non è stato in infermeria che quattro o cinque giorni a trangugiare due o tre drastici per liberarsi da una tenia che noi chiamavamo, per ridere, un «serpente boa».
Il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ ritornò nella quinta camerata pieno di entusiasmo per il 193 che lo aveva curato come una madre. Gli stava alle calcagna quando era in piedi, gli andava intorno quando era nell'altra stanza a scrivere e sedeva di notte, per delle ore, vicino al suo letto, a vegliare i suoi movimenti.
Il 193 è vecchio, e nelle mani della giustizia dal 25 luglio 1873 e la sua condotta è sempre stata irreprensibile. Se io fossi nel ministro di grazia e giustizia direi: basta! E lo lascerei andare al suo paese di Ariano di Puglia, a morire in santa pace, sotto gli occhi di sua sorella, che gli vuol bene, tanto bene.
Il nostro barbiere era un altro omicida, condannato a trent'anni. Nel reclusorio sembrava mite, gentile, afflitto soltanto di trovarsi in mezzo a tanta zavorra umana. Era pallido, emaciato, colle sfumature, intorno gli occhi, degli individui che portano nei polmoni i bacilli della morte. I suoi colpettini di tosse mi davano la sensazione penosa di essere accanto a un moribondo. La sua faccia era repulsiva per la carne scrofolosa gualcita dal coltello anatomico, per le contrazioni che gli avevano lasciato il segno sulle guance scarne e sulle palpebre rosse e senza peli.
Ci considerava uomini superiori e ci radeva con una delicatezza femminile, raccontandoci sovente il suo amore sventurato.
A diciannove anni si era ammogliato con una giovane che ne aveva diciotto. Dopo la cerimonia nuziale la sposa gli raccontò che un altro--un «civile»--l'aveva delibata a tredici. Fu una notte burrascosa quella della sua confessione. La poveretta gli buttava le braccia al collo piangendo dirottamente e gli domandava perdono. La colpa non era stata sua. A tredici anni non si ha la testa e una ragazza si lascia saccheggiare della verginità come un viandante dai malandrini. Lui la consolò con una sfuriata di baci, impromettendosi di obbligare il «civile» a farle la dote. Chi rompe paga, era la sua morale. All'indomani andò a trovare il «ganzo» e a dirgli come stavano le cose. Il «civile» promise di pagare. Ma i denari non venivano mai. Allora ritornò a ripicchiare allo stesso uscio e a esigere la promessa. Il «civile» gli rise in faccia.
--Adesso che l'hai, tientila!
Gli «calò una benda sugli occhi» e lo uccise come un dissoluto malvagio.
--Il mio dolore massimo è di essere stato creduto capace di premeditare il delitto.
«Ero andato da lui per riscuotere, non per ammazzarlo. Il mio fu un impeto di passione. Lo dissi al presidente del mio processo.
Ora ne era pentito. Non potendo andare dalla famiglia, come fra Cristoforo, a domandarle perdono, le mandò una lettera bagnata delle sue lagrime.
--La famiglia mi ha perdonato, il parroco del mio paese lo ha fatto sapere a tutti dal pulpito, ma il governo tace ancora. Ah, è duro il governo coi poveri condannati! Una volta che siamo pentiti dovrebbe permetterci di riabilitarci. Invece ci lascia morire in galera o ci manda fuori quando non siamo più che dei carcami da ricoveri.
«Porto la catena e la giacca rossa da diciannove anni e morirò forse in galera. Sia fatta la volontà di Dio! Ma mi dispiace, credano, di non rivedere più il mio paese!
E il dolore gli fece sputare del catarro sanguinoso.
Il sei settembre, il giorno in cui ci rase i baffi, era commosso come un minorenne perduto nel buco di una cella di rigore. Egli sapeva che cosa volevano dire questi crepacuori. Nei baffi era l'uomo. Radendoli, radeva il cittadino e non lasciava dietro il rasoio che un numero di matricola.
