Dal cellulare a Finalborgo

Chapter 7

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La sola noia del luogo erano le mosche--delle mosche grosse come quelle che vivacchiano intorno ai letami--delle mosche pesanti che aleggiavano con un ronzìo greve, che parevano sonnolente anche nell'aria, che si fermavano sul nostro naso, sulle nostre orecchie, sul nostro collo, sulle nostre labbra, sulle nostre mani, senza paura di essere schiacciate dalla nostra collera. Si cacciavano via e ritornavano a noi con una insistenza feroce e con una ostinatezza che ci faceva perdere la pazienza. Più di una volta fummo obbligati a rincorrerle e a dar loro una caccia disperata coi fazzoletti, inseguendole fino alla inferriata. Ma era della fatica sprecata. Ricomparivano a sciami più inviperite di prima. Erano le nostre arpie.

In camerata non eravamo più che delle cifre. Gustavo Chiesi era divenuto il numero 2555, Carlo Romussi il 2556, don Davide Albertario il 2557, Bortolo Federici il 2558, Paolo Valera il 2559, Costantino Lazzari il 2560 e Achille Ghiglione il 2561.

La prima volta che si spalancò il nostro cancello e che entrò un sottocapo con due galeotti a fare la distribuzione degli asciugatoi e delle lenzuola, ci fu un po' di confusione. Nessuno era ancora riuscito a tenersi a mente il proprio numero di matricola e a convincersi che non eravamo più che dei numeri.

--2555?

--Presente!

A mano a mano che si veniva chiamati, si andava vicino al cancello a ricevere la «biancheria». Per asciugarci la faccia e tutto il corpo, ci avevano dato una pezzuola di canape ruvidissima, a rigoni spaventevoli, a listoni alternati, che andavano dal bigio al cioccolato--due colori che porto nella testa con orrore. Perchè sono le striscie che rappresentano la casa di pena e riassumono l'emblema del reclusorio. Sono i colori della camicia, i colori delle lenzuola, i colori del saccone, i colori del tascapane, i colori delle mutande, i colori del berretto, i colori della casacca e i colori dei calzoni.

Per tutto il tempo della condanna non si vedono che dei _clowns_. Delle schiene a rigoni, delle braccia a rigoni, delle gambe a striscie e delle teste col copricapo listato di caffè e di bigio con dei puntini che paiono tante punzecchiature di pulci.

Il numero di matricola aveva ingrossato il cuore di alcuni miei compagni. Romussi si era seduto sul suo sedile di legno con le lenzuola sulle braccia e l'asciugatoio in mano dicendo: «Saccorotto!» Don Davide, di temperamento sensibilissimo, che si lascia commuovere, o trasportare, o abbattere dagli avvenimenti, sarebbe dato fuori a piangere se non fossimo stati presenti. Gli pareva impossibile, come diceva lui, che un sacerdote, che indossava la veste talare da trentasei anni, questa veste, aggiungeva, «che mi fu compagna e amica nei tempi lieti e tristi», potesse essere diventato il 2557, con la gamella matricolata e con la branda in una camerata comune ch'egli doveva calare e piegare al suono di una campana!

Era inutile abbandonarci alle malinconie. Perchè non eravamo che alla titillazione del sistema. Ci aspettavano ben altre sorprese.

Costantino Lazzari si era seduto, come al solito, tra due brande senza dire una parola. Egli si teneva come isolato. Non aveva confidenza in alcuno e nel suo angolo era il suo mondo. Se qualcuno lo interrogava, rispondeva come un mastino irritato. Una volta che gli domandai se aveva qualche dispiacere, mi rispose di occuparmi delle cose mie!

--2559?

--Presente!

Presi la mia biancheria e me la appesi dando in una risata che mise quasi tutti di buon umore.

