Chapter 19
Verso le dieci antimeridiane il delegato Eula ci annunciò che era giunto l'ordine della traduzione al cellulare. Venimmo chiamati a due a due, e a due a due venimmo legati, polso a polso, con una catenella, da un maresciallo dei carabinieri alto e spalluto. Eravamo così appaiati: Valentini e Chiesi, Seneci e Federici, Cermenati e Romussi, De Andreis e Girardi. Uscimmo ed entrammo in una folla di circa ottanta arrestati.
Il balcone del palazzo di questura era gremito di altri monturati con alcuni borghesi. Non posso dire se vi era Bava Beccaris, perchè non lo avevo mai visto neppure sulla fotografia. C'era certamente il questore. Un uomo magrettino che ha l'aria di essere gobbo. I grandi gallonati parlavano tra loro e gli uni ci additavano agli altri col dito puntato verso noi.
Prima che il convoglio si mettesse in moto, il delegato Birondi disse a tutti:
--Non salutino alcuno e non parlino, perchè ho ordini severissimi.
Eravamo tutti a piedi, circondati dai carabinieri e dai soldati di cavalleria col revolver in pugno. Qua e là c'erano parecchi questurini.
C'incamminammo verso le undici. L'itinerario fu questo: piazza S. Fedele, piazza della Scala, Santa Margherita, via Mercanti, via Dante, foro Bonaparte, S. Gerolamo, S. Vittore, via Filangieri.
Gustavo Chiesi abita in foro Bonaparte 93. I suoi vecchi genitori erano alla finestra che si asciugavano le lagrime col fazzoletto. Nessun altro incidente.
Sai come si è ricevuti al Cellulare.
De Andreis, il quale si sentiva male per il lungo digiuno, domandò subito da mangiare. Gli altri lo imitarono. Impolverati, sudati, passati traverso un'ora piena di pericoli, avevamo una sete da cani trafelati. L'Astengo, il direttore, ci fece portare dell'acqua con del fernet dal bettoliniere.
Ci si separò in tante celle e ci si riunì in un cellone a mangiare. Mangiammo del salame, della pasta al sugo, dell'arrosto e del formaggio e bevemmo del vino comune. Eravamo serviti da due scopini e sorvegliati da due guardie carcerarie. Terminato il pasto, venimmo visitati dal cappellano, accompagnato dal direttore. Subito dopo Federici, Cermenati, Seneci, Valentini e De Andreis vennero cellularizzati in infermeria. Romussi e Chiesi vennero chiusi in celle separate al secondo raggio.
Il secondo giorno vedemmo arrivare in infermeria i deputati Turati e Bissolati.
Il resto ti è troppo noto perchè io sciupi dell'inchiostro.
__Al Tribunale di Guerra.__
Il primo Atto d'accusa, senza commenti.
Ritenuto che dall'esame dei testimoni, dall'interrogatorio degli imputati e dai documenti esistenti in processo, risulta quanto appresso:
Già da tempo i diversi partiti sovversivi, sotto l'egida della libertà loro concessa, avevano estesa la più attiva propaganda in tutta Italia; anarchici, socialisti e repubblicani, ostentando un antagonismo apparente, si trovavano concordi nell'istillare nelle masse incoscienti l'odio verso le classi più favorite dalla fortuna, nello screditare l'esercito, le pubbliche amministrazioni, le persone rivestite di autorità, nel vituperare le istituzioni. I giornali, gli opuscoli, le riunioni, le conferenze, i comizi di tutti costoro erano concordi nell'eccitare l'odio di classe, e nel creare ovunque agitazioni rispondenti ai loro scopi criminosi.
Questa campagna quasi febbrile si accentuò nel decorso inverno; tutto era ormai pronto all'azione; si attendeva soltanto l'occasione propizia che si presentò nel disagio economico delle popolazioni, pel rincaro del pane.
Così sulla fine dell'aprile or decorso moti e tumulti cominciarono a Minervino Murge, a Bari, a Foggia, ed attraverso le Marche e la Romagna, si propagarono ben presto in diversi piccoli paesi ed in alcune città della Toscana, proseguendo poi per l'Emilia fino a Milano, dove dovevano pur troppo avere il loro pieno sviluppo e cambiarsi in aperta insurrezione.
