Chapter 12
Mio fratello, già capo contabile della ditta Carlo Erba, in Milano, a un certo punto credette di poter lavorare per suo conto come rappresentante in generi coloniali. L'attività sua, l'intelligenza, l'onestà, già l'avevano avviato sopra una via promettente, ma tutti i suoi fondi erano impegnati con una casa di Buenos Aires, la quale, per la crisi di quello Stato, fallì. Qui a Milano d'altra parte, la firma per l'acquisto delle merci era di mio fratello; e in un mio colloquio con lui, senza che lo sapesse la mamma, egli mi espose lo stato suo, ed io mi accordai con lui per pagare _a poco a poco con lui_ i debiti _non suoi_. In pochi anni pagammo forse diecimila lire. Ma mio fratello si ammalò di lavoro e di consunzione, e nel 1889 morì dopo sei mesi di letto. Non trovai che un centinaio di lire, e più che _tremila lire di debito restante_ ancora dell'antico.
Decisi di pagare io _del mio_ i debiti; e li pagai in poco più di un anno e mezzo, economizzando sulle trasferte e sul mio stipendio di 250 lire mensili.
Parecchi amici mi consigliarono di denunciare che mio fratello non aveva lasciato nessuna eredità, e non pagar nulla. Rifiutai, d'accordo con la mamma, e pagai tutto.
Dopo qualche anno le mie condizioni migliorarono nonostante altre e continue sventure famigliari.
La Società Edison ebbe sempre maggior fiducia in me, perchè nel 1895 fui nominato direttore dell'officina d'illuminazione elettrica di Santa Radegonda, allora la prima officina d'Italia.
Non abbandonai la direzione dell'officina (che richiedeva vigilanza notte e giorno), se non dopo la mia elezione a deputato per Ravenna. Conclusi allora nuovi impegni colla Società Edison, per riservarmi la libertà di tempo e di lavoro richiesta dall'ufficio parlamentare.
Intanto però avevo già avviato, appunto per la libertà di tempo e d'ufficio contrattata, parecchi lavori privati. L'impianto di Molfetta, nella parte di studio, consulenza e collaudo; l'impianto di Bisceglie, per consulenza e collaudo; l'impianto di Perugia, per studio e decisione in unione ai signori ingegneri Zunini e Fera. Ciò per rispondere all'atto d'accusa che dice ch'io mi sono dato _tutto_ alla politica. Si può anche rispondere che parecchie volte invece fui chiamato dalla fiducia del Tribunale di Milano ad eseguire perizie giudiziarie, nonostante il mio carattere politico.
Nel 1874 mi inscrissi al partito repubblicano; nel 1876 cominciai ad apparire in pubblico come oratore. Nel 1882, quasi durante gli esami di laurea, ebbe luogo un processo mio in Corte d'assise, ed era, non so se il decimo o il duodecimo. Fui processato anche dopo, e ultimamente nel 1896 a Milano e Livorno, sempre per delitti di stampa e sempre assolto. Non fui mai _incriminato_ o _processato_ per i miei _discorsi_ attraverso l'Italia, in 24 anni di vita politica.
Nel 1892 mi presentai candidato nel primo Collegio di Milano (Porta Garibaldi e Porta Nuova); nel 1895 mi ripresentai; fui eletto in ballottaggio con 155 voti di maggioranza. La Camera ritenne eletto il mio competitore a primo scrutinio. Nel 1897 caddi a Milano per 60 o 70 voti, ma riuscii a Ravenna per più di 150 voti.
Il mio discorso sulla crisi, per cui entrò nel Ministero Rudinì l'on. Zanardelli, benchè di gravissima opposizione, ebbe gli elogi di tutti, anche dell'_Italie_!
Dopo non c'è più nulla, perchè la Camera è sempre stata in riposo, ed io, anch'io, sono stato messo in riposo, qui al cellulare.¹
¹ Mentre era al cellulare è stato a un pelo per essere fucilato.
__Rivelazioni di un ergastolano.__
(Note all'autore).
Voi avete insistito tanto, con tante buone ragioni, che io mi lascio indurre a prendere la matita. Non so come incominciare. Un uomo, che è in galera da trentadue anni, deve riuscire per gli altri un ingenuo o un semplicione. Non ho che una pallida idea della ferrovia. Non ci fui che da inquisito e da forzato. E, anche come tale, me la ricordo come un cubicolo di punizione.
Non saprei del telefono se non ne avessi veduto l'apparecchio in Direzione, e ignorerei completamente la luce elettrica, se da qualche mese non ne fosse illuminato lo stabilimento. Pensate, sono vent'anni che non esco da questa casa. Venti anni che faccio le stesse scale, che percorro gli stessi corridoi, che incontro, si può dire, le stesse facce, che mangio la stessa pagnotta e la stessa minestra, che ubbidisco alle stesse voci e che mi alzo e mi corico al suono della stessa campana. Ho dimenticato la forma delle lettere. Non ne ricevo più da un secolo. Mia madre è morta e i pochi che mi scrivevano mi hanno seppellito nella loro memoria. E mi facevano tanto bene le lettere! Una lettera era un avvenimento che mi commoveva i nervi cerebrali in un modo straordinario. La tenevo nella mano trepidante e la leggevo per una settimana, piangendo, ricordando, facendo sogni di rivedere tutto ciò che avevo perduto, e poi, sazio, la mettevo con le altre e ricadevo nell'insensibilità di prima.
Il passato non ha più alcuna presa su me. Non vivo più di esso e per esso come nei primi tempi. Non ho più rimpianti, non ho più aspirazioni. La mia vita è finita, completamente finita. Lo stesso mio delitto pare diventato il delitto di un altro. Posso rivedere il sangue che usciva a fiotti dal collo di mia moglie e riudire le sue ultime grida senza che si accenda il mio polso o si acceleri la palpitazione del mio cuore. È come se il sangue non fosse stato versato dalla mano che scrive. Prima, no. Prima, la tragedia mi metteva sottosopra.
Non potevo rivedere il cadavere che mi ha galeottizzato, senza rinfuriare col coltello sulle carni insudiciate dalla concupiscenza dell'uomo che si ubbriacava tra le sue braccia. Esagitato, come chi non vede che la colpa dell'altro, giuravo, con la bocca piena di fiele, che non le avrei mai perdonato. Adesso, non ho più rancori. Ciascuno di noi ha avuto il suo. Ella è stata ricacciata nell'eternità in un momento tragico, calda ancora dei baci del suo drudo--io sono stato condannato alla morte lenta, attraverso i supplizi della casa di pena. Lui? L'ho lasciato fuggire. Con le mani imbrattate di sangue, sentivo i suoi passi che correvano verso Serralunga, al di là di un fosso asciutto, senza punto pensare a rincorrerlo. Sono stato vile. Dovevo ammazzare anche lui. Anche lui doveva scontare la tresca con la vita. Non vi pare? Chi s'allaccia alla donna di un altro e fuori della legge, è un nemico della legge. A che gioverebbe, dite, il matrimonio, se non proteggesse i coniugi e non li obbligasse ad essersi fedeli a vicenda? Dovevo sgozzarlo come si sgozzano le galline dopo aver loro torto il collo, dovevo, allora. È l'unico sentimento di vendetta che sia rimasto in me più a lungo d'ogni altro. Autore di tutto, rimpiangevo di non averlo trascinato a partecipare della scena finale. Adesso? Adesso, potrei sedere sulla stessa panca senza trasalire. L'amante è come se fosse morto.
Avete ragione di interrompermi. A voi importa poco il mio stato d'animo. Voi non volete del condannato che i patimenti, ed eccomi a compiacervi.
Sono della provincia di Avellino e nato nel '48. Facevo il massaro, e il ganzo di mia moglie adultera era il figlio del padrone. La mia causa durò più di cinque anni e al terzo processo venni condannato dalle Assisie di Salerno, come da quelle di Avellino e di Benevento, all'ergastolo.
La sentenza mi fece l'effetto di una legnata sulla testa. Caddi sul banco degli accusati come istupidito. I carabinieri mi dovettero scuotere e trascinare fuori della gabbia. Sono passato, tra la folla che aspettava di vedermi, con il cervello confuso e gli occhi vitrei. Erano fissi in terra e non sentivo che le fiamme alle orecchie. Tra un processo e l'altro, ero obbligato a passare da una prigione all'altra. Il modo di traduzione, ai miei tempi, era feroce. Ogni prigioniero era considerato e trattato come un brigante.
Per andare, per esempio, da Ariano, il mio paese, ad Avellino, mi facevano fare quattro tappe, in quattro paeselli, dove era la caserma dei carabinieri, con la camera di sicurezza. La stanza di sicurezza era un luogo di tortura, buia come una cantina e larga come una tana. Rimanevo perduto nella foscaggine per dieci minuti senza raccapezzarmi il luogo. C'era, di solito, una finestrucola all'estremità della parete rasente il soffitto, armata di due bastoni di ferro in croce, e un tavolato con una secchia in un angolo. Vi si respirava un'aria malsana. Il supplizio incominciava quando mi si mandava a dormire. Me ne ricordo ancora con dei brividi. Mi si faceva sdraiare con i polsi nei ferri, mi si ordinava di mettere le gambe nei cavi di un rialzo ai piedi del tavolato, il carabiniere vi calava sopra la stanga che chiamavano ceppo, la chiudeva baciata al rialzo con un grosso lucchetto e mi lasciava così fino all'indomani. Ogni movimento equivaleva a un dolore atroce e a una scorticatura che diventava, con le ore, ardente. Legato e adagiato in questo modo, non avevo, per i bisogni corporali, che i calzoni.
Non ero ancora condannato e potevo essere innocente e già mi si sottoponeva a un castigo infernale! Mi alzavo dodici ore dopo con le ossa rotte e le carni indolenzite. Intorno ai malleoli e ai polsi, erano le strisce lividastre dei tormenti notturni. Mangiavo il pane che mi davano. Pane che mi si rompeva sotto i denti come un impasto di terriccio e ghiaia minuta. Nessuno potrà mai descrivere il pane dei miei tempi. Quello d'oggi, risovvenendomi dell'altro, mi pare del pane di lusso. L'acqua del secchio era sempre fetida. Pareva attinta in un pozzo dall'acqua stagnante; qualche volta sentiva della rigovernatura. Lamentarsi voleva dire inferocire il personale di custodia. Supino sul tavolato, non m'immaginavo che m'aspettava qualcosa di peggio.
Nelle carceri di Avellino mi trovavo in una parte dell'edificio chiamato dei «ferri», perchè non vi mandavano che galeotti o individui che stavano per diventarlo. Era, tutt'assieme, un corridoio composto di quattordici o sedici stanzoni, in ciascuno dei quali venivano chiuse cinque persone. Quando entrai in questo ambiente, c'erano cinquantotto individui condannati ai lavori forzati a vita, e dodici alla pena capitale. I condannati a morte facevano pietà. Passavano da un'ansia all'altra. Ogni mattina, per dei mesi, si aspettavano di sentirsi dire che il momento di prepararsi era venuto. Io ero ignorante di legge. Ma dicevo che era una crudeltà senza nome tenere la gente in questa condizione tanti mesi. Trenta giorni di questo strazio equivalgono bene all'attimo del cappio che fa vomitare la vita.
Di questi infelici, ne conobbi, intimamente, due. Ora l'uno e ora l'altro mi raccontavano la loro paura di morire. Avevano una grande speranza nella clemenza di Vittorio Emanuele. E io li aiutavo a nutrirla. I loro nomi erano Alfonso Minetti e Carmine De Vito. Il primo aveva accoltellato il padrone a morte, e il secondo aveva fatto a pezzi una donna con la scure. Una mattina che eravamo al passeggio e parlavamo appunto della grazia sovrana, venne una guardia a chiamare il De Vito.
--Ti vuole il signor direttore.
Supponevamo che fosse stato chiamato per la comunicazione della grazia. Ritornò la guardia senza il De Vito a chiamare il Minetti.
--Ti vuole il signor direttore.
Non vidi più nè l'uno nè l'altro. Seppi poi che erano stati condotti in cappella per la preparazione. Quando c'ero io, i sentenziati a morire venivano legati alle mani e ai piedi per il resto della loro esistenza, vale a dire per tre giorni e tre notti. Era una precauzione che impediva loro di sottrarsi alla condanna con qualche atto insensato. Si dava loro quello che desideravano da mangiare e da bere, e venivano, più volte nel giorno, consolati dalla parola affettuosa del sacerdote. Sono però rari i delinquenti che si abbandonano all'orgia del ventre in cappella. Alfonso assaggiava appena ciò che gli portavano e Carmine non beveva che della limonata. L'aurora dell'8 giugno 1875 fu triste. Sentivamo i passi affrettati che andavano e venivano e i rintocchi che diffondevano il terrore per la carcere. Tutti quelli della mia camera andarono con me in ginocchio. Pregammo con fervore fino a giustizia finita. Tutti e due sono andati all'altro mondo pentiti del loro misfatto.
Nella carcere di Benevento mi trovai con un altro condannato di ventidue anni, che aveva mozzato il capo alla ragazza che non voleva più sposarlo. Si chiamava Muscischio. Respinta la rinnovazione del processo, venne isolato in una stanza, al cui uscio era stata messa una guardia che non doveva fare altro che tenerlo d'occhio dalla spia. Rimase dieci giorni tra la vita e la morte. Venne graziato il venticinque aprile 1876. Ritornato in mezzo a noi, ci raccontò lo spasimo che aveva subito in quelle notti e in quei giorni. Ci diceva che il pensiero di morire non gli dava mai requie, e che, anche quando la prostrazione gli chiudeva gli occhi, il suo sonno veniva conturbato dal carnefice, del quale gli pareva sempre di sentire la voce. Durante il giorno non mangiava cinquecento grammi di pane. Lo rivedemmo spaventevolmente denutrito. Egli era contento della grazia, ma diceva che in dieci giorni aveva sofferto assai più che se lo avessero impiccato dieci volte.
Finalmente, venne l'ordine della mia destinazione. Il ministro dell'interno aveva scelto per me il bagno penale di Genova. Non si sa ancora perchè il delinquente viene mandato a scontare la pena quasi sempre agli antipodi dal luogo del delitto. La nostra catena era composta di otto a vita e di tredici a tempo. Parecchi indossavano il costume del galeotto e parecchi, come me, l'abito, diremo così, borghese. Non ricordo il nome della nave. Ma sarà difficile che io dimentichi il viaggio di mare che mi ha convulsionato tutto l'organismo e mi ha fatto patire le pene dell'inferno. Il tavolato della camera di sicurezza, paragonato alla stiva, mi diventava un letto di bambagia. Con l'odore di catrame, si aspirava un'afa che sentiva di latrina. Pigiati come eravamo, mi pareva di essere in un affogatoio. I carabinieri non furono certamente umani.
Ammanettati, ci legarono a due a due al braccio e ci incatenarono tutti assieme. L'uno non poteva muoversi senza tutti gli altri. Stivati peggio che i conigli in una conigliera, non vedevamo che le onde del mare che venivano a frangersi sui vetri dei buchi rotondi. Qualche volta la nave ballonzolava, piegava come se avesse voluto rovesciarsi sulle acque agitate e qualche altra saliva rapidamente alla superficie per affondare di nuovo nei flutti che tentavano di inghiottirla. Alcuni dei miei compagni si erano già vuotati lo stomaco, non potendo frenare gli impeti del vomito. Io ne sentivo gli urti, ma tenevo duro. Parecchi di noi avevano le labbra paonazze e le orecchie orlate