Dal cellulare a Finalborgo

Chapter 2

Chapter 23,949 wordsPublic domain

I carrettoni chiusi scompigliavano e buttavano manate di nero sulla tela lugubre che s'allargava a ogni minuto. I traballamenti delle ruote andavano sul cuore della moltitudine come fitte che si sprofondavano nelle ferite palpitanti e sollevavano in tutti il vespaio delle supposizioni. A ogni sussulto si correva involontariamente col pensiero nelle cellette del veicolo che accarezzavano l'arrestato come la guaina accarezza la lama, a palpeggiare gli incassati come se si avesse avuto paura che si fossero rotta la testa o stessero in lotta coll'ultimo alito di vita. Chi saranno? E l'interrogazione faceva rabbrividire. Forse saranno dei ladruncoli o dei rivoluzionari o degli innocenti usciti dalle braccia della famiglia, rimasta in casa a piangere la loro sciagura! E i veicoli della tortura scomparivano e lasciavano le donne più avvilite di prima.

Questa campana! Si aspettava la campana del soccorso, la campana che doveva far dimenticare ai cellularizzati la smisurata intelligenza malvagia degli uomini, degli uomini che hanno per idealità il male, la campana che consolava lo stomaco di chi mangiava poco e male. Fate presto, in nome del Signore. Spalancate il cancello, prendetevi la corba delle vivande divenute fredde lungo la strada, divenute immangiabili aspettando qui sul selciato due ore, tutto un secolo. Siate buoni, siate caritatevoli con le povere donne trambasciate!

Il convoglio degli arrestati che veniva verso il Cellulare a piedi suscitava in ogni seno un orrore indicibile. Non poche donne erano state obbligate a chiudere gli occhi come quando si riceve un'ondata di luce in pieno viso. Era una banda che falciava gli ideali di redenzione più modesti. Sfilavano appaiati ai polsi come individui usciti da un porcaio o da un sotterraneo, con le ragnatele sulle spalle, con l'umidore nella gonfiezza sotto gli occhi, con i capelli irrigiditi in una zuffa spaventosa. Erano laidi, stracciati, dilaniati dai patimenti. Circondati dai questurini, dai carabinieri e dai soldati, il loro volto assumeva il colore acceso degli aggressori di strada che stramazzano i viandanti a coltellate. Alcuni, con gli abiti che non avevano perduta tutta l'eleganza e con la faccia cadaverica fino alla fronte, davano l'idea degli insorti còlti sulle barricate colle mani odoranti la polvere.

Altri, a piedi nudi, coi gomiti all'aria come le ginocchia, traducevano la loro vita grama di poveracci che basivano sul marciapiede e stendevano la mano ai passanti.

Le donne si lasciavano commuovere. Alcune singhiozzavano e dicevano che era meglio morire che vedersi trattati come birbaccioni che avevano fatto del male. Altre si mordevano le labbra e si scricchiolavano le dita per reprimere la sensazione che dava loro stille di sudore e faceva loro pulsare le tempie dal disgusto e dalla furia.

Non mancavano più che cinque minuti. La calca piegava verso l'entrata.

La prima fila, spinta dai nuovi venuti che si cercavano un posto al centro tra le proteste generali, andava più di una volta sul cordone militare che non si rompeva.

La ragazzaglia aveva dimenticato la tensione dell'angoscia generale e si era abbandonata al chiasso, e le donne, le più attempate, che si straccavano a stare in piedi, mormoravano con la voce piagnolosa.

Proprio, non si aveva pietà per le donne dei poveri prigionieri. Con tanta gente che soffre e con tanti soccorsi, la direzione non s'era commossa. Continuava a ricevere alla stessa ora, nelle stesse ore, come se nulla fosse avvenuto di straordinario. Inzuccherate il veleno, o signori! Ci farete penare meno, ci farete! Non ci voleva un gran giudizio per capire che bisognava far porta un po' prima. Pazienza! pazienza! pazienza! Sì, pazienza se si avesse avuto il buon senso di mettere alla porta un cristiano che non strapazzasse tutti come tanti servitori! Ma no! Ci avevano lasciato quell'anticristo di vecchio sciancato che aveva l'anima nera con le povere donne.

Tutte le volte che si doveva passare sotto un volpone di quella fatta ingrossava il cuore davvero. Era un secondino ripugnante, col collo che si gonfiava come quello del serpente quando va in collera, con la faccia ridotta a una grossa cipolla ammaccata. Bastava spremerla per vederla colare di marcia. Dio non poteva dare del bene a questi mostri verdi come la bile. Respingeva la gente dilatando la gola e dicendo parole che facevano andare il sangue in acqua. Pazienza. Si era nelle sue mani e non c'era che dire.

Anche quegli altri del soccorso erano buone lane. Non sapevano dove stava di casa la buona maniera. Bastava non aprir bene il canestro o avere dimenticato di fare la lista come volevano loro per vederli dar fuori come vipere.

--L'ultima volta m'hanno mandata a casa la figlia tutta piangente. Era uscita dalla coda per isbaglio. Si sa, una povera tosa non può sapere i regolamenti. L'hanno mandata in fila con un codazzo di rimproveri come se fosse stata la loro figliuola! Porconi! Non hanno creanza, non hanno. Ci vorrebbe.... Lo so ben io cosa ci vorrebbe. Acqua in bocca, che i tempi sono tristi.

--A me mi è toccato di peggio. Mi hanno lasciato il mio Alberto per ultimo perchè non aveva la lista scritta. Noi, povera gente, non si ha tempo di scrivere. Loro hanno un bel dire. Vorrei vederli al nostro posto. La ragione volete che ve la dica io? Hanno la bocca larga come quella dei coccodrilli e i denti in gola. Quella è la ragione. Ma i miei denari li mangio io. Sissignori, li mangio io. C'è già troppo da fare colle disgrazie che ci manda il Signore, per avere da pensare a queste sanguisughe che ci beverebbero tutto il sangue in una volta!

--Se ci fossero delle persone con due dita di testa ci lascierebbero entrare senza farci fare anticamera e senza buttar all'aria i cesti come se fosse roba rubata. Tirano fuori tutto, mettono le mani in tutto, cacciano il risotto nel salame, la torta nello stufato, le ciliege nell'insalata e l'arrosto nella minestra. Ci vuole dello stomaco a mangiare il soccorso.

--Non ditelo a me, per amor del cielo, che ho veduto quello che voialtri forse non avete veduto. Ho veduto al di là del terzo cancello come si trattano i cesti. Non ne avete idea. Non ci sarebbe che la morte che potrebbe farmi dimenticare il disgusto che ho provato in quella mattina che ho assistito a tanto scempio. Credetelo, in certi luoghi si ha più considerazione per i torsoli che si gettano ai maiali. Vuotavano i canestri come se fossero stati sacchi di patate. Rovesciavano sul tavolo tazzine, piatti, scodelle, tegami, stoviglie, senza badare se il condimento dell'insalata andava sul minestrone o se la marmellata si versava sull'arrosto. Erano sgarbati che facevano venire la rabbia. Ma quando si ha bisogno di loro, bisogna tacere. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandata. Con lo stesso coltellaccio facevano tutto. Assaggiavano, tagliavano, mettevano sottosopra. Con lo stesso coltello infarinato e impiastricciato di intingoli affettavano le pera, rivoltavano la minestra e il risotto, dimezzavano il pane, facevano in due i limoni, sparavano i polli, dividevano lo stracotto, mettendosi in bocca ora una fetta di coratella, ora una striscia di anitra, tra le risate che facevano male. Riducevano le torte e i pasticci, fatti in casa chissà con quanti sacrifici, in una condizione compassionevole. Siate poveri diavoli e vedrete come è dura la vita. Voi state a casa a darvi del male per mettere assieme un pranzetto come si deve, per il povero diavolo che avete in prigione, correte come una disperata o prendete l'omnibus per farglielo mangiare caldo, e poi vedete che tutto va alla malora, che tutto diventa freddo, che tutto si mescola, le cose giulebbate con la carne arrostita nel brodo succoso e la cipollata col fegato nel piatto delle fragole o dei lamponi grossi come le more. Portate le uova fresche per tirar su lo stomaco a chi ne ha tanto bisogno e poi venite a sapere che gli sono arrivate in cella sfracellate, coi tuorli dispersi per le vivande. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandata! Ah sì, non credevo che si potesse penare tanto a questo mondo! Si fa di tutto per risparmiare i soldi per un cartoccio di tabacco e al colloquio vi si dice che non avete cuore di lasciare il vostro uomo senza una pipata per passare il tempo che non passa mai!

--I sigari o il tabacco, pazienza. Se non si fuma, non si crepa. A me è andato perduto il cesto, una volta dopo l'altra, per due o tre giorni. Se non ci fosse stata una buona guardia, mio marito sarebbe morto consunto di fame. Con una pagnotta di regalo ha potuto tirar innanzi e scrivermi per domandarmi se ero morta, se l'avevo dimenticato. È stato un vero crepacuore. Gli avevo mandato un pranzo da far risuscitare i morti, un cesto pieno di grazia di Dio, e lui, povero diavolo, era rimasto in cella a straziare il mio nome onorato con delle ingiurie che non meritavo. Avete ragione voi, Antonia. È una grande punizione questa che Dio ci ha mandato!

Finalmente! I primi rintocchi rovesciarono la folla verso il banco delle guardie. La gente sgomitava, si sbuttonava, si riversava tenendo in alto i canestri, protendendo le borse e i fagotti, pregando di accettare la corba e supplicando gli agenti a essere buoni, che erano lì da un pezzo con la roba gelata.

Le guardie non avevano tempo da ascoltare storie. Prima della una dovevano verificare circa mille soccorsi. Prendevano quelli che capitavano loro alle mani, senza guardare e senza commuoversi. Chi non rispondeva sollecitamente alle domande, veniva lasciato col pranzo in mano. Ogni donna era obbligata a dire, in fretta e in furia, nome e cognome del detenuto, il numero della cella, se il padre e la madre erano morti o vivi.

--Cella 89, Giuseppe Agesilao, del fu Pietro e della vivente Teresa Baragni.

--Avete fatta la lista?

E il braccio di chi non poteva farla vedere, veniva scansato e buttato dall'altra parte.

Alla una pomeridiana, le donne giunte tardi o rimaste tra quelle che non avevano potuto consegnare i fagotti, piangevano dirottamente.

La campana aveva chiusa la consegna e la campana non aveva budella.

Era un grande dolore rifare la strada con il mangiare, dopo aver fatto tanta fatica e avere speso tutto quello che c'era in casa per consolare i poveri cristi in prigione.

--Aveva ragione Antonia di dire che era una grande punizione questa che Dio ci aveva mandato!

__Il diario di un mese di Cellulare.__

La mia cella è una fornace. Ho il sole sulla muraglia esterna dal sorgere al tramonto del sole. Subisco una trasudazione che mi snerva. Preferisco però l'isolamento alla compagnia della stanza intermedia. Coi miei compagni sarei divenuto uno scemoide. A poco a poco il loro linguaggio antintellettuale e trivialmente sbracato sarebbe divenuto il mio. In otto giorni mi ero già abituato a passeggiare sull'ammattonato fracido dei loro sputacchiamenti.

Gli _habitués_ del carcere manifestano ogni giorno, alle finestre, i loro rancori contro i cosidetti rivoluzionari. La polizia ne ha fatte delle retate e l'autorità carceraria ha dovuto affollarli nelle celle. Ci accusano di essere gli autori delle loro disgrazie. Dicono che i giudici, in conseguenza dei tumulti, sono diventati eccessivamente severi. Coloro che in tempi ordinarii se la sarebbero cavata con delle settimane o dei mesi, ritornano al Cellulare con degli anni di lavori forzati e di sorveglianza.

--La sorveglianza--disse uno di loro--conduce al _domino_ (domicilio coatto).

Il capoguardia è uno sbilucione con tanto di pancia. In questo momento è impossibile dire se egli sia un burbero con del cuore o se sia in lui l'anima dell'aguzzino. Perchè il personale di custodia è come invaso dalla paura di riuscire mite. Parla a monosillabi, ha una voce che sente del carceriere e preferisce dire di no ai detenuti che gli domandano qualche cosa. Ieri, dopo tanta insistenza, ho ottenuto il permesso di tagliarmi le unghie vellutate e lunghe. Ma ho dovuto tagliarmele alla presenza di questo omaccione che rintuzza ogni desiderio col regolamento. Il suo ufficio è un bugigattolo in faccia all'ufficio di matricola. È in esso che ho avuto il primo colloquio. Il capo metteva la sua faccia tra la mia e quella del mio amico. Ci teneva addosso gli occhi semichiusi e ci interrompeva tutte le volte che tentavamo di parlare degli avvenimenti e di scambiarci notizie che sapevano tutti.

Gli ho ridomandato una cella a pagamento per avere il chiaro alla sera, la materassa sulla branda e un tavolino con la scranna.

--Ce ne sarebbero così delle persone che vorrebbero questi comodi! Abbiamo faticato a trasformare una cella a pagamento per don Davide Albertario, venuto qui il 24. Con un prete non potevamo fare diversamente. Con le guardie occupatissime siamo anzi obbligati a mandarlo al passeggio solo per impedire che qualche mascalzone lo insulti. Si sa, il Cellulare non è un collegio.

È suonata la campana che annuncia la distribuzione del pane. I prigionieri la chiamano la «voce di Dio». È un minuto di raccoglimento. Le finestre diventano quelle di un edificio disabitato. Non si sente più un'anima. I detenuti sono all'uscio ad aspettare che si apra l'usciuolo con la parola che li invade di piacere: «Pane»! Il distributore che è uno scopino la ripete a ogni pagnotta che passa per il buco. Lo ricevo anch'io, ma lo passo, _colombando_, al delinquente vicino alla mia cella che ha sempre fame. È un ragazzo di diciassette anni, scolorato come un onanista, e già recidivo. L'ultimo furto lo ha consumato nello studio del capomastro suo padrone. Egli si aspetta il dibattimento di giorno in giorno.

La vita carceraria è fatta per imbestiare le persone più buone e più altamente educate. Dall'oggi all'indomani si passa dal finimento da tavola alla scodella di terraglia del cane dell'accattone orbo. Non c'è più biancheria, non ci sono più posate, non ci sono più cristalli, non ci sono più tondi, più tondini, più fruttiere, più portampolle, più insalatiere, più portastecchi. Non c'è più che il maiale con un pezzaccio di legno scavato malamente in fondo.

Come, o signori, ma io sono un inquisito, sono una persona che deve essere creduta innocente fino all'ultima parola della Cassazione, e voi mi punite mettendomi in mano uno scopino disfatto e laido perchè mi scopi la cella, e voi mi obbligate, con le mie mani abituate ai guanti, a portare fuori e dentro la mia tana il vasone da notte come un latrinaio qualunque! No, accidenti, no, mi ribello! capite, mi ribello! Voi non siete autorizzati a punirmi. Voi dovete rispettare in me il cittadino anche se fossi uno squartadonne.

Ho perduto. Mi è toccato proprio scopare e mettere fuori le porcherie con le mie mani. La guardia al mio no! di stamane se n'è andata chiudendomi l'uscio sui piedi. Ella mi avrebbe fatto marcire nella puzza e nel sudiciume. Potevo ringraziare Dio--diceva--che non mi aveva fatto rapporto. I superiori mi avrebbero convinto che avevo torto, con dei giorni di pane e acqua.

Sia fatta la volontà degli altri. Ma se divento io direttore generale delle carceri!...

Noiosi! gente noiosa! Sono entrati per la seconda volta i battitori e mi hanno stordito. Battono i ferri delle finestre con un gusto e con dei finali che spaccano la testa. Tirlic-tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac! Tirlic, tirlac, tirlic-tirlac, tirlac, tirlac, tirlac, tirlac, tirlac, lac, lac, lac, lac, lac!

Di che cosa avete paura? Come è possibile che io possa segare o schiantare i bastoni di ferro se mi avete fatto svestire e se vi siete assicurati che non è a mia disposizione neppure un chiodo? Se le vostre guardie non sono corrotte, voi potete smettere di sciupare il tempo e il personale per rintronarmi le orecchie!

Mi è rimasto in mano il manico del chiccherotto e la terraglia è andata in frantumi. È come se avessi rotto un caraffa di cristallo finissimo. C'è tutto il Cellulare sottosopra.

Il secondino di servizio guardò i cocci con aria di sospetto, fece un'annotazione e richiuse l'uscio. Rividi lo stesso agente con un sottocapo, il quale entrò a dare un'occhiatina ai frantumi.

--Come avete fatto a romperla?

