Chapter 5
La prima volta che riattraversavano il cortile della Rocchetta per salire a colazione, vi fu un fotografo che sentiva indubbiamente la prepotenza della funzione del giornalismo moderno di riprodurre la vita sociale illustrata. Si staccò da un capannello e si presentò colla sua macchina sullo stomaco dinanzi i primi due dei ventiquattro, i quali erano il direttore del Secolo e il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ colle mani legate assieme. Romussi si mise un braccio attraverso il naso e don Davide si tirò il cappello sugli occhi voltandosi di fianco--entrambi per tradurre la loro indignazione e per impedirgli di esercitare la sua professione. Anche adesso che correggo le bozze mi duole di questo loro scatto antigiornalistico. Perchè ci hanno soppresso uno dei documenti più preziosi delle giornate di Bava-Beccaris. Se fossi direttore di giornale vorrei che tutti i miei corrispondenti avessero l'audacia del fotografo giornalista. Allora sarei sicuro che il mio quotidiano sarebbe il primo quotidiano d'Italia.
Tra la folla degli avvocati accorsi a dare l'ultimo addio ai condannati, si distingueva il Majno che camminava con l'ombrello in una mano e il cappello nell'altra, salutando dappertutto: «Addio, Chiesi, ciao, Federici, coraggio, Romussi, sta allegro, Valera, arrivederci presto, don Davide, ecc.»
Nei suoi addii era lo strazio di un avvocato e di un amico reso impotente dalla legge marziale.
Questa traversata fu un attimo solenne, indimenticabile che fece piangere più di uno dei diciannove che ritornarono in camera carichi di mesi e di anni.
La Kuliscioff non ha mai partecipato a questi strazi e a queste consolazioni, perchè la sua residenza rimase sempre al Cellulare. Ne veniva e vi ritornava in _brougham_, vestita di nero come un funerale.
Il suo contegno è stato di donna equilibrata. Nelle poche parole che le si permise di dire, non si occupò che delle sue idee marxiste. Il resto sembrava per lei estraneo. Di tanto in tanto si assentava per fumare una sigaretta.
D'altronde, non era la prima volta che essa passava delle giornate in prigione. Era già stata nelle carceri parigine e poi per più di due anni nelle prigioni d'Italia.
Poche ore dopo la sentenza, gli anarchici vennero mandati a Finalborgo, e i giornalisti partirono il giorno seguente, cioè alle 11 della sera del ventitrè.
Alla Stazione Centrale, c'era una folla enorme ch'era riuscita a sapere l'ora della partenza. Ma i carabinieri fecero entrare i condannati dalla parte opposta--evitando di passare sulla prima piattaforma, piena di amici che volevano salutarci. Tra gli intimi di Romussi, vi era il professore Pietro Panzeri, direttore dell'Istituto dei rachitici, che piangeva come un ragazzo.
Il vagone cellulare era nuovo o pennelleggiato di fresco. Perdeva un odore di vernice che faceva turare il naso.
Don Albertario, grosso come era, non riuscì a mettere il piede sul predellino che aiutato. Nello sforzo gli cadde il cappello da prete: istintivamente tentò di raccoglierlo, ma si avvide tosto di essere ammanettato ed alzò gli occhi al cielo.
Nessuno disse una parola. Pareva che la vita fosse finita sul montatoio. Ciascuno, ravvolto nel proprio dolore come in un mantello, sentiva gli strazii delle famiglie che singhiozzavano sotto la tettoia.
__In Vagone cellulare.__
Viaggio notturno da Milano a Finalborgo la notte dal 24 al 25 giugno 1898.
Mentre i carabinieri si preparavano a metterci i ferri per avviarci alla casa di pena a scontare le sentenze militari, ciascuno di noi pensava, involontariamente, al carrozzone che ci doveva condurre dal Castello alla Stazione Centrale. Nessuno di noi aveva potuto dimenticare la nicchia nella quale, venendo dal Cellulare, aveva subito, per più di mezz'ora, lo strazio di pencolare tra la vita e la morte per mancanza d'aria!
I ferri ci distrassero. I carabinieri adempivano alla funzione di ammanettarci, incalzati dal «fate presto!» del tenente dei carabinieri, che ci guardava con la caramella nell'occhio.