In proposito è da notarsi che tutti i moti avvenuti nelle diverse parti d'Italia non furono fatti improvvisi, isolati, occasionati da una causa accidentale o locale, ma furono la conseguenza di una lunga preparazione diretta all'unico scopo di mutare gli ordini politico-sociali, e della quale erano specialmente creatori ed istigatori i capi repubblicani e socialisti, appartenenti ai rispettivi Comitati centrali direttivi residenti in Milano.
Basta a dimostrare ciò il solo esame del modo uniforme col quale i moti medesimi si svolsero.
Infatti, ovunque, facendo a fidanza coi nobili e generosi sentimenti dell'esercito, erano disumanamente spinti in prima fila contro la forza armata i ragazzi, poi le donne e per ultimo venivano gli uomini; ovunque i primi tumulti furono fatti sorgere nei piccoli centri, allo scopo di attrarvi distaccamenti di truppa e sguarnire le città e tentarvi poi un colpo di mano.
E prima di scendere ad indicare le specifiche responsabilità degli odierni imputati, è altresì utile premettere che Milano fatalmente era stata prescelta all'azione principale e risolutiva per molte ragioni, cioè: perchè a Milano la propaganda rivoluzionaria era stata fatta più attiva e proficua da frequenti riunioni, comizi e conferenze pubbliche e private tenute dai più influenti, intelligenti, operosi ed energici capi dei partiti rivoluzionari ivi residenti o convenuti, e col mezzo dei giornali locali, quali ad esempio _La Lotta di Classe_, il _Popolo Sovrano_, l'_Italia del Popolo_, il _Secolo_, la _Critica Sociale_, e per altri scopi speciali l'_Osservatore Cattolico_; perchè in questa città e nei suoi contorni ingente è il numero degli operai dei grandi stabilimenti industriali; perchè quivi più che altrove i rivoluzionari avevano recentemente avuto agio di contarsi e passarsi in rassegna in occasione dei funerali di Cavallotti e della commemorazione delle Cinque Giornate; perchè Milano, per la sua posizione geografica, con minore difficoltà avrebbe potuto isolarsi dal rimanente del regno onde impedirvi l'arrivo di altra truppa in rinforzo, qualora specialmente si fosse verificato lo sciopero totale e già pronto dei ferrovieri uniti in potente lega di resistenza; perche quivi più sollecito sarebbe stato il soccorso già preparato ed organizzato degli operai e fuorusciti italiani residenti in Svizzera; ed infine fors'anco perchè, in caso di insuccesso, con minore difficoltà i capi ed i maggiorenti avrebbero potuto fuggire e riparare nella vicina, e per loro ospitalissima, Svizzera, lasciando che i gregari da essi illusi, ipnotizzati e spinti al macello, scontassero il fio delle loro colpe nelle prigioni e con la rovina delle famiglie.
Vero è che nella ricca ex capitale lombarda mancava il disagio economico assunto altrove a pretesto per tumultuare ed insorgere; ma era però ovvio che altro potesse trovarsi, ed infatti fu doppiamente trovato nella disgraziata morte di un giovane figlio di notissimo deputato e nel richiamo delle classi sotto le armi.
Ed appunto per questi pretesti nella mattina del 6 maggio incominciarono dimostrazioni e disordini che divennero poi tumulti e vere rivolte con devastazioni e saccheggi nei successivi giorni 7, 8 e 9, nei quali le turbe inferocite, dalle strade, dalle barricate, dalle finestre e dai tetti, trassero contro la truppa e gli agenti della forza pubblica colpi di fuoco, sassi, tegole e fumaiuoli.
Finalmente, dopo quattro giorni di fiera lotta, la insurrezione fu vinta dalla energia delle Autorità superiori militari e dalla abnegazione e dal coraggio dell'esercito.
A questi tumulti presero parte attiva _Callegari Sante_, _Castelnuovo Umberto_, _Cerchiai Alessandro_, _Gabrielli Alfiero_ e _Gruppiola Francesco_; nel 6 maggio si trovarono al Ponte Seveso ed in via Napo Torrioni, e nel giorno 7 sul corso di Porta Venezia.
