Dal cellulare a Finalborgo

Chapter 13

Chapter 133,900 wordsPublic domain

Furono i mozzi che mi scossero. Era venuta la mia volta. Mi chiamarono vicino alle due montagne, scelsero un catenone e una maniglia e mi fecero sedere su uno sgabellotto, vicino all'incudine che si levava un palmo dal terreno.

--Non fatemi male, dissi loro.

--Non fargli male che è di zuccaro!

E quasi tutti i ferratori--che erano degli altri forzati--scoppiarono in una risata che mi andò al cuore come un punteruolo.

--Dammi qua la gamba, piagnolone!

Mi misero il piede sull'incudine, mi inanellarono il ferro al disopra della caviglia e poi coi martelli si misero a battere e a ribadire i chiodi senza pietà alcuna. Avrei giurato che godevano del mio strazio. A ogni lamento che voleva frenare le brutalità del martello, mi rispondevano con parolacce che mi facevano male quanto il peso che mi avevano attaccato al piede.

--Dammi qui la catena da appendergli all'orologio, disse il ferratore al mozzo.

E me la ferrarono all'anello con dei colpi spietati che davano loro piacere.

--Basta, basta, Signore Iddio!

Mi rialzai e prese il mio posto il mio compagno di branca, cioè l'uomo col quale stavo per essere appaiato chi sa per quanti anni. Ero così assorbito dalla mia sciagura, che non ebbi uno zinzino di compassione per il mio futuro fratello di catena. Incatenati l'uno con l'altro, ci si condusse in un ufficio ove venimmo matricolati, lui col numero 3446, io col numero 3414.

Il mio compagno di catena era certo Stefano Cristini, della provincia di Roma, condannato a sedici anni di lavori forzati, il quale rideva e mi dava la baia perchè piangevo di essere carico di catene che potevo a mala pena tenere su col braccio o con le braccia.

--Se fai così, mi disse, staremo assieme poco. Andrai al cimitero assai prima che finisca la mia sentenza. Caro mio, il pianto è debolezza d'animo. L'uomo non deve mai perdersi di coraggio. Io ho già portato le catene per cinque anni nel bagno di Civitavecchia e non sono morto. Non ci penso neanche a finire i miei sedici anni. Provati a dire che non c'è rimedio e vedrai che la vita ti diventerà meno pesante.

Tre giorni dopo lasciammo il bagno alla Foce con una «catena» di novantasei persone. L'idea di scappare non poteva venire a nessuno. Eravamo incatenati come delinquenti che non avessero fatto altro al mondo che pascersi del sangue della gente macellata con le loro mani. L'estremità della mia catena a destra era stata attaccata all'occhiello dell'anellone al piede sinistro dell'altro al mio fianco. Di modo che il mio piede destro e il piede sinistro del mio compagno di sventura, dovevano fare passi limitati e avere movimenti isocroni. Si intende che, oltre a questa precauzione alle gambe, ci avevano ammanettati fino al gonfiore e passata la catena dall'ascella dell'uno all'ascella dell'altro, lucchettandocela nella schiena dell'ultimo in fondo. Coi zigzag ci legarono tutti e novantasei assieme, lasciandoci appena lo spazio per muoverci e per i passettini.

Il passo rapido dei primi veniva sentito dagli ultimi e le punte delle scarpe di una fila andavano sul dorso delle scarpe di un'altra.

Da questo bagno al Castellaccio c'erano, su per giù, tre chilometri. Era una strada malagevole che si ascendeva sudando come bestie, sotto un sole di giugno che scottava fin negli occhi. Perdevamo la lingua come i cani. I carabinieri che ci circondavano erano quaranta, tutti a cavallo, armati fino ai denti. Fumavano e si buttavano da una parte all'altra le birichinate della sera prima con le donne, senza punto badare al nostro supplizio. L'assieme era lagrimevole. Ci sarebbe voluto un fotografo. Perchè la penna, per quanto sia addestrata alle descrizioni minute e sia padrona di un'officina di vocaboli, non riesce mai a impadronirsi di tutto e a conservare, cogli atteggiamenti individuali, i colori del quadro grandioso.

