Chapter 8
Io non posso dire di essere un lettore costante di fogli religiosi. Ma credo che non ci sia in Italia un giornale del partito che possa essere paragonato al quotidiano di don Davide. È un giornale che sente tutta la modernità professionale senza perdere del suo concetto fondamentale, che è la necessità della chiesa cattolica. È redatto bene, redatto da giovani che lo seminano di idee col ventilabro e che riempiono le sue colonne di uno stile spigliato, nervoso, che non lascia mai giù le ali sui guazzi sociali per paura di sporcare chi legge. È interessante per ogni lettore. Vi trovate l'appendice drammatica, l'appendice letteraria, l'articolo politico, il trafiletto, la cronaca, gli avvenimenti internazionali e una larga piattaforma per i servizi municipali--per le questioni operaie--per i problemi dell'avvenire.
L'_Osservatore Cattolico_ è stato condannato nella persona del suo direttore per queste motivazioni: 1.° perchè ha con fine ironia combattuta la monarchia; 2.° perchè si è unito ai repubblicani e ai socialisti e agli anarchici per demolire le istituzioni dello Stato; 3.° perchè ha eccitato all'odio i contadini contro i signori e contro altre classi sociali; 4.° perchè ha educato il clero alla vita battagliera invece che alla missione di pace alla quale è destinato da Cristo.
--Che c'è di vero, don Davide, in tutto questo?
--Per capire la portata della motivazione della sentenza che mi ha relegato per tre anni in questo reclusorio, bisogna conoscere la natura del mio giornale. L'_Osservatore Cattolico_ è anzitutto un giornale che si dedica alla propaganda e alla difesa della chiesa cattolica e del papa. Siccome l'Italia è aderente a questa chiesa, così si deve ritenere necessaria la religione al bene sociale, per la vita presente e per la vita futura, come si deve ritenere necessario che essa sia tenuta in onore e non perda influenza. Questo è il caposaldo del programma del mio giornale nel rapporto religioso.
«Nel rapporto politico io, direttore dell'_Osservatore Cattolico_, sono indifferente alla forma monarchica o repubblicana di governo. Do la preferenza a quella forma in cui i governanti sono col mio programma religioso, al quale subordino tutto il resto. Quindi è una bugia dire che io combatta la monarchia, come è una brutta invenzione quella di accusarmi di complicità coi repubblicani e socialisti e anarchici. In un ambiente monarchico io lavoro in mezzo al popolo, perchè il governo abbia a cessare dall'opposizione contro il papa e contro la religione e abbia a promuovere la pace religiosa nel paese.
«Il mio programma sociale è ampio e generoso. Io accetto tutto ciò che nei postulati del socialismo è compatibile colle dottrine della chiesa cattolica e mi adopero per attuarlo formando l'opinione in questo senso. Deploro il concetto fondamentale materialista del socialismo, deploro che non ammetta le verità cattoliche, perchè il materialismo e la negazione delle verità cattoliche scavano un abisso tra il cattolicismo e il socialismo. L'_Osservatore Cattolico_ combatte la speculazione che impoverisce, combatte l'usura, invoca provvedimenti di Stato che salvaguardino i diritti e gli interessi delle classi inferiori e ne migliorino le condizioni. Esso però rifugge dallo Stato collettivista. Tutto questo vogliamo ottenere con la persuasione della propaganda pacifica, con la carità generosa, col mezzo delle autorità e delle leggi. Credetelo, è una calunnia dire che io ecciti all'odio o alla discordia.
«Da questo potete argomentare del valore delle motivazioni della sentenza del Tribunale militare. No, non sussiste la fine ironia contro la monarchia, non sussiste la congiura con altri partiti contro le istituzioni, non sussiste l'eccitazione di odio tra le varie classi sociali, non sussiste l'educazione del clero in senso opposto alla missione assegnatagli da Cristo. Non sussiste nulla di nulla. Di vero non c'è che questo: che si è mandato in galera un innocente.