Costoro sono anarchici e lo confessano; e tali sono pur anco gli altri imputati _Baldini Domenico_, _Fraschini Giuseppe_ ed _Invernizzi Pietro_. Tutti facevano attivissima propaganda delle idee del partito; sono tristi apostoli del disordine e dell'odio sociale ed hanno pessimi precedenti politici.
Taluni anche riportarono condanne, cioè il Baldini nel 1893 per eccitamento all'odio di classe e nel 1894 assegnato al domicilio coatto; il Fraschini ammonito nel 1889, condannato nel 1891 per eccitamento all'odio di classe e assegnato nel 1894 al domicilio coatto; il Gruppiola condannato nel 1897 per apologia di reato; l'Invernizzi condannato due volte per oltraggio e violenze alla forza pubblica ed altre due volte per reati di stampa.
Inoltre il Callegari, coll'istigazione del Cerchiai, nel marzo scorso, alla commemorazione delle Cinque Giornate, portò la bandiera anarchica con la scritta «_viva la rivoluzione_.»
Il detenuto Gustavo Chiesi si distingue fra i repubblicani intransigenti; è direttore dell'_Italia del Popolo_, sul quale giornale ogni articolo tende a scalzare il principio di autorità ed a suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le istituzioni. Ispirò e scrisse nel numero del 6 al 7 maggio l'articolo «_Ne erano assetati_» ove, narrando i fatti avvenuti nel 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le altre frasi, tutte dirette a maggiormente eccitare in quei tristi momenti gli animi della popolazione, si legge: _In tutta la giornata i tutori dell'ordine non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, s'intende._
Fu visto nella mattina del 7 maggio con l'amico deputato De Andreis in carrozza a Porta Garibaldi fermarsi ripetutamente a discorrere con persone del popolo; più tardi si installò negli uffici del giornale da lui diretto, ricevendo dallo stesso De Andreis, che più volte si era recato alle barricate del corso porta Venezia, notizie ed episodi. In quell'ufficio furono più tardi ambedue arrestati insieme all'avvocato Bortolo Federici, al prof. Stefano Lallici, al pubblicista Ulisse Cermenati ed all'Arnaldo Seneci, che colà si trovavano riuniti in comitato quando cominciava a fervere la lotta, con la intenzione manifesta di dirigerla e dare le istruzioni occorrenti per proseguirla. Ciò risulta, oltre che dal sopraricordato articolo «_Ne erano assetati_» da due cartelle manoscritte preparate per una nuova edizione del giornale, nelle quali sta scritto che il deputato De Andreis, presso le barricate sul corso di porta Venezia, aveva protestato contro la violenza dell'Autorità, e si riferiscono avvenimenti esagerati svoltisi sul Corso medesimo, fra questi un episodio orribile quanto bugiardo sull'uccisione di un bambino per opera di un vicebrigadiere. Tale intenzione viene pure confermata dalla risposta data dal De Andreis presso le barricate suddette al tenente Patella, che lo scongiurava di interporsi per ottenere la calma: «_Tenente, ormai è tardi, c'è sangue._» A quella riunione di repubblicani, invitato, doveva intervenire il deputato Filippo Turati con altri socialisti.
Inoltre il Federici, avvocato di molto ingegno, fervente ed efficace conferenziere, è membro attivissimo della direzione centrale del partito repubblicano italiano e collaboratore dell'_Italia del Popolo_. Durante le dimostrazioni tumultuarie del marzo 1896 istigò le turbe a perseverare nei tumulti sperando _che il soffio di rivolta manifestatosi a Milano dilagasse preludendo all'avvento_ _ della repubblica_; nello stesso anno 1896 firmò un _memorandum_ del partito repubblicano al paese eccitando alla rivolta; e nel 20 marzo u. s. al monumento delle Cinque Giornate pronunciò un discorso riassunto dall'_Italia del Popolo_ del 21 al 22 marzo, ove spingeva all'azione e annunciava che _stavano per suonare le diane dell'ora novella_ e che _l'ora fatale precipitava_. Cercò di mettere in buono accordo socialisti e repubblicani.