Eravamo in sette e l'operazione durò più di un'ora. Andammo uno dietro l'altro dal barbitonsore, senza dirci una parola. Ciascuno di noi sembrava compreso del sacrificio, tranne forse Gustavo Chiesi, il quale conservò sempre l'attitudine dello stoico. Sotto il rasoio a più d'uno di noi si riempirono gli occhi. Federici e don Davide furono del numero. Non si aveva paura, nessuno pensava alla paura, ma l'emozione, più forte di tutti, rompeva la diga.
Mentre mi si radeva, con la guardia carceraria seduta in faccia, mi venivano le lagrime in bocca come a un bimbo sculacciato!
--Coraggio! diceva a ciascuno di noi il barbiere. I baffi e la barba ricresceranno più vigorosi di prima.
--E voi, don Davide, gli domandai qualche giorno dopo, perchè avete pianto, se non avete mai avuto baffi e se vi facevate radere il labbro superiore anche prima?
--Perchè mi si infliggeva una punizione infamante. Perchè mi si riduceva il 2557.
Dall'emozione profonda passammo all'ilarità clamorosa. A mano a mano che uno di noi rientrava nel camerone con la faccia galeottizzata, si scoppiava in una risata sonora. Sembravamo dei mostri. Salve le proporzioni individuali e la voce, potevamo benissimo scambiarci per dei galeotti sconosciuti.
Il solo che non avesse alterato la figura era il sacerdote. Gli altri pareva che fossero stati in un'altra stanza a truccarsi o a cambiarsi la testa.
Gustavo Chiesi, grasso e grosso, aveva del frate Melitone. Il buon Suzzani--che si chiamava, con compiacenza, «compagno di Carlo Marx»--aveva assunta l'aria d'un abatino pieno di modestia. Costantino Lazzari era uscito dalle mani del parrucchiere una edizione peggiorata. L'avvocato Federici si era trasformato in un santocchione che sginocchia pelle chiese. Ghiglione era ritornato in mezzo a noi come un uccello di rapina. Il suo naso lungo si era prolungato e la punta appariva più adunca di prima. I peli scomparsi dalla guancia sinistra gli avevano lasciato all'aria una prominenza che gli delinquentizzava la faccia.
Il nostro barbiere è nato sotto una cattiva stella. Egli ci sbarbava direi quasi con orgoglio. Considerava il sabato il più bel giorno della sua vita, perchè poteva scambiare qualche parola con noi. Ma venne il giorno triste della partenza. Il direttore lo aveva destinato per il reclusorio di Finalmarina. Trovò modo di venirci a salutare. Strinse la mano a ciascuno di noi con la voce che tremava. Addio, si ricordino di me, del povero barbiere pentito del suo fallo. E lo sentimmo che si allontanava col singhiozzo che egli tentava di soffocare nel fazzoletto a quadrettoni.
__Il condannato in traduzione.__
Il mio viaggio da Finalborgo a Milano, per subire un altro processo, mi ha dato modo di studiare una delle pagine più dolorose della vitaccia del bestiame che passa da una galera all'altra.
Ricordo tutto, come se fosse adesso. Era il 27 luglio, una giornata afosa. Io e alcuni abitanti della quinta camerata stavamo con la gamella capovolta, sul mastello dell'acqua sporca, per lasciar colare la pasta dalla brodaglia maculata di scandellature.
Entrò il sottocapo Osmiani a scompigliarci. Era l'uomo più serio del personale di custodia. Non sciupava parole. Ci chiamava guardando in terra e tenendo l'indice della sinistra in alto.
--2559!
--Presente!
Ero già pronto. Mi lasciai baciare teneramente dagli amici, presi il fagotto sotto il braccio e uscii con la gola rasa di commozione. Per evitare il disastro di una gita galeottesca avevo fatto di tutto. Avevo detto al direttore che soffrivo e che non ero in grado di rimettermi in un vagone cellulare. Ma non ci fu verso. Il medico, dopo avermi palpeggiato, come se fossi stato di straccio, mi trovò sanissimo.
Il mio compagno di viaggio era uno della «rivoluzione». Egli era stato côlto in piazza di Luino durante i tumulti e condannato dal tribunale militare a sei anni di reclusione.
--Vi rincresce?
--Sì, perchè sono innocente e perchè ero l'aiuto dei miei genitori.