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Chapter 20

Chapter 203,662 wordsPublic domain

Callegari Sante, Castelnuovo Umberto, Cerchiai Alessandro, Gabrielli Alfiero e Gruppiola Francesco Giuseppe; pei delitti previsti dagli articoli 190, 248 e 252 del Codice penale per essersi associati in più di cinque persone onde commettere delitti contro l'ordine pubblico, le persone e le proprietà e per aver usato violenze contro gli agenti della forza armata commettendo altresì fatti diretti alla guerra civile.

Contro:

Baldini Domenico, Fraschini Giuseppe e Invernizzi Pietro; per il delitto previsto dall'articolo 248 per essersi associati in più di cinque persone onde commettere delitti contro l'ordine pubblico, le persone e le proprietà.

Contro:

Chiesi Gustavo, Federici Bortolo, Lallici Stefano, Cermenati Ulisse, Seneci Arnaldo e Romussi Carlo; pei delitti previsti dagli articoli 64, 77, 118, 120, 134, 246, 248, 252 Codice penale degli articoli 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894, N. 315, perchè allo scopo finale tra loro concertato e stabilito di mutare violentemente la costituzione dello Stato e la forma di Governo e far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i poteri dello Stato, si associarono fra loro ed altri, e coll'istituire e dirigere circoli, comitati, riunioni o leghe di resistenza con discorsi e conferenze pubbliche o private e con scritti pubblicati per mezzo della stampa, furono causa diretta ed immediata della insurrezione, e cooperarono così efficacemente con tali mezzi di istigazione alla guerra civile, ai saccheggi ed alle devastazioni che ebbero luogo in Milano nei giorni 6-7-8-9 maggio ultimo decorso.

Contro:

Oppizio Angelo, pei delitti previsti dagli articoli 190 e 247 del Codice penale, per aver usato violenza contro gli agenti della forza armata, ed incitato pubblicamente alla disobbedienza della legge ed all'odio fra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità.

Contro:

Zavattari Pietro Giuseppe, Lazzari Costantino, Gatti Oreste, Ghiglione Achille, Valera Paolo, Valsecchi Antonio, Del Vecchio Enrico e Kuliscioff Anna; pei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135 e 246 del Codice penale, per avere pubblicamente eccitato a commettere fatti diretti a mutare violentemente la costituzione dello Stato, la forma del Governo ed a far sorgere in armi gli abitanti del Regno contro i Poteri dello Stato.

Contro:

Albertario don Davide, pei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135, 246 e 247 del Cod. penale e 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894, N. 315, per avere specialmente per mezzo di iscritti pubblicati nell'_Osservatore Cattolico_ incitato all'odio fra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità, ed a commettere fatti diretti a mutare violentemente la costituzione dello Stato, la forma del Governo, ed a far sorgere in armi gli abitanti del Regno, contro i Poteri dello Stato.

Ordina quindi l'invio dei suddetti 24 accusati avanti il Tribunale Militare di Guerra sedente in Milano competente a giudicarli pei delitti loro rimproverati rispettivamente.

_Il Sostituto Avvocato Generale Militare in missione_ E. BACCI.

__Il secondo Atto d'accusa.__

Il Pubblico Ministero nella causa contro:

De Andreis Luigi, fu Giuseppe, d'anni 47, nato e domiciliato in Milano, ingegnere; Turati Filippo, fu Pietro, d'anni 39, nato a Canzo, domiciliato a Milano, avvocato; Morgari Oddino, fu Paolo, d'anni 33, nato a Torino, domiciliato a Roma, pubblicista;

Tutti e tre deputati al Parlamento Nazionale--detenuti ed imputati dei delitti previsti dagli articoli 134, 246, 247, 248, e 252 del Codice Penale;

Ritenuto che dalla istruita procedura risulta che fino dalla prima gioventù i tre imputati De Andreis, Turati e Morgari si dedicarono quasi interamente alla politica, e con la loro attività, energia ed intelligenza riuscirono ad acquistare grandissima influenza nei diversi partiti radicali nei quali militavano;