Il prof. Lallici, fondatore e presidente del _Circolo repubblicano irredentista adriatico orientale_, fondò pure un giornale umoristico repubblicano, _Il Figaro_, che ebbe poca vita a causa di replicati sequestri. Nell'occasione della commemorazione delle Cinque Giornate fatta il 20 marzo u. s. si oppose acchè fossero portate le bandiere con lo scudo di Savoia, e pretese che non fosse suonata la marcia reale. Nelle dimostrazioni di piazza fu sempre immischiato; accentuò l'agitazione per il rincaro del pane; e l'opera sua contribuì ad acuire i sentimenti di ribellione negli adepti del partito repubblicano in cui milita.
Il Cermenati, pure repubblicano, fu collaboratore col Chiesi e col Romussi nei giornali da essi diretti.
Il Seneci, amministratore dell'_Italia del Popolo_, fece propaganda di idee repubblicane e scrisse articoli adatti all'indole del giornale da lui amministrato.
L'altro imputato, Romussi avv. Carlo, è noto per le sue opinioni repubblicane e per la sua intimità coi capi più influenti di quel partito e con Amilcare Cipriani, col quale conferì in Milano circa la metà dell'aprile scorso; ispirò e dettò nel giornale il _Secolo_, di cui è direttore, continui e innumerevoli articoli di una deleteria propaganda contro le autorità e le istituzioni e propugnò sempre una politica di azione. Basta citare l'ultimo numero dall'8 al 9 maggio, ove si trovano gli articoli: _A che giovano le perifrasi_, ed il _Richiamo alle armi della classe 1873_. Ed anche nei suoi discorsi e nelle sue conferenze predicò sempre con esagerate e false affermazioni contro l'esercito e tutto ciò che è principio di autorità, non risparmiando neppure la sacra memoria del re Vittorio Emanuele.
L'ex deputato Zavattari Pietro, pure arrestato, e ascritto al partito repubblicano-rivoluzionario, prese parte attiva ai tumulti del 1896; tentò il connubio dei partiti repubblicano e socialista; coprì varie cariche nei circoli repubblicani, e il suo nome si lesse in tutti gli statuti, programmi e manifesti del partito stesso; nell'ultima agitazione per il rincaro del pane si dette a sobillare i rivoltosi, ad eccitare i perplessi, e specialmente i facchini di dogana, dei quali è console.
L'imputato Costantino Lazzari è audace socialista fra i più pericolosi e temibili. Fu uno dei primi apostoli del partito e cooperò alla costituzione di tutti i circoli e delle associazioni. Dotato di discreto ingegno, lo ha tutto rivolto all'agitazione settaria; è il vero socialista di mestiere che campa la vita sui contributi che pagano gli illusi gregari e sui magri lucri dei giornali del partito, ove iscrive con stile sempre velenoso e ribelle, onde riportò diverse condanne. Fece attiva propaganda rivoluzionaria specialmente nelle Marche e Romagna, ed il recente malumore delle popolazioni pel rincaro del prezzo del pane fu da lui sfruttato a danno dell'ordine pubblico in Ferrara, Ravenna e Camerino.
Pure pericoloso propagandista è l'arrestato Gatti Oreste, il quale cercò sempre distinguersi promuovendo riunioni e prendendo parte a tutte le manifestazioni pubbliche, nelle quali raccomandava la disobbedienza e la resistenza alle autorità.
Fanatico socialista è l'altro Achille Ghiglione, che a Niguarda, ove è domiciliato, sobillò con fervore quei terrazzani incitandoli alla resistenza e al disprezzo per le autorità e per i padroni. Ha istituito altresì in quelle campagne circoli e cooperative con base di resistenza.
L'imputato Paolo Valera è uno dei dirigenti del partito socialista anarchico, ed esercita molta influenza a causa della sua coltura e delle sue aderenze con tutti i caporioni dei partiti estremi. I suoi scritti sono sempre violenti ed informati ai più stretti principii della lotta di classe. Fu più volte condannato, e nel 1884, per sottrarsi ad una condanna, riparò a Londra, donde tornò nel 1894, dopo il termine della prescrizione. Successivamente militò nel campo di azione e negli ultimi di aprile decorso, discutendosi dai socialisti sulle manifestazioni del Primo Maggio, esso, appoggiato da un forte gruppo, propugnò il progetto di resistere alle autorità e di fare ad ogni costo un pubblico corteo. Facile quindi è a dedursi quale debba essere stato il di lui contegno negli ultimi tumulti.