--Cadde. Me ne faccia dare un'altra a mie spese.

--Uhm!

Stamattina sono stato chiamato ad «udienza». Tra le sette e le otto il direttore viene al centro della carcere, va in una stanza che partecipa della rotonda lambita dagli esagoni e dà «udienza».

Coloro che si sono fatti iscrivere e coloro che sono stati iscritti a loro insaputa, escono dalla cella al suono della campana che chiama a «udienza», discendono e si fermano sulla punta del raggio, dove aspettano che Minosse vada in sedia.

È una mezz'ora che l'ho veduto.

Il direttore era seduto a un tavolo di cucina, con la faccia sullo sfogliazzo e le braccia sul tavolo come pesi in riposo. Con una mano faceva dei segni rossi in margine al nome e con l'altra andava alla ricerca della pagina.

--Come avete fatto a romperla?

--Mi restò il manico in mano.

Mi entrò negli occhi come per precipitarsi negli abissi della mia coscienza e risalirne con la bugia in mano.

--Andate! mi disse.

Ho saputo dopo che ero stato condannato a pagarla. Non sono i venti o i trenta centesimi che mi fanno sprecare l'inchiostro. Ma io domando se è giustizia di farmi pagare un chiccherotto che mi si è dato slabbrato e pieno di crepe e che aveva servito a chi sa quanti detenuti. Vi pare, o signor direttore, è giusto che un poveraccio sconti col digiuno un avvenimento che può avvenire a voi, alle vostre figlie, alla vostra signora, alla vostra serva, a tutti coloro che bevono?

Mi tocca proprio dare dell'animale all'avvocato Guglielmo Gambarotta. È qui nel mio raggio, sullo stesso piano, ha la cella piena di volumi, mi ha lasciato supporre che mi avrebbe fatto fare un'indigestione di libri e poi mi tiene qui a penare e ad aspettarli ad ogni piede che passa! Che la guardia non abbia voluto prenderli? Ma e la «colomba», non ha ancora imparato a «colombare»?

Non ho ancora finito di scrivere l'interrogazione che sono stato chiamato alla spia da una voce sconosciuta.

--L'avvocato Gambarotta è uscito. Lo saluta.

--Chi siete?

Nessuna risposta. La sua uscita mi lasciò fantasticare. Che si sia incominciata la scarcerazione degli innocenti?

Il passeggio è monotono. È come un'altra cella scoperchiata. Il gruppo dei passeggi è di venti raggi che fanno capo a una rotonda di mattoni, circondata di pietre, sull'alto della quale è la guardia seduta che sorveglia i detenuti. In direzione opposta i raggi si slargano fino a far posto a una filata di otto uomini, l'uno al gomito dell'altro. Il cancello dalla parte più larga del passeggio ha un lastrone di ferro che impedisce di vedere il viso di chi passa. I muri divisori sono alti quattro metri, così che i passeggiatori di un passeggio non possono vedere, nè capire quello che dicono, i passeggiatori di un altro.

In venti raggi passeggiano dagli ottanta ai cento individui. Una volta che i raggi sono popolati, la guardia discende la scaletta che conduce alla sua altura con una manata di fidibus, li accende e li distribuisce, di raggio in raggio, ai fumatori.

--Fuoco!

Chiusi tra queste pareti vi accorgete subito che il detenuto che possegga un pezzo di matita lascia traccia della sua passeggiata, quantunque sia proibitissimo insudiciare o scrivere sui muri. In questi segni grafici io non vedo nè il grafomane, nè il delinquente. Vedo semplicemente l'individuo che dice sul muro quello che non può dire su un pezzetto di carta. Supponete che un condannato di ieri possa credere che i suoi amici, oggi o domani, passeranno per lo stesso passeggio. Non esiterà un minuto a scrivere: «Amici, salute. Condannato a 14 anni e otto mesi. Uscirò il 1913. Coraggio! Salutatemi la Nina. Addio.»