«Volete una prova che il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ non ha tentato di sviare dal retto sentiero il clero italiano? Da che sono nella casacca del galeotto, sua santità il papa mi ha mandato la benedizione più di una volta, e una medaglia d'oro che tengo carissima, centinaia di vescovi, da ogni parte d'Italia, scrissero a me e a mia sorella lettere affettuosissime, sacerdoti e vescovi--come quello di Savona--sono venuti a trovarmi e a ogni distribuzione postale ricevo, come avete veduto, un mucchio di lettere e di telegrammi. Se non ci fossero di mezzo i patimenti di questa vitaccia, che sopprime il sacerdote e distrugge l'uomo, direi che il Tribunale di guerra mi ha reso un segnalato servigio.»
L'affezione per sua sorella è nota a tutti coloro che leggono le sue lettere datate da Finalborgo e indirizzate alla «cara Teresa». Sono lettere castrate e scritte nella condizione di un uomo che non può dire quello che sente e che vuole. Ma in esse è il pathos di un'anima addolorata. C'è la tenerezza di chi soffre della separazione e della lontananza. E la sorella lo ricambia di pari affetto. La sua assenza è il suo strazio. Per liberarlo, ha messo sossopra mezzo mondo. Ha mandato una lunga epistola all'episcopato italiano--ha scritto al presidente dei ministri e ha fatto bussare, a insaputa del fratello, fino alle porte reali.
In mezzo a noi, don Davide, non ha mai fatto sentire il prete. Egli era un compagno che prendeva parte alla discussione, che si adattava in un modo mirabile alla vita comune, e che rideva delle nostre risate come un giovialone che non si ricorda della condanna.
__I forzati.__
Il «forzato» è colui che sta scontando la sentenza che gli ha inflitto il vecchio codice. Lo si può dire il martire del bagno penale. Nessuno ha subito le sue torture. Egli è passato attraverso tutte le sevizie che sono nel regolamento composto dagli «estratti dei regi bandi del 22 febbraio 1826». Un'infrazione qualunque, come quella, per esempio, di essere reo di bestemmia o di imprecazione contro l'onore e la riverenza dovuta alla Maestà di Dio, alla Beatissima Vergine ed a tutti i santi, lo avrebbe mandato croatescamente sulla panca a ricevere la punizione di parecchie «bastonate». Tutti noi, compresi i direttori dei reclusori, possiamo smarrire qualche cosa senza crederci, per questo, meritevoli di punizioni corporali, non è vero? Il forzato che perdesse il semplice libretto di «massa» viene invece disteso sulla pancaccia della bastonata!
Istigando alla disubbidienza o all'ammutinamento o rivoltandosi contro i «suoi custodi», il galeotto incorreva «nelle pene corporali estensibili sino alla morte».
Il bastonatore era sempre un grandiglione dalle braccia poderose che faceva divenire alto il sedere con colpi che strappano dei misericordia!
L'abito del forzato differisce da quello del recluso. Il forzato a vita indossa una giacca rossa, porta una callotta verde alta e rotonda, ed ha sul cuore una striscia nera sulla quale è stampato il numero di matricola.
Il forzato a tempo ha la callotta scarlatta e la striscia di un verde slavato. Se vedete un camerotto o un cortile di queste «facce da galera», vi sentite correre per la schiena i brividi dello spavento. Provate gli orrori di sapervi dinanzi ai sanguinarii che hanno fatto a pezzi le donne, squarciata la gola agli uomini e spaccato il cranio ai bimbi. Il loro abbigliamento e il loro viso galeottizzato triplicano la ripugnanza che vi ispirano.
Non appena il forzato entrava nello stabilimento di pena, gli completava la _toilette_ il fabbro, un altro collega che gli ribadiva al malleolo l'anellone di ferro massiccio della catena. Il catenone a diciotto maglie era così lungo e così pesante che nessun forzato, per quanto forte, sapeva stare in piedi più di un'ora.
Uno di questi sventurati di Finalborgo mi descriveva tutta quella massa di ferro, che il codice gli imponeva di trascinarsi dietro fino a sentenza finita, con queste parole:
«La maniglia--come chiama lui l'anellone--era assai diversa da quella che mi vedete ora. Era un grosso cerchio che mi dava un grande fastidio. Di giorno mi lacerava le mani a ogni movimento e di notte, con la parte mal ribadita, mi scorticava l'altro piede tutte le volte che mi voltavo addormentato. Mi alzavo con la gamba stracca e indolenzita.
«Il catenone mi tribolava dalla mattina alla sera. Non sapevo dove metterlo. Se me lo tiravo sui fianchi, non sapevo reggerlo più di dieci o quindici minuti. Erano minuti di spasimi. Se me lo tenevo sospeso con le mani, dovevo abbandonarlo non appena mi dolevano le braccia. E se me lo ammucchiavo sulla spalla o sul braccio sinistro, sentivo subito il bisogno di levarmelo.
«Erano dei quintali che mi indemoniavano. Non era che in terra, seduto sulla pietra, incatenato al grande anello di ferro confitto nel rialzo del granito della cella, che potevo trovare un po' di quiete. Con la maggior parte del peso sul suolo, si poteva tirare il fiato. Ma tutti noi, di questi ambienti, sappiamo che il moto delle gambe è questione di vita. Guai al condannato che poltrisca nella disperazione! La sua sentenza si estingue presto. Egli si avvia col treno lampo al sepolcro.»
--E adesso, quest'altra di quasi due chili di ferro, che vi penzola dalla gamba, vi rompe le scatole?
--Una catena alla gamba, coll'anello massiccio che non si può rompere che colla morte o nel giorno in cui avete finito di espiare la pena, è un tormento senza nome. Quante volte questa catena mi ha fatto pensare al suicidio!
Il galeotto di questo straziante periodo, che si chiuse, credo, nel 90, veniva accoppiato con un altro.
Il compagno di «branca», vale a dire di catena, rimaneva indivisibile per degli anni e degli anni. Attaccati allo stesso anellone del macigno, dovevano dividersi, con la noia penosa dell'unione coercitiva, il peso della catena e seguirsi ogniqualvolta uno si moveva.
Se, per esempio, il 387 si alzava, il 130 non poteva rimanere seduto. Se uno degli infelici aveva dei bisogni urgenti, l'altro si doveva accosciare rasente il mastello puzzolente e aspettare che facesse i comodi suoi. I passi di ciascuno dovevano essere studiati, e il desiderio del 387 doveva essere il desiderio del 130. Immaginatevi, mi diceva uno di questi forzati, di trovarvi appaiato con un tale che avesse la diarrea, come è toccato a me per tre mesi! O supponete, voi che siete educato, che non avete perduto tutto e che aspirate alla riabilitazione, di essere inchiodato allo stesso anello con un uomo volgare, magari brutale, magari capace di fracassarvi lo stomaco con un pugno per una parola mansueta che gli è andata nell'orecchio come una scudisciata!
--Ho letto una volta un libraccio che raccontava gli orrori degli inquisitori spagnoli. Certamente, leggendo, mi si accapponava la pelle. Ma non credevo che il Gutzman sia riuscito più feroce dell'inventore della «branca». Essa non vi fa scricchiolare le ossa contorcendovi, ma a lungo andare vi deturpa e vi masturba la vita assai più degli ordigni di tortura. Appaiato per degli anni con un grassatore o un brigante o un omicida! Pensateci un minuto e vi troverete col capogiro!
In generale il forzato, come lo abbiamo conosciuto noi, è buono. Nella zona della espiazione diventa un fratello che si intenerisce dei vostri dolori e vi rincuora alla speranza. A Finalborgo c'è stato un tempo in cui adempiva alla funzione pietosa d'infermiere Alfonso Carbone, un capo brigante che aveva della iena e che mutilava le sue vittime attorcigliandosi le loro budella intorno la mano. In infermeria, lo si poteva dire una suora di carità. Si alzava a tutte le ore, accorreva al letto di chiunque lo chiamasse e faceva di tutto per alleviare le sofferenze. Un compagno, che aveva passato dieci e più anni al «Castellaccio», mi raccontava della bontà di Cipriano La Gala. Egli, Cipriano La Gala, era là a scontare la prima condanna di dieci anni di isolamento. Fu un modello di condotta. Così irreprensibile che il direttore, signor Brunellesco, dopo sette anni, lo fece scatenare e mettere in compagnia di altri quindici galeotti. In sette anni il La Gala non aveva mai detto una parola alla guardia, che non fosse di ringraziamento. Nella vita in comune, egli era un agnello che si prosternava alla volontà del primo o dell'ultimo galeotto. Durante la sua residenza, non ebbe mai un rapporto, mai un accento che rivelasse l'eroe di tanti delitti.
In galera, ho conosciuto gente che sente la fratellanza come non la si sente all'aria libera. Ho conosciuto forzati che si sono levati il pane di bocca per darlo a chi aveva più fame di loro. So di un tale che si è tolto il panciotto, che si era pagato coi suoi denari--perchè il panciotto è una concessione del direttore o del medico--per regalarlo a un poveraccio senza fondo di massa, oppresso dalla tosse a scatti che non perdona.
La solidarietà per il diritto comune è nel grido di _fuori! fuori!_ di tutte le camerate, quando i forzati si credono curvati dall'arbitrio e vittimizzati dagli abusi. Spieghiamoci. Supponete che una guardia sia tanto cattiva da farvi punire per dei nonnulla o che il pane non sia che della mota malcotta e indigeribile. In galera non è ammessa la protesta, nè collettiva, nè individuale. Se voi dite: rifiuto questa gamella di minestra perchè è immangiabile, siete sicuro che vi si ordina di portare il vostro materiale lettereccio in magazzino e di andare diffilati ai banchi di rigore. Se vi fate registrare per un'«udienza col signor direttore», vi capita, novantanove volte su cento, che il direttore vi dice che siete un insolente e che fuori, prima di andare in galera, non mangiavate tanto bene e che per questa volta vi manda a mangiar meglio nel cubicolo, per una quindicina di giorni, con l'aggiunta della camicia di forza se osate lamentarvi.
Sovente alcuni forzati, si sottomettono alle punizioni individuali per richiamare l'attenzione del direttore su questo o quel sopruso. Ma quando il sopruso continua con maggiore accanimento e quando il direttore si ostina a «ignorarlo», allora i forzati perdono la pazienza e ricorrono alla violenza del _fuori! fuori!_.
__Un fuori! fuori!__
Uno di questi ammutinamenti è avvenuto poche settimane sono nella casa di pena di Padova. L'ultimo di Finalborgo è sotto la data del 3 gennaio 1896. Il direttore Codebò aveva assunta la direzione del reclusorio nell'ottobre del 1895. Egli vi era andato preceduto dalla fama di direttore «severissimo», d'un direttore, per esprimermi con la frase di un forzato, che terrorizzava con una disciplina di ferro.
Direttore di un reclusorio, egli voleva che imperasse il silenzio assoluto. Il guaio era che gli inquilini di questo bagno penale--come lo si chiamava mava prima--erano misti: cioè erano reclusi e forzati.
I primi, col nuovo codice, devono scontare la condanna senza parlare; i secondi, col codice vecchio, possono conversare sottovoce tra loro.
Il reclusorio poi deve essere a celle. E nel reclusorio di Finalborgo non ci sono che cubicoli, banchi di rigore e celle di punizione in Torretta. Nei lavorerii in comune avveniva, per esempio, che i reclusi dovevano tacere e i forzati potevano scambiarsi delle parole sottovoce.
Il direttore, per impedire che si mancasse di rispetto al regolamento, fece affiggere un ordine del giorno il quale ingiungeva di farla finita col chiasso. Forzati e reclusi lo stracciarono. Il direttore incominciò allora con le punizioni e i reclusi e i forzati si misero a gridare e a urlare che gli avrebbero fatto un _fuori! fuori!_
La sera prima, i più eccitati si erano scambiati degli abbracci e salutati con dei baci, dicendosi l'un l'altro: chi sa quando ci rivedremo!
Il giorno dopo si trovarono--come dicevano loro--decimati. In ogni camerata ne mancavano venticinque. Dove erano andati? Erano stati mandati via o erano in punizione?
La questione del malcontento generale non era mica limitata al «silenzio». I reclusi si lamentavano anche per altre cose. Essi dicevano, per esempio, che era antiumano e contrario all'igiene affollare i tavolati delle camerate di ottanta pagliericci. «Dormivano l'uno addosso all'altro come bestie.» Uno--mi si raccontava--che avesse avuto bisogno di sputare di notte, doveva mettersi sul sedere e sbattere l'espettorazione al di là dei piedi.
La direzione persisteva nel mantenere due soli--dico due soli--catini di zinco, d'un litro e mezzo o due d'acqua ciascuno, per ogni camerata. Alla mattina era una lotta. Tutti volevano lavarsi nel recipiente, e invece dovevano contentarsi di una manata d'acqua che raccoglievano nel cavo delle mani. Questo modo di lavarsi produceva un altro inconveniente: lasciava le pietre della camerata sempre umide. E anche la popolazione delle case di pena ha una paura maledetta dei reumatismi.
Nel subbuglio entrava anche la biancheria. Si cambiavano loro le lenzuola ogni quaranta giorni e le camicie lacere e acciabattate a intervalli di quindici giorni.
Il _fuori! fuori!_ era sempre in discussione. I più vecchi ricordavano ai più giovani che tale grido voleva dire una rivolta: e una rivolta di forzati e reclusi poteva avere delle conseguenze terribilissime.
Mentre si svolgeva nelle camerate il concetto di limitarsi a una protesta individuale, si sentirono dei gemiti e delle voci strazianti che uscivano dai banchi di rigore.
Il _fuori! fuori!_ fu un fatto compiuto.
Tutte le camerate furono in piedi. In ciascuna nacque un pandemonio indescrivibile. Le «asse dei pancacci»--mi diceva uno di loro--incominciarono a volare da una parte e dall'altra. Si urlava, si sgolavano ingiurie e si imprecava contro la giustizia. I reclusi aggiunsero al casaldiavolo il rifiuto della minestra. Nessuno di loro aveva voluto sporgere la gamella.
--Datela ai maiali! datela!
Un quarto d'ora dopo, lo stabilimento era invaso dalla truppa, dai carabinieri e dall'autorità locale.
Il direttore, seguito dai soldati, si presentò all'uscio del banco di rigore per sedare il tumulto.
I puniti gli risposero scaraventando al buco della spia una fiaschetta d'acqua. Gli spruzzarono la faccia e lo scalfirono in qualche parte.
Passò al cancello delle due camerate dei reclusi. Lo ricevettero con degli urli e dei gesti minacciosi. Lo accusarono di essere «causa di tutto il male» e lo coprirono di villanie.
L'eccitamento divenne così intenso che i capitani dei carabinieri e della fanteria dovettero pregarlo di ritirarsi.
Gli ufficiali, con delle buone parole, cercavano di calmarli. Promettevano loro tutto, compresa la giustizia. Ma, mentre riducevano una camerata alla ragione, le altre davano fuori e strepitavano dicendo che era meglio morire subito che continuare una «vita infame come questa». Dappertutto si schiamazzava e si levavano in aria i pugni come da gente determinata a tutto.
Qua e là si sentivano voci che domandavano un'inchiesta.
--Vogliamo la Commissione! Venga una Commissione da Roma!
A mezzogiorno erano nel reclusorio il prefetto d'Albenga e il sindaco di Finalborgo.
Il prefetto parlava loro con grazia. Incominciava i suoi piccoli discorsi così: Poveri sventurati! Ma li terminava dicendo loro che aveva pieni poteri civili e militari.
--Se non farete silenzio, mi varrò di questi diritti.
Fu come una dichiarazione di guerra.
Gli occhi dei forzati erano illuminati dalla vendetta.
Il capitano ordinò il _pronti_ e i _fucili_ si curvarono verso la regione del petto dei rivoltosi.
Non ci volle altro. Nacque tra i forzati la gara di voler morir prima. Ciascuno si cavava la giacca, si sbottonava la camicia e si presentava ai fucili, gridando:
--Fuoco! fuoco!
Il primo di tutti fu Vitale--un forzato siciliano. Sbattuta in terra la giacca, diede un addio commovente ai compagni, ne baciò qualcuno stringendoselo al seno, e con un addio generale, un «addio a tutti», si mise innanzi ai soldati:
--Voglio essere il primo! Tirate! tirate! Fate fuoco! fate fuoco!
Coloro che hanno assistito a questa scena mi hanno assicurato che nessuno aveva mai veduta tanta gente offrire entusiasticamente la vita grama della galera alle palle militari.
--Avremo finito di tribolare! Fate fuoco! fate fuoco!
Ufficiali e soldati rimasero paralizzati. Sarebbe parso loro una vigliaccheria di tirare sulla moltitudine che voleva morire.
Il capitano, invece del fuoco, ordinò il pied'armi e si ricominciarono i discorsi.
Ci si disse che «eravamo tutti figli d'Italia, figli di una grande e bella nazione e che anche noi un giorno saremmo stati degni di farne parte».
Le parole affettuose passarono sui loro dolori come un balsamo. L'odio lasciava posto al moto del cuore.
Le mani dei galeotti irruppero negli applausi e le loro bocche incominciarono a gridare: Viva l'Italia! Viva l'Italia!
Ai reclusi venne fatto lo stesso discorso e anche nelle loro camerate risonarono i battimani e il: Viva l'Italia!
I soldati rimasero nel reclusorio tre giorni e i caporioni passarono sotto consiglio e andarono ai banchi di rigore per qualche mese. Dopo vennero quasi tutti traslocati in case di pena, ove la reclusione si svolge in tutto il rigore.
Il risultato è chiaro: il _fuori! fuori!_ fa delle vittime e lascia gli altri in una condizione peggiore di prima.
In galera non si protesta: si muore.
__L'influenza dei sanguinarii.__
Il Frezza e i «mozzi» nostri amici.
In galera, anche se siete superbiosi o illustri, diventate così piccini che, in meno di due mesi, non ricordate più se eravate qualcuno. L'ambiente e i compagni vi sfasciano e vi disperdono il passato e vi mettono sur una base d'eguaglianza sulla quale i livellatori del tempo cromwelliano non troverebbero da ridire.
Tra voi e gli assassini della Carcano di via Torino non può essere che questa differenza: che se non siete sanguinarii come lo Zanzottera e il Coturno, non dominate la camerata e non suscitate l'ammirazione dei vostri colleghi di catena che idolatrano il coraggio infuturato nelle pagine dei delitti celebri.
I sanguinarii, raccontando i romanzi della loro vita, crescono di fama ogni giorno, diventano temuti e assumono, sovente, il posto di «capo di società»--il posto più eminente al quale possa aspirare chi indossa la casacca del forzato. Perchè il «capo di società» è l'arbitro o il despota dei «paesani» o dei «patriotti».
È lui che scioglie le contese e che ordina il boycottaggio di questo o quel galeotto sospetto di delazione o di essere il confidente di qualche agente di custodia. Quando il «capo di società» sussurra all'orecchio degli altri il nome del «traditore», lo sciagurato si trova in una condizione peggiore del landlord crudele in Irlanda. Egli non solo subisce l'isolamento del coleroso, ma è respinto da tutte le camerate.
Le autorità del penitenziario sono obbligate a curvare la fronte dinanzi a questa sentenza invisibile che infligge al malnato una specie di ostracismo sociale. E quando non vogliono sottomettersi alla legge galeottesca, avviene sempre qualche inaffiata di sangue. Mi spiego con una di queste tragedie che si è svolta nel bagno di Castellaccio nel 1880. Due galeotti--un abruzzese e uno di Terra di Lavoro--vennero assunti come «mozzi», cioè come persone di servizio. Una spia tra i «mozzi» diventa, in un bagno, una vera disgrazia in famiglia, mi diceva uno dei miei amici forzati, ora in un altro bagno. Nessuno si arrischia più a mandare un addio a un «paesano» nella camerata in faccia.
L'odio per la spia è il sentimento che signoreggia tutti gli altri. In ogni galera e in ogni carcere giudiziario voi trovate sulle pareti, sui cancelli, lungo i corridoi e per i muri dei raggi di passeggio un solo pensiero che nessun direttore è mai riescito a far cancellare, questo:--Morte ai _boia_! I _boia_, cioè le spie, cioè i Petito, non hanno quartiere. Sono considerati dei rognosi e presi a pugni e spesso a coltellate. Dove è uno di loro, l'ergastolano o il recluso o il detenuto non è più tranquillo. La sua vita rimane un tormento spasmodico fino alla sua scomparsa. Chi l'uccide diventa un eroe ed ha l'applauso generale, perfino, spesso, dei secondini che disprezzano le spie.