Infatti il De Andreis, repubblicano intransigente, rivoluzionario fino dal 1892, figurò sempre fra i capi e promotori di tutti i comitati e circoli repubblicani di Milano, ne fu delegato ai congressi, ed era uno dei cinque membri del Comitato centrale repubblicano italiano trasferito da Forlì a Milano, e talvolta ne tenne la presidenza; fondò poi in ogni porta della città di Milano un circolo repubblicano rionale. Oratore violento e demagagico nelle conferenze, nei comizi, nelle commemorazioni e dimostrazioni, spingeva le masse alla resistenza contro le autorità ed all'azione, che nel 31 gennaio ultimo in una commemorazione a Russi annunziava _più vicina di quanto potesse immaginare_; ed in altro discorso per le feste del 50.º anniversario dello Statuto al monumento di Garibaldi in Milano, disse fra le altre cose: «il popolo per ottenere le sue rivendicazioni ha due armi: il voto e la _carabina_».

Il Turati, fervente socialista, propugnò con attivissima propaganda le dottrine più avanzate del socialismo in Milano e nelle campagne, istituendo, anche nei più piccoli paesi, comitati e circoli; attrasse nell'orbita del partito la Lega ferroviaria, la Camera del lavoro con trenta società operaie e di mutuo soccorso confederate, ed altri sodalizi, falsandone la primitiva istituzione. Esso è l'autore dell'_Inno dei lavoratori_ divenuto il grido di guerra del partito; è direttore della _Critica Sociale_; nella quale rivista, detta scientifica, si trova per esempio una nota del seguente tenore: _come diavolo mai l'anno scorso venne in mente al Costa di appoggiare la proposta d'Imbriani per chiamare l'esercito non Regio, ma Nazionale? ma l'esercito è bene che si chiami regio come il lotto, come gli impiegati, come la questura, come tutto ciò che vi è di sudicio in Italia. Il Costa doveva invece proporre che fosse intitolato regio anche il debito pubblico._ (N. 9 del 1.º maggio 1898). È altresì da notarsi che in un articolo intitolato «_Il Domani_» contenuto nel N. 6 del 16 marzo 1896, parlandosi dei gravi moti avvenuti in diverse città d'Italia dopo la battaglia di Adua, si preconizzò fin d'allora che _Milano, la città cui son volti tutti gli sguardi, sarebbe stata l'arena della rivoluzione futura; e si previde che a Milano da 40 a 60 mila persone d'ogni età, d'ogni sesso si riversino senza intesa nelle vie, si addensino al centro, unite da un solo grido, da un solo entusiasmo, cui non manca se non chi sappia imprimergli direzione rapida e precida per vedere instaurato nel Comune un governo provvisorio locale repubblicano_.

Allo stesso Turati si devono l'organizzazione del partito e l'indirizzo datogli di odio di classe: illimitata è la influenza che esercitava specialmente sulle classi operaie, ed è indubbiamente a ritenersi l'anima e la mente del partito socialista rivoluzionario in Milano, del quale era il capo riconosciuto ed il rappresentante ufficiale nelle occasioni più solenni.

Il Morgari può dirsi fosse nella città e provincia di Torino quasi quello che il Turati era in Milano. Abile, instancabile conferenziere e propagandista, partecipò a tutte le manifestazioni della vita collettivisti del partito: organizzò riunioni, pubblicò programmi, circolari ed opuscoli e specialmente uno intitolato: _L'Arte della nostra propaganda_ che è un completo manuale da servire pei propagandisti, fondatori di circoli e gruppi socialisti.

Alla sua ferrea volontà si deve l'incremento dei socialismo rivoluzionario in Piemonte.

Che con tali mezzi di organizzazione e di propaganda i tre imputati, insieme e di concerto con altri capi rivoluzionari che si adoprarono nello stesso senso nelle altre provincie, riuscirono nei primi mesi dell'anno corrente a creare e mantenere in Italia, e specialmente in Milano, nei loro affigliati e nelle masse operaie, uno stato di continuo eccitamento e di tensione e lo spirito di rivolta, la quale quindi per opera loro era pronta a scoppiare ad un sol cenno, all'occasione propizia, ed anche per un accidente imprevisto.