L'ordine era di ammanettarci a _fior di pelle_. E chi si lamentava riceveva la buona misura di qualche altro giro di vite. Io protestai. Dissi che non era possibile che ci fosse ordine di stringerci i polsi fino a farceli sprizzare di sangue. Mi si fece tacere, assicurandomi che alla stazione mi sarebbero stati allargati.
Chiusi nel carrozzone, credevamo di morire. C'era un fetore che dava il capogiro. La cella era angusta, buia, col sedile di legno cosparso di crostini di pane e coi fori per l'aria che parevano tappati. Il veicolo ci sballottava in un modo crudele. Quando le ruote sussultavano sui sassi o attraversavano i binari, ci sembrava che il carrozzone stesse per rovesciarci sulla strada.
Non abituati a questi viaggi di punizione, sognavamo il treno.
Alla stazione ci si fece discendere passandoci sotto l'ascella, a zig-zag, una catena che ci teneva uno dietro l'altro e ci impediva di pensare alla fuga.
Per scappare bisognava che il condannato si trascinasse dietro tutti gli altri.
Eravamo così male informati sul trasporto del bestiame di galera, che credevamo sul serio che ci avrebbero fatti viaggiare in un vagone di terza classe. Invece fummo disillusi non appena ci trovammo in quella specie di corridoio lungo due filate di celle.
A mano a mano che si saliva, si veniva spinti e incassati dal carabiniere che aspettava il condannato dietro l'uscio. L'operazione di cellularizzarci veniva fatta in un modo fracassoso. Si schiudevano gli usci con collera, si bestemmiava contro i catenacci che cigolavano senza andare avanti o indietro, si ingiungeva il silenzio con degli imperativi brutali a coloro che volevano sapere dove diavolo ci si mandava, e si sbattevano sulla faccia gli usci come tanti schiaffi ribaldi.
Rimanemmo per qualche minuto sbalorditi. Io mi trovavo in una cella di mezzo, tra Romussi e don Davide Albertario. Chiesi era in faccia al direttore del _Secolo_ e io potevo vederlo, attraverso la ferriata, di profilo. L'avvocato Federici era in una delle prime celle della fila a destra e gli altri, compresi due che non conoscevo, erano sparsi nelle celle in fondo.
Aspettavamo con ansia che venissero a liberarci le mani indolenzite dal peso del ferro che diventava sempre più enorme.
Faceva un caldo eccessivo. Nella tana inverniciata il giorno prima, coll'uscio sulle ginocchia che non ci permetteva nè di allungare, nè di incavalcare le gambe, si respirava un'aria pestilenziale e si sudava come in un forno. L'indugio del treno a mettersi in moto era per noi un vero supplizio. Speravamo che, lanciandosi nello spazio, folate d'aria sarebbero venute ad attutirci la sete e a rinfrescarci la faccia.
Finalmente il treno si era mosso. La lentezza e le prime fermate ci fecero capire ch'eravamo attaccati a un treno omnibus. Il treno, che s'incammina adagio adagio e sosta a tutte le stazioni, diventa una tortura per i poveracci calcati nelle nicchie che lasciano respirare a disagio e intetrano l'ultima scena dei condannati sulla via della espiazione.
Invece delle buffate d'aria fresca che non venivano, nè potevano venire, perchè il nostro vagone era l'ultimo e aveva le aperture in faccia a due altri, fummo obbligati a incominciare una lotta disperata contro l'usciuolo dell'inferriata a scacchi, che si chiudeva e minacciava di soffocarci a ogni scossa.
--Signori carabinieri, facciano il piacere di fermarci l'usciuolo!
I signori carabinieri non potevano essere umani con noi, perchè avevano ricevuto ordini imperiosi di essere severi e perchè temevano, a ogni stazione, di trovarsi alla presenza di qualche ufficiale incaricato di «dare un'occhiata ai polli nella stia». Ma per l'usciuolo facevano proprio di tutto per inchiodarlo alla parete e spesso sacramentavano contro la compagnia ferroviaria che si era dimenticata di configgervi la molla o l'uncino per tenerlo aperto. Di tanto in tanto veniva qualcuno di loro a sbattercelo indietro con un sostantivo energico. Ma il più delle volte dovevamo respingerlo noi con la punta delle dita.