Al Castellaccio ci matricolarono, separando i buoni dai cattivi. Le coppie che avevano subìte punizioni, venivano mandate nelle stanze a pian terreno, mentre le altre venivano disperse per i piani superiori. Il bagno era composto di stanze di sedici persone, con otto pagliericci da una parte e otto pagliericci dall'altra. Così che non vi so ancora dire la differenza tra le stanze di sotto e quelle di sopra.

La prima cosa spiacevole del Castellaccio, fu la distribuzione degli utensili di cucina. Invece della gamella, mi si diede una cosa di legno rotonda, coperta di due dita di muffa, e un pezzaccio di cucchiaio che pareva stato in una cantina umida per degli anni. Me li lavai e me li rilavai senza mai far loro perdere l'odore nauseoso contratto in un ambiente dalle pareti viscide. Un mio compaesano che si trovava nella stanza, prese a proteggermi e a consolarmi. Si chiamava Francesco Gentile, stato condannato a vita dal tribunale di guerra, come brigante che non aveva voluto sottomettersi al governo di Vittorio Emanuele. Egli aveva fatto parte della banda dello Schiavone, il capo brigante che avrete sentito nominare. Il Gentile era vecchio, ma di cuore. I suoi primi consigli sono stati la mia guida.

--Rispetta tutti e specialmente i tuoi superiori. Procura di farti amare dal tuo compagno di branca, anche se fosse il peggiore degli assassini. Perchè senza vincerlo con la tua benevolenza, la vita ti diventerebbe odiosa e intollerabile. Fatti animo e non lasciarti mai adescare a far delle confidenze al personale di custodia, se ti preme di morire nel tuo letto.

Mi prese a volere così bene che il giorno dopo il mio arrivo mi regalò un piatto di zinco, una striscia di pelle ovattata per mettermi sotto la maniglia che mi spellava e mi piagava la noce del piede, e un panciotto di flanella bianca per salvarmi il petto dai clima traditore. Il gilet era un sacrificio superiore ai bisogni del galeotto. Ma il buon vecchio mi pregò di non darmene pensiero, perchè lui, in sartoria, con gli stratagli, avrebbe saputo farsene un altro.

Nella prigione di Benevento avevo imparato a consumare il tempo con dei lavori di carta. In pochi mesi ero riuscito a mettere assieme una gabbiuccia che regalai a un secondino. Ma al Castellaccio non c'era proprio nulla da fare. Eravamo condannati ai lavori forzati per ridere. Tranne i mozzi addetti ai lavori domestici e alcuni fabbri, non avevamo da lavorare che col catenone che pesava e ci martoriava. Era una fannullonaggine tormentosa in tutta la camerata. Il mio compagno di catena, col quale rimasi appaiato trentadue mesi, era un originale bizzarro che sapeva, di tanto in tanto, farmi ridere con qualche frizzo o con qualche lepidezza. Col tempo diventava però noioso. Ignorante come una talpa, era stato preso dalla pazzia del dantomane.

Senza capire il sommo poeta, aveva imparato dei canti--specialmente quelli dei gironi--e me li recitava a ogni quarto d'ora, trascinandomi sulla riviera del sangue bollente quando avevo voglia di conciliarmi col genere umano e facendomi lacerare dalle cagne bramose, proprio nell'ora in cui sentivo il bisogno di una voce pia che mi consolasse e mi aiutasse a credere che le anime affannate dei cerchi del sepolcro dei vivi potevano cullarsi ancora nella speranza di un perdono! Non gli dicevo nulla e fingevo di sorridere sotto la pioggia dei versi che mi picchiavano il cervello, perchè avevo giurato di non inasprire colui dal quale non potevo disgiungermi; ma nel silenzio infuriavo e gli andavo sopra con le verghe a fargli sanguinare le carni. Prostrato dalla sua voce assassina, dicevo mentalmente: taci! taci! taci! o «fiera crudele» che io «sono un che piango»! Se volete offendermi, mandatemi la _Divina Commedia_. Non posso più sentir parlare di Dante. Se non avessi che i suoi versi in cella, farei voto di non leggere più mai. Un suo verso mi provoca il vomito.

Il solo spasso che riuscii a conquistarmi a furia di preghiere e di sottomissioni, fu quello di fare le calze. Non ridete, perchè facevo ridere anche il mio compagno di catena, ma io, coi ferri, con la lana e col cotone, ho passato giornate relativamente tranquille. Tra una soletta e l'altra, mi si addormentava l'idea che dovevo morire alla servitù penale. A mano a mano che i miei ferri divenivano abili e frettolosi, riacquistavo la calma che avevo perduta. Mi confortavo dicendomi che ce ne erano delle migliaia nella mia condizione, che non uno di loro disperava di rientrare nel mondo. Il mercante di Genova, che ci somministrava la lana e il cotone, mi fece sapere che era contento dei miei calzini. Provai a fare delle calze traforate. Le prime non erano eleganti, ma in seguito non c'era più nessuno nello stabilimento che mi potesse tener dietro. Quando si voleva illustrare la gamba con delle calze scicche, si ricorreva, senza esitazione, al 3414.

Due anni dopo ero stufo di calze come di Dante. Lavoravo per ammazzare il tempo. La mia anima trambasciata non era più nel lavoro. Era la praticaccia che me lo faceva fare ancora con del gusto. Incominciavo a credere, col mio compagno, che sciupavo il tempo nel mestiere della vecchia sdentata che assecchisce sotto la cappa del camino. L'abitudine del movimento aveva resa inutile la mia attenzione. Così il mio pensiero sbrigliato mi ripiombava, di tanto in tanto, a filosofare sulla mia incommensurata disgrazia. Maledivo e stramaledivo il mio difensore governativo, l'avv. Alfonso Alberosa, che mi aveva strappato dall'ultimo supplizio. Quante volte mi sono augurato ch'egli fosse stato afono! Non mi avrebbe salvato il collo. Pazienza. Allora avevo paura di morire. Nel Castellaccio, invece, sognavo la morte. La privazione della vita, credetelo, non è il massimo dei castighi. La condanna a vita sì, che è peggiore della morte esasperata, inasprita dagli ordigni che lacerano e squartano, e lasciano appesi come un quintale di delinquenza! Beccaria assassino, tu sei stato il più iniquo degli scrittori penali italiani. La tua è stata una vendetta, una atroce vendetta. Tu hai voluto sottrarci al carnefice per inebriarti dei nostri tormenti. Se la libertà individuale perisce alla porta di questi edifici, perchè hai tu voluto emendarci? Giuseppe De Maistre, tu sì che sei stato cristiano. Più ancora che cristiano. Tu sei stato un avvenirista dell'antropologia moderna. Dato che il mio pensiero sia veramente criminoso, a che risparmiarmi il tratto di corda? Ben venga la morte che sopprime il pericolo sociale e la tortura individuale!

Scusate se mi lascio trasportare. Sono ancora convinto che sarebbe stato meglio mi si fosse seppellito vivo in un sacco, che non avermi fatto espiare ventinove anni di galera senza che il sovrano abbia trovato un minuto per pronunciare la parola perdono. Perdonate, o signori, a un povero peccatore pentito che ha attraversato tutto questo periodo senza un'ora di punizione!

Bisogna essere stati in galera per capire la pagina della condotta bianca come un giglio. È una pagina tragica. Riassume un secolo di umiliazioni, un'eternità di esistenza carpone, ai piedi del primo e dell'ultimo tirannello del bagno penale. Scusate se sono commosso. Le fonti del mio dolore non sono ancora inaridite. Abbiate la bontà di credere che in fondo sono migliore del vestiario ridicolo che indosso. Proprio, davvero, ve lo giuro!

Voi mi avete raccomandato di non dimenticare le mie conoscenze di questi ambienti. Il Castellaccio era pieno di briganti. C'erano tutti i superstiti della banda Schiavone e della banda di Alfonso Carbone. Costui era di Mombello, della provincia di Avellino, e un buon diavolo che mi faceva dei favori. Forse avrete sentito parlare di lui. Egli è stato vittima del generale Pallavicino, il quale, dopo avere messo sulla sua testa una taglia di tremila lire, gli scrisse che, se si fosse presentato spontaneamente, avrebbe dato a lui la taglia e lo avrebbe condannato a qualche anno di esilio. Il Carbone, prima di darsi alla campagna, ammazzò due fratelli e un compare della stessa famiglia per vendicare la morte di un suo fratello, ch'egli diceva di idolatrare. L'assassino di suo fratello era in galera. Covò la vendetta per cinque anni--la pena alla quale era stato condannato l'uccisore. Uscito dalla casa penale gli andò sopra con un coltellaccio e glie lo ficcò nel ventre fino al manico. Il Carbone parlava di questo omicidio con dei tremiti i quali rivelavano che la belva aveva ancora sete di quel sangue.

