Chapter 14
--Senta, professore, non saprebbe mica aiutarmi a scovare un giovane che abbia imparato qualche cosa e facilità di scrivere?
Il professore di letteratura si passò la mano sulla fronte.
--Eh, proprio, è difficile. Ne ho conosciuto uno, quello sì... Era un diavolo che sapeva scrivere drammi, novelle, brani di storia, biografie... La sua penna andava come il vento.
--Se è morto non parliamone.
--È vivo. Ma non so dove sia andato a finire. Aspetti, deve essere a Pavia. Credo che studii legge. Certamente non vorrà smettere per fare il giornalista.
In allora, per spiegare la frase dell'autore della _Celeste_, non erano che gli scapigliati che si compiacessero di prendere delle sbornie coll'inchiostro di redazione. Erano giovani pieni di coraggio e anche d'ingegno o degli studiosi che volevano farsi largo, ma irregolari nella vita e nel lavoro. Nessun direttore poteva contare sul loro articolo pel numero di domani. Gli editori pagavano poco o niente e i giornalisti di professione, come è naturale, non esistevano. Non esisteva che la bohême chiassosa, buontempona, nottivaga, capace di annunciare in prima colonna e in corpo dieci che i redattori avevano orgiato e non potevano quindi scrivere l'articolo di fondo o l'appendice drammatica!
Un anno dopo, Moneta rivide il padre del _Falconiere_ e lo ripregò di procurargli un giovanotto che avesse la stoffa del giornalista.
--Fra i miei scolari passati e presenti non ne conosco uno. Non potrei suggerirle che quello dell'anno scorso scorso. Quello là ha tutte le attitudini per uno scrittore di giornale. Ha una penna pronta, sollecita, che si piega a tutte le movenze di uno stile facile. Ha letto molto. È una biblioteca ambulante.
--Me lo mandi, dunque!
--Vedrò di cercarne l'indirizzo.
Un giorno, in cui il pensiero di Moneta era lontano le mille miglia dal redattore che gli doveva mandare il Marenco, si sentì annunciare il dottor Carlo Romussi.
--Passi.
Fiscamente non gli fece una grande impressione. Non gli si era presentato che un omino il quale non lasciava supporre in sè tanta resistenza al lavoro. In due parole s'intesero. Il Romussi faceva pratica d'avvocato ed accettava volentieri di passare a teatro le serate come critico d'arte. Moneta voleva qualcosa di più di un critico d'arte, ma per il momento si accontentava.
È inutile ch'io dica dei suoi ideali drammatici. Tutti sanno che il Romussi in arte e in letteratura non è stato figlio del suo tempo. Egli è entrato nel giornalismo come un vecchio che sente e difende le glorie virtuose del passato. Assoluto come tutti quelli che credono di avere il monopolio della verità, ha sempre dato addosso o ignorato la gioventù che ha portato sul palcoscenico e nel romanzo o sulla tela o nel marmo la vita con le sue grandezze e coi suoi orrori. Zola fu uno dei suoi boicottati fino a ier l'altro. La Duse, per lui, è rimasta un'artistaccia di provincia. Ibsen non gli uscirà mai dalla penna che come un degenerato del teatro.
La fortuna del _Secolo_ data dalla guerra franco-germanica. Il Moneta simpatizzava per la Francia antimperiale e la tiratura salì vertiginosamente dalle otto alle venticinque mila. Era un trionfo giornalistico che bisognava conservare migliorando il servizio. E Moneta assunse, come cronista a ottanta lire il mese, l'avvocato Carlo Romussi.
Il suo primo articolo fece scalpore. Gli altri giornali avevano narrato il giorno antecedente un grave scandalo contro un patrizio milanese. Moneta, giudizioso e temperato, non volle lasciar correre la notizia se non dopo essersi informato personalmente che esisteva una querela e che c'erano i genitori i quali affermavano che la loro figlia minorenne era stata deflorata da un duca. Romussi non fu che l'esecutore. Avuto l'incarico dalla direzione, si mise al tavolino a fianco della vecchia scrivania del direttore e scrisse più di una colonna colorita, spigliata, nervosa, paragonando il violatore di fanciulle al Borgia crapulone. Venuta la minaccia di una querela per diffamazione, e sinceratisi, con le visite mediche, che la ragazza era _virgo intacta_ il _Secolo_ trangugiò uno di quei rospi vivi che non lasciano sopravvivere che la buona fede del giornale.