Mestierante in politica risultò l'Angelo Oppizio, prima anarchico, poi repubblicano, ora socialista. Di fenomenale attività nella propaganda, ha atteso validamente alla costituzione di circoli, ad organizzare e congressi e riunioni e pubblicare opuscoli, giornali, ecc. Si ingerì negli scioperi, consigliando la resistenza. In occasione dell'agitazione per il rincaro del pane tenne concioni spiccanti per violenza ed eccitamento alla rivolta. Nel 6 maggio, appena scoppiati i tumulti in via Napo Torriani, fece testamento in vista dei pericoli ai quali si esponeva; ed infatti risulta che prese parte ai tumulti in via Galileo unitamente al Turati, e fu arrestato nel 9 maggio a Porta Monforte durante la mischia.
L'ingegnere Valsecchi Antonio, altro degli imputati, figura fra i capi più influenti del partito socialista milanese; a Borghetto, suo paese di nascita, per la insistente e larga propaganda delle malsane teorie, fu denunciato per eccitamento all'odio di classe. Dopo il 1894 fu segretario della Federazione Socialista Milanese; e riportò tre mesi di condanna di confino come dirigente di diversi circoli. Si mantenne in relazione coi correligionari di fuori, scrisse sui giornali socialisti violenti articoli, sempre consigliando pubblicamente la resistenza, ed eccitando alla ribellione, preparando così il terreno alla violenta ultima rivolta.
Di ugual tempra è Ennio Del Vecchio, pure socialista attivo nella propaganda ed eccitatore all'odio di classe; fu esso pure condannato due volte alla pena della multa.
La russa dottoressa Anna Kuliscioff, venuta a Milano nel 1885 dopo aver peregrinato per le varie capitali d'Europa e città d'Italia, ebbe prima intima relazione col socialista deputato Andrea Costa, poi col deputato Filippo Turati, seguendo l'azione di essi. È fervente socialista e propagandista efficace quanto tenace; cooperò alla costituzione di circoli, pubblicazioni di giornali, di programmi e di statuti, figurando indefessamente nei congressi, nelle riunioni, nelle pubbliche passeggiate. Nel 1894, come dirigente del partito socialista dei lavoratori italiani, fu condannata al confino. Dopo la elezione di Filippo Turati a deputato, raddoppiò di attività per la propaganda delle teorie socialiste; ed all'intento di mantenere ad esso salda la base elettorale del suo collegio, tenne parecchie conferenze pubbliche al Circolo Cappellini, cercando di organizzare in lega di resistenza, inscrivendoli nel partito, gli operai dello stabilimento Pirelli, i quali, perchè ben trattati, avevano fino a questi ultimi tempi resistito; e come essa riuscisse nelle sue mire lo prova il fatto che già 1200 operai si erano ascritti alla lega, ed imbevuti di massime sovversive, di sentimento d'odio, si segnalarono nel primo giorno della sommossa a Ponte Seveso e via Napo Torriani, e specialmente le donne, sulle quali la Kuliscioff esercitava molto ascendente, dimostrarono maggiore ferocia.
Un altro imputato è don Davide Albertario, direttore dell'_Osservatore Cattolico_, organo di quel partito clericale intransigente che avversa le istituzioni e l'unità della patria; di carattere battagliero e violento, sostenne lotte vivissime con quella parte del clero che si ispirava a principii temperatamente liberali. La sua condotta poco morale, non rispondente alla dignità del sacerdozio, gli valse un processo penale per delitto contro il buon costume ed una procedura disciplinare per parte della Autorità Ecclesiastica. Tenne conferenze consigliando e dirigendo nel senso della più aperta intransigenza l'organizzazione clericale. Nella lunga sua carriera giornalistica i suoi sforzi furono diretti a far cadere in disprezzo le istituzioni e l'Esercito, prendendo di mira la stessa Dinastia, onde ebbe molti sequestri per offese alla Sacra Persona del Re ed alla Real Famiglia. Divenendo sempre più violento negli ultimi tempi dimostrò tendenza a favorire il cambiamento della forma di Governo, e da altra parte si faceva banditore di idee democratiche e socialiste, come apparisce dall'opuscolo stampato nella tipografia dell'_Osservatore Cattolico_ col titolo «_Dal Socialismo alla Democrazia Cristiana_», gareggiando così col partito repubblicano e socialista nel combattere la Monarchia e nel suscitare l'odio di classe. Tale malefica propaganda, esercitata continuamente con somma energia e fine arte di polemista, agiva pur troppo sulla parte meno colta dei credenti e del clero, e contribuì potentemente a formare l'ambiente ostile ed a maturare lo spirito della rivolta ora repressa. Nel corrente anno ebbe l'Albertario più occasioni per accentuare l'azione del suo giornale contro le istituzioni, nel marzo la commemorazione del cinquantenario dello Statuto e quella delle Cinque Giornate, poi i moti che scoppiarono in diverse località per il rincaro del pane. Questi moti furono nell'_Osservatore Cattolico_ malignamente narrati, esagerati, commentati; ed a qualche altro giornale che rivelava questa condotta intesa a creare imbarazzi alle istituzioni, rispondeva nel numero dal 6 al 7 maggio: «_Ah canaglie, voi date piombo ai miseri che avete affamati, e poi vi lanciate contro i clericali._» Questo fu l'ultimo numero, perchè lo stesso giorno scoppiò la rivolta ed il giornale sospese le sue pubblicazioni. In tal modo è manifesto che l'Albertario divide cogli altri imputati la responsabilità della sommossa.