Che sebbene repubblicani e socialisti siano discordi nelle teorie e nei principii, pure sono pienamente d'accordo nel voler cambiare la costituzione dello Stato e la forma del Governo, ed è questo lo scopo comune cui miravano i tre imputati e i loro associati con la propaganda e l'organizzazione dei partiti. Infatti lo stesso Morgari ebbe a dichiarare nelle sue commemorazioni e conferenze: _Essi, i socialisti, essere i veri repubblicani, giacchè vogliono la repubblica non come fine, ma come mezzo, che apre la via al fine di togliere, insieme al re, gli altri piccoli re di officina, di latifondi e di banche._

Che oltre a ciò in Milano risiedè fino dopo la sommossa il noto Pietro Gori, maestro e riorganizzatore degli anarchici, e sull'appoggio e concorso di costoro, sempre pronti al disordine, alla devastazione ed al saccheggio, potevasi sicuramente contare, tanto più che col Gori, e coll'Amilcare Cipriani (qui di passaggio nell'aprile ultimo decorso), e con gli altri anarchici, vivevano i socialisti in buon accordo, giacchè di costoro il Morgari dice: _non sono cattiva gente e lavorano essi pure per il bene della società; ma credono che l'uomo debba essere libero come l'uccello nell'aria, senza alcuna legge, nè autorità nè comando, e questo per molto tempo non sarà possibile._

Che inoltre i socialisti avevano sparse le loro malsane, ma abbaglianti teorie fra i ferrovieri e si erano concertati coi capi della Lega dei ferrovieri medesimi, onde mediante uno sciopero generale in occasione di una sommossa fosse ritardato od impedito il trasporto della truppa ed il richiamo delle classi in congedo.

Che infine anche oltre i confini dello Stato i capi dei partiti sovversivi tutti uniti e concordi avevano spinte le loro mene; ed infatti i loro associati predicavano il socialismo e l'anarchia agli operai italiani residenti in Svizzera, e con una attiva propaganda erano riusciti a tenerli pronti a scendere in Italia al momento opportuno per recare aiuto ai compagni rivoltosi.

Che intanto sulla fine dello scorso aprile a causa del disagio economico delle popolazioni, del quale i capi dei partiti non mancarono di approfittare, cominciarono moti e tumulti in alcuni paesi e città dell'Italia meridionale, e a traverso le Marche, le Romagne e la Toscana, proseguirono a Parma, Piacenza, Pavia e raggiunsero Milano, ove, per le circostanze e le condizioni già esposte, dovevano pur troppo avere il loro pieno sviluppo, e cangiarsi in aperta insurrezione.

Che infatti nelle ore pomeridiane del 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani gli operai dello Stabilimento Pirelli si dettero a tumultuare sotto vari pretesti e specialmente per l'arresto di un individuo che spargeva un manifesto socialista diretto: _ai Cittadini lavoratori_; e tali tumulti si cambiarono in rivolta e guerra civile con devastazioni e saccheggio nei successivi giorni 7, 8 e 9, nei quali le turbe--numerosissime di persone di ogni età e di ogni sesso--si riversarono nelle vie, innalzarono alle porte dei diversi rioni della città molte barricate, trassero dalle barricate medesime, dalle strade, dalle finestre e dai tetti contro la truppa e gli agenti della forza pubblica colpi di fuoco, sassi e tegole, con l'intento di addensarsi poi al centro unite da un solo grido, da un solo entusiasmo ed instaurare nel Comune un governo provvisorio locale repubblicano, come appunto aveva preconizzato il Turati nella _Critica Sociale_ fino dal 16 marzo 1896, e sarebbero riusciti nei loro disegni senza l'energia delle Autorità superiori militari, l'annegazione, il coraggio e la disciplina dell'Esercito.

Che le località, nelle quali nella sera del 6 maggio ebbero principio i disordini, fanno parte del Collegio di cui l'onorevole Turati è deputato, dove esso gode della massima influenza sopra i numerosi operai di quegli stabilimenti industriali; e dove nei giorni precedenti avevano tenute conferenze alcuni suoi intimi amici e compagni di fede, quali la Kuliscioff e il Dell'Avalle.