La cronaca composta di note aride e di fatterelli che facevano sbadigliare, divenne, nelle mani del Romussi, una rubrica importantissima. A poco a poco del Broglio del _Pungolo_--il quale passava per il cronista sommo della Risottopoli per le sue noterelle patrie e per avere introdotto, tra i fatti cittadini, le notizie che la questura comunicava a lui solo--non rimase più nulla. La cronaca si era elevata, Romussi l'aveva intellettualizzata, allungata, drammatizzata e resa indispensabile. Con lui i pennivendoli più sfacciati della cronaca cittadina sono stati obbligati a divenire più prudenti o a frenare la loro ingordigia.
Egli è ora direttore del _Secolo_, di quasi cento mila copie, ma io, a costo di farmi lapidare, persisto a credere che sia in lui più l'uomo di lettere che il giornalista. Chi ha letto i suoi lavori e specialmente _Milano nei suoi monumenti_--un'opera che quando sarà terminata rappresenterà la sua gloria--non può venire che a questa conclusione. Egli è un illustratore passionato. Charles Dickens è stato il primo direttore del _Daily-News_ a due mila ghinee l'anno. Ma anche i suoi più grandi ammiratori hanno dovuto convenire che la sua tendenza era verso l'immortale Pickwick. Romussi è sempre pronto a buttar giù, lì per lì, qualunque articolo su qualunque soggetto. Ma il giornalismo moderno non si contenta della _vitesse_ della penna. Esso esige tutta l'attività di un uomo anche se quest'uomo non scrive mai un articolo. I più grandi direttori dei più grandi giornali del mondo scrivono pochissimo. John Dilane, l'autore, si può dire, del _Times_ dei nostri giorni, non fu mai _a writer_. Non scrisse che qualche articolo tra un anno e l'altro. Ma i suoi biografi sono concordi nel dire che egli era il _Times_.
Carlo Romussi è pieno di cuore, ha ridondanza di affetti ed è un amico, se vi dà veramente la sua amicizia, prezioso. Egli è capace di dedicarvi l'esistenza. La sua intimità con Cavallotti, la sua affezione per Cavallotti, la sua idolatria per Cavallotti sono cose di ieri. Nessuna donna ha amato il poeta anticesareo coi trasporti del direttore del _Secolo_. Per degli anni egli non ha veduto che cogli occhi di lui, non ha palpitato che col cuore di lui e non ha avventato un'idea politica che non fosse un idea cavallottiana. Ed è stato un errore. La devozione di Pilorge per Chateaubriand mi commuove. L'uomo privato può darsi il lusso dell'adorazione. L'uomo pubblico, il direttore di un giornale, non può sposare un uomo con le sue virtù, con i suoi difetti, con le sue aspirazioni, con le sue beghe personali. L'uomo è un individuo, il giornale è una istituzione, è un veicolo che deve andare in casa di tutti come un informatore. Cavallotti può odiare il socialismo e i socialisti fin che gli pare e piace. Il _Secolo_ non può, non deve seguirlo. E con Romussi, ipnotizzato da Cavallotti, il _Secolo_ ha ignorato per degli anni il socialismo e i socialisti. Non ne ha più parlato. Per lui non esistevano o non erano mai esistiti o erano morti. Boicottare un partito per delle bizze personali vuol dire rendere un cattivo servizio ai lettori che pagano per essere informati di tutti gli avvenimenti e alla amministrazione che pubblica il giornale per arricchire il suo editore o dare grossi dividendi agli azionisti. Boicottate un uomo pubblico o un partito o una notizia e voi sopprimerete dei lettori. Il giornale, che non è superiore ai rancori personali, che non sa essere imparziale cogli amici e coi nemici, che ha delle antipatie e delle simpatie, che ommette questo fatto ed esclude quest'altro, perde il diritto a questo nome. Diventa l'organo di Tizio o di Caio, ma non è più un giornale nel significato professionale.
Carlo Romussi è nato a Milano il 10 dicembre 1847.