Si è detto che la muraglia è il libro della canaglia, perchè vi si leggono ideacce che non possono nascere nel cervello dei galantuomini. È dubbio. Io vorrei vedere costoro per qualche mese o qualche anno nello stesso ambiente. A nessuno di noi, liberi, viene in mente di scarabocchiare sui muri i «morte ai _boia_!» State in prigione e vi vedrete un giorno o l'altro trascinati a manifestare il vostro odio contro la spia che vi avrà denunciato, o al giudice per salvarsi, o alla guardia per ingraziarsela, o al direttore per ottenere qualche favore. Le stesse guardie carcerarie, le quali sovente sono vittime dello spionaggio, partecipano di questo sentimento che erompe e trova il suo sfogo sulle muraglie delle casematte, degli ergastoli, dei bagni di tutto il mondo. In Francia i delatori sono perseguitati sulle muraglie come in Italia.

--«Mort aux _vaches_!»

Ci è toccata la prima ora di passeggio. Si esce volentieri alla mattina, specialmente quando si ha avuto una notte fosforescente come quella passata. Non sarebbe mancata che l'imprudenza di un solfanello per metterci in mezzo alle fiamme. I miei compagni sono quelli di ieri.

Passeggiavano col piacere delle persone che godono mezzo mondo a sentirsi in mezzo all'aria fresca. Il detenuto che ha i capelli ritti come setole piantate nella testa, spingeva innanzi la faccia per sentirsela alitare sugli occhi. Andavamo in su e in giù fumacchiando e sparlando della direzione.

Un compagno ci raccontava che in un libro, che gli aveva prestato il cappellano, era detto che al bagno di Tolone i forzati avevano due arie di un'ora ciascuna. Qui invece ci si lesina anche quella poca ora regolamentare.

Col sistema della direzione che ci conta l'ora dal primo tocco della campana d'uscita al primo tocco della campana d'entrata, il prigioniero del Cellulare non sta mai a passeggio più di cinquanta minuti. Non c'è errore e ve lo dimostro. Siamo in un raggio di cento persone. Ci sono due o tre guardie di servizio. Le celle non si possono spalancare che tirando indietro il catenaccio. Mettete quattro o sei mani ad aprirle tutte, e poi ditemi se gli ultimi non devono uscire otto o dieci minuti dopo. La rientrata ha gli stessi inconvenienti. Perchè i primi a uscire sono anche i primi a rientrare. Il regolamento non è oscuro. Dice chiaro e tondo che ci si deve, nei giorni feriali, «almeno un'ora» e maggior tempo «alla domenica». Invece alla domenica ci si rubano degli altri minuti. Nei giorni domenicali non si sta mai a passeggio più di tre quarti d'ora. La ragione è che si aumentano i servizi con lo stesso personale di sorveglianza. È facile capire perchè non si protesta. Prima di tutto non è possibile trovarsi d'accordo in un carcere che ha tanti detenuti che vanno e vengono in un giorno. Poi si farebbe del male alle guardie che stanno più male di noi che abbiamo svaligiato o assassinato qualcuno. Hanno un servizio di diciassette o diciotto ore sulle ventiquattro e pagano, con le trattenute sullo stipendio ridevole, i pisolini notturni, e le mancanze che fuori di questo luogo farebbero storcere le budella dalle risa.

La barba lunga mi ha sempre fatto schifo. Al largo me la faccio radere una volta al giorno. In questo periodo di Bava Beccaris ho dovuto lasciarmela crescere quattordici giorni. I peli mi pungevano come tante pagliuzze.

Adesso sono sbarbato e non mi pento. Ma vi so dire che ho passato un brutto momento. È entrato nella mia cella un uomo che mi pareva avesse gli occhi lucidi del bevitore. Il suo alito puzzava di grappa e le maniche della sua giacca sucida erano lastricate del pattume del mestiere. A ogni movimento sputava in terra la saliva negra della cicca che egli rivolgeva come un boccone sotto i denti. Mi ha messo al collo uno straccio sporco come un cencio di cucina. Gli aveva servito per sbarbare un raggio intiero. A ogni rasoiata sudavo come sotto un'operazione chirurgica. Avevo sempre paura di vedermi cadere una sleppa di carne insanguinata. Sbatteva sul pavimento, che avevo reso lucido con le mie braccia, le ditate della spuma coi peli che si era accumulata sul suo rasoio. Il suo modo era spiccio. Dalla eminenza dello zigomo passava per la guancia come una strisciata di rasoio.

Lascia peli dappertutto, specialmente dove il rasoio non può scorrere liberamente, come nella pozzetta del mento.