L'ingegnere Giuseppe De Franceschi fu arrestato e denunciato perchè militò nel campo socialista; vi ebbe per l'addietro una parte attiva; e più specialmente perchè si ritenne che avesse dato ricetto a rivoltosi che tirarono sulla truppa a Porte Monforte nel 9 maggio. Ma dalle assunte verifiche risulta che il De Franceschi dopo il 1894, da che è proprietario dello stabilimento industriale all'Acquabella, si è ritirato dal partito socialista e si è astenuto da ogni manifestazione e propaganda. È risultato altresì che soltanto per errore fu ritenuto che avesse dato ricovero a rivoltosi nel suo stabilimento, giacchè è accertato che costoro si erano invece posti in salvo da una piccola via, che rasentando il fabbricato porta ai campi, e che sul momento non era stata osservata. Manca quindi a di lui carico ogni responsabilità penale.
Il Girardi Emilio, arrestato insieme al Romussi, è redattore del _Secolo_, e sebbene militi nel campo repubblicana, non risulta peraltro che abbia tenuto pubbliche conferenze ed abbia in qualsiasi modo fatto propaganda delle teorie che professa, e non sarebbe coinvolto in alcun delitto.
Considerato che dietro le risultanze sopra indicate gli imputali _Callegari_, _Castelnuovo_, _Cerchiai_, _Gabrielli_ e _Gruppiola_, sarebbero incorsi nei delitti previsti dagli articoli 190, 248 e 252 del Codice penale--gli imputati _Baldini_, _Fraschini_ e _Invernizzi_ nel delitto previsto dall'articolo 248--gli imputati _Chiesi_, _Federici_, _Lattici_, _Cermenati_, _Seneci_ e _Romussi_ nei delitti previsti dagli articoli 64, 77, 118, 120, 134, 246, 248 e 252 del Codice penale ed articoli 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894 N. 315--l'imputato _Oppizio_ nei delitti previsti dagli articoli 190 e 247 del Codice penale--gli imputati _Zavattari_, _Lazzari_, _Gatti_, _Ghiglione_, _Valera_, _Valsecchi_, _Del Vecchio_ e _Kuliscioff_ nei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135 e 246 del Codice penale--e l'imputato _Don Albertario_ nei delitti previsti dagli articoli 118, 120, 135, 246 e 247 suddetto e dagli articoli 1 e 2 della Legge 19 luglio 1894, N. 315.
Considerato che in forza dei Bandi pubblicati dal R. Commissario Straordinario in virtù dei pieni poteri accordatigli con R. Decreto 7 maggio 1898 spetta a questo Tribunale Militare di Guerra la competenza a giudicare gli individui suddetti pei delitti a ciascuno di essi imputati;
PER QUESTI MOTIVI
dichiara non farsi luogo a procedere contro l'ingegnere _Giuseppe De Franceschi_ e contro il professore _Emilio Girardi_ pei delitti ad essi rimproverati ed ordina la loro scarcerazione quando non debbano rimanere detenuti per altre cause.
Pronuncia l'accusa contro: