Dal cellulare a Finalborgo

Chapter 17

Chapter 173,855 wordsPublic domain

«Nessuno dorme profondamente. L'insonnia è generale. Qualcuno parla o straparla. Stanotte ho dovuto confessare alla guardia scelta di ronda che stavo proprio male. È andato in infermeria e mi ha portato una polverina di bismuto e magnesia. È un'infermeria che non ha nulla. Tutti gli ammalati sono curati con delle polverine di calomelano, di bismuto e magnesia e di bicarbonato di soda. C'è qualche pennellata di tintura di iodio per i reumatismi e i dolori acutissimi e basta. Il cavadenti è un condannato. È un vero miracolo che egli non abbia mai smascellato qualcuno. Il suo sistema è questo: mette la testa del paziente sulle ginocchia, gli guarda in bocca, si fa puntare col dito il dente cariato, l'agguanta con la tenaglia e tira. Spesso, nello sforzo, si levano in piedi operatore e paziente e l'uno segue l'altro fino alla parete. A una di queste operazioni era presente don Davide.

«Siamo salvi o per lo meno siamo salvi per un po' di giorni. La signora di Federici è riuscita a far passare del cioccolatte. Deve avere sgelato il cuore della direzione. Federici ha incominciato subito col distribuirne due pezzi a ciascuno di noi. Mi sentii immediatamente ristorato. E non ne ho mangiato che uno. Il secondo sono stato capace di tenerlo in tasca fino alle sei di sera. Poi ho cominciato a scartocciarlo con l'intenzione di non rosicchiarne che un angolo e non ho smesso che a tavoletta finita. Ingordo!

«Ho passato una buona notte e alla mattina mi sono messo a leggere di gusto. Credendo che fosse permesso a tutti di mangiare del cioccolatte, ho scritto subito a casa di mandarmene due chilogrammi. Son stato chiamato dal capo, il quale era incaricato dal direttore di farmi sapere che il cioccolatte non è nel regolamento. Al Federici venne dato perchè era giunto come pacco postale e a sua insaputa. Se giungesse anche a me, a mia insaputa, si potrebbe fare lo stesso.

«Ci sono state annunciate delle cassette, di biscotti. Sarebbero stati provvidenziali. Li abbiamo aspettati per due giorni. La direzione ci ha fatto comunicare che potevamo rimandarli a chi ce li aveva spediti o regalarli all'ospedale di Finalborgo. Non potendo mangiarli noi, abbiamo votato per gli ammalati.

«Federici, ci tiene in piedi col suo cioccolatte. Non appena ci si porta la pagnotta, egli va da tutti con una tavoletta e li costringe ad accettarla. Una tavoletta di cioccolatte in galera, nella nostra condizione, val un tesoro. Pochi se ne disfarebbero con tanta sollecitudine. Bisogna avere del cuore per compiere sagrifici come questi.

«Novità. Ci deve essere qualcuno che lavora per noi. Il periodo della fame che produce le allucinazioni è finito. È venuto un ordine che ci permette di spendere settantacinque centesimi al giorno. Abbiamo subito domandato il permesso di farci fare, a nostre spese, una minestra collettiva da venticinque centesimi ciascuno. Ci è stata concessa.

«Incominciamo a smutriarci. Facciamo delle spanciate di baccalà fritto per venti centesimi. Beviamo quasi tutti un quarto di vino per nove centesimi. È brusco, accidenti se è brusco! Io e Lazzari siamo ritornati al pane bianco. Anche Chiesi e Suzzani si son dati al pane bianco. Don Davide e Federici resistono e continuano col pane della casa. Il piatto più buono sono le uova al burro arrostite, per ventidue centesimi. Vi manca però il burro e se c'è lo vedono appena. Non poche volte sono putrefatte, ma a lamentarsi ce le cambiano. Ci si dà una tazza di caffè per dieci centesimi. È una tazza di un boccalino, ma imbevibile. Io e don Davide abbiamo tenuto duro per qualche settimana, ma abbiamo dovuto rinunciare anche a questo lusso. Nella tariffa dei generi in vendita nella dispensa, è stata introdotta la polenta. Con otto centesimi ce ne danno trecento grammi. È buona. Con ventisei centesimi di salsiccia in umido e una sleppa di polenta, inaffiata dal quinto di vino, non si crepa. Mi duole che la concessione della spesa sia stata accordata alla sola nostra camerata. E le altre, non sono piene di reclusi stati condannati dagli stessi tribunali militari per un identico delitto?

«Sette dicembre. Non si muore più di fame. Il Governo ci ha inviato il commendatore Berardi a comunicarci personalmente che da oggi possiamo mangiare e spendere quello che vogliamo noi. Egli è già stato a comunicare la stessa notizia al Romussi e al De Andreis nel reclusorio di Alessandria e a Turati in quello di Pallanza.

«Ecco che cosa mi ha detto:

--Io sono un ispettore inviato dal Ministero. So che lei adesso non può spendere che settantacinque centesimi e che questo aumento non le è stato concesso che pochi giorni sono. Da oggi io posso comunicarle ch'ella può spendere per il suo vitto cinque o anche dieci lire al giorno, se lo desidera. Non c'è limite. Se non le piace la cucina del reclusorio può servirsi dell'osteria o dell'albergo di fuori. Desidera qualcosa altro?

«Uno dopo l'altro gli domandammo due _arie_, cioè tre ore di passeggio. Perchè un'ora sola, lesinata anche quella, non ci dava esercizio sufficiente per conservarci sani:

--Concesso, rispose a ciascuno di noi. Desidera qualche cos'altro?

--Se si potesse fumare qualche sigaretta.

--Lo domanderò al direttore. Se fossero completamente separati dagli altri, non esiterei a dire di sì senza interrogarlo. Lei sa che cosa voglia dire il vizio di fumare. Gli altri che sentissero il fumo impazzirebbero e farebbero un chiasso indemoniato e non avrebbero torto. D'altro?

--Lei sa che noi siamo tutti bevitori di caffè. Se ci permettesse di comperarci la macchinetta, il caffè, lo zuccaro, lo spirito e di farcelo quando vogliamo noi, in camerata?

--Concesso. D'altro?

--Scusi, se abuso.

--Faccia, perchè io sono venuto qui per contentarli.

--Grazie. Senta, ci sono libri che il signor direttore non ci consegna perchè si ostina a considerarli immorali o pornografici. Lei sa che noi siamo abituati a leggere tutto.

--Concessi. D'altro?

«Mi curvai. Egli mi strinse la mano. Così va fatto.»

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«Sono uscito con l'indulto. L'indulto è una remissione di pena, è un perdono. Chi ve lo ha domandato? E se non ve l'ho domandato perchè non mi date il permesso di rifiutarlo? Non so che farmene del vostro perdono.

«Sono uscito arciconvinto che nei reclusori italiani si istupidisce la gente con la fame.

«Un anno di reclusione, con seicento grammi di pane in due razioni e due mezze gamelle di pasta in brodo al giorno, basta per ritornare alla società secchi come chiodi e col cervello completamente rammollito.»

PS.--Permettetemi di aggiungere due parole alle note di Finalborgo. Sono stato perdonato, non è vero? Ma, o signori, o cosa direste se io, legge, vi mettessi sotto chiave per dei mesi e poi vi perdonassi? C'è stato un processo, lo so. Non siamo mica stati mandati alla reclusione così alla cieca. Ci si è detto che avevamo commesso un delitto. Ma anche noi, o signori, abbiamo detto e ridiciamo che ci si è mandati in galera innocenti. E se siamo stati mandati in galera innocenti, non c'è che una via alla riparazione. Rifare il processo, restituirci quello che ci si è tolto e risarcirci dei danni. Il risarcimento dei danni vogliamo, o signori, che ci avete mandati in galera e ci avete lasciati fuori come mendichi che avessero limosinato l'indulto. Non altro.

__Achille Ghiglioni.__

Sono sicuro che se Achille Ghiglioni dovesse autobiografarsi, si presenterebbe ai lettori come un uomo senza importanza. Al Castello, nella stanza lungo il ballatoio che dà sul cortile della Rocchetta egli, con grande modestia, si meravigliava di trovarsi impigliato nel processo dei giornalisti.

Con noi, nella quinta camerata di Finalborgo, è stato il modello degli uomini industriosi. Si alzava e si metteva al lavoro. In un giorno egli studiava, senza mai stancarsi, un po' di tedesco, un po' di olandese, un po' di spagnuolo, un po' di musica, un po' di manuale del capomastro, un po' di stenografia, un po' di disegno, un po' di computisteria, un po' di letteratura moderna, un po' di Porta e un po' di altre cose che non ricordo.

Egli è entrato ed è uscito un tenace cooperatore.

__Io e Federici ritorniamo a Finalborgo.__

La «catena» era composta di noi due. Il vagone cellulare era nuovo e non puzzava di biacca. Le celle erano assai più comode delle altre del primo viaggio. I carabinieri non sembravano cattivi diavoli. I ferri erano noiosi, ma non ci pigiavano i polsi come le altre volte. Chiusi nelle due celle in fondo, l'una in faccia all'altra, vicini alla finestra del vagone, non mancavamo di qualche boccata d'aria.

Ricordandomi dei due viaggi, mi dicevo contento.

--Almeno qui, non si crepa. Mi misi in bocca una sigaretta con un po' di fatica e con un po' di fatica riuscii ad accendermi Io zolfanello.

Federici attraversava la tempesta. Era tetro, non diceva nulla e non rispondeva alle mie interrogazioni, che volevano distrarlo, se non con dei monosillabi che non invitavano alla conversazione. Forse si sentiva umiliato a rifare la strada che conduceva a un reclusorio dal quale era uscito con tanto piacere, dove erano persone che non amava rivedere o persone con le quali non avrebbe scambiato una parola, gli fosse costata la lingua.

Verso Sampierdarena i lineamenti facciali di Federici assunsero una parvenza di dolcezza. L'uomo stava per convincersi che era inutile lottare contro l'invisibile. Eravamo nelle mani di sconosciuti che ci sbalestravano da una parte e dall'altra e bisognava adattarsi. Anche a me sarebbe piaciuto andare in un altro reclusorio, dove avrei potuto raccogliere del materiale nuovo, dove avrei potuto fare la vera vita del galeotto con dei galeotti autentici, dove avrei potuto studiare tipi che nella quinta camerata non avrei mai trovato. Ma pazienza, ormai mi hanno abituato a fare la volontà degli altri.

A Sampierdarena il nostro vagone venne staccato e lasciato fuori dalla tettoia. C'era un intervallo di due ore e mezza. Era un'altra punizione che avremmo scontata se i carabinieri non avessero avuto fame. Avevano appetito, volevano mangiare col sedere sulla scranna, e dare anche a noi il modo di far colazione più comodamente che ammanettati nella cella. Ci domandarono se volevamo cavarcela con qualche cosa di asciutto in cella o se preferivamo di andare alla sezione dei carabinieri con loro. Io non esitai un minuto a votare per l'uscita. L'idea di muovermi e di respirare l'aria libera mi metteva gli aghi nelle gambe.

L'indugio di un attimo mi diventava un supplizio. Mi faceva salire le fiamme alla faccia e mi dava l'impressione che soffocavo. Federici era riluttante. Lui e Romussi, nel viaggio di traduzione, avevano imparato che per le strade, di giorno, si attira l'attenzione di tutti i passanti. Vinse l'aria libera. Uscimmo e fummo contenti. La gente sostava sulle botteghe, i ragazzi ci correvano dietro, i passanti si fermavano a vederci, alcuni commentavano, ma noi passavamo senza darcene pensiero. Ormai ci avevamo fatto il callo.--Chi ci conosce ci conosce e chi non ci conosce felice notte.

Giunti alla sede dei carabinieri ci si chiuse in uno stambugio buio più di una cantina, esalante la mefite. Incominciavamo a dolerci di non essere rimasti in gabbia.

--Piuttosto che mangiare in questo luogo, preferisco la fame.

--Anch'io. Ma vedrai che non saranno tanto cani.

Stavano a farci preparare la tavola.

Facemmo colazione nella loro cucina, la quale aveva una larga apertura verso il cortile. Mangiammo due ossi buchi indimenticabili. Erano eccellenti. Bevemmo del vino eccellentissimo, e facemmo scomparire un pezzo di formaggio di gorgonzola bianco e un'alzata di uva e pesche saporitissime.

--Vogliono anche il caffè?

--Vada per il caffè!

--La Cassazione ha parlato e può darsi che questa sia l'ultima colazione dell'uomo libero.

--Non pensiamoci. Ce ne sono tanti in galera e non sono morti.

I carabinieri dicevano anche loro che la bestia non era poi così brutta come la si dipinge.

--E poi loro! ci si diceva. Usciranno più presto di quello che credono. C'è tanta agitazione per il paese.

--Sembra che non ci siamo che noi in prigione!

Il maresciallo della caserma era un uomo tarchiato, con una faccia grossa e grassa da bonaccione.

--Li condurrò alla stazione in carrozza per non farli passare traverso la folla.

--Grazie.

--Pagheranno la vettura!

--S'intende.

Alla stazione venimmo circondati da una moltitudine che aumentava di minuto in minuto.

Entrammo in un vagone di terza classe. È stata una vera sorpresa. Non eravamo mai stati così bene.

Prima che suonasse il campanello della partenza, un signore ottenne il permesso di salire sul predellino a stringere la mano a Federici.

--Faccia buon viaggio.

--Grazie.

Il signore era commosso. Federici con le mani legate non aveva potuto stringergliela come avrebbe voluto.

--Partenza!

Il maresciallo ci salutò con un gesto della mano.

Al reclusorio trovai il capo guardia in collera.

--Lei si lascia intervistare!

--Da chi?

--Lei si lascia intervistare dai giornalisti per dir male del Reclusorio.

Mi vennero in mente parecchi giornalisti che erano venuti a trovarmi nel camerotto indecente della Corte d'Appello di via Clerici. Chi sa che cosa mi avranno fatto dire!

--Lei si lamenta!

--Certamente che io sto meglio fuori.

--Non doveva entrare se non le piaceva!

--Non ci sono venuto spontaneamente.

--E va bene, loro hanno sempre ragione!

--Mi faccia leggere questa intervista e le dirò se quello che ho detto è esatto.

--Gliela farà leggere il direttore!

__I lavoratori della quinta camerata.__

Erano dei mesi che intisichivamo dietro la speranza che un giorno o l'altro ci avrebbero restituiti il calamaio e la penna. Senza la distrazione di vuotarci la testa coll'inchiostro, non sapevamo che infelicitarci con discussioni pessimistiche o nere fino in fondo. Non vedevamo che delusione e dolore. Anche quando traluceva qualche lampo, si finiva per intetrarci o immusonirci assai più che seduti sotto le finestre di faccia a Capra Zoppa, senza una parola.

Non ci si proibiva di leggere. Ma si legge male in una camerata e in una camerata ove gli individui sono padroni di fare quello che vogliono. Tu leggi, e gli altri chiacchierano. Tu leggi, e due amici ti passano innanzi e indietro sussurrandoti il coro:

A casa, a casa, amici, Ove v'aspettano, Le vostre spose.

Tu leggi, e un compagno zufola e rizufola per il lungo e per il largo, per delle ore, l'_Inno dei lavoratori_ e subito dopo, un altro, te ne canticchia la prima quartina, ricominciandola con sempre crescente piacere:

_Su fratelli, su compagni. Su venite in fitta schiera, Sulla libera bandiera Splende il sol dell'avvenir._

Tu leggi, e due altri passeggiano, come in una caserma, o lungo un corridoio, o nel cortile, con le braccia sulla schiena, battendo i tacchi, scombussolandoti il pensiero col tremuoto dei piedi. Tu leggi, ed ecco un animale che si sveglia di soprassalto, con dei versi in bocca:

_Me non nato a percuotere Le dure illustri porte, Nudo accorrà, ma libero, Il regno della morte._

Tu leggi, e nasce una conversazione che ti prorompe nel cervello come una gazzarra di voci, ma che finisce per piacerti e uncinarti a prendervi parte. Tu leggi, e un prigioniero si sbottona e ricorda aneddoti contemporanei che ti fanno chiudere il libro, tanto sono interessanti. Tu leggi, e un agente del reclusorio ti chiama dabbasso, in direzione, per una cosa che ti si poteva dire con un monosillabo, o anche fra cento anni. Tu leggi, ed entrano i battitori a scomodarti e a rintronarti le orecchie. Tu leggi, e suona la campana della distribuzione della minestra e del pane. Tu leggi.... Credetelo, in una camerata perdete l'illusione di potervi sommergere in un libro per ritornare alla vita rifocillato di qualche cosa.

Col permesso di scrivere, il nostro tempo penale si accumulava e si accorciava rapidamente. Qualche volta si avrebbe voluto che la giornata di diciassette ore fosse più lunga, per avere modo di prolungare la gioia del lavoro. C'era tra noi la gara degli operai a cottimo. Ci si alzava e ciascuno andava al proprio posto. Chiesi e Federici avevano un tavolo nello spazio in fondo, a fianco della finestra. Il primo scriveva dalla mattina alla sera, senza mai smettere che all'ora dei pasti o quando aveva bisogno di stiracchiarsi le braccia, appendendosi al bastone più alto dell'inferriata. Senza i libri necessari per un'opera descrittiva, o storica, o politica, egli si era votato interamente al romanzo--un lavoro, da quello che vedevo, che non gli costava che la fatica manuale. Non è mai a secco nè di idee nè di scene. Dotato di un apparecchio digestivo che non gli annoia il cervello, e arciricco di vocaboli, egli poteva prendere la penna ad ogni minuto, digiuno o col boccone in bocca, quando pioveva a diluvio e quando il sole si riversava nella nostra camerata come un'allegria. Alla mattina riprendeva il filo del racconto senza neppure degnarsi di leggere l'ultima frase e, dopo la colazione, il passeggio e il pranzo, ricominciava come se non vi fosse stata interruzione. Il Sue si popolava il tavolo, sul quale scriveva, di pupazzi per tenere a mente i personaggi che gli nascevano a mano a mano che entrava nella intimità del romanzo. Gustavo Chiesi ha potuto completare _Il Corpo di Ballo_--un romanzo d'ambiente che racchiude tutta la popolazione del palcoscenico della Scala--senza sciupare più di alcuni nomi scritti sul cartone dei fogli che produceva. Il suo modo di composizione è dei più semplici. Incomincia la prima riga e tira via senza mai voltarsi indietro, cioè senza mai dare un'occhiata alle cartelle che la sua penna ha ammonticchiato. Non cancella che di rado, una volta o due alla settimana. Non potendo leggere il suo manoscritto per la sua calligrafia illeggibile, non lavora di lima che sulle bozze. Ma è difficile ch'egli si permetta di alterare una frase. Sul suo stampone non vedete ai margini che poche correzioni o dei segni che paiono lasciati giù da una mosca che lo abbia percorso con le zampe umide d'inchiostro. Perchè la frase gli esce limpida, corretta e brunita, come da una officina. In pochi mesi ha scritto tre romanzi, letto parecchi volumi e mantenuta una corrispondenza abbastanza voluminosa.

Il secondo, cioè Federici, si alzava sempre prima di ogni altro, un po' perchè amava il pediluvio quotidiano, e un po' perchè gli piaceva diguazzare del catino più lungamente degli altri. Iniziava i suoi lavori con una spanciata di verbi inglesi, che egli si trangugiava tranquillamente, tra un passo e l'altro, fatti colla leggerezza e la mollezza della gallina che non disturba. Lo si vedeva andare in su e in giù, rasente le brande, colla grammatica sotto gli occhielli scintillanti, o chiusa con l'indice tra le pagine, con la sinistra sul collo della destra o cogli occhi che vagolavano per il soffitto come quelli dell'inspirato o dell'uomo che manda versi o prosa a memoria. Dopo la distribuzione del pane, la quale avveniva verso lo ore otto, sedeva e si metteva di schiena al lavoro di traduzione, divorando un esercizio dopo l'altro, senza magari dire una parola.

E noi, fino a quando non si sapeva di che umore si era alzato, ci guardavamo bene dal buttargli l'amo della ciarla. Perchè, malgrado la gentilezza e la squisitezza d'animo, il Federici, era il compagno più difficile della camerata. Non si sapeva mai da che parte pigliarlo. Proprio nel momento in cui lo credevate il vostro migliore amico, poteva scattare per un nonnulla o vi poteva tappare la bocca con una di quelle parole solenni che arrivano alla testa come un pietrone, o vi poteva isolare per un tempo indeterminato, senza mai accorgersi della vostra presenza, anche se vi trovavate gomito a gomito o a faccia a faccia, allo stesso tavolo. Terminato il boicottaggio, risentivate l'amico che vi dava il buon giorno, che spartiva i suoi cinque centesimi di frutta con voi, che vi dava, se ne aveva, con la miglior grazia del mondo, un pezzo del suo cioccolatte eccellentissimo, o che si metteva con voi al passeggio, ingolfandovi in una conversazione piacevole e spesso istruttiva.

Il tempo che gli lasciava l'inglese lo consumava nella lettura. Leggeva romanzi, filosofia, storia e tutto ciò che di buono gli capitava tra le mani. In musica mi parve più che un orecchiante o un buongustaio. Canticchiava sovente le arie popolari o più conosciute delle opere moderne--sapeva dei pezzi di Wagner come e assai più del Chiesi che aveva propalato e difeso il maestro di musica dell'avvenire con uno studio, e correggeva le voci stonate degli altri che volevano imitarlo.

Don Davide incominciava dopo la messa. Prima della messa passeggiava impaziente. Se la guardia, che doveva accompagnarlo nella cappelletta, ch'egli aveva l'audacia di paragonare a un'oasi nei claustri del dolore, tardava un po', diventava nervoso. Anche noi, il mattino, non appena in piedi, sentivamo un bisogno immenso di uscire da uno stanzone dal quale l'afa se ne andava assai lentamente. Per il 2557 un minuto diventava un secolo. Percorreva la camerata a passi lunghi, con le mani sul dorso, sotto la giacca, con la faccia torva.

Lo si chiamava e si fingeva di credere ch'egli andasse a compiere i suoi uffici divini fuori del Reclusorio.

--Don Davide, fate il piacere di comperarmi trenta centesimi di sigarette virginia.

--Don Davide, se vedete il pollivendolo, mandateci a casa un'anitra, sgrassata, come quella della settimana scorsa.

Don Davide, non dimenticate di passare dall'oste, che siamo senza vino.

Don Davide, se trovate del pesce fresco, mandatene a casa una padellata.

Rientrava ilare e pieno di scuse. Ci diceva che il pescivendolo era alla spiaggia, che il tabaccaio era andato alla dispensa e che il pollivendolo non veniva in paese che tre volte la settimana.

Si metteva al lavoro senza indugio. Il suo tavolino era tra il finestrone e la sua branda. Si perdeva su suoi fogli di protocollo fino a colazione. Durante il lavoro taceva volentieri, ma non andava in collera se lo si interrompeva e se si faceva di tutto per fargli perdere del tempo.

_Chiesi_: Don Davide, come state?

_Don Davide_: Bene, grazie.

_Chiesi_: Che cosa supponete che stiano dicendo, in questo momento, De Andreis e Romussi?

_Don Davide_: È difficile indovinarlo.

_Chiesi_: Ve lo dirò io che cosa stanno pensando. Stanno pensando a una chicchera di caffè buono, magari con una goccia di grappa buonissima.

_Don Davide_: Piacerebbe anche a me, adesso, una tazza di caffè caldo con uno spruzzo di grappa di quella che ho a casa mia, a Filighera!

Riprendevano il lavoro e poi ricominciavano il dialogo.

_Don Davide_: Che opinione hai tu questa mattina sull'amnistia?

_Chiesi_: Conosco Pelloux. È un soldato, ma un soldato che ha sempre fatto parte della sinistra. È impossibile ch'egli si mangi il passato in un boccone. Lascerà passare la tempesta per contentare un po' i fanatici e poi, alla prima occasione, metterà nel discorso reale, per guadagnare della popolarità al re, l'amnistia.

Interveniva qualcuno di noi a dire che un soldato non poteva dar torto ai soldati.--L'amnistia che cosa vorrebbe dire? Che le sentenze militari sono state ingiuste. E questo un generale non lo può dire.

_Chiesi_: Tu non conosci Pelloux. Nella sua vita parlamentare ha dimostrato più di una volta di non essere quello che gli inglesi chiamano un _martinet_ della caserma. L'esercito non può fargli dimenticare che c'è della gente che soffre ingiustamente.

_Don Davide_: Vedremo.

_Chiesi_: Non sì tratta di voi, don Davide. Voi siete qui per «fini speciali».

Don Davide intingeva la penna con un risolino, la piegava dolcemente sul pezzetto di carta che si teneva a destra, e si rimetteva a scrivere. Nessuno ha mai potuto leggere una riga dei suoi manoscritti. Ma dai discorsi si sapeva ch'egli riempiva le pagine di impressioni, di reminiscenze, di note autobiografiche, di vita giornalistica, di articoli di polemica e di sfoghi poetici.