__La tristezza di Natale.__
Ci siamo alzati, come gli altri giorni, al suono del din din, din dan della campana del reclusorio. I miei compagni parevano tante mutrie. Rispondevano al buon giorno e agli augurii con dei buon giorno e degli augurii secchi, come gente che si sarebbe morsicata se non ci fosse stato di mezzo il galateo. Don Davide andò a dire le tre messe alle muraglie della cappelletta addossata alla muraglia dell'infermeria, dicendo di non aspettarlo che non avrebbe bevuto il caffè al ritorno.
L'intervallo tra il caffè e l'aria fu sepolcrale. Passeggiavamo in su e in giù, con le mani sulla schiena, con la faccia rabbuiata e con gli occhi che parevano altrove. Il latrinaio, che ci aveva salutati con tutti i complimenti che aveva potuto raccogliere la sua testa, rimase senza risposta.
--Signori, buon Natale e tanti anni come questi!
Parecchi di noi lo avrebbero sprofondato. Asino porco di un ammazza donne, non è buono neanche di essere gentile!
Va all'inferno!
--Aria!
---Ci lasci almeno prendere il caffè, signor sottocapo. Un minuto, meno di un minuto.
Il caffè era squisito. Era stato fatto dalla mano maestra del Federici che non lo beveva. Don Davide prese la chicchera senza ricordarsi dell'ordine che aveva dato. Il moka ci lasciò immusoniti più di prima.
Andammo all'aria come a un funerale. Nel cortile eravamo sbandati. Ciascuno passeggiava per proprio conto. Pareva che l'uno non volesse avere contatto con l'altro. Ritornammo nella camerata accigliati e taciturni. Chiesi sedette sulla branda piegata e si sprofondò in una _Histoire de la Commune_ illustrata, don Davide si sommerse nel _Breviarium romanum_ che teneva sempre sul tavolo, Federici aperse il _Dodo_--un romanzo che riproduce la vita intima inglese e lascia sentire l'odore della classe che dipinge. Lazzari si rimise sulla figura che stava disegnando con gli occhi torvi e l'aria di un mastino che avrebbe addentato il polpaccio del primo che gli si fosse avvicinato. Suzzani ricominciò a percorrere lo stanzone senza zuffolare l'inno dei lavoratori, la sua aria favorita che ci regalava dalla mattina alla sera senza perdere di lena--e Ghiglione, il tremendo Ghiglione che aveva sobillato con fervore i terrazzani di Niguarda, si era gettato a capofitto in un manuale di musica da quindici centesimi.
La colazione passò nel silenzio. Ciascuno mangiava quello che aveva ordinato senza dire una parola. La sola cosa in comune fu una bottiglia della cassetta che ci aveva inviato il buon Quadrio, direttore della _Valtellina_ di Sondrio. Era un vino eccellente che non bevevamo da un pezzo.
--Buono, dissi vuotando il bicchiere.
Nessuno rispose. Pareva avessi detto loro una insolenza.
Dopo la colazione entrò il sottocapo con un immenso pacco di lettere e di biglietti di visita e una manata di telegrammi. Si buttarono loro sopra come avari che ricuperino il sacco dei denari che credevano perduto per sempre, e si ingolfarono nella lettura intima senza lasciar trapelare un pensiero dei tanti pensieri che erano loro giunti.
Le sole cose che riferivano erano i saluti o gli augurii nei quali fossimo compresi tutti od alcuni di noi.
--Il tale vi saluta tutti!
--L'Aliprandi saluta anche te, Paolino.
--Grazie.
--Il tale augura a tutti buon Natale!
Tra i tanti telegrammi ricevuti nella giornata ricordo quelli di Bertolazzi, i quali riuscirono a smutriare qualcuno.
--Buon Bertolazzi!
--Buonissimo!
Lungo l'asse che correva al dorso della parete erano parecchi panettoni. Furono dessi che incominciarono a dar vita alla conversazione.
--Che cosa ce ne facciamo? Non possiamo mangiarceli tutti.
--E se ne dessimo uno ai poveri forzati? I reclusi del maggio ricevono qualche cosa, hanno forse ricevuto tutti qualche cosa. Mentre i perpetui e gli a tempo con la catena, non sono ricordati neppure dai parenti. Chi ha vergogna di loro e chi li dimentica come individui morti. E se ne dessimo una fetta a tutti loro? C'è questo del Mascarini, offelliere di Milano, mandato a don Davide. È grosso come un cetaceo.
Federici non si fece ripetere l'interrogazione. Se lo portò sul tavolo e con una cordicella si mise ad affettarlo.
--Quanti sono?
--Ventinove o trenta.
Incaricammo di distribuirlo don Davide Albertario. Fu una scena commovente--una scena che inumidì gli occhi di tutti coloro che hanno potuto essere presenti. I forzati si alzarono in piedi, rimanendo vicini al loro stramazzo, visibilmente commossi. Era forse la prima volta in tanti anni che sentivano parole dolci pronunciate da una persona che li capiva e li compiangeva.
«A nome dei miei compagni della quinta camerata--disse loro don Davide--vi dirigo il saluto in questo giorno di pace; come prete, io vi auguro la benedizione di Gesù Cristo che consoli il vostro cuore: accettate questo segno dei sentimenti del nostro cuore desideroso del vostro bene.» E incominciò subito la distribuzione. I volti duri dei galeotti si ingentilivano. Dal loro occhio scendevano le lagrime. Don Davide piangeva e noi, che vedevamo tutto dalla nostra cancellata, eravamo profondamente inteneriti. Si rimaneva a bocca aperta dinanzi alla commozione di tanti galeotti che avevano scannati gli uomini, massacrate le donne, fatto in quattro i padroni e distrutte le famiglie a colpi di coltello.
Don Davide mi prese sotto il braccio e mi disse:
--Avete notato che piangevano? Dinanzi al prete vestito d'assassino come loro, reo solo di avere professata la sua fede con maggiore sincerità e fervore, si sono sentiti le lagrime agli occhi. Non sono dunque completamente perduti. Credetemi, l'uomo che ha ancora la rugiada del cuore, è ancora un essere redimibile. Sembravano degli agnelli. Perchè non vi sarà maniera di rendere duraturi nell'anima di quegli sventurati questi nobili sentimenti e di ricondurli alla buona via?
«Ve lo giuro sull'anima mia: non dimenticherò mai questo momento del Natale in galera. È un episodio che mi resterà nella memoria in eterno. Mi hanno intenerito come un fanciullo.
--Diamo loro un altro panettone.
--Se si potesse, figuratevi!
Durante la giornata abbiamo avuto la visita del capo guardia prima e del direttore poi. Il primo ci parlò delle sue noie con dei prigionieri politici nello stabilimento. Per suo conto avrebbe voluto che ci avessero lasciati andare oggi piuttosto che domani. Non c'era più modo di aver pace. Parevamo gente in relazione con tutto il mondo. Una volta non si vedevano i portalettere che per la Direzione. Adesso il reclusorio è diventato un ufficio postale. Vi arrivano carri di pacchi postali, furgoni di biglietti di visita, centinaia di vaglia e di cartoline-vaglia, specialmente per don Davide, mucchi di telegrammi. Stamattina ne abbiamo ricevuti più di cento. E non sono mica gli altri che li registrano. Tocca ai poveracci dell'amministrazione. Non c'è più tempo neanche di mangiare. Si sciupa un paio di scarpe al giorno. Si sale, si discende e non la si finisce mai. E lui, per compenso, si trova con le scarpe rotte da pagare. Il bel mestiere che ha scelto! Doveva fare.... Basta, ora è troppo tardi. Le responsabilità poi sono tutte sulle sue spalle. Speriamo che oggi la vada bene e non accadano disordini. Sarebbe lui la vittima. Perchè il capo guardia dovrebbe essere dappertutto. Dabbasso, a ricevere, a rispondere, a registrare, e di sopra, con un occhio in ciascuna camerata. Bel mestiere che è fare il capo guardia con poco più di tre franchi al giorno! Speriamo che tutto passi via tranquillo e che si lasci fare un po' di Natale anche al capo guardia...
--Senta, signor capo guardia, non si potrebbe mica avere qualche sigaretta di quelle che mi hanno ritirate?
--Quest'altro, adesso! Vorrebbe la gallina e poi anche l'ovo. Vorrebbe farmi nascere la rivoluzione. Una sigaretta... guai se si sentisse il fumo.... Tutti gli altri vorrebbero fumare. Si starebbe freschi. Mancherebbe che ci fosse anche il permesso della sigaretta per far diventare il reclusorio uno spaccio di tabacchi.
Il direttore era stato in tutte le camerate a fare una specie di predicozzo sui doveri del condannato e a incoraggiare i reclusi a sperare nella grazia sovrana. Lo ascoltavano in silenzio, in piedi, tra una branda e l'altra, e lo lasciavano voltar fuori con dei viva l'amnistia! che forse lo facevano sorridere.
A noi non disse che qualche parola insignificante e non parlò, con deferenza, che col Chiesi, il quale sembrava nelle sue grazie. Io lo vedo ancora passarci in rivista col cappello calcato in testa, col bavero del paltò alzato e con le mani in tasca. Col suo sguardo truce e la sua voce da terrorizzatore, non mi invogliava a vederlo, tra noi, per un pezzo.
Noi poi, escluso sempre il Chiesi, non avevamo ragione di essergli riconoscenti. A Federici aveva negato parecchie cose che lo avevano fatto imbestialire più di una volta. A Lazzari aveva fatto sequestrare tutti i suoi disegni dopo che erano stati finiti. Tra gli altri eravi un don Davide vestito da galeotto e alcune guardie alla nostra cancellata, che avrebbero potuto illustrare qualche pagina del mio libro. A me non lasciò mai scrivere una lettera senza farmela copiare e ricopiare per delle inezie o delle parole contrarie al suo gusto letterario. A don Davide ne fece di quelle da farlo venire di sopra con gli occhi pieni di pianto.
Una volta che il direttore dell'_Osservatore Cattolico_ si era permesso di mettere, per distrazione, le dita sulla scrivania del direttore, il signor Reoboamo Codebò gli disse in tono grave:
--2557, tenete giù le mani!
Un'altra volta.... Ma non ricordo più bene il perchè. So che gli si doveva comunicare qualche risposta ministeriale a una sua domanda e che la comunicazione gli era stata fatta in un modo brutale o da fargli capire ch'egli non era più che un numero di matricola.
Eravamo nel periodo della fame, quando stavamo in piedi con la pagnotta e la minestra. Noi eravamo già tutti intorno la panca che ci serviva da tavola. Ritornò di sopra con la faccia che pareva un temporale.
--Che cosa vi è accaduto?
Stette in forse se mangiare o buttar via la gamella.
--Mi è accaduto.... Mi è accaduto che mi si è detto chiaro e tondo che io non devo considerarmi ormai più che il 2557 e io ho dato fuori. Sissignori, ho dato fuori! Dunque, dissi al direttore, mi considerano e intendono trattarmi come un vero delinquente? Sia! La prego però di darmi la carta per scrivere al ministro Pelloux che mi faccia fucilare! Laggiù non si conosce che cosa sia la dignità umana e io gliela farò imparare!!
Noi ci guardammo tutti in faccia come spaventati. Non lo avevamo mai veduto con gli occhi stralunati e le guance convulsionate dallo sdegno.
--Calmatevi, don Davide.
--Anche il direttore dopo avere veduto che mi aveva indignato mi ha detto di calmarmi. Non si è più padroni di sè quando ci si dicono certe cose!
--Mangiate la minestra che è quasi fredda, e passate sopra alle parole che vi possono dire in un luogo come questo.
--Siete o non siete il 2557?--gli diss'io ridendo e facendolo ridere.
--Lo sono.
E si mise a manducare.
La novità del giorno di Natale è stata che abbiamo potuto, per la prima volta, mangiare sulla tovaglia candida, avere il tovagliolo candidissimo e servirci dei cucchiai, delle forchette e dei cucchiaini di metallo. Era della roba che ci aiutava a rientrare nella società che stavamo per dimenticare. Mancavano a completare la tavola imbandita i coltelli--arnesi pericolosi per della gente in galera.
L'allegria era assente. Si iniziò il pranzo con un bicchiere di vino bianco di botte e con del presciutto tagliato di fresco. Assaggiammo una minestra stata cotta sul fornello della trattoria esterna e attaccammo, con qualche appetito, un tacchino di Filighera e dei polli stati allevati in Liguria, che mandavamo giù tra una forchettata e l'altra di insalata giovine. Giungemmo al sabaglione dopo avere vuotate parecchie bottiglie valtellinesi, senza dire una parola che valesse la pena di essere ricordata sul palinsesto della mia memoria.
Il pensiero dei miei compagni era probabilmente intorno il collo dei loro cari. Chiesi pensava alla sua mamma, Federici alla sua signora e alla sua bimba che spasimava di vedere, don Davide alla sua Teresa, la sorella che lo idolatra e Suzzani a sua madre che nominava sovente.
Potevamo star su fino alle dieci.
Alle otto eravamo tutti a letto.
Chiesi russava maialescamente da dieci minuti.
__Gustavo Chiesi.__
Gustavo Chiesi è uscito dalle pagine di Mazzini. Tutto ciò che è regio non entra nei suoi ideali. Tutto ciò che è frivolo non partecipa della sua esistenza. Le sue alte aspirazioni sono per una Repubblica di repubblicani ammodernati dalla vita pubblica.
In un periodo di specialisti, egli è rimasto l'uomo di una coltura straordinaria. Volgendosi verso la montagna della sua produzione, si può credere che egli abbia dato fondo all'universo. Si è occupato, con competenza, di tutto lo scibile umano. Di storia, di scienza, di letteratura, di invenzioni, di geografia, d'arte, di navigazione, di esplorazioni, di musica, di coreografia, di questioni agrarie, di strategia militare, di industria, di drammatica, di legislazione. Egli ha biografato mezzo mondo. Da Dante a Cimarosa, da Leonardo da Vinci a Cavour, a Cantù, a Crispi. Non c'è uomo illustre nella storia e nel rinascimento patrio che non sia entrato nella sua collezione illustrata.
_Self-mademan_ del giornalismo italiano, egli si è scelto un motto inglese adatto alla sua pertinacia di lavoratore: _time is money_--il tempo è danaro. Con una testa costantemente in eruzione e convinto che «la volontà è l'anima dell'ingegno e la vittoria del progresso», egli resiste al tavolo fino ai crampi nella mano. Passa indifferentemente da un soggetto all'altro, senza bisogno di sosta. Smette l'articolo politico e riprende la continuazione dell'appendice, consegna al proto la pagina critica e si riversa sull'_Italia irredenta_--una pubblicazione che deve «tener vivo nelle masse il sentimento della loro nazionalità, il retaggio sacro della lingua, la speranza di una rivendicazione avvenire».
È difficile trascinarlo in una conversazione che gli faccia perdere il tempo e il danaro, ma una volta ch'egli si decida per il riposo, vi trovate con un _causeur_ nel vero senso della parola, con un uomo il quale sembra non abbia fatto altro nella vita che occuparsi di salotti aristocratici o di aneddoti politici o di musica wagneriana. Verso sera, quando si aspettava la luce elettrica o si flanellava, gli abitatori della quinta camerata lo ascoltavano tra una meraviglia e l'altra.
Pareva Villemesant o Rochefort che stesse dettando le sue memorie. Si andava dall'Africa--ove era stato due volte come corrispondente del _Secolo_--al palcoscenico di una prima donna che ha fatto storia--nel dietroscena di Caprera quando donna Francesca rimase col generale--alla redazione di un giornale che si ricorda ancora--a un periodo tumultuoso che egli sapeva rimettere in piedi tale e quale, colla data, cogli incidenti, cogli attori principali, sceneggiando il disastro o il trionfo coi colori di una tavolozza arciricca. Un semplice paesucolo sconosciuto diventava nella sua bocca di un interesse sommo. Ce lo circondava delle industrie e degli uomini della regione e ci diceva l'avvenimento che lo aveva reso celebre.
Pur pensando a Cavallotti quasi balbuziente, dubito che il Chiesi abbia qualità oratorie. Gli mancano i mezzi vocali e l'inconsapevolezza di Castelar che sa stare sulla piattaforma con la tranquillità di uno scrittore a tavolino.
Il processo del tribunale di guerra è riuscito a propalare assai più il suo carattere, la sua produzione letteraria, la sua attività giornalistica.
Prima, quantunque avesse scritto una ventina di romanzi, descritta l'Italia da un capo all'altro, il suo nome non era nelle moltitudini come oggi. Giornalista che aveva nutrito una legione di giornali, gli mancava la simpatia nazionale che gli ha data una condanna la quale ha fatto fremere anche coloro che sono agli antipodi de' suoi ideali politici.