Dal cellulare a Finalborgo

Chapter 6

Chapter 63,789 wordsPublic domain

Lui, coi nervi che gli impedivano un'occupazione costante, si dedicò a un lavoro febbrile--a un lavoro che aumentava in ragione degli anni--a un lavoro che lo cacciava dalla redazione sulla piattaforma pubblica--e dall'angolo del correttore di bozze nel girone legislativo.

Perdutamente innamorato dei suoi ideali, egli non sospettava che sarebbe venuto il giorno in cui i suoi nemici--che sono anche i nostri--lo avrebbero sorpreso sulla strada e svaligiato di tutto.

È stato mandato al reclusorio di Pallanza come incitatore di tumulti e come un demagogo che mette un po' di barricata in ogni frase. Ma non c'è nessuno che abbia mai sentito come lui tanta avversione per la turbolenza oratoria che sprona alla battaglia ogni minuto e per i «discorsi che acclamano la rivoluzione, sovreccitano i sentimenti delle masse e fanno sbottonare lo stifelius di un delegato di pubblica sicurezza». No, il _bavardage épouvantable_ degli esaltati non ha mai fatto parte del suo bagaglio di piattaforma.

Il socialismo in bocca di costoro non può impensierire alcuno. Dovrebbe impensierire i suoi nemici quando si ritrae dal palcoscenico dei teatri diurni per entrare nel laboratorio «a notomizzare col bisturi della scienza il carcame sociale steso sul tavolaccio della statistica e della disciplina positiva». Allora sì. Allora gli statisti dovrebbero proprio incominciare a sentire delle apprensioni. «Perchè quei miti pensatori, nutriti di cifre e di sillogismi, onesti, riservati, impeccabili sovente nella vita privata, magari un po' puritani e un po' quacqueri se se ne gratta la scorza, quei sacerdoti dell'altruismo, quei mangiatori d'_hascisch_ dell'ideale, hanno più dinamite nella loro parola e nella scatola ch'è sotto il loro cappello, che non ne sia nelle tasche dei feniani e nelle cantine di Pietroburgo: con quest'aggravante che, di cotesta nitroglicerina spirituale, non c'è doganiere o segugio di polizia dal fiuto fine che ne possa sentire l'odore e mettervi sopra la zampa. Quando il moderno Anteo--come il Colaianni definisce il socialismo--che ad ogni caduta risorge più vigoroso, agguerritosi negli studi e nel raccoglimento, uscirà in piazza con idee mature e propositi determinati, è allora che sarà davvero formidabile, quanto prima era innocuo.»¹

¹ _Socialismo e Scienza_ di Filippo Turati.

Nell'ambiente parlamentare egli era una forza legislativa--una voce gagliarda che domanda giustizia per gli affamati di pane, di libertà e di pensiero--un ragionatore che sa disorientare i legislatori borghesi, i quali non vogliono convincersi che la società degli sfruttatori s'avvia verso il periodo della sua naturale decomposizione. Eloquente, con una dizione esatta, egli sa far ingoiare, con garbo, agli onorevoli tutto quel diavolo che vuole, spruzzando la sua prosa tersa ed elegante di una ironia e di un sarcasmo che non trovate se non in bocca degli oratori altamente educati.

I discorsi di Sheridan si leggevano una sola volta e si mettevano in libreria. Quelli di Filippo Turati si leggono e si consultano sovente come quelli di Burke, perchè sono densi di pensieri, pronunciati in una lingua che dovrebbe far testo nelle scuole, caldi dell'anima dell'oratore che vuole condurci ad espropriare la società a beneficio di tutti.

Va sulla piattaforma con riluttanza. Preferisce il tavolino di redazione al palco dinanzi la folla che lo saluta col battimano fragoroso e lo ascolta a bocca aperta. Nemico dei parolai e degli smargiassoni che sciolgono i problemi con qualche frase alcoolizzata, non capisce la piattaforma che quando si ha qualcosa da dire. È una tolda che lo impensierisce, che lo mette in orgasmo, che lo obbliga a buttar giù note, a raccogliere fatti, a pulire della prosa che andrà perduta per l'aria, perduta fino a quando avremo anche noi il quotidiano che darà il discorso tale e quale è pronunciato. Ma una volta che egli è in piedi, pieno dell'argomento, il suo discorso esce come dal libro di un grand'uomo.

Tutti lo hanno sentito parlare. La sua eloquenza non è l'eloquenza bolsa che va in giro per il comizio a mendicare gli applausi. È l'eloquenza di un grande oratore. Qualche volta pare una tempesta di pensieri. I suoi periodi snodati, brevi, vigorosi si inseguono con un calore crescente e precipitano sull'uditorio come un uragano intellettuale.

La sua penna di giornalista, che gli ha conquistato un mondo di lettori, è una penna che cesella ed ubbidisce al padrone. Non è mai sbrigliata anche quando è virulenta o infuria sull'avversario. Produce uno stile nervoso--uno stile che ti mette sottosopra il sangue--che ti accarezza--che ti schiaffeggia--che ti intenerisce. Ha immagini scultorie, grandiose, indimenticabili.

Adesso che i nervi lo lasciano tranquillo, la sua salute si è rinvigorita e le sue forze intellettuali si sono triplicate. Egli è diventato un lavoratore metodico come l'autore dei Rougon-Macquart. Vi può dire coll'orologio alla mano il manoscritto che vi potrà consegnare in un mese per un anno di seguito.

Veste male, non è mai stato vestito bene. Da giovane andava per le vie coi calzoni che gli lasciavano vedere tutto il corame della scarpa, con una giacca o un paletot che lo tirava da tutte le parti e un cappello floscio che lasciava vedere il suo alto disprezzo per la spazzola e il copricapo nuovo. Il nodo della sua cravatta traduceva l'uomo che non si guarda mai nello specchio; era mal fatto e andava da tutte le parti, tranne che sotto il bottone del solino spesso sgualcito. Parecchi di noi che scrivevamo nella _Farfalla_ lo credevamo un _bohémien_ eternamente alla caccia di un _louis d'or_ come gli eroi di Murger. Lo si vedeva e si pensava all'assalto alla borsa. Ma lui ci stringeva la mano, ci parlava di qualche pubblicazione e ci salutava senza domandarci nulla. La giornata dopo che il Giarelli lo aveva fatto diventare celebre presentandolo ai lettori delia _Ragione_ come autore del _Mago_--un canto che sentiva del profumo dei suoi anni e che sgretolava il vecchio mondo come il canto satanico di Carducci--lo pregai di prestarmi un libro.

--Figurati!

Mi lasciai trascinare a casa sua con uno stringimento di cuore. Mi aspettavo di vedermi spalancato l'uscio di un uomo in mare. Credevo di trovarlo in una soffitta che venisse inaffiata dalla pioggia, con una dozzina di volumi pieni di ditate untuose per il suolo, con dei fogli imbrattati di inchiostro su un tavolo che non sta mai quieto, con una seggiola sventrata, con una camicia sudicia appesa alla parete e un paio di ciabatte squinternate vicino a un saccone di foglie di granturco sui cavalletti di legno.

All'entrata diventai di tutti i colori. La sua casa in via Gesù era di quelle che respirano il benessere degli inquilini. La portinaia lo salutò con una mezza riverenza, lo chiamò signor dottore, e gli lasciò prendere un mucchio di lettere da un casellario che rivelava l'ambiente signorile. Salimmo per uno scalone, entrammo per l'uscio aperto da una cameriera e mi trovai coi piedi sul tappeto, in un salotto sontuoso, circondato da mobili eleganti, cogli occhi che andavano da una tela di qualche sommità del pennello ai _bibelots_ di un'_étagère_ superba.

La mamma non pareva la mamma di un figlio che si trascurava negli abiti fino all'indecenza. La guardavo e pensavo alla castellana. Alla signora alta, coi capelli bipartiti come una Madonna, con la faccia signorilmente lunga, con l'abito nero giù a piombo, illuminato intorno al collo dal pizzo antico e illustrato al seno da una nidiata di solitari sepolti nelle trine. Nella penombra del salotto le sue dite affusolate si muovevano e perdevano faville dappertutto.

Se avessi qualcosa da amministrare e potessi indurre Filippo Turati a prendersi cura del mio patrimonio, non esiterei un minuto ad affidargli la mia amministrazione. In pochi anni sarei sicuro di andare verso la ricchezza che ride dei rovesci degli altri. Egli è un ragioniere consumato. Ha l'occhio nell'avvenire ed è di una esattezza direi quasi scrupolosa. Questa abilità, che in un uomo di cifre diventerebbe una virtù grandiosa, in lui è un difetto che gli costa una somma enorme di lavoro intellettuale perduto. Mi sento male quando vedo il direttore della Critica Sociale scrivere gli indirizzi degli abbonati, registrare gli incassi, impaccare libri e correre alla posta carico come un facchino. Ma lui non smetterà mai. Egli chiama tutto questo una distrazione. Abituato a non darsi al riposo, continuerebbe a scrivere e diventerebbe prolisso e slavato come un pennivendolo da ottanta lire il mese.

Fuma dalla mattina alla sera. Terminata una sigaretta ne accende un'altra e continua così fino al momento di addormentarsi.

Alcuni che non lo conoscono bene sospettano in lui il tirchione che si lascerebbe ammazzare piuttosto che metter fuori un centesimo o offrire una bibita agli intimi che vanno a trovarlo. È un errore grossolano. Filippo Turati non è uno sciupone. Ma coloro che frequentano la sua casa sanno che la sua tavola è sempre popolata di amici e che la sua mano mette sempre nella mano dei bisognisti dei biglietti di banca.

Una sola volta l'ho veduto seccato di sapersi all'uscio persone che hanno bisogno di dirgli una parola. Stava facendo colazione e questi signori lo avevano fatto smettere sei volte. Alla settima rifiutò di muoversi.

--Ah, per oggi basta, perdio! Ditegli che non ci sono, ditegli!

Poi, dopo qualche boccone, si trovò pentito,

--Era forse uno che meritava più degli altri. La ragione è che ne ho troppi. Da un po' di tempo il mio uscio sembra l'uscio del duca Scotti.

È buono, generoso, leale, capace di amicizie vere, sentite. Il socialismo è la sua anima, la sua fede, il suo ideale. Per esso ha combattuto--per esso soffre--per esso sarà pronto domani e sempre a morire.

__Il cubicolo.__

Passando per il corridoio dei cubicoli, vidi nel secondo Chiesi, nel terzo Romussi, nel quarto Federici, e nel quinto don Davide. Credo di essere diventato pallido come un morto. Veduti col viso ai due bastoni di ferro in croce dell'uscio, mi parvero delle bestie o delle ditte di un museo di criminali. Le loro facce non erano più che grinte spaventevoli, con delle mascelle enormi, degli occhi biechi, delle fronti con tutte le stimmate del delinquente nato. Entrai nel sesto. Dopo di me, venivano Achille Ghiglioni e Costantino Lazzari.

Il cubicolo era completamente vuoto. Non vi trovai che una lastra d'ardesia, larga poco più del corpo d'un uomo, infissa nella parete a destra. Mi distesi carico di emozioni, chiudendo gli occhi come per obbliarmi. Sarebbe bastata, una parola qualunque per farmi piangere. Non avevo paura, ma tutto ciò che si compiva nel silenzio di quell'attimo mi commoveva fino alla gola. Vi rimasi assopito non so più quanti minuti. Mi risvegliai spossato. Il cubicolo era così tetro e angusto che mi ricordai delle camerucce dei famosi forni di Monza, ove i Visconti avevano scontato i loro mesi di prigionia. Per muovermi, non avevo che uno spazio di un metro e sessanta di lunghezza e un metro circa di larghezza. Era alto, con una finestrolina sopra la porta che riceveva la luce scialba del corridoio chiuso e largo poco più della tana. Per vederci malamente, dovevo stare cogli occhi alla inferriata.

Nessuno dei miei compagni fiatava. Si capiva che attraversavano anche loro il momento della prostrazione.

Sentii Chiesi che domandava a Fritz come stava.

--Bene, grazie.

Nacque subito il dialogo.

_Romussi_: Mi pare di essere in un antro. È possibile che ci si facciano passare degli anni in questo buco?

_Federici_ lo tranquillava assicurandolo che la segregazione personale non poteva durare più di un sesto della pena.

_Romussi_: Saccorotto! Ci dici poco a vivere in questa tana per sette od otto mesi? Ho tentato di leggere col libro alla ferriata, ma ho dovuto smettere. Vi avrei lasciata la vista...

Chiamammo due o tre volte don Davide senza averne risposta. Credevamo che dormisse. Invece, il povero prete, entrato nel cubicolo, non seppe più reggere. Pianse dirottamente. Pianse nel silenzio soffocando i singhiozzi per non farsi sentire dai colleghi, pregando Dio di aiutarlo in un momento di tanta ambascia.

Io, che personalmente lo conoscevo da parecchi anni e che durante il processo avevo ribadita l'amicizia, inquieto del suo silenzio, gridai:

--Don Davide? Che cosa fate? Dormite?

Rispose con una voce cavernosa che non dormiva. Non aveva bisogno che un po' di calma per riaversi da tutte quelle emozioni che stavano per strangolarlo.

Fummo sorpresi dalla guardia con le scarpe di cimossa, la quale ci spiava in agguato.

--Silenzio! gridò imperiosamente il secondino.

Mezz'ora dopo venne il direttore a vederci, cubicolo per cubicolo, col cappello in testa e la voce che sentiva dell'uomo abituato a parlare coi galeotti. Così fu anche in seguito. Venne sempre nella nostra camerata col cappello in testa e col linguaggio dell'uomo che vuole essere temuto e vuole essere considerato un domatore di dannati alla galera.

Uscito il direttore dal corridoio, entrò nel cubicolo un pagliericcio di crine vegetale puntato, assolutamente insufficiente anche per un corpo mingherlino come quello di Romussi. Mancava ai piedi di mezzo braccio e bisognava addormentarsi sul fianco e con la faccia al muro, se non si voleva cadere sull'impiantito.

--Pane!

Trasalimmo.

Era un galeotto con la catena a parecchie maglie, accompagnato da una guardia, che andava di buco in buco a distribuire la pagnotta.

Il pane regio--come lo chiamavamo--parve a tutti noi immangiabile. Dovevamo aver fame, perchè eravamo ancora con l'ultima costoletta e l'ultimo risotto che avevamo mangiato al Castello.

Romussi mi fece sapere che aveva divorata la sua pagnotta fino all'ultima briciola. Coi suoi denti da mastino e il suo apparecchio digestivo sempre in ordine, ne avrebbe mangiata un'altra. Gli altri la sbriciolarono.

--Minestra!

--Uh! sentii dire.

Era un uh! che traduceva la nausea.

Nessuno di noi seppe ingoiare la minestra.

Guardai che cosa mi aveva scodellato nella gamella. Vidi una pasta che mi pareva esalasse un non so che di tufaceo e una broda piena di scandellature gialle alla superficie. Tutto assieme mi faceva recere.

L'afa del pomeriggio ci rendeva inquieti e ci faceva sentire un bisogno prepotente di uscire all'aria a vedere un po' di cielo.

Verso sera, ci si portò una coperta, un fiaschetto d'acqua, un catino di zinco ed un asciugatoio ruvido a quadrettoni colorati, largo come un fazzoletto.

Alle cinque, per noi era notte fatta. Ci augurammo la buona sera.

Mi adagiai sul pagliericcio nella speranza di addormentarmi. La tristezza aumentava in ragione della oscurità che andava diffondendosi nel cubicolo.

Verso le nove, sentii due mandate all'uscio del portico.

Era la ronda.

La ronda è composta di un sottocapo e di due guardie, una delle quali porta la lanterna fumosa e puzzolente.

Entra in ogni cubicolo tre volte per notte, sbatte in faccia la luce della lanterna, da un'occhiata alla finestra e alla ferriata e se ne va richiudendo l'uscio a chiave.

Ci vogliono dei mesi prima di abituarsi a queste sorprese notturne.

Romussi non poteva dormire che con dei narcotici. Gli sbatacchiamenti gli davano sui nervi.

Il secondo giorno fu più triste. Ci eravamo alzati all'alba, chiamati dalla campana come gente che non aveva tempo da perdere e poi ci si era lasciati nella capponaia a cellucce senza darci un libro, senza dirci una parola, senza lasciarci sperare che all'indomani saremmo usciti.

Bisogna proprio essere aguzzini che gustano la voluttà dell'altrui sventura, per tenere degli infelici cento e più ore sotto l'impressione che il sesto della loro sentenza verrà consumata in una tana senza luce e senz'aria!

Nel cubicolo siamo rimasti due giorni e mezzo.

Durante questo primo periodo, non abbiamo visto che un'ombra che passò dalla nostra cella con una parola per ogni buco: coraggio!

L'ombra era il cappellano.

Uscimmo storditi. Ci palpavamo la nuca e guardavamo il cielo come abbacinati. Erano bastati due giorni e mezzo per solcarci le guance e imbrutirci come gente che si levasse da una sbornia potentissima.

Ci scambiammo su per giù gli stessi pensieri.

--Credetti di morire, sapete. Mancavo d'aria: avevo bisogno di moto e di luce, sopratutto di luce, sopratutto di moto, sopratutto d'aria.

Don Davide aveva avuto delle nausee che lo avevano impensierito.

--Ci fu un momento in cui dovetti raccogliermi e pregare il Signore Iddio.

Costantino Lazzari aveva l'aria di uno smemorato. Si palpeggiava il collo e continuava a battere i piedi in terra come per ridar loro la circolazione del sangue.

Ci si condusse al passeggio in un cortiletto che sentiva del luogo. Non avevamo che uno spazio di pochi passi inquadrato da muraglie giallognole, scrostate e sbullettate. Col dorso verso la torricella, dalle finte finestre, che usciva da un angolo dell'edificio, vedevamo un largo verde di Capra Zoppa. La torricella era triste e ci ricordava che in essa erano le celle più orribili del reclusorio.

Al lato opposto della porticina d'entrata del portico, è la muraglia con le finestruole a mezzaluna e a doppia inferriata, dietro la quale è una filata di cubicoli.

Quante volte, durante la passeggiata, abbiamo sentito gli inquilini dei cubicoli prorompere in pianti dirotti!

Nella muraglia che taglia il cortile, è un pozzo chiazzato di verde.

Le due diane dipinte sul muro sono gli orologi solari dei reclusi. L'una segna il corso del sole dalle 7 del mattino a mezzogiorno, ed ha per epigrafe: _Sic mea vita fugit!_ Una condanna atroce, dicevamo al passeggio, per i poveri prigionieri che portano tanti problemi nella testa, e sono costretti a sciupare il tempo con le mani in mano! L'altra, adorna dei segni dello zodiaco, si accontenta di avvisare i galeotti al passeggio che senza sole non serve a niente: _Sine sole, sileo_.

Le dita della destra battute sul palmo della mano sinistra di un sottocapo ci avvertirono che la nostra ora d'aria era terminata.

__Nella quinta camerata.__

Nella quinta camerata entrammo il 27 giugno 1898. È al primo piano. Vi si sale curvando la testa nel buco di un enorme cancello di ferro, la cui porticina è aperta e chiusa a chiave a ogni passaggio di forzati e di reclusi da un cerbero negli abiti di guardia carceraria. Col piede nell'antiporto che mette nell'intimità dell'edificio, subite la sensazione che state per essere perduti nella vasta tomba del reclusorio. Al margine di tanti stanzoni affollati di numeri di matricola, non sentite alito di vita. Vi sembra di essere nell'androne di un convento spopolato. La voce di un vivo diventa sonora e vi fa rabbrividire. Dal buio dell'antiporto, si sale a tentoni per il buio pesto di due scale, si riesce in una specie di pianerottolo fosco come la nebbia e si sbuca in un corridoio chiaro, in fondo al quale è la quinta camerata a fianco di altre camerate.

Vi entrammo l'uno dopo l'altro accompagnati da una guardia e da un sottocapo. L'entrata è un altro cancello di ferro, foderato nella parte superiore da un lastrone munito di spia, che sopprime il di fuori fino alla distanza di un mezzo metro da terra. Di modo che i secondini, accosciati negli angoli, possono assistere ai movimenti dei piedi, oppure coll'occhio al buco vedere tutti i condannati che escono dalla rete del regolamento.

La nostra camerata non ha che la spia nella fodera del cancello. Ma le altre ne hanno due anche nelle muraglie che le fiancheggiano.

La guardia le scopre all'insaputa dei reclusi e li sorprende fuori di posto o a chiacchierare o a giuocare a dama colle pedine di mollica di pane.

Di tanto in tanto la udite che ingiunge loro di stare quieti o zitti.

--Fate silenzio, voi, numero tale, se non volete andare in «camerella»!

La guardia di Finalborgo fa il suo dovere senza esagerazione e senza imbestialire contro la ciurma che ha delinquito. Ma è possibile, dite, di rimanere in un camerone di settanta o ottanta individui per delle settimane, per dei mesi, per degli anni, con una mano nell'altra, col pensiero istupidito, senza mai lasciarsi scappare una parola, un'interrogazione, un grido che viene su dall'anima in un momento di crepacuore? No, non è possibile. Me lo disse tutto il personale del penitenziario di Dublino quando ero là a visitare i dinamitardi e gli altri condannati alla servitù penale. La lingua non sa acconciarsi alla paralisi completa. Me lo disse e lo scrisse il principe di Krapotkine che ha scontato la condanna francese nella _Maison centrale di Clairvaux_.

Questo sistema--diceva--è così contrario alla natura umana che non poteva essere mantenuto che a forza di punizioni. Nei tre anni che passai a Clairvaux, il sistema era caduto _en désuétude_. Lo si era abbandonato a poco a poco, a condizione che le conversazioni all'_atelier_ e alla passeggiata non fossero troppo rumorose.

Volete un documento che le punizioni non riuscirono, nè riusciranno mai a far perdere agli inquilini delle carceri l'abitudine di parlare?

Ero al Cellulare quando il signor Sampò prese il posto del signor Astengo. I detenuti conversavano senza vedersi, stando alla ferriata della finestra. Il nuovo direttore si mise a infliggere delle settimane e dei quindici giorni di pane ed acqua, con l'aggiunta magari della cella di rigore, ai violatori del silenzio. Credete che ci sia riuscito?

Dalla conversazione di finestra in finestra era stato eliminato il linguaggio stomachevole. Ma il chiacchierìo era rinato pochi giorni dopo con maggior vigore di prima. E quale castigo, o signori carcerieri, riuscirebbe mai a tappare la bocca ai prigionieri subito dopo la sveglia e mentre squilla la campana del silenzio? Voi sentite mille bocche in una volta che si scambiano dei buon giorno commoventi, degli addii pieni di cuore, dei saluti che inchiudono il «coraggio!» o il «non pensarci che passeranno anche questi mesi!»--Ciao, Biscella!

--Addio, Lumaghin!

--Giuliano, dormi bene!

Una sera ci sono cascato anch'io. Un detenuto sopra o vicino alla mia cella si mise a gridare:

--Numero tale?

--Che c'è?

--Che cosa hai fatto?

Non risposi.

--Buona sera.

--Buona notte.

Questo semplice dialogo mi fece affiggere sul dorso dell'uscio della mia cella che il direttore mi aveva punito con dieci giorni di pane ed acqua!

Dopo il Cellulare, il Castello e il cubicolo, la quinta camerata dell'ex convento dei frati, dell'ordine di san Domenico, ci parve un paradiso. La percorrevamo in lungo e in largo con delle fiatate di soddisfazione. Finalmente qui si respira! Le pareti erano pulite, imbiancate di fresco, con del verde che girava tutto intorno a un metro d'altezza.

Le due finestre a doppia inferriata, coi famosi cassoni, che non ci lasciavano vedere dall'alto che un profilo di Capra Zoppa, diventarono, per noi, delle aperture illimitate che lasciavano entrare aria a volumi. Le brande lungo il dorso del camerone assunsero la forma di letti elastici, con dei materassi sprimacciati, sui quali si poteva adagiare il corpo affranto dai patimenti, con un guanciale soffice che pareva appena uscito dalle mani del materassaio.

Guardavamo tutto con compiacenza. Paragonavamo l'asse al disopra delle brande, che correva lungo la parete, a una elegante guardaroba o a una comodissima dispensa. Ciascuno di noi aveva un largo spazio per ammonticchiarvi la biancheria e i libri, per mettervi il catinetto di zinco, la fiaschetta impagliata, la brocca per bere, la spazzola e la pettinina, la gamella con inciso il nostro numero di matricola e la pagnotta che ci avrebbero portata tepida due volte il giorno. Il sole completava la nostra contentezza. Vi entrava un po' di sbieco dalla prima finestra e veniva a frangersi sui bastoni di ferro della seconda, lasciando cadere dei barbagli fino al suolo e portandoci del calore e della gaiezza che si diffondeva dappertutto.