Il Carbone mi diceva che la sua famiglia era agiata e possidente. Con lui si presentarono al Pallavicino, che li aspettava per farne una retata, quattordici della banda--nove dei quali vennero condannati a morte, cinque a vita e Vincenzo Volpe, minorenne, a venticinque anni.

I condannati a morte erano: Carbone, Ciavo, Longo, Vertuto, Cozzi, Palombo, Zorio, Savalino, Perrone. Tutti costoro rimasero per qualche anno sotto la sentenza capitale. Ogni mattina, per quattro anni, si toccavano la testa. Graziati da Vittorio Emanuele, vennero al Castellaccio.

La crudeltà del Carbone brigante è in uno dei suoi ultimi delitti. Egli era riuscito a impadronirsi di una spia che aveva tentato di farlo ghermire dai gendarmi. Avutolo nelle mani, lo buttò a terra a ceffoni. In terra gli andò sopra coi piedi, calcandoglisi sulla pancia e lavorandogli il naso e la faccia colle scarpe ferrate. Quando fu sazio di questi scherzi crudeli, compiuti alla presenza della banda che sputava sull'infelice tutto ciò che poteva tirar su dalla gola e lo bruttava con tutte le ingiurie brigantesche, lo fece svestire e stare in piedi. Il Carbone era seduto. Lo puntava qua e là col coltello intanto che gli altri indemoniavano sulla schiena e sulle natiche del paziente.

Lui, prima di andare a mangiare, gli sprofondò ripetutamente il coltello nel corpo fino a quando lo vide esalare l'ultimo respiro. Senza lasciarlo venir freddo, gli fece una larga ferita nel ventre, raccolse le viscere fumanti e se le attorcigliò a torno il braccio come un trofeo di vittoria.

Le spie e i falsi testimoni sono i tipi più esecrati dalla popolazione degli ergastoli. Mentre ero al Castellaccio c'era un certo Santo Sterpone, nato a Luccoli, della provincia d'Aquila. Era stato condannato a venti anni, come omicida, per due false deposizioni. In galera non poteva darsi pace. Diceva a tutti che era innocente e agli intimi che non sarebbe molto tranquillo se non dopo avere scannati quei due cani. Noi lo lasciavamo sfogare e ridevamo dei suoi sogni di vendetta.

--Fra venti anni sarai morto o saranno morti i tuoi testimoni.

Lui ci rispondeva travolgendo gli occhi e mordendosi il labbro.

Con la buona condotta e con l'intelligenza era diventato scrivanello. Dal momento che ebbe in mano la penna che lo lasciava girellare per lo stabilimento, la sua vendetta divenne una fiaccola accesa. Non ebbe più requie. Pensava a una fuga. Studiò bene i più riposti angoli, si provvide degli strumenti che lo avrebbero aiutato a demolire e a segare, e aspettò il momento opportuno. Egli avea notato che a fianco della stanza numero 4, ove dormiva con altri quattro che uscivano a lavorare, era la cucina con una porta che egli avrebbe potuto scardinare e con una serratura che non gli sarebbe stato difficile di staccare con uno scalpello.

Eravamo nell'aprile del 1877. Pioveva che Dio la mandava. La pioggia torrenziale cadeva sui coppi e sulle pietre con un fracasso che soffocava ogni altro rumore. Con la pioggia era caduta una nebbia che non lasciava vedere a due passi.

Al di là dell'uscio della cucina c'era uno spazio, con un alto muro sul quale signoreggiava il bastione con la garetta nella quale era accovacciata, indubbiamente, la sentinella.

Il muro, col consenso dei compagni, era stato trapassato nella penultima notte. I compagni, all'ultimo momento, ebbero paura. Sterpone, che delirava di mettere le mani nel sangue dei suoi falsi accusatori, non esitò un minuto. Spostò i quadrelli, entrò nella cucina come un gatto, levò l'uscio in un attimo, s'arrampicò sul muro strisciando fin dietro la garetta, e coi rompimenti del tuono si lasciò giù dal bastione colla leggerezza e l'agilità dello scoiattolo.

Andò al suo paese, precipitò sui falsari come una iena e andò a Roma a lavorare fino a quando venne denunciato da un compaesano che lo riconobbe.

Lo rividi a Finalborgo invecchiato, con una sentenza a vita. Era stato nei bagni di Civitavecchia e di Orbetello ed aveva lavorato, come compositore di carattere, nella prigione di Regina Cœli di Roma.

È ancora vivo. Aveva fatto conoscenza con una quindicina di bagni penali. Lo si può dire l'Ebreo errante della vita galeottesca.

In sette anni non feci altro che calzette e qualche maglia coi ferri lunghi. Chiusosi il bagno di Genova, si impiantò da noi una calzoleria e un lavorerio di tessitura. Imparai a fare il tessitore.

Non guadagnavo che sei o sette lire il mese, dalle quali dovevo dedurre il sessanta per cento per il Governo, ma mi piaceva. A poco a poco finii per amare il telaio come una cosa viva. Il rumore lento e monotono dei battenti che spingevano l'ordito tra un colpo di spola e l'altro, suonava al mio orecchio come una melodia che scendeva nel mio animo esulcerato.

Il tessuto che si avvolgeva sul cilindro, aveva tutte le mie carezze. Fu una gioia di pochi mesi. Il subbio, sul quale calcavo il ventre, finì per darmi una infiammazione intestinale. Dovetti andare in infermeria e poi ricominciare un altro mestiere.

Divenni legatore di libri--come si può diventarlo in un luogo dove si manca di tutto. Come tale mi si mandò nel bagno di San Giuliano. Ritentai il telaio e ricaddi più ammalato di prima. Qualche mese dopo mi si trasportò al bagno di Portolongone. Potete immaginarvi che cosa abbiamo sofferto nella traversata. Avrei preferito la mulilazione del braccio destro. Eravamo una catena di cento galeotti. Al nostro sbarco assisteva una folla enorme. Dal porto al bagno, ci sono tre chilometri tutti di salita, coi margini dello stradone che smottavano sotto i piedi e facevano pensare ai precipizi. Prima di arrivare all'ergastolo si passa sotto un arco rozzo.

L'entrata di questo bagno è tetra. Sente del luogo. Le camere sono assai più piccole di quelle del Castellaccio e in ciascuna di esse sono accomodati otto ergastolani.

Quando vi giunsi era affollatissimo. C'erano mille e cinquecento condannati. Trovai che l'impressione dell'entrata rispondeva esattamente alla vita interna. Le camere erano senza tavolaccio e senza letti da campo. Bisognava dormire sullo strapuntino di cinque chilogrammi di capecchio--in terra, con un cuscino che pareva per la testa di una pupattola. Le stanze erano male arieggiate. Avevano una parvenza di finestra nella vôlta e una porta sempre chiusa.

Gli ultimi che arrivano subiscono un ozio di mesi e di mesi. O non c'è posto, o non c'è lavoro, o non si sono ancora studiati i nostri caratteri. In un modo o nell'altro si rimane neghittosi.

Il passeggio avveniva sull'alto della terrazza con muraglie così alte che ci lasciavano come in fondo a una tomba scoperchiata. Non vedevamo che il cielo sopra le nostre teste.

C'era anche Cipriani, quello che era stato eletto deputato parecchie volte. Lo tenevano completamente isolato da noi. Occupava una stanza da solo, andava all'aria da solo e gli portava la minestra un sottocapo in una scodella di latta. La sua spesa quotidiana era un quarto di vino. A Portolongone si beveva il vino dell'isola d'Elba. Era migliore di quello degli altri bagni. Il Cipriani era mite e buono. Ma si diceva che era di un carattere fiero, altezzoso e anche borioso. Voleva quello che voleva e non accettava nulla.

Signore, abbiate pietà di me! Dopo una lunga malattia che mi lasciò sperare la fine delle mie tribolazioni, mi incatenarono di nuovo con una catena di duecento galeotti e ci stivarono in un bastimento per Finalmarina.

Non vi dico altro perchè dovrei ripetervi lo strazio e le torture delle altre volte. Oh, come si soffre, Dio mio, nelle stive dei bastimenti carichi di galeotti! Vi basti sapere che sulle spiagge mi pareva o ci pareva di essere usciti da un'orgia di oppio. Eravamo istupiditi dalla notte spaventevole e ci pareva di non avere più sangue nelle gambe.

Voi ve n'andrete presto. Ricordatevi del 3414. Pensate qualche volta a questo povero diavolo che subisce l'ira della legge da ventotto anni per avere fatto scomparire dal mondo una donna infedele, una donna che tradiva il marito, un'adultera.

_Finalmarina, 24 settembre 1898._

3414.

__Carlo Romussi.__

Non si sa se la sua mano e la sua testa c'entrino per qualche cosa nella sua sempiterna attività prodigiosa. Si sa ch'egli è una macchinetta automobile che riempie un foglio dopo l'altro tutte le volte che c'è da scrivere. Al suo tavolo di redazione voi vedete sempre proti e compositori che aspettano originali.

Supponete ch'egli stia scrivendo un articolo sulla esposizione artistica. Gli si dice che mancano ancora due pagine a compilare il numero unico per i bagni. Consegna il manoscritto sull'arte, corre difilato alla stazione balneare senza rivedere lo stampone per riattaccare il filo interrotto e pochi minuti dopo riprende l'opuscolo sui doveri dei cittadini ch'egli deve finire per domani, o la prefazione agli scritti di Carlo Cattaneo che ha promesso fino da ieri l'altro.

Intanto che scrive, passa e ripassa dinanzi il suo tavolo la popolazione che lavora intorno al giornale e alla casa editoriale. Impiegati, fattorini, portieri, telegrafiste, traduttori, personaggi d'amministrazione. Lo si interroga, lo si interrompe, gli si annunciano visite, gli si rammentano nomi o fatti. Ci sono persone che hanno bisogno di vedere il signor direttore, amici che vanno a trovare Romussi, zuppificatori che vogliono infliggergli certe idee su date questioni, veterani del partito che salgono per stringergli la mano e interessarsi della sua salute o della salute della sua signora, archeologi che seggono sulla scranna che trovano per conversare e buttargli, tra un periodo e l'altro, un monumento storico che è stato scoperto, o che si minaccia di demolire o che stanno illustrando. Nel momento in cui si crede stia per incominciare la quiete, entra un filantropo a squadernargli un progetto che deve commuovere e vuotare le tasche ai cittadini, o un segretario di qualche circolo o di qualche associazione operaia che vuole assolutamente ch'egli tenga una conferenza sul risorgimento del Comune o sulla battaglia di Legnano, o un disgraziato che è ansioso di leggere stampato il manoscritto che gli ha portato da tante settimane.

--E questo mio articolo, signor Romussi!

--È sul «bancone». C'è tanta materia da perdere la testa. Ecco, veda, buttiamo via dei telegrammi per mancanza di spazio.

--Il signor Edoardo Sonzogno lo chiama dabbasso,

Butta lì la penna, passa dagli usci come una folata di vento che schiuda e chiuda fracassosamente, ritorna di sopra stropicciandosi le mani o rosso fino alle tempie, e ricomincia l'articolo su Crispi, parlando tra lui e il manoscritto, come se stesse dettandolo, spesso posando la voce più fortemente su una sillaba che su l'altra.

--L'onorevole Crispi è una vera sfortuna per l'Italia.

Questa vita quotidiana, capace di ammazzare due o tre uomini, è per lui un passatempo. Il lavoro ponderoso, quello nel quale è necessario ch'egli metta i suoi studi e la sua intelligenza, lo fa a casa, mentre altri dormono o si divertono. Dalle sei alle dieci del mattino e per parecchie ore del pomeriggio, egli non si occupa che di archeologia, di storia, di letteratura. Scrive: _Milano nei suoi monumenti_, _Milano che sfugge_, _Petrarca a Milano_, uno studio sul _Trionfo della libertà_ di Manzoni, _Sant'Ambrogio_; o mette assieme un volume di poesie dialettali e italiane che la musa satirica e bernesca produsse prima e durante le barricate del 1848, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera, eccetera.

Se sono bene informato, egli è al _Secolo_ da ventinove o trent'anni. Vi è entrato in un modo curioso. Moneta era alla ricerea di un redattore che avesse delle qualità giornalistiche e una coltura che andasse al di là di quella dei soliti giornalisti improvvisati. Un giorno trovò per la strada Leopoldo Marenco, il romantico del palcoscenico d'allora.