Che il manifesto: _Cittadini lavoratori_, sparso in quel primo giorno e causa dei primi disordini, e firmato: _I Socialisti milanesi_, ed in esso si parla _di rivolta della fame e della disperazione, alla quale il Governo del Re risponde coll'eccidio scellerato dei supplicanti pane e lavoro_, si parla del _militarismo piovra della nazione a servizio di alleanze e d'interessi dinastici, di privilegi odiosi_, ecc.--Si dice _che il Governo del Re ha_ _preparato quelle rivolte e le ha volute; sono opera sua. La responsabilità del sangue che essa versa in questi giorni ripiomba tutta sul suo capo_, e dopo altri periodi dello stesso genera termina: _Giorni gravi si appressano; è tempo che il popolo Italiano rifletta, ricordi ed alfine provveda a sè stesso. Il paese, salvi il paese!_ Or bene, si hanno gravi ragioni per ritenere che di quel manifesto sparso fra le masse in momento di sì grave commozione pubblica sia autore il _Turati_, il quale poi in ogni caso deve averlo ispirato e necessariamente conosciuto.

Che durante quei primi disordini il Turati, insieme all'altro capo e ben noto socialista _Dino Rondani_, ora latitante, si recò sul posto, si impose alle Autorità esigendo la liberazione dell'arrestato, ed arringò le turbe raccomandando apparentemente la calma e promettendo di unirsi e battersi insieme ad esse in un giorno più propizio.

Che nella mattina successiva lo stesso _Turati_ col _Rondani_ si trovò a Porta Venezia quando si innalzavano le barricate, ed infieriva maggiormente la lotta, e ad un bravo cittadino che a lui rivolgeva preghiera d'interporsi e far cessare un inutile eccidio, rispondeva cinicamente: _I cadaveri servono a qualche cosa: sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del popolo._

Che poco appresso esso ed il Rondani, sempre insieme, si diressero alla Stazione centrale ferroviaria, ed ivi introdottisi si trattennero a colloquio presso il deposito delle locomotive col noto socialista, pur latitante, Giuseppe Mantovani, conduttore ferroviario a riposo, segretario del Comitato esecutivo della Lega ferrovieri, il quale subito dopo lavorò a tutto uomo per determinare lo sciopero generale dei ferrovieri. Infatti nel giorno appresso furono diramate fra i ferrovieri medesimi due circolari che eccitavano allo sciopero;--nel dì 9 diversi macchinisti e fuochisti si rifiutarono a prestar servizio, e firmarono una dichiarazione diretta ad indurre i compagni allo stesso rifiuto; e soltanto per l'energia delle Autorità superiori e per il pronto accorrere della truppa, fu evitato lo sciopero, le cui conseguenze sarebbero state gravissime.

Che in una perquisizione eseguita nel 7 maggio negli uffici del giornale _L'Italia del Popolo_ fu trovato e sequestrato un biglietto da visita, in cui s'invitava il Turati e compagni socialisti ad una riunione coi repubblicani per quel giorno, e sebbene la riunione non avesse più luogo, pure rimane il fatto a dimostrare il buon accordo fra i repubblicani e socialisti.

Che nella stessa sera del 7 maggio i capi dei diversi partiti sovversivi di Milano in numero di circa 20 si riunirono in casa del dott. Ceretti Vittorio, ora latitante, e da una di lui lettera-testamento ivi rinvenuta si arguisce in modo sicuro la deliberazione presa di proseguire nell'insurrezione, che infatti divenne sempre più fiera nei giorni successivi.

Che nel giorno 8 maggio il Rondani, il fido compagno del Turati, si recò in Svizzera; ed a Brissago, Locarno, Bellinzona e Lugano cercò riunire, formare in bande e dirigere al confine i numerosi operai italiani per accorrere a Milano in aiuto degli insorti.

Ed anche successivamente costui insieme agli altri fuorusciti ha colà raddoppiato nella propaganda e nello spirito settario, collaborando nella redazione dei giornali _L'Italia Nuova_ ed _Il Socialista_, scrivendo od ispirando articoli della maggiore violenza contro lo Stato italiano, le Autorità e L'Esercito.

