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Chapter 21

Chapter 213,613 wordsPublic domain

Che, premesse queste constatazioni generali, è d'uopo esaminare da quale causa ebbero origine i tumulti. Si volle far credere, che quanto successe in quei giorni in Milano non fu che un movimento teppistico, ma troppi argomenti stanno a provare che fu l'effetto di teorie sovversive da lungo tempo instillate negli operai dai vari circoli socialisti e repubblicani, i quali tendevano con metodi diversi ad un unico fine, quello di mutare violentemente la costituzione politica dello Stato.

In altra sentenza in questo Tribunale fu già affermato che i moti scoppiarono improvvisamente, che i capi dei vari partiti furono sorpresi dagli avvenimenti, e questo giudizio viene ancora confermato dalle risultanze di questo dibattimento. Questa è certo l'unica ragione per la quale i partiti non hanno potuto prendere accordi definitivi, quali dovevano essere nel loro pensiero. Nè la riunione in casa del dott. Ceretti, nè il tentato, ma non avvenuto convegno all'_Italia del Popolo_ fra repubblicani e socialisti, sono sufficienti per provar con certezza l'esistenza di un concerto sul mezzi d'esecuzione, ed i nuovi elementi sorti dalla discussione di questo processo non sono tali da infondere nel Tribunale una diversa convinzione.

Nessun fatto è venuto a dimostrare un accordo fra i tre odierni accusati, non constando che nei giorni dei tumulti, ed in quelli che li precedettero, si sieno riuniti, se anche per mezzo d'interposte persone abbiano potuto concertarsi fra di loro per dirigere l'insorto movimento.

Mancando la prova del concerto, rimane ad esaminare quale fu la parte che ciascuno di essi ha individualmente preso nella preparazione degli avvenimenti e nei giorni della sommossa.

Dai rapporti esistenti in atti consta che il Turati è certo la personalità più spiccata ed influente del partito socialista milanese. Direttore e redattore della _Critica Sociale_, scrittore nella _Lotta di Classe_, fondò circoli socialisti ed attrasse nell'orbita del suo partito numerose società di operai, inspirando in essi l'odio di classe, e promuovendo leghe di resistenza verso i padroni. Fu già condannato per un articolo scritto dopo la condanna di De Felice.

Altra volta lo fu per la pubblicazione di un almanacco socialista e nelle dimostrazioni del 1896, parlando al pubblico tumultuante, elogiò gli studenti di Pavia, i quali per impedire la partenza di soldati per l'Africa avevano svelte le rotaie della ferrovia e fu con quelle parole causa dei disordini che poco dopo successero alla Stazione centrale.

Nei numerosi suoi scritti trapela sempre il disprezzo per le istituzioni e l'esercito. A lui si deve l'_Inno dei lavoratori_, divenuto il grido di guerra dei socialisti. È designato quale autore, insieme al Rondani, del manifesto ai lavoratori italiani, di cui si è sopra parlato. Certo egli ne ebbe conoscenza prima che fosse divulgato.

Come già si è detto, nel 6 maggio, volendo raccomandare ai tumultuanti la calma e di attendere il momento opportuno, parlò in modo da incitare maggiormente, ed il maggiore cav. Montuori, colà comandato pel mantenimento dell'ordine, chiese al funzionario di pubblica sicurezza che era là in servizio di potere agire o di far ritirare i soldati, non volendo che questi assistessero a quelle esortazioni alla rivolta.

Nel pomeriggio del successivo giorno 7, in prossimità delle barricate di P. Venezia, sentendo l'avv. Cavalla rimproverare alcuni giovinetti che si munivano di sassi, osservando loro che era da pazzi esporsi a morire in quel modo, il Turati si rivolse a lui aspramente dicendogli in tono da poter essere sentito dai rivoltosi: «I cadaveri servono a qualche cosa. Essi sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del popolo»; e chiamato a sè il Rondani, se ne andò con lui, dicendo: «Qui nulla più vi è da fare, andiamo a Ponte Seveso.»

Si recò invece alla Stazione centrale, si abboccò col noto Mantovani, esso pure condannato in contumacia, e nel giorno successivo si ebbe il manifesto ai ferrovieri e poscia il tentato sciopero dei macchinisti e fuochisti che potè essere fortunatamente scongiurato.

L'accusato De Andreis, fino dall'epoca in cui era studente, professò apertamente opinioni repubblicane, fondò giornali, fece attiva propaganda delle sue teorie, coll'istituzione di circoli, conferenze e discorsi pubblici, tendenti sempre allo scopo di cambiare violentemente alla prima occasione la costituzione politica dello Stato, parlando sempre con sarcasmo della persona del Re e della sua reale famiglia.

A dimostrare quali sieno sempre state le sue idee, basterà ricordare che, avendo il giornale la _Provincia di Parma_ riferito un suo discorso fatto in commemorazione della morte di Mazzini, osservava che gli aveva fatto dire essere necessaria una _evoluzione_, mentre egli intendeva una _rivoluzione_.

Nelle feste cinquantenarie dello Statuto parlando alle Società radicali riunite al monumento di Garibaldi, disse che il popolo per ottenere le sue rivendicazioni non ha altro mezzo che il voto e la carabina. Nei primi giorni dello scorso maggio adempiendo ad un incarico avuto dal Comitato centrale repubblicano italiano, del quale era uno dei cinque che lo costituiscono, fu, durante i tumulti, a Parma, Piacenza e Pavia per osservare quanto vi succedeva.

Era collaboratore ed ispiratore di articoli del giornale l'_Italia del Popolo_, organo del partito repubblicano, di quel giornale che nel suo numero del 7 maggio, a disordini già cominciati, scriveva che i tutori dell'ordine avevano sete di sangue. Nelle cartelle trovate negli uffici di quel giornale ve ne era una nella quale stava scritto che il De Andreis fin dal mattino si trovava a Porta Venezia per protestare contro le violenze dell'autorità.

Sempre nel giorno 7, fu visto in varie località ove vi erano rivoltosi. Mentre era in casa, due giovinotti lo andarono a cercare per condurlo all'_Italia del Popolo_, ove erano riuniti vari repubblicani, e nel recarvisi, lungo il corso Garibaldi, parlò in modo sospetto con varie persone estranee a quel quartiere, poco prima che vi si erigessero le barricate.

Che verso le ore 15 il De Andreis si trovò sul corso Venezia in un punto ove la via era sbarrata dalla truppa ed ivi, avendo chiesto al tenente dei Reali Carabinieri cav. Petella di farlo passare avanti, questi gli raccomandò d'interporsi per far cessare i disordini, al quale invito il De Andreis rispose: «oramai è tardi, vi è sangue».

Che, sebbene a queste parole siasi dall'accusato e da qualche testimonio, che pretendeva essersi trovato presente, cercato di dare la significazione dell'impossibilità in cui si trovava di far valere la sua autorità, pure, pel fatto d'essersi trovato colà ove nessuna ragione lo giustificava, e pel modo col quale furono pronunciate le parole stesse, lasciano nel Tribunale la convinzione che egli approvava la rivolta, tanto che il Petella indignato ebbe a rispondergli: «peggio per loro», ed ebbe anche l'idea di arrestarlo, ma ciò non fece perchè in quel momento doveva attendere ad urgenti incarichi.

Il Morgari è, al pari del Turati, socialista, attivo propagandista del suo partito; quando scoppiarono i disordini in Milano, si trovava a Torino, di dove partì dopo che i giornali di quella città annunaziarono che qui la rivolta era domata. Si fermò a Magenta, prese il treno che lasciò prima di giungere a Milano ove entrò a piedi inosservato. Egli disse che era venuto per assumere informazioni sui moti per conto del giornale l'_Avanti_ e per poterne riferire in una seduta dei deputati del suo partito che doveva tenersi a Roma nel giorno 12 di quel mese.

Non risulta quanto abbia fatto dalla sera del 9 a tutto il 10; si sa che nel giorno 11 era a Lugano di dove andò direttamente a Roma, ed ove fu arrestato nel giorno 14.

Ritenuto, per quanto sopra, che la propaganda fatta dal Turati e dal De Andreis, nei circoli, colle conferenze, discorsi e pubblicazioni, la parte che entrambi hanno preso nei giorni 6 e 7 scorso maggio durante i tumulti, e della quale si è sopra parlato, costituiscono quel fatto diretto a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione, il saccheggio e la strage, contemplato dall'art. 252 del Codice penale, e punibile nella specie a senso dell'ultima parte dell'articolo stesso, essendosi ottenuto l'intento, perchè essi non potevano ignorare quali dovevano essere le conseguenze dell'odio che avevano seminato fra le varie classi sociali, epperciò è da ritenersi che essi le abbiano volute, e sono quindi da considerarsi come cooperatori immediati e come tali penalmente responsabili.

Ma per quanto riguarda il Morgari la sua colpabilità non può ritenersi accertata, sebbene il modo col quale si è clandestinamente introdotto in città, darebbe a dubitare sul vero scopo della sua venuta.

PER QUESTI MOTIVI

dichiara non essere sufficientemente accertata la colpabilità del Morgari per l'ascrittogli delitto.

Visti gli art. 485, 486 del Codice penale per l'esercito;

Lo assolve ed ordina che sia posto in libertà, ove non sia per altra causa detenuto.

Dichiara colpevoli gli accusati Turati Filippo e De Andreis Luigi del solo delitto di cui all'art. 252 del Codice penale in correlazione all'art. 63.

Visti altresì gli articoli 31, 33, 39 e 40 del Codice stesso,

Li condanna entrambi alla pena d'anni dodici di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, all'interdizione legale durante l'espiazione della pena e nelle spese di procedimento.

_Milano, 1.º agosto 1898._

__La sentenza nel processo dei giornalisti.__

La sentenza, dopo avere ricordato i titoli di imputazione, continua:

Ritenuto che alla pubblica discussione, per la lettura dei documenti, per la deposizione dei testimoni e per le dichiarazioni degli accusati, sarebbe risultato in fatto: che da vario tempo si erano potentemente costituiti in Milano i partiti repubblicano e socialista, che crearono la Camera di Lavoro, vari circoli, associazioni e leghe di resistenza, le quali, sotto la parvenza del benessere materiale degli operai, dovevano nella mente dei capi essere per loro strumento da valersene in una propizia occasione.

Per far propaganda delle loro idee i partiti si valsero dei giornali l'_Italia del Popolo_ e il _Secolo_ ed altri ne crearono, quali la _Lotta di Classe_, _Il Popolo Sovrano_, la _Critica Sociale_ e tutti uniti intrapresero un'attiva campagna sussidiata da frequenti conferenze, pubblicazioni di opuscoli e foglietti sovversivi, ispiranti negli operai e nei meno abbienti desiderii che non sarebbe possibile soddisfare e che lasciavano in essi sentimenti d'odio verso le classi più favorite dalla fortuna.

Che a questo odio concorrevano e lo attizzavano alcuni nuclei di anarchici i quali non perdevano occasione di pubblici comizi per portare in essi la nota del disordine e far propaganda delle loro teorie rivoluzionarie.

Che fra i giornali, l'_Osservatore Cattolico_, organo del partito clericale intransigente, per aspirazioni diverse da quelle di altri giornali, tendeva allo scopo di sconvolgere gli ordini politici, vagheggiante restaurazioni che allo Stato attuale sono impossibili.

Che tutti questi partiti, discordi nei principii, ma concordi nel fine, si valsero delle poco floride condizioni economiche del Regno per esagerare con fosche tinte le sofferenze del popolo, inviperendo l'odio fra le varie classi sociali.

Che i tumulti, avvenuti in varie parti del Regno, che si estesero a Piacenza e Pavia, agitarono profondamente la classe operaia in Milano, e nelle ore pomeridiane del 6 scorso maggio un fatto, che in altre circostanze sarebbe rimasto inavvertito, quale fu l'arresto di un operaio spacciatore di manifesti sovversivi, determinò i primi tumulti a Ponte Seveso e più tardi in via Napo Torriani, durante i quali vi furono morti e feriti.

Che quei moti repressi nella sera si ripeterono con maggior audacia ed organizzazione nei giorni 7, 8 e 9, estendendosi a tutta la città, mutandosi in aperta ribellione, la quale dovette essere repressa dalla forza armata con numerose vittime.

Che a disordini già cominciati e nel momento in cui si pubblicava il Regio Decreto che poneva, in istato d'assedio la Provincia di Milano, l'_Italia del Popolo_, il _Secolo_ e l'_Osservatore Cattolico_, a vece di far esclusivamente sentire una parola di pacificazione, scrissero articoli violenti, esagerarono i fatti già avvenuti, per cui l'Autorità fu obbligata a sopprimerli, ordinando l'arresto dei direttori e di alcuni redattori.

Che è ben naturale che ora degli avvenuti disordini ogni partito cerchi declinare da sè la responsabilità, tentando far credere che quello non fu un moto rivoluzionario, ma solo teppistico al quale concorsero i bassi fondi sociali; ma se è giusto ammettere che quel moto fu improvviso e che i capi di ogni partito furono sorpresi dagli avvenimenti, è fuori di dubbio che colla loro propaganda ne furono la causa, riservandosi di trarre profitto da quanto poteva succedere, e di ciò ne sono prova il fatto che alcuni capi si trovarono nei luoghi dei disordini, il tentato convegno di repubblicani e socialisti negli uffici dell'_Italia del Popolo_ mediante l'intromissione dell'avv. Garavaglia, e l'avvenuta riunione nella casa del socialista dott. Ceretti, entrambi rifugiati in Svizzera.

Che dall'esposizione generale dei fatti passando a stabilire le singole responsabilità, è accertato che i primi sette accusati, Callegari, Castelnuovo, Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini, nonostante le contrarie affermazioni di essi, sono tutti anarchici e non tralasciarono mai sino agli ultimi giorni di far propaganda delle loro teorie sovversive.

Il Callegari e il Castelnuovo poi presero parte ai disordini di via Napo Torriani ed a Porta Venezia e devono quindi rispondere anche di ciò: quanto all'Invernizzi nessuna prova si è raccolta a suo carico e deve quindi essere prosciolto.

Ritenuto, per quanto riguarda gli accusati Chiesi, Federici, Lallici, Cermenati, Seneci e Zavattari, che tutti ammettono di essere di fede repubblicana, ma varie sono le responsabilità e non tutti sono responsabili.

Cermenati fu arrestato quale _reporter_ dell'_Italia del Popolo_ ed il Seneci quale amministratore dello stesso giornale.

È constatato che quest'ultimo non scrisse mai articoli di colore politico; solo si occupò della parte amministrativa e della _réclame_ e quindi nessuna ingerenza aveva nella redazione. Nulla dell'opera sua risulta incriminabile.

Il Cermenati nella sua qualità di redattore giudiziario e teatrale fu solo occasionalmente per deficienza di personale mandato dal direttore a Piacenza e Pavia per riferire sui fatti che là avvenivano e consta che non prese parte alcuna in quelle manifestazioni.

Nella stessa sua qualità fu pure in Milano dove avvennero disordini nella sera del 6 e nel mattino del 7 e l'unico fatto che gli si addebitava era quello di essere l'autore di due cartelle trovate nell'ufficio del giornale, ma una sola fu riconosciuta di suo carattere, quella cioè che descriveva fatti avvenuti con tinte meno fosche, e non incriminabili. D'altronde lo scritto di quella cartella non fu stampato, nè pubblicato.

Lo Zavattari, sebbene appartenga al Comitato repubblicano, non aveva altro incarico che quello della contabilità.

Da circa tre anni cessò da ogni agitazione e propaganda; nei giorni in cui avvennero i disordini fu sempre al suo posto alla Stazione centrale, consigliando la calma, mentre una sua parola avrebbe potuto far insorgere i facchini da lui dipendenti sui quali aveva molto ascendente. A carico quindi dei tre sunnominati non si riscontra reato.

Prescindendo ora dall'esaminare quanto il Chiesi ha potuto fare quale direttore dell'_Italia del Popolo_, esso, al pari del Federici, è di fede repubblicana.

Si volle che nel mattina del 7 maggio fosse sul corso Garibaldi a conferire con varie persone, ma questa circostanza non risultò sufficientemente provata.

Che aspirazione sua e del Federici fosse quella di giungere, anche con un moto rivoluzionario, all'instaurazione di un governo repubblicano, è facile ammetterlo, ma le risultanze della pubblica discussione non hanno posto in essere a loro carico alcun elemento sicuro dal quale desumere che essi in unione con altri concertassero e stabilissero con determinati mezzi di commettere il reato di cui agli art. 118, 120 Codice penale (fatto diretto a cambiare la forma di governo e a far sorgere in armi); nè questo elemento può ravvisarsi nella forse tentata, ma non avvenuta riunione di repubblicani e socialisti all'_Italia del Popolo_.

Il Chiesi e il Romussi, repubblicano il primo, radicale il secondo, negli articoli che da lungo tempo scrivevano sui loro giornali, attaccavano continuamente le istituzioni e le autorità, eccitavano all'odio di classe e con la lunga serie non interrotta di quegli articoli crearono l'ambiente dal quale scaturirono i recenti disordini: la loro opera, nella quale si mantennero sino alla soppressione dei loro giornali, costituisce il fatto materiale diretto a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio, come pur troppo avvenne, sebbene ciò non fosse in quel momento da essi desiderato e sia avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.

Escluso un previo concerto tra il Chiesi ed il Federici ed altri, questi non può essere chiamato a rispondere del reato di cui all'art. 134 Codice penale, in correlazione agli articoli 118 e 120, ma solo di istigazione a delinquere commessa mediante discorsi e pubbliche conferenze, nelle quali espresse concetti che tendevano a sconvolgere gli attuali ordinamenti politici, mantenendosi in questo stato di propaganda sino al suo arresto, come emerse dalle lettere a lui sequestrate, le quali rivelano che anche in quei giorni era atteso in altre città per conferenze repubblicane, e dal fatto ancora della sua presenza negli uffici di redazione dell'_Italia del Popolo_ nello scorso 7 maggio.

E dello stesso reato deve rispondere anche il prof. Lallici pel fatto della costituzione del Circolo Adriatico Orientale d'indole prettamente repubblicana e per discorsi in pubbliche riunioni.

Non regge l'eccezione pregiudiziale da lui sollevata d'essere egli pei fatti stessi colpito da un Decreto di sfratto, poichè un provvedimento di P. S. non può avere effetto di escludere la competenza del Tribunale a conoscere dei fatti stessi.

Ritenuto, per quanto riguarda l'Oppizio, che egli, designato quale pericoloso socialista, fu arrestato in mezzo ai tumulti e scrisse nella sera del 6 il suo testamento dal quale risulta che scendeva in piazza, e devesi quindi ritenere che abbia preso parte ai disordini di P. Venezia e d'altre località, cade quindi sotto le sanzioni degli art. 196, 247 Cod. penale.

Ritenuto in ordine a Lazzari, Gatti, Ghiglione, Valera, Valsecchi e signora Kuliscioff che tutti appartengono alla parte militante più attiva del socialismo, che tutti sono propagandisti e da molto tempo non hanno trascurato occasione di riunioni e conferenze per eccitare gli operai e, per parte della signora Kuliscioff, le operaie a premunirsi contro i loro padroni, eccitando l'odio di classe, preparando il terreno alla rivolta, continuando nell'opera loro fino a che la rivolta scoppiò e della quale devono quindi ritenersi in varia misura istigatori.

Quanto al Del Vecchio nessuna prova è sorta a suo carico e deve essere assolto.

Osservato per ultimo a riguardo di don Albertario che gli articoli del giornale da lui diretto gareggiavano cogli altri di violenza così da attaccare con sottile ironia la Monarchia e le istituzioni, seminando l'odio di classe fra contadini e padroni e fra le altre classi sociali e distogliendo buona parte del clero da quell'opera di pacificazione che per la sua missione sarebbe destinato a compiere, costituendo in tal modo un fomite alla rivolta anche con articoli violenti, quando questa era già scoppiata.

Ritenuto che da quanto sopra è detto, essendo accertato che causa unica dei torbidi avvenuti in questa città fu l'opera di propaganda e sobillazione fattasi nei modi sovra indicati dagli odierni accusati, i medesimi devono tutti essere giudicati da questo Tribunale di Guerra che, istituito per giudicare i rivoltosi, è competente a conoscere tutti i fatti anteriori alla proclamazione dello stato d'assedio, i quali abbiano correlazione coi disordini avvenuti ed abbiano ai medesimi dato causa in qualunque modo e con qualsiasi mezzo siano stati commessi.

PER QUESTI MOTIVI

dichiara colpevoli Chiesi Gustavo e Romussi Carlo del delitto di cui agli art. 64, 252 e 246 Codice penale.

Don Albertario Davide del delitto di cui agli art. 246, 247.

Callegari e Castelnuovo del delitto di cui agli art. 252 e 248, tenendo conto dell'età inferiore agli anni 18 pel Callegari ed inferiore ai 21 pel Castelnuovo, ammettendo per quest'ultimo le attenuanti.

Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini del delitto di cui all'art. 248.

Oppizio del delitto di cui agli art. 190 e 249.

Federici, Lallici, Lazzari, Valera, Valsecchi, Kuliscioff del delitto di cui agli art, 246 e 247.

Dichiara non costituire reato i fatti portati a carico di Zavattari, Seneci e Cermenati e non provata la reità di Invernizzi e Del Vecchio.

CONDANNA

Callegari Sante, anni 1 e 6 mesi di detenzione da scontarsi in una casa di correzione--Castelnuovo Umberto, anni 2 e mesi 1 di reclusione--Cerchiai Alessandro, anni 3 di reclusione e 3 di sorveglianza--Gabrielli Alfredo, 10 mesi di reclusione--Gruppiola Francesco, 1 anno di reclusione e 3 di sorveglianza--Baldini Domenico, anni 3 di reclusione--Fraschini Giuseppe, 1 anno di reclusione e 3 di sorveglianza--Chiesi Gustavo, direttore dell'_Italia del Popolo_, ad anni 6 di reclusione e 1 di sorveglianza--Federici avv. Bortolo, anni 1 di detenzione e L. 1000 di multa--Romussi avv. Carlo, direttore del _Secolo_, anni 4, mesi 2 di reclusione e anni 1 di sorveglianza--Lallici prof. Stefano, giorni 45 di detenzione e L. 50 di multa--Oppizio Angelo, anni 2 di reclusione e 2 anni di sorveglianza--Lazzari Costantino, anni 1 di detenzione e L. 300 di multa--Gatti Oreste, mesi 2 di detenzione e L. 50 di multa--Ghiglioni Achille, anni 1 di detenzione e L. 300 di multa--Valera Paolo, anni 1 e mesi 6 di detenzione e L. 500 di multa--Valsecchi Antonio, mesi 1 di detenzione e L. 50 di multa--Kuliscioff Anna, 2 anni di detenzione e L. 1000 di multa--Don Davide Albertario, direttore dell'_Osservatorio Cattolico_, 3 anni di detenzione e L. 1000 di multa.

ASSOLTI

Cermenati Ulisse--Del Vecchio Enrico--Invernizzi Pietro--Seneci Arnaldo--Zavattari Pietro.

__I giornalisti che assistevano ai processi.__

Foto: 1 Prof. Nicoletti, _stenografo_ 2 Tedeschi 3 L. L. Bevacqua 4 Avv. D. Archinti 5 Dott. Giuseppe Bolognesi 6 Italo Bianchi 7 Ing. Giovanni Biadene 8 Cav. Leopoldo Bignami 9 A. G. Bianchi.

I giornalisti non sono ammessi ai Tribunali militari che muniti della tessera, rilasciata dal Comando del terzo Corpo d'armata. Ne copio una per conservare il documento:

«_Milano, addì 22 maggio 1898._

«Si autorizza il signor Tal dei Tali ad assistere alle udienze del Tribunale di Guerra nei locali di S. Angelo e Castello Sforzesco, con facoltà di redigere i resoconti dei processi.

«Si avverte che il resoconto dei processi dovrà essere puramente oggettivo¹ e sarà presentato per il visto al R. Commissariato, via Brera 15.

¹ L'essere oggettivo non voleva dire niente. La cancellatura veniva fatta tutte le volte che l'Autorità lo credeva conveniente. Potrei citare gli episodi delle cancellature.

«Una copia del giornale nel quale sarà stampato il resoconto dovrà essere spedita al R. Commissariato.

«_Per il R. Commissario_ «IL COLONNELLO RAGNI.»