Noi credevamo che nei penitenziarii i forzati e i reclusi venissero abbandonati al rimorso dei loro misfatti, e non vedessero che la mano incaricata di stendere loro dal buco la pagnotta, la minestra e l'acqua. Invece, in una camerata di galera, si è come in una sala di ufficio telegrafico. C'è sempre gente che va e viene. Alla mattina, quando avete ancora gli occhi ingarbugliati, vi dovete mettere sul guardavoi, nello spazio delle brande, per la «conta». Si spalanca il cancello ed entrano tre guardie seguite da un sottocapo o da una guardia scelta che vanno fino in fondo alla muraglia, contando, mentre passano, uno, due, tre, quattro, cinque, sei e sette. È la consegna dei reclusi dalla guardia notturna alla guardia diurna. Escono, si chiude e si schiude di nuovo il cancello per i reclusi che vengono a portar via il mastello dell'acqua sporca, per il recluso che viene a prendere il barile dell'acqua, per il forzato che vuota il «bugliolo» e il pitalone. Il «bugliolo» è il recipiente di legno con coperchio del liquido puzzolente. Scoperchiandolo, vi sentite in faccia la tanfata pestifera delle uova putrefatte. Il «pitalone» delle altre camerate è un enorme mastello che rimane negli angoli e passa per i corridoi come una cloaca. Nel reclusorio di Finalborgo non ci sono latrine! Quando si vuotano e passano dinanzi i cancelli, si è come in mezzo ai bonzoni dei pozzi neri che si scaricano. Il fluido nauseabondo vi sommerge come in un edificio coperto fino ai coppi di materie fecali.

Credete di essere lasciato in pace ed ecco il delinquente che viene col secchione del latte a mescervene nella brocca cinque centesimi. Rimane chiuso per cinque minuti e poi si riapre per lasciar entrare il recluso con la pagnotta.

--Pane!

State per mettervi a sedere e si spalanca un'altra volta il cancello. È il sottocapo che batte le dita della destra sul palmo della sinistra dicendo: aria!

Ritornati dal passeggio, viene a farvi visita il forzato della spesa.

La spesa non durava mai meno di quindici minuti.

Era la cosa più difficile di questo mondo. Ogni mattina si doveva sciogliere il problema come si poteva vivere all'indomani con 25 centesimi, se si era condannati alla reclusione come il 2555 e il 2556, o con 35 centesimi se si era condannati alla detenzione come gli altri numeri di matricola della nostra camerata. Il 2555 rinunciava di solito al vino. Un quarto di vino costava nove centesimi. Era del lusso. E si faceva registrare per due «uova al tegame»--cioè per 22 centesimi. Il resto lo scialava in frutta.

Il 2256 non rinunziava alla bibita. Senza una golata di vino non avrebbe saputo ingoiare tutte le porcherie del bettolino.

La lista della spesa includeva anche il caffè. Il 2557 e il 2559 persistettero per più di una mattina a berne mezza razione di cinque centesimi. Ma dovettero rinunciarvi. Era un'acqua colorata e tepida di un sapore che faceva fare gli occhiacci. Lo si inghiottiva come una medicina disgustosa.

Il 2557 non lasciò mai il suo mezzo litro di vino di 18 centesimi, anche quando il vino era acre o imbevibile come l'aceto. Egli aveva uno stomaco di ferro, ma senza una goccia di vino non avrebbe potuto digerire i piatti del _menu_ carcerario.

Il nostro piatto di forza erano i gnocchi di dodici centesimi conditi coll'olio, puah! che sentiva della colatura della lucerna. Il lunedì avevamo la leccornia di 200 grammi di bue in umido per ventotto centesimi e di 100 per quattordici. La carne era dura come il corame, e il 2556 diceva appunto che ci volevano i suoi denti o i denti del leone per masticarla. Nel sugo pepato, pepatissimo, bisognava mollificare il pane, guardando altrove e mangiando a occhi chiusi. Il sugo era una miscela che sapeva di un po' di tutto e che diventava succolento in ragione dello sgrassamento che si compiva in noi sotto il regime di una dieta di ferro.

Non ho veduto sbatterlo via con indignazione che una volta.

--Aristocratico! aristocraticone! gridammo in coro al 2558.

--Bravi! guardateci in fondo!

C'era un semplice scarafaggio in decomposizione!

Lo regalammo al forzato latrinaio, avvertendolo della nausea in fondo.

Lo prese come un intingolo regale, leccandosi le dita e curvandosi con la fraseologia dei ringraziamenti sentiti. Ne avessero tutti i giorni i galeotti di queste vivande che rifocillano lo stomaco e rincarnano gli ischeletriti!

