Chapter 15
In Gustavo Chiesi è l'imperturbabilità grandiosa di Danton che dice al carnefice di mostrare la sua testa al popolo. È rimasto sul banco degli accusati di un tribunale militare come uno stoico. Se ha aperto bocca, non è stato per proteggere la sua prosa giornalistica, ma per salvare i suoi cooperatori e adempiere al dovere di direttore.
--Io non ho da dire che due brevi cose.
«Prima, ringrazio i miei difensori per la grande dottrina colla quale mi hanno difeso. (Era stato difeso dai tenenti Giglio e Corselli). Secondo, dichiaro sulla mia parola d'onore che il Cermenati si recò a Pavia e a Piacenza soltanto in qualità di redattore del giornale, e per nessun'altra ragione.»
E quando Bacci, il sostituto avvocato generale in missione, escluse dal numero dei colpevoli Ulisse Cermenati e Arnaldo Seneci, amministratore dell'_Italia del popolo_, sulla faccia del direttore si diffuse la consolazione. Egli respirava più liberamente. La reclusione degli amici gli sarebbe pesata sul cuore come un martirio.
In galera nessuno lo ha mai sentito lamentarsi. Egli lavorava dalla mattina alla sera e non sostava che per pensare alla vecchia madre che lo piangeva disperatamente.
Pochi idolatrano la famiglia dei genitori e contribuiscono al suo benessere come Gustavo Chiesi.
Egli è stato eletto deputato mentre era nel reclusorio di Finalborgo e Forlì continuerà ad eleggerlo per un pezzo, perchè Gustavo Chiesi non è di coloro che si abbandonano subito dopo che la giustizia delle masse ha stravinto la giustizia delle classi.
Conosciuto, lo si ama per la sua intelligenza, per la sua bontà e per la saldezza dei suoi principii.
In questi tempi di uomini di carta pesta, un uomo di bronzo, come Gustavo Chiesi, diventa, in un ambiente legislativo come il nostro, un tesoro nazionale. Tiene in piedi anche i legislatori di pasta frolla.
È dotto, è una biblioteca ambulante ed è una penna incorruttibile che perseguita i corrotti.
__A Finalborgo studio degli altri galeotti.__
Ci fu un galeotto che ci disilluse tutti. Era il cuoco del bettolino--un buon diavolo cogli occhioni pieni di lampeggiamenti e con le ganasce lardose. Aveva per noi della vera affezione. Coi pochi centesimi che potevamo spendere, si struggeva per farci mangiare meno scelleratamente che poteva. Sopratutto era pulito. Ci portava alla mattina una minestra per venticinque centesimi, la quale, in galera, potevamo dire buona e delle porzioni di gnocchi di patate che mandavano in visibilio Romussi.
--Neanche la mia cuoca saprebbe cucinarli così bene!
Gustavo Chiesi, che si interessava assai poco della vita del reclusorio e che giurava, di tanto in tanto, che non avrebbe mai scritto una riga sulla sua prigionia, aveva della tenerezza per il cuoco. Ci diceva che, se andava fuori, voleva fare qualche cosa per lui, perchè lo meritava. Sapevamo che era un fratricida, ma avevamo la sua parola d'onore ch'egli era innocente. Secondo lui, non fu che il caso che lo fece trovare nella stanza ove un altro suo fratello scannava il terzo. In galera poi non si può pretendere di trovare delle mani immacolate.
Una mattina che avevamo più fame del solito, lo aspettavamo andando in su e in giù per la camerata e gettando occhiate per il corridoio attraverso la spia.
--Ma questo cuoco?
Giunse in vece sua un recluso dei fatti di maggio. Che aveva? Era egli ammalato? Nessuno ne sapeva niente e nessuno ci voleva dire niente. Alle nostre interrogazioni, si rispondeva con smorfie che suscitavano una curiosità maggiore. Che cosa gli era capitato? Il direttore lo aveva condannato a quindici giorni di cella di rigore e di camicia di forza. Che cosa aveva fatto? Quando lo sapemmo, lo buttammo tutti idealmente dalla finestra, come si fa con una persona della quale non si voglia più ricordarsi. Egli si era appaiato con uno della sua specie.
Dopo quest'uomo triviale che ci ha trascinati nei bassifondi della malavita, è una consolazione ritornare alla superficie dove sono esseri di una morale un po' più sostenuta.
Il 598 era il modello di tutti quanti ho conosciuti. Egli gode la fiducia del direttore e non ne abusa. È fedele, è rispettoso, è astemio e lavora dalla mattina alla sera come un martire. Va da un corridoio all'altro senz'essere accompagnato dalla guardia. È il solo che esca tutti i giorni dallo stabilimento--accompagnato, si intende, dall'agente di custodia--a portare la corrispondenza alla direzione dei reclusori ed è il solo che vada fino a Finalmarina a prendere i medicinali.
Un giorno, mentre il buon Pascotto stava spolverando la lampada della nostra camerata, gli domandai perchè non scappava.
--Voi non avete più che dodici anni da fare. Ma pensate che la vita è breve, accidempoli! Nei vostri panni io non esiterei un minuto. Mi servirei della casacca per insaccarvi la testa del mio guardiano e obbligarlo a sciupare del tempo a distrigarsela e poi direi: gambe mie, aiutatemi! Continuerei a fuggire senza mai voltarmi indietro.
Non smise neanche di strofinare la lampada. Per lui erano tutte sciocchezze. Lui non era uomo da lasciarsi scaldare la testa. Prima di tutto aveva la sua pena da espiare e non intendeva sottrarvisi se non gli si faceva la grazia. Aveva violata la legge e la legge doveva essere rispettata. Ai suoi tempi era stato un bulo e anche un grassatore di strada. Ma adesso aveva fatto giudizio ed era, per lui, un piacere mantenersi sulla via retta. La fuga poi, per un povero cristo, era una ridicolaggine. Come si poteva scappare colla catena o cogli abiti del galeotto?--E quando siete al largo e cercato dappertutto dagli agenti di polizia, dove andate a nascondervi? La vita del fuggiasco è più grama di quella del recluso. Credetelo. E come troverete da mangiare in giro, senza amicizie e senza denari? Rubando. E io non farò mai più il ladro.
Egli mi rispondea da uomo emendato, e il mio pensiero incanagliva e trepidava, preparandosi una fuga clamorosa e spettacolosa. Lui mi parlava di ridicolaggine e di catena, e io sentivo il mare che si frangeva fracassosamente sulla spiaggia di Finalmarina. Lui si vedeva inseguito dai cagnotti sguinzagliati dalla giustizia che non dà tregua, e io mi gettavo sul mare supino e, a forza di gambe, raggiungevo la nave straniera che mi accoglieva a bordo a braccia aperte. Il 598 si vedeva impacciato, perseguitato e morto di fame. Io mi sentivo libero, sulla piattaforma inglese o americana, circondato da migliaia di persone che mi salutavano con dei battimani fragorosi e mi riempivano le tasche di dollari o di sterline udendomi raccontare le avventure della mia fuga e il periodo della fame de' miei amici della quinta camerata!
Il 77 era il lavandaio. Era alto come un palo telegrafico, secco come il merluzzo e giallognolo come la pelle di un giapponese. Con il suo collo esile, sormontato da una testa poco voluminosa, con le sue braccia lunghe appese alle spalle come cose floscie giù rasente il corpo, con la sua faccia piena di rientrature, pareva uno scheletro ambulante.
Gli occhi, nascosti nelle occhiaie profonde sotto le tettoie ossute e pelose, sembravano focolari di delinquenza. Erano in essi i guizzi del delitto che facevano passare per la schiena l'aria fredda.
Tutte le volte che lo guardavo, mi obbligava a liberarmi dai fremiti che mi suscitava con degli scotimenti di spalle. La sua bocca a culo di gallina e il suo mento che tirava da sinistra a destra, mi riassumevano il tipo del luogo.
Aveva la mano denutrita e le dita lunghe del fantasma. Si movevano come tentacoli. Prendevano la biancheria sporca con un movimento meccanico. Sul cuore del 77 era il listone nero del suo trasporto, e sulla sua testa gibbosa era il berretto giallo a spicchio che lo incadaveriva.
Come tutti i sanguinarii, era di modi carezzosi. Parlava con dolcezza e non si lamentava mai della sua sorte. Una volta che gli domandai se pensava di rientrare nella vita sociale, mi offerse una presa di tabacco con una spallata di sprezzo. Pareva volesse dire: Società ingrata, non avrai le mie ossa! I suoi compagni mi dicevano che era religiosissimo. Non mangiava mai senza farsi il segno della croce e non andava mai sulla branda senza prima essersi inginocchiato a ringraziare il Signore Iddio di averlo mantenuto buono anche in quella giornata.
Tra tutti i condannati della quinta camerata preferiva don Davide. Il sacerdote nel camiciotto del recluso gli faceva sanguinare l'anima. Non gli pareva giusto che un uomo di «talento», come diceva lui, fosse in prigione per avere del «talento».
Don Davide si soffiava il naso sovente a Finalborgo. Aveva preso un raffreddore che gli era divenuto cronico. E il lavandaio, di nascosto, gli lavava un fazzoletto al giorno e glielo portava pulito e piegato come una cosa proibita dal regolamento.
L'udito del 77 era molto difettoso.
C'era un recluso che aveva già scontato otto anni e che anche nel saio della casa di pena non aveva perduto la caratteristica del mestiere che esercitava prima di essersi intriso le mani nel sangue dei suoi simili. Lo si vedeva e si pensava al palcoscenico. Egli non poteva essere che un calcascene. Il suo viso era una ditta teatrale. Una di quelle facce grassottelle di venticinque anni, con la carne biancastra della gente che va a letto quando la notte sfittisce, con l'ombreggiatura per la mezza faccia della barba fitta e nera che ha subito il contrappelo e con gli occhioni dalle pupille fulgide nella vivezza lattiginosa che inondano l'assieme di una bontà infinita.
La sua vita di «scrivanello»--una vita che lo lascia libero tutto il giorno e gran parte della notte--non gli ha fatto dimenticare che gli mancano quattro anni, anni che egli chiamava quattro secoli anche quando gli si diceva che la sua liberazione non poteva essere lontana.
Le lettere che riceveva dalla famiglia gli rinverdivano le speranze ogni tre mesi, ma, tra l'una e l'altra del trimestre, aveva dei momenti neri di ipocondria. Gli pareva che più nessuno pensasse a lui. Prima che venisse l'indulto me ne fece leggere una la quale gli dava l'idea che finalmente il sovrano si era commosso del suo stato. Egli era convinto che S. M. stava per firmare la sua grazia. Ma il giorno che mi vide partire senza novità per lui, ricadde nella disperazione.
--«Non mi dimentichi!» mi disse. E dicendolo si asciugava gli occhi, volgendosi dall'altra parte. «Se posso ritornare a casa, le assicuro che non mi vedranno più in questi luoghi. L'ho scontata troppo cara per dimenticare la vita del recluso. Poi ho la mamma e la sorella che mi vogliono un bene dell'anima. Lei ha letto l'ultima loro lettera e può dire se hanno del cuore.»
Di mattina, era addetto al medico. Registrava la medicina da mandarsi a prendere. Dopo, andava per le camerate a raccogliere le ordinazioni mangerecce, e nel pomeriggio, fino magari dopo la mezzanotte, rimaneva con un galeotto perpetuo a preparare gli specchietti del movimento amministrativo quotidiano.
Il suo numero di matricola era il 2107.
Prima dell'attore veniva da noi, col libro della spesa e il calamaio attaccato per un lembo di pelle al bottone della giacca, uno scrivanello che aveva ammazzato un carabiniere il quale lo aveva sorpreso a svaligiare una _carbona_ (casa) fuori di porta Magenta. L'omicidio gli aveva dato modo di rimanere fuori dalle unghie della giustizia per parecchi mesi. Ma la gatta, anche dopo una paura maledetta, va al lardo fin che vi lascia lo zampino. E un bel giorno lo agguantarono con degli altri ladri o degli altri grassatori e lo mandarono in galera con una sentenza di vent'anni.
Era recidivo, qualche _colpo_ gli era andato bene e sapeva adattarsi all'ambiente in un modo meraviglioso. Quando la direzione non lo imbestialiva coi conti che gli aveva affidato, non si accorgeva di essere in un reclusorio. Lasciava l'ufficio verso mezzanotte e dalla spia della nostra camerata lo rivedevamo al lavoro prima delle quattro.
Qualche volta, se la guardia che lo accompagnava non gli era vicino, gli dicevo che faceva male a lavorare tante ore in un periodo in cui gli operai che mangiano meglio si agitavano per un orario quotidiano di otto. Vi ammalerete e andrete al cimitero senza rivedere Milano.
Mi rispose che stava meglio in ufficio che in infermeria, ove poteva coricarsi e alzarsi presto senza svegliare alcuno. L'infermeria è uno stanzone lunghissimo con delle finestre libere dai cassoni e con due filate di letti quasi sempre vôti.
--Come, vi lamentate di dormire sulla materassa?
--Non mi lamento, ma lei non sa....
--Datemi del voi, gli dissi celiando. Sapete bene che il regolamento proibisce ai detenuti di servirsi di un pronome che non sia di seconda persona plurale.
--Giusto, voi non sapete che in letto--anche sulla materassa--sto male. È l'unica cosa alla quale non sono mai riuscito ad abituarmi. Il galeotto è incatenato alla branda. Ora, mettetevi nella mia posizione, e vedrete che darete la preferenza al pisolino sulla scranna dello scrivanello. La lunghezza della catena non mi permette che di mettere il piede in terra dalla parte dell'anello e di rimanere, se non voglio scorticarmi, in una posizione supina. Il letto, per me, è una tortura.
Fu lui che ci iniziò ai pasti dei peperoni, dei pomidori, dell'insalata di cipolle e di patate coll'aglio e di fagiolini tirati fuori dalla pasta del convento, quando la minestra era coi fagioli.
Egli è piuttosto piccolo, con la pelle sulla faccia scura e butterata, con gli occhi un po' loschi e con le estremità del taglio della bocca non esattamente equidistanti. È tutt'assieme una figura rapace.
Lo abbiamo perduto per avere alzato il gomito. Poco abituato a bere, un giorno era riuscito ad ubbriacarsi. Lo trovai nel letto della infermeria incatenato alla branda, con la cuffia di cotone bianco sulla fronte, che stava aspettando la sbriacatura.
--Che cosa fate? gli domandai.
--Non ho potuto alzarmi alla solita ora per un po' di vino brusco. Accidenti al vino brusco!
All'indomani, o qualche giorno dopo, il direttore lo mandò nell'altro reclusorio a mia insaputa e io non ho potuto restituirgli lo Stecchetti che mi aveva imprestato per passare il tempo.
Lo scrivanello lo sapeva quasi tutto a memoria.
__Fra i passatempi dei condannati.__
Fra i passatempi dei condannati giornalisti nel Reclusorio v'era pur quello di mettere in versi i fatti che destavano qualche impressione. Come saggio pubblico le seguenti strofe di don Albertario. La notte dal 26 al 27 novembre una libecciata terribile devastò la sponda ligure e recò gravi danni in mare e in terra. A Finalborgo furono schiantati alberi, trasportati dal vento comignoli e tetti; il camino della caldaia a vapore del Reclusorio di Finalborgo venne spezzato a metà, cadde sull'infermeria del carcere, sprofondò il tetto e, per prodigio, non schiacciò nei loro lettini gli ammalati. Al mattino si celebrò il fatto doloroso, con le strofe di don Albertario:
O cielo di Liguria, o ciel furioso, E quando, dimmi, la farai finita A ridonarmi il sol, la nostra vita, Che tieni dentro al guardaroba ascoso?
Qui, dal tepido mar, dall'alpi algenti, Scendon sul lido alla battaglia atroci Scirocco e Tramontana, e a lor veloci Schieransi intorno i bellici tormenti.
Dense le negre nubi e gonfie d'ire In groppa ai venti stendonsi pel campo; Il tuono scoppia inseguitor del lampo, De' mostruosi guerrier folle è l'ardire.
Dalle cime native il ghiaccio chiede Borea e lo muta in grandine funesta; Libeccio intanto del Tifone appresta L'arma a Scirocco che terribil riede.
«Pel Simun, rugge, per le arene e il fuoco «Del genitor deserto, il giuro al cielo, «In fra le nevi porterò lo sgelo «E di Borea il mugghiar farassi fioco.
«Siccome nebbie spersi carovane, «Come fuscelli sprofondai navigli, «Ho atterrato i leon quasi conigli; ... , «Rido del soffio delle Tramontane.»
Sì dice--e fiero e furibondo attacca Con Libeccio e Tifon, colle saette Sferza Aquilon dalle scoscese vette I suoi guerrieri e lo Scirocco fiacca.
Le navi trottolâr nell'oceáno, E in un baleno l'inghiottisce il gorgo; Crollano torri e case; a Finalborgo Del fornello il camin vien raso al piano.
O cielo di Liguria, o mar Tirreno, E quando l'aure e l'onde tue saranno Serene e quete ed avrà fine il danno Orrendo inflitto al dolce lido ameno?
Non fia sicuro sullo stelo il fiore, E allo stranier che ti sospira ed ama. Colle tempeste appagherai la brama Di qui svernar sul suolo dell'amore?
Torvo risponde il Ciel: «Allor letizia «Del suo sorriso abbellirà la terra, «Quando fien salvi i prigionier di guerra, «E a splender torni il sol della giustizia.
«Ma fin che a Finalborgo, tra le pene, «Giaceranno innocenti, il mar col flutto, «Col vento il Ciel, semineran tal lutto «Che in pianto scioglierà fin le catene.»
__Costantino Lazzari.__
Tra l'ottanta e l'ottantatrè i pionieri del movimento marxista continuavano a battere il chiodo che, se si voleva organizzare i mestieri, bisognava costituire un partito puramente operaio, il quale, a suo tempo, avrebbe potuto trasformarsi in partito socialista italiano. Parecchi operai, che studiavano e frequentavano i circoli di studi sociali, si misero a concionare in questo senso, e subito dopo la morte di Carlo Marx la loro organizzazione si potè dire iniziata.
Ormai, si disse, l'operaio farà da sè. Chiunque si occupava di questioni sociali e non aveva i calli del lavoratore alle mani, veniva considerato una specie d'intruso. Lo si vedeva negli angoli dei meetings come un rognoso.
Coi pregiudizi che pullulavano nella testa operaia e con la stampa che blatterava di progresso e dava eternamente ragione agli intascatori di lavoro non pagato, senza un giornale che stimolasse, che aiutasse, che confortasse, che difendesse e che rivelasse la vita che si svolgeva negli stabilimenti padronali, gli operai non avrebbero potuto tener duro.
Un giornale era necessario. Senza di esso sarebbero stati calunniati, schiacciati. Non si domandarono neanche chi di loro sapeva scrivere o chi di loro sapeva mettere assieme un foglio qualunque. L'esperienza li avrebbe fatti andare sulle pedate degli altri. Il loro partito era nuovo e nuovi dovevano essere gli scrittori. Non si trattava di scrivere in ghingheri. Si trattava semplicemente di dire chiaro e tondo che cosa volevano, dove tendevano, a che cosa aspiravano. Non altro. E il _Fascio Operaio_--voce dei figli del lavoro--il 29 luglio 1883 era già nelle mani del pubblico. Lo scopo della pubblicazione era condensato in queste parole di Malon stampate a destra, in corpo otto, sotto il titolo del giornale: «Se non pensano a far da loro gli operai italiani non saranno mai emancipati.»
Nel primo articolo intitolato «chi siamo e che cosa vogliamo», dicevano apertamente che erano «operai nel più stretto senso della parola, cioè, operai manovali».
«Siamo i figli di quella immensa moltitudine a cui la vita non è concessa che a patto di una perenne produzione--di quella classe che lavora e soffre, senza adeguati compensi--che vede il frutto delle proprie fatiche aumentare le ricchezze dei capitalisti.»
L'attività dei redattori del _Fascio Operaio_ era infaticabile. Restando al lavoro, tenevano conferenze ogni sera, organizzavano la lega di resistenza ogni volta si trovavano coi compagni, e scrivevano articoli ogni settimana. In due mesi la «voce dei figli del lavoro» seppe preparare e inaugurare un Congresso operaio a cui il _Fascio_ mandava il suo saluto «perchè i congressisti erano puramente dei lavoratori che si ispiravano alla loro coscienza di lavoratori». «Siate uomini nuovi, diceva loro. Due siano le vostre stelle polari. L'eguaglianza di tutti gli uomini in faccia alla giustizia e l'indipendenza della personalità umana.»
Il _Fascio Operaio_ discuteva i problemi operai, polemizzava coi giornali che si occupavano dei redattori e dei loro articoli, decomponeva, a poco a poco, il Consolato operaio nelle mani dei romussiani, e attaccava, con qualche violenza, la democrazia al dorso del _Secolo_, chiamandola «vile». Cavallotti, che fino dai tempi del _Gazzettino Rosa_ aveva imitato don Margotti, tenendo nella sua casa il casellario degli uomini pubblici--casellario che se venisse pubblicato adesso sorprenderebbe molti e susciterebbe polemiche infinite--si era occupato anche dei redattori del _Fascio_ e specialmente di Costantino Lazzari, il quale, oltre essere il redattore capo del Fascio, era l'anima del partito operaio.
Per capire l'importanza dell'accusa contro Costantino Lazzari, bisogna ricordarsi che nell'86 Cavallotti aveva già assunto il carattere di _leader_ parlamentare ed aveva già iniziato il sistema di inseguire e snidare i corrotti dovunque li trovava o li sapeva.
Nel salone dei Giardini Pubblici, ove aveva finito di parlare Cavallotti sulle elezioni generali, non appena il redattore capo del _Fascio_ si permise di domandare la parola, si sentirono voci spaventevoli.
--Fuori le spie! fuori le spie!
Chi erano le spie? I redattori del _Fascio_. Ma l'indiziato era Costantino Lazzari. Tanto è vero che nel questionario, che invitava Cavallotti a dare «risposte categoriche in nome della verità e della giustizia», c'era questa interrogazione:
--È giusto paragonare il compagno Lazzari ad un agente di polizia?
Cavallotti non volle mai smentire l'accusa e non volle mai dire pubblicamente su quale documento era basata. Ma tutti gli amici dell'autore di _Anticaglie_ sapevano e sanno che l'accusa era basata su una ricevuta di cinquecento lire, firmata da Costantino Lazzari, nelle mani di Nicotera, ministro dell'interno. Chiunque di noi l'avesse veduta senza cercare altro, non avrebbe potuto venire ad altra conclusione. Cioè che Costantino Lazzari non aveva schifo dei fondi segreti. Ma la cosa non è così. E ne parlo appunto per distruggere una calunnia che perseguita Lazzari da parecchi anni. Non lo si può dire prudente, questo no. Prendere del danaro per un partito senza domandare da che parte venga, con la scusa che il denaro non ha «odore», è un po' arrischiato. Ma in verità Costantino Lazzari entrò come un sorcio nella trappola. Non sapeva del tranello. Gli si esibirono cinquecento lire per il partito in un momento elettorale, le prese, e le consegnò intatte al partito senza curarsi d'altro. Un fatto consimile è avvenuto tra i socialisti di Londra. I _tories_ diedero parecchie centinaia di sterline a un _leader_ socialista per moltiplicare le candidature socialiste tra il candidato _tory_ e il candidato liberale. Il giuoco era che col terzo candidato i liberali avrebbero perduto i voti che venivano dati ai socialisti e quindi qua e là dei collegi. Si gridò al _tory money_, come qui si gridò alla spia. Ma il _leader_ inglese e il _leader_ italiano poterono salvarsi mostrando, come Walpole, le mani pulite.
Dopo questo fatto il _Fascio Operaio_--del quale parlo perchè è come parlare di Costantino Lazzari--e il partito operaio subirono le violenze prefettizie e passarono attraverso un uragano indemoniato. Il Comitato Centrale del partito operaio italiano venne sciolto, il _Fascio Operaio_ sospeso e la redazione intiera messa sotto chiave al Cellulare per ottanta giorni. I condannati furono cinque, tra i quali Costantino Lazzari, a tre mesi di carcere e a trecento lire di multa.
E il _Fascio Operaio_ risorse, dicendo che «il socialismo è un gigante che nessuna forza può vincere».
In Costantino Lazzari è rimasta l'avversione del Fascio Operaio per gli «intrusi». Un socialista dottore o avvocato o scrittore o ingegnere o architetto gli fa torcere il viso dall'altra parte. Ha per tutti costoro un'antipatia invincibile. Li chiama i socialisti dal panciotto bianco o i socialisti dal _gilé de gess_.
Si dice che la gratitudine non sia il suo forte. Ma è indubitato ch'egli, giovanissimo, si è dato la briga di soccorrere la sua famiglia povera, e di mantenere alle scuole di Milano una sua sorella e un suo fratello.