Alla stazione di Pavia, una voce umana riuscì a intenerirci fino alle lagrime.
--Signor Romussi, signor Chiesi, posso fare qualche cosa per loro e per i loro compagni?
La persona che parlava era invisibile. Si sentiva solamente che la sua voce era commossa.
A così poca distanza, eravamo già tutti stracchi morti per la posizione incomoda in cui ci teneva la celletta, per i ferri che ci avevano intormentite le braccia e per l'arsura che ci faceva dire a ogni minuto:
--Signori carabinieri, un po' d'acqua!
La voce dello sconosciuto ci era andata al cuore come una consolazione. C'era dunque qualcuno che pensava ai poveri diavoli che soffrivano. Romussi, interpretando il pensiero di tutti, con una voce che avrebbe impietosito i sassi, disse:
--Se ci potesse dare una gasosa!
Lo sconosciuto ci rispose con dei singulti.
Era troppo tardi. Il ristorante era chiuso e il treno stava per partire.
--Addio e coraggio! ci disse lo sconosciuto con degli altri singhiozzi.
Lungo questo viaggio indimenticabile ci domandavamo di tanto in tanto l'un l'altro se eravamo vivi.
_Chiesi_: Come stai, Fritz?
_Federici_: Bene.
--Don Davide, dormite?
--Magari potessi dormire!
--Romussi, come ti senti?
--Maledettamente male. Non avrei mai creduto che il trasporto dei prigionieri fosse fatto in questo modo. Siamo trattati peggio delle bestie.
--Pazienza, che non siamo lontani da Sampierdarena.
Guardando nelle celle della fila opposta mi si agghiacciava il sangue. La testa dei cellularizzati che ubbidiva al moto del treno si delinquentizzava in un modo spaventevole. Pareva la testa di un mostro. Illuminata dalla luce fosca che tremolava, assumeva proporzioni spaventevoli. La fronte si allungava sovente con delle gibbosità che facevano abbassare le palpebre dalla paura. Gli occhi ingrossavano e venivano alla superficie con una luminosità feroce. La bocca, sbadigliando, spalancava un abisso circondato da una dentiera enorme che digrignava come quella di un teschio appeso nella penombra.
Lazzari sembrava una iena in agguato.
Lungo le gallerie avevamo il fumo della macchina che entrava nelle celle a volumi a ubbriacarci e ad avvelenarci le ultime ore.
--Signori carabinieri, un po' d'acqua. Io muoio dalla sete!
A Sampierdarena il cuore del brigadiere si lasciò intenerire dalla voce piangevole dei condannati.
--Ci faccia dare un caffè, signor brigadiere. Sia buono.
--Dio gliene renderà merito, gli disse don Davide che tirava il fiato come un uomo che si sente morire.
Il carabiniere con la caffettiera in una mano e la chicchera nell'altra ci conciliò con l'umanità che sembrava composta di tigri.
Ci si aperse la cella e ce lo si versò in bocca a sorsi, con una pazienza materna. Bravo carabiniere!
Discendemmo a Finalmarina come gente scampata a un pericolo. Aprivamo la bocca per sorseggiare l'aria e ci auguravamo che il reclusorio fosse lontano lontano per aver tempo di sgranchirci le gambe e di rimetterci dallo sbalordimento di un vagone che chiamavamo assassino.
Qualche mese dopo, nella quinta camerata del reclusorio di Finalborgo, ricordando questo episodio della nostra vita carceraria, i direttori del _Secolo_, dell'_Osservatore Cattolico_ e dell'_Italia del popolo_ si strinsero la mano e promisero che, non appena ritornati al largo, avrebbero intrapresa la campagna contro questa abbominazione che si chiama vagone cellulare.
__L'arrivo al Reclusorio.__
Alla stazione di Finalmarina non c'erano che cinque o sei persone, compresi due preti. Eravamo disfatti. Avevamo gli occhi della gente che non ha dormito, i capelli spettinati, le guance cadaveriche e le punte dei baffi piegate come una desolazione. Il sole ci illuminava le lividure ai polsi che avevano assunto un colore nerastro. Ci si passò la catena da un braccio all'altro e fiancheggiati dai carabinieri e seguiti dai facchini coi fagotti, ci avviammo verso il reclusorio. Il silenzio intristiva la scena. Attraversammo il binario, continuammo lungo la linea ferroviaria fin quasi all'imboccatura di un tunnel e voltammo a destra, per lo stradone carrozzabile che i finalborghigiani chiamano delle «catene», perchè è percorso dai galeotti che vanno e vengono dalla Casa di pena.
I carabinieri ci stavano ai panni e ci incalzavano con degli avanti! È per loro il momento più trepido. Anche legati come cani, potrebbe saltare in testa a qualcuno di darsi alla fuga. Sprofondavamo i piedi nella polvere alta, sollevando un pulviscolo che ci imbiancava e ci andava per la gola e per le nari come un prurito che ci raddoppiava il malessere. Rasentavamo Capra Zoppa perseguitati da un'arsura indicibile. Ciascuno di noi sognava una sorsata di latte o un'altra chicchera di caffè per snebbiarci il cervello. A metà strada, al dorso di un parapetto, trovammo un giovine che aveva l'aria di un chierico e piangeva come un ragazzo. Forse sapeva chi eravamo o forse provava una commozione violenta dinanzi un prete alto e spalluto che passava incatenato come un grassatore.
Dopo una ventina di minuti, vedevamo sorgere a destra la torre quadrata del malaugurato edificio nel quale dovevamo passare tanto tempo. Svoltammo il ponte, passammo tra mezzo alla folla, infilammo il viottolo tortuoso a sinistra e, dopo pochi passi, ci trovammo alla porta del reclusorio di Finalborgo.
L'entrata è quella di un portone qualunque. Non dà l'impressione di una tomba di vivi, neppure pensando alle sentinelle di guardia.
Ci si tolsero i ferri tra due cancelli che inchiudono l'ufficio del capoguardia e ci si domandò se avevamo bisogno di qualche cosa.
--Dell'acqua, rispondemmo.
Ce ne portarono due bottiglie e i secondini, con la premura di dissetarci, ci diedero l'impressione di persone che non incrudeliscono col Regolamento.
Anche colle mani libere, sembravamo galeotti autentici. Romussi, coll'ala del cappello floscio che gli ombreggiava la faccia fuligginosa, col solino gualcito e annerito dal sudore e coi baffi sottosopra, aveva assunto l'aspetto di un uomo feroce. Chiesi, colla barba e coi capelli impolverati e coi neracci della notte perduta sotto gli occhi, pareva un capo ciurma invecchiato di dieci anni in poche ore. Don Davide in un altro luogo avrebbe fatto scompisciare dalle risa. Aveva l'aria di un Ernani passato attraverso il polverone della strada. Al margine del cubicolo, colla tesa del tricorno pelosa e abbandonata dalle stringhe, colla collarina scomparsa sotto il merinos, col panciotto dai bottoni escoriati pieno di chiazze, colla veste talare ammantata di polvere e colle scarpe scalcagnate e coperte d'uno strato bianco, faceva compassione. Sulla sua faccia erano tutti i patimenti di uno strazio inenarrabile. I carabinieri consegnarono le buste dei nostri denari al capoguardia, il quale si mise a registrarle, ci salutarono e noi passammo nello stanzone a pianterreno intitolato «banchi di rigore». Lo stanzone, colle due finestrucole che davano sul viottolo, era buio. Col suo immenso lastrone infisso lungo la parete, cogli anelloni sotto il rialzo dei piedi e al disopra della testa, faceva rabbrividire. Si vedeva che eravamo proprio in una casa di pena. Ogni infrazione al regolamento voleva dire andare sul tavolato di pietra incatenato alle mani e ai piedi.
Il capoguardia non ci fece cattiva impressione. Era alto, piuttosto magro, con una voce che faceva sentire il _twang_ americano e con un accento leggermente meridionale. Valera lo battezzò subito per il Javert del reclusorio, per un Regolamento ambulante, per il funzionario che si sarebbe stroncata la vita piuttosto che violarlo.
E attraverso i mesi che siamo rimasti sotto la sua sorveglianza non abbiamo avuto occasione di modificare il giudizio valerano. Egli è rimasto, per tutti noi, l'uomo-regolamento, guidato da uno zinzino di buon senso. Prima di noi, in altre galere, egli aveva avuto sotto di sè Amilcare Cipriani e De Felice.
Per ammazzare il tempo e impedire agli amici di pensare che stavamo per diventare dei numeri di matricola, mi misi a narrar loro la fuga del principe Krapotkine dall'ospedale dei detenuti di San Nicola di Pietroburgo. Fu un grido unanime di protesta. Era una fuga che sapevano tutti a memoria. Sapevano della stanzetta al terzo piano dirimpetto all'ospedale, del violino che suonava che la via era libera e la carrozza di fuori ad aspettarlo, e dei passi guadagnati sulla sentinella coi famosi due lati del triangolo.
Entrò il capoguardia mentre don Davide e Federici, dall'alto del tavolato, cercavano di capire dalla finestruola da che parte dell'edificio penale ci trovavamo. Egli aveva in mano un opuscolo.
--Loro sono persone educate. Questo è il Regolamento. Lo leggano e procurino di non violarlo per non obbligarci a infligger loro delle punizioni.
Rientrò il capo con una guardia che portava il misuratore e con un'altra che aveva sotto il braccio il mastro dei delinquenti.
--Adesso, dobbiamo registrarli e prendere loro la misura.
Ci lasciammo registrare e misurare con la docilità delle pecore. Non eravamo mica in galera per romperci la testa contro gli articoli del regolamento. Il primo a sottomettersi fu Chiesi e l'ultimo Achille Ghiglioni, l'uomo terribile che aveva messo sossopra tutto Niguarda con una Cooperativa di commestibili di trecento o quattrocento lire!
L'_attraction_, sulla piattaforma del misuratore con l'asta che discendeva sulla testa, era don Davide, il quale, tra noi, aveva raggiunto l'altezza massima. Sul misuratore, con le cosce voluminose e la grandiosità del torace, egli aveva più del granatiere che del sacerdote.
Finita questa operazione, ci si annunciò il bagno. Era quello che desideravamo. Dopo tanti giorni di processo, tante notti passate sul saccone in terra e un viaggio che ci aveva diminuito di peso, un bagno era la suprema delle consolazioni corporali. Vi andammo l'uno dopo l'altro senza ritornare ai «banchi di rigore».
Il bagno era in un angolo della vasta cucina, ove cuoce la minestra quotidiana dei condannati, diviso da una coperta appesa a due chiodi. Ciascuno di noi dovette svestirsi e tuffarsi nell'acqua alla presenza di una guardia incaricata di tener sempre gli occhi sul recluso. Don Davide ebbe delle ritrosie. Egli non seppe decidersi a liberarsi degli ultimi indumenti che quando la guardia si rassegnò a voltare la faccia dall'altra parte.
__Filippo Turati.__
Il criterio nostro è questo; ogni provvedimento sarà vano se non sia assicurata al Paese piena ed intera libertà: libertà di propaganda, di pensiero, d'associazione, d'organizzazione, a tutte le classi della società.
(_Dal primo discorso alla Camera_).
L'ho conosciuto nell'ottanta o nell'ottantuno. Io caricavo l'appendice della _Plebe_ di Bignami della zavorra umana che scovavo e raccoglievo negli angiporti e nelle stamberghe, e lui riempiva le colonne di una terapeutica che inchiudeva, colle spinte e controspinte romagnosiane, i germi della giustizia sociale. Era forse la prima volta che la democrazia adulta leggeva in un giornale socialista che la questione criminale è intimamente connessa colla questione economica. Con un centinaio di pagine intitolate _Il delitto e la questione sociale_ il Turati si rivelava un naturalista della scienza penale, un verista che studiava oggettivamente l'uomo delinquente, un sociologo che accusava la società di essere «complice impune dei misfatti che freddamente puniva». Egli credeva fino d'allora che l'ordinamento punitivo fosse essenzialmente transitorio e che il delitto troverebbe la sua cura in uno Stato che volesse «a tutti garantito il frutto integrale del proprio lavoro».
Il suo cruccio erano i suoi nervi. I nervi non gli davano requie. Non lo lasciavano dormire, non lo lasciavano lavorare e gli distruggevano il pensiero di prepararsi un futuro intellettuale. Egli si diceva sfibrato, fiacco, senza attività cerebrale. Doveva morire. Sarebbe morto fra due o tre anni o fra due o tre mesi, non lasciando di sè che «misere strofe» ai suoi cari. Tutti i medici lo avevano abbandonato. Egli era un nevrastenico. La sua era una nevrosi inguaribile. Pazienza. E ci salutava commosso e ritornava, sfiduciato, alla sua villa di S. Croce, a due passi da Como, colle tasche e le valige piene di libri che aveva comperato dal Dumolard o che gli aveva dato a prestito il suo e il mio amico intimo Felice Cameroni--il critico che aveva incominciato a predicare lo zolismo nell'appendice del _Sole_.
Durante questa battaglia accanita tra lui e il suo sistema nervoso egli, come il dott. Pascal, si preparava silenziosamente i _dossiers_ coi quali avrebbe poi intrapresa la campagna per liberare la società borghese dalle sofferenze sociali. Condannato da una malattia implacabile, consumava le sue ultime ore nel laboratorio della putredine sociale a cercare i parassiti distruttori che saccheggiano l'organismo umano. Morente, sentiva, come Pascal, la voluttà e la grandiosità della vita, della vita sana, economicamente e moralmente sana. _Oui, je crois au triomphe final de la vie_.
Egli leggeva, postillava, ammucchiava note sopra note e maturava nel cervello allargato dallo studio febbrile la rivista alla quale diede poi tutta la sua intelligenza.
Con la tendenza a credersi eternamente ammalato e dotato della pigrizia del divoratore di libri che non darebbe mai mano alla penna della produzione, il Turati sarebbe forse divenuto un frutto secco o rimasto un autore stitico s'egli non avesse potuto fondere la sua esistenza con quella di una donna capace di agitargli lo spirito cogli stessi ideali e di piegarlo a un lavoro meno sbandato e più omogeneo. E questa donna fu Anna Kuliscioff. È lei che lo ha incalzato, che lo ha fortificato, che lo ha imparadisato. Lei e lui e la _Critica Sociale_ non si distinguono più.
La _Critica Sociale_, Filippo Turati e Anna Kuliscioff sono più che un nome. L'una e l'altro e l'altra si completano. La _Critica Sociale_ è fatta della loro carne, nutrita del loro ingegno, calda dei loro pensieri. In essa è la redenzione degli uomini, è la pace nel benessere economico, è il trionfo della felicità della specie sull'egoismo e sugli interessi degli individui. La _Critica Sociale_ è stata l'università della generazione crescente. È dessa che ha dato a quasi tutti noi la «coscienza sociale». Nata il quindici gennaio 1891, quando il socialismo scientifico era un lusso per i superuomini delle scienze economiche, fece nascere nella gioventù la fede nell'uguaglianza di condizione e un bisogno prepotente di gettarsi negli studi che devono avere per risultato la sconfitta della borghesia e l'elevazione del proletariato.
La bibbia di Filippo Turati è il _Capitale_. Non c'è altro di più nutriente. Dal _Capitale_ si esce uomini completi. Un giorno che gli si è domandato di dire pubblicamente quale libro avrebbe raccomandato a chi fosse condannato a portarsi seco in un eremo tre soli volumi, egli rispose ripetendo tre volte il _Capitale_. Con questo libro che egli paragona o mette al disopra al _Darwin's Journal_, la gioventù entra nella vita corazzata di altruismo, con una idea chiara dello Stato a base di produzione socializzata. Ammiratore convinto del grande novatore della scienza sociale, egli è, necessariamente, entusiasta dei socialisti tedeschi--talli erompenti, dice lui, dal forte ceppo scentifico di Carlo Marx--i quali, con la loro marcia gloriosa, hanno infuturato il più grande fatto e l'esempio più significante della storia contemporanea.
Cresciuto in un ambiente prefettizio--idolatrato dalla mamma--con un avvenire trionfale nel foro milanese--circondato dagli agi della vita, egli preferì discendere nell'agone sociale a lottare per l'esistenza collettiva--a sostenere i diritti dei proletari incatenati agli anelloni del salario--ad agitare il programma marxista che deve eliminare dalla società i ricchi e i poveri.