--La nostra sentenza--ci disse--sembrerebbe meno dura.

Il secondo moto di violenza che ricordo fu quello del 2557. Era una domenica e indossavamo già la casacca galeottesca. In domenica, in luogo delia minestra delle undici, c'è la carne e il brodo. Eravamo seduti al desco. Il 2557 aveva sbocconcellata un po' di pagnotta nel brodo, come gli altri. In un attimo lo vedemmo alzarsi con un impeto di revulsione, suggellato da un _porci!_ Egli si era drizzato in piedi come un fusto d'orgoglio, aveva preso la gamella ed era andato alla spia del cancello:

--Dite al signor direttore che non sono un maiale! Questa carne puzza come una carogna!

Fu un sottosopra. Siccome, in fondo, volevano tutti bene al 2557, un po' perchè era un sacerdote, un po' perchè era un bell'uomo, e un po' perchè era buono, così venne su subito il sottocapo a constatare il reato d'incipiente putrefazione e a dirgli che gli avrebbe mandato di sopra una sleppa di manzo eccellente!

Noi però non gli abbiamo perdonato lo scatto che ci aveva tolto l'appetito. Il 2555 lo pregò di leggere il «manuale del buon sacerdote».

--È doloroso che un secolare vi debba richiamare ai doveri che vi impone la vostra veste. Mangiate quello che vi portano; siate umile, siate modesto, siate paziente e perdonate a tutti coloro che vi fanno del male. Andare sulle furie per un po' di carne «passata», è da uomo volgare.

--Avevo fame! capite che avevo fame! Ho 52 anni, sono alto e grosso e mi tocca mangiare la razione comune, la razione della gente mingherlina, piccola, senza il mio apparecchio digestivo! È vero o non è vero che c'è voluto più stoffa per vestirmi? È vero o non è vero che c'è il supplemento al vitto per gli uomini della mia proporzione anche nelle caserme? È dunque naturale che mi si dovrebbe trattare con una dieta diversa.

--Voi vorreste dei privilegi!

--Abbasso i privilegi!

--Privilegio! gridai anch'io.

--Privilegio! Chi è mingherlino non può mangiare come mangia un uomo dalle mie proporzioni!

Anche senza avere l'apparecchio digestivo del 2557, in galera si patisce la fame pur avendo i mezzi per il sopravitto. Se poi non se ne hanno, si diminuisce di peso di giorno in giorno.

Con 600 grammi di pane cento volte inferiore a quello del soldato, e 150 grammi di pasta sempre scellerata, un condannato si sente i crampi nello stomaco più di una volta in 24 ore. In tutte le camerate si ripete la stessa storia:--«Ho fame, si ha fame, abbiamo fame.»

I trentacinque minorenni della nona camerata, quasi in faccia alla nostra, ci impietosivano. E tutte le volte che potevamo, mandavamo loro le nostre pagnotte e la nostra minestra.

Senza le nostre cinque o sei o sette o dieci pagnotte al giorno avrebbero fatto della fame tutti i giorni. Perdio in prigione si patisce inesorabilmente la fame.

Tanto è vero che in prigione si soffre del digiuno prolungato, che il 2556--cioè il direttore del _Secolo_--mi disse, la seconda volta che fummo al Cellulare, queste testuali parole che trovo registrate nel mio diario:

--Una buona novità introdotta dal direttore cav. Codebò è quella di avere diviso la distribuzione della minestra e del pane. Certi prigionieri, giovinetti robusti, mangiavano d'un colpo i 600 grammi di pane, e alla sera si trovavano tormentati dalla fame. Egli pensò di distribuirlo in due riprese: alle 10 e alle 3. Così pure divise la minestra quotidiana. I detenuti, con questo sistema, hanno un cibo caldo, benefico, specialmente d'inverno.

Ma anche così, si pativa. Con una quantità insufficiente e una qualità abbominevole non era possibile uscire dal regno della fame.

__Nequizie regolamentari.__

I pasti e le cimici.

Gli entusiasmi per la quinta camerata non potevano durare a lungo. Chiudetemi in un salotto elegante con le inferriate a scacchi e il cancello di ferro, e vedrete che in pochi giorni i mobili mi diventeranno odiosi e l'ambiente senza uscita mi incendierà il cervello e mi ridurrà in un angolo a imbecillire nella mia impotenza.

_Il silenzio è obbligatorio:_ disteso a caratteri neri sul fondo bianco della muraglia in faccia al cancello, diveniva, di ora in ora, odioso e intollerabile per dei giornalisti che avevano passata la vita tra il chiasso delle redazioni. Era una ingiunzione che ci riduceva a una ragazzaglia di casa di correzione.

Vivere con degli amici--e degli intellettuali come i miei compagni--è una vera consolazione e spesso anche un'istruzione. La loro parola vi va per le orecchie come una carezza, vi solleva lo spirito abbattuto, vi distrae e vi porta in mezzo ai ricordi tumultuosi della loro professione battagliera. Ma sempre, sempre, sempre, senza mai un minuto di isolamento, diventa, spesso, una pena e una tortura!

Vi fa male di vedere loro crescere lentamente le unghie sucide senza aver modo di offrir loro la limettina per tenerle regolate e pulite, e di assistere a tutto ciò che fuori di galera si fa nel bagno, alla latrina, nello spogliatoio e nella stanza da letto. E vi sentite desolati di udire la bestemmia di qualche vostro compagno che aveva l'abitudine di lavarsi i denti collo spazzolino.

--Che male ci sarebbe--incominciava a dire qualcuno di noi--se la direzione mi permettesse uno spazzolino e della polvere e dell'acqua dentifricia?

--E che strappo si farebbe al regolamento se io, prete, continuassi a indossare quella divisa di sacerdote che io credo di non avere disonorata?

--Capisco la punizione.

--Io no, non la capisco. Se capisco qualche cosa è la mia separazione dalla società che posso avere offesa. La punizione che mi distrugge è un delitto. E lo griderò dai tetti, o meglio dal giornale, non appena al largo.

--Lasciami dire. Io posso capire la punizione. Ti va? Ma la raffinatezza di sopprimermi le sigarette se ho l'abitudine di fumare, di mandarmi a dormire all'ora delle galline invece di lasciarmi lavorare o studiare, di costringermi a stare sul saccone duro come una pietra per dieci o dodici ore, di non permettermi una locomozione che mi mantenga sano, di tenermi in piedi con una nutrizione che mi restituirà alla mia famiglia, e alla società, idiota e incapace di guadagnarmi l'esistenza?

--Taci! C'è raffinatezza più diabolica di quella di romperti violentemente la comunicazione epistolare con tutto il mondo che hai conosciuto, che conosci, che ti ama e continua a volerti bene, anche dopo la condanna dei tribunali di guerra? Raffinatezza più triste, più sciagurata di quella di impedirti di scrivere a tua moglie, a tua madre, ai tuoi figli, a coloro che ti amano e che ti piangono e che ti idolatrano, se non una volta ogni tre mesi, se sei alla reclusione, o una volta al mese, se sei alla detenzione? E anche questa lettera mensile e trimestrale non è un'altra tortura? Tu non puoi parlare, ti si dice, che dei tuoi interessi. Non è un interesse dire, per esempio, ai tuoi di casa di non addolorarsi perchè ti si è mandato alla reclusione innocente? No, perchè insulteresti la giustizia. Non è un interesse parlare di ciò che fai e di ciò che vedi, della tua salute, se stai bene o male? No, perchè il condannato non deve parlare di quello che avviene nella casa di pena!

Più di una volta, io e don Davide abbiamo dovuto discendere in direzione a riprenderci la lettera coll'ordine di riscriverla senza qualche frase contraria al regolamento. Per due settimane ero stato malaccio. Mi sentivo debole e non sapevo più digerire la pagnotta e la pasta del penitenziario. Scrissi nella lettera della mia indisposizione, aggiungendo «che adesso stavo bene». Si poteva essere più modesti? La direzione trovò modo di farmela rifare.

--Non le pare, signor direttore, o signor capo, che questa sia una notizia di carattere intimo?

--No, perchè il recluso non deve occuparsi di ciò che avviene nel reclusorio.

--Aguzzini! gridai mentalmente. Aguzzini!

E le lettere che ci pervenivano dal di fuori? Bastava un accenno alla vita pubblica, un alito dell'agitazione che si faceva a favore dei condannati, un'allusione a una prossima amnistia, una frase ministeriale, il pensiero di un deputato, l'opinione di un giornale, perchè la mano della direzione corresse sul delitto, con la penna carica di inchiostro a coprire tutto di nero. Ho veduto delle lettere piene di chiazze, piene di rigoni che sgrammaticavano la dicitura o sopprimevano le parole che potevano suscitare delle speranze o lasciar trapelare la commozione pubblica.

Qualche volta la mano diventava brutale e allora recideva il foglio alla testa o alle gambe o lo metteva spietatamente in un cassetto senza neanche dire crepa al numero di matricola al quale era indirizzato!

Una scena che avrebbe fatto piangere gli amici, se avessero potuto mettere l'occhio alla spia della nostra camerata, era quella dei pasti dei primi tempi. Gli abiti dei sette amici, che aspettavano il monosillabo della Cassazione per uscire o per indossare la casacca galeottesca, si erano consumati e malconciati. C'erano delle maniche sdrucite, dei calzoni sfilacciati agli orli, degli occhielli sfatti o che si sfacevano, delle ginocchia e dei gomiti lucidi o maculati di larghi oleosi e dei baveri sui quali si era andata accumulando la forfora di una cute che nessun parrucchiere spazzolava da un pezzo.

Don Davide pareva uno di quei preti descritti dal Porta. Colla veste piena di macchie, colle calze rotte, colle brache stralucide che perdevano, col nero, dei brandelli, e con la collarina inamidata da tanto tempo che lasciava vedere il giallo delle trasudazioni del collo.

Abituati al tovagliolo e alla posata lucente sul candore diffuso per la tavola, la mobilia della nostra sala da pranzo si riduceva a una lunga panca dalla quale sbucavano, di tanto in tanto, gli insetti rossicci che la povera gente chiama cimici, e a dei sedili di legno rotondi, le cui capocchie laceravano di frequente i calzoni dell'avvocato Romussi. Mettevamo la panca vicino alla seconda finestra e sedevamo quattro da una parte e tre dall'altra. Coi tozzi di pane sparsi qua e là lungo la panca, colla gamella fumante sul palmo della mano sinistra, e un moncone di cucchiaio di legno greggio col quale tentavamo di sbasoffiar via una pasta scondita o condita fino al disgusto, potevamo essere copiati per un mucchio di pitocchi di frateria che si scalda lo stomaco colla minestra del convento.

Ho parlato delle cimici, perchè ne ho trovate dappertutto. Nei camerotti polizieschi, nelle celle del Cellulare di Milano, nelle stanze del carcere giudiziario di Genova e nello stanzone del penitenziario di Finalborgo. Dopo la condanna, il Turati occupava, al Cellulare, una stanza spaziosa e ariosa nell'esagono del secondo raggio. Io, De Andreis, Romussi e Federici passavamo parte della giornata con lui. Nessuno di noi poteva adagiarsi sul suo letto a pagamento, senza che venissero alla superficie filate di queste schifose bestioline che fanno pancia col vostro sangue. Mi diceva Turati che di notte sciupava il tempo con questi puzzolentissimi insetti che non lo lasciavano dormire. Tre o quattro giorni prima che andasse alla reclusione, il direttore, impressionato dal suo tormento, gli fece imbiancare il cellone e passare alle fiamme il letto di ferro.

--Ne ho trovate, ci diceva lo scopino incaricato di farli morire col fuoco, a nidiate. Morivano mandando un'odore pestilenziale che mi dava le vertigini.

Un'ora dopo questo nettamento e questa pulitura, ne vedemmo tre che andavano via, pian piano, per il cuscino!

Nelle vecchie carceri di Genova non mi sono fermato che 15 ore. Se vi fossi rimasto di più, ne sarei uscito dissanguato. Venivano fuori a frotte.

Il soffitto ne era pieno e negli angoli delle pareti si potevano prendere a manate. Alla notte, per paura che mi andassero nelle orecchie, o su per il naso, o in bocca, fui costretto ad alzarmi. Il letto ne formicolava. Potevo coglierle a manate al buio. Sdraiato non mi lasciavano quieto. Le mie mani precipitavano sulle gambe, sul petto, e le rincorrevano per il corpo senza riuscire mai a liberarmene. Come erano spietate le cimici del carcere giudiziario di Genova! In questo carcere maledetto, non ebbi coraggio di mangiare, ma ebbi l'imprudenza di comandare un caffè. Ritirandolo dal buco dell'uscio me ne caddero tre nella chicchera e due nel piattino. Buttai via la bevanda dal disgusto.

Nello stanzone di Finalborgo formicolavano per i cornicioni, si sorprendevano sulle pareti, si trovavano in letto, nelle screpolature dei muri, nelle commessure delle finestre, e perfino nelle crepe del tavolo.

L'ambiente ha una grande influenza sugli individui. Anche l'uomo cresciuto nella reggia, nelle tombe penali diventa, a poco a poco, un porco. Dopo due o tre mesi non è più schifiltoso e non si meraviglia più di nulla. Si abitua a mangiare le cose meno mangiative o più repulsive con le i mani, a pulirsi le dite nella giacca, a vedersi gli orli delle unghie calcate di sudicerie nere, a lavarsi maledettamente male in un cucchiaio d'acqua senza sentirsi invaso dal malessere, a considerare i pidocchi come amici di casa e a prendere delicatamente le cimici senza contorsioni e travolgimenti d'occhi.

Se volete convincervi che l'ambiente agisce potentemente sull'individuo, invitate un ex recluso a pranzo. Osservatelo attentamente quando mangia e lo sorprenderete più di una volta in flagrante violazione delle regole più comuni della persona allevata bene.

__Don Davide Albertario.__

Se il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ fosse stato ministro della chiesa anglicana, a quest'ora egli sarebbe padre di una nidiata di figli. Perchè le _misses_ non gli avrebbero permesso di consumare la gioventù nel celibato, in un paese ove il servo di Dio prende moglie come qualunque altro mortale.

Fisicamente è più corazziere che sacerdote. È un bell'uomo alto, spalluto, con un petto che traduce la sua salute di ferro, piantato su due gambe poderose, che fanno tremare le pareti della quinta camerata di Finalborgo quand'egli passeggia concitato o disperato di sapersi un leone in gabbia. La dieta della fame non è riuscita a smagrarlo, o a chiazzargli di lividure le guance voluminose, o a fargli nascere delle rughe sulla fronte. I suoi 52 anni sembrano 38. Ha la carnagione di un prelato in fiore, gli occhioni luminosi che rivelano la bontà del suo animo ed è dotato di una forza che mi piegava in due non appena mi mettevo a lottare con lui.

La sua attività cerebrale è prodigiosa. Non appena gli furono concessi gli strumenti di lavoro, la sua mano non è stata più quieta. Con una corrispondenza che avrebbe tenuto occupati tre segretari, egli trovò modo, in due mesi, di riempire 587 fogli di protocollo, che rappresentano l'opera sua di prete, di giornalista, di predicatore e di recluso. Senza essersi completamente sbottonato, come in una autobiografia, i lettori--se i manoscritti verranno pubblicati--vi troveranno il polemista che si ferma dove incomincia l'invettiva, il letterato che si sdraia con compiacimento nel suo letto intellettuale, l'oratore che ripassa pieno di letizia attraverso le sue orazioni trionfali, il sacerdote che sta ritto sulla tolda della sua nave cattolica, agitando il suo programma che si riassume nella formola «col papa e per il papa».

È nato nella provincia di Pavia, studiò all'Università gregoriana--frequentata dagli stranieri che si avviano alla carriera ecclesiastica. Si laureò in sacra teologia nel 1868, in diritto canonico nel 1869 e a 23 anni venne consacrato sacerdote dall'arcivescovo di Milano, mons. Calabiana, unitamente al suo compagno di infanzia, il padre Zecchi, il noto scrittore della _Civiltà Cattolica_ e uno dei più insigni oratori della predicazione sacra.

L'_Osservatore Cattolico_ si può dire sia stato il suo bimbo adottivo. Incominciò a volergli bene nel 1869 e continuò ad amarlo e a nutrirlo col suo ingegno fino al giorno in cui Bava Beccarla mandò i carabinieri e i soldati ad arrestarlo come un malandrino qualunque nella casa paterna.