Che l'imputato Oddino Mogari nel dì 9 maggio da Torino si diresse a Milano, ove, dopo lasciata la ferrovia a Magenta, si introdusse in modo guardingo e misterioso; vi si trattenne il giorno 10, e nel dì 11 giunse a Lugano e col Rodani dette opera ad organizzare le bande che già si dirigevano al confine; ma poi, al sopraggiungere della truppa, egli si allontanò recandosi a Roma, ove fu arrestato nel 14 maggio e fu trovato possessore di L. 1740,05. Egli deve pure rispondere avanti il Tribunale di Biella di eccitamento all'odio di classe, pel quale delitto la Camera dei Deputati autorizzò il provedimento in seduta del 14 marzo ultimo decorso.

Che infine l'imputato De Andreis è uno dei principali ed assidui redattori dell'_Italia del Popolo_, giornale che ebbe sempre di mira scalzare il principio di autorità e suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le istituzioni, ed i di cui articoli divennero ancor più violenti negli ultimi tempi. Basta infatti leggere tutto il numero dal 7 all'8 maggio e specialmente l'articolo intitolato «_Ne erano assetati_» ove, narrandosi i fatti avvenuti nel 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi tutte dirette a maggiormente eccitare in quei dolorosi momenti gli animi della popolazione, si legge: _In tutta la giornata i tutori dell'Ordine non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, si intende._

Che nel giorno 7 maggio il De Andreis si recò più volte negli uffici di quel giornale; vi portò, per essere pubblicati, episodii svoltisi a Porta Venezia, esagerandoli e falsandoli; ed ivi intervenne chiamato ad una riunione di amici repubblicani.

Che il De Andreis si trovò a Parma, Piacenza e Pavia, nei giorni in cui si verificarono disordini in quelle città. Nella mattina del 7 maggio era alle barricate di Porta Venezia in Milano, quando più fiera ferveva la lotta fra gli insorti e la truppa: vi ritornò nelle ore pomeridiane; e al tenente Petella che lo scongiurava ad interporsi per ottenere la calma, rispose in tono quasi di sfida: «_Tenente, ormai è tardi, vi è sangue._» Inoltre, tanto nella mattina quanto nelle prime ore pomeridiane del 7 fu veduto a piedi ed in carrozza in corso Garibaldi parlare con diverse persone estranee a quel quartiere, mentre appunto vi si stavano costruendo le barricate; e finalmente nelle ore pomeridiane dello stesso giorno fu arrestato negli uffici dell'_Italia del Popolo_.

Considerando che dietro le risultanze sopra indicate gli imputati De Andreis, Turati e Morgari sono incorsi nei delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale.

Considerato che la Camera dei Deputati nella seduta del 9 luglio corrente ha accordata l'autorizzazione a procedere contro di essi.

Considerato che in forza dei Bandi pubblicati dal Regio Commissario Straordinario di Milano in virtù dei pieni poteri accordatigli col Regio Decreto 7 maggio 1898 spetta a questo Tribunale Militare di Guerra la competenza a giudicarli,

PER QUESTI MOTIVI

Visto l'articolo 544 del Codice penale per l'Esercito, pronunzia l'accusa contro i deputati De Andreis Luigi, Turati Filippo e Morgari Oddino per i delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale comune,--perchè col mezzo di opuscoli, discorsi e conferenze, col mezzo dell'istituzione di circoli, comitati, riunioni e leghe di resistenza, ed allo scopo concertato e stabilito fra essi ed altri capi ora latitanti di partiti sovversivi di mutare violentemente la costituzione dello Stato e la forma di Governo, riuscirono a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio nella città di Milano nei giorni 6, 7, 8, e 9 maggio ora decorso, cooperando anche immediatamente e direttamente all'azione, e procurando di recarvi assistenza ed aiuto.

Ordina quindi l'invio di essi accusati avanti questo Tribunale di guerra competente a giudicarli.

_Milano, addì 17 luglio 1898._

_Il Sostituto Avvocato Generale Militare in missione_ E. BACCI.

__La sentenza contro i deputati.¹__

¹ Tolgo questa e la successiva sentenza dai _Tribunali_ di Enrico Valdata--il giornale che, nel periodo del Bava Beccaris, fu, compatibilmente col momento, il più indipendente ed audace.

In nome di S. M. Umberto I, per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d'Italia. Il Tribunale Militare Territoriale di Milano, funzionante da Tribunale di Guerra, ha pronunciato la seguente sentenza nella causa, contro De Andreis Luigi, fu Giuseppe, di anni 47, nato e domiciliato in Milano, ingegnere; Turati Filippo, fu Pietro, d'anni 39, nato a Canzo, domiciliato a Milano, avvocato; Morgari Oddino, fu Paolo, di anni 33, nato a Torino, domiciliato a Roma, pubblicista.

Tutti e tre Deputati al Parlamento Nazionale, detenuti ed imputati dei delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale, perchè col mezzo di opuscoli, discorsi e conferenze, col mezzo dell'istituzione di circoli, comitati, riunioni e leghe di resistenza, ed allo scopo concertato e stabilito tra essi ed altri capi ora latitanti di partiti sovversivi di mutare violentemente la costituzione dello Stato e la forma di Governo, riuscirono a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio nella città di Milano nei giorni 6, 7, 8 e 9 maggio ora decorso, cooperando anche immediatamente e direttamente all'azione, e procurando di recarvi assistenza ed aiuto.

Ritenuto in fatto come emerse, al pubblico dibattimento dalla lettura dei documenti, dalle deposizioni dei testimoni e dalle dichiarazioni degli accusati;

Che sui primi dello scorso mese di maggio, in seguito alle agitazioni manifestatesi in varie parti del regno, e sopratutto pei tumulti di Pavia, nei quali ebbe a soccombere lo studente Mussi, i vari partiti politici sovversivi di Milano si trovavano in uno stato di fermento, e bastava una causa qualsiasi per farli scoppiare in aperta rivolta. Qui, ove il rincaro del pane non poteva essere causa sufficiente, la spinta fu data da un manifesto diretto ai lavoratori italiani, nel quale si leggono frasi eccitanti alla ribellione e che stampato nel giorno 5 maggio fu divulgato nel pomeriggio del giorno 6 successivo nelle località di Ponte Seveso e Napo Torriani, ove maggiore è il numero degli operai addetti ai vari stabilimenti industriali colà esistenti.

Che quel manifesto essendo stato colpito da sequestro della Procura Generale, fu eseguito l'arresto d'uno degli spacciatori, ma alcuni operai cominciarono subito a tumultuare ed astenersi dal lavoro, reclamando la liberazione dell'arrestato.

Che informato di quanto avveniva in quella località, l'accusato Turati vi si recò subito coll'ora condannato in contumacia Dino Rondani e parlando agli operai promise d'intromettersi presso le autorità onde l'arrestato fosse posto in libertà, e raccomandando loro di rimanere tranquilli, disse che quello non era il momento opportuno per scendere in piazza, che quel momento lo dovevano scegliere loro, e non la questura, e che quando quel momento fosse venuto egli sarebbe stato con loro, a fare le fucilate.

Che il Turati recatosi dal Questore, dal Procuratore del Re ed alla Prefettura, ripetè con parole certo meno accentuate lo stesso concetto, ed ottenne la liberazione dell'arrestato, la quale fu concessa nella speranza di evitare mali maggiori. Recatosi nuovamente il Turati dagli operai rese conto della sua missione e si allontanò.

Che poco dopo, in una via adiacente, mentre le guardie rientravano alla loro caserma, furono accolte da una fitta sassaiola, ed intervenuta la truppa fu necessario far uso delle armi. Una guardia di P. S. venne uccisa da un colpo di revolver partito dai tumultuanti; rimase pure morto un operaio e vi furono diversi feriti.

I tumulti cominciati nella sera ebbero disgraziatamente seguito nel mattino del 7; gli operai, parte volontari e parte costretti dai compagni, disertarono gli stabilimenti, la rivolta si propagò in varie parti della città, sorsero barricate, furono saccheggiati palazzi e negozi, ed in quel giorno e nei successivi 8 e 9 la truppa si trovò sempre di fronte ai rivoltosi, dovette far uso delle armi e vi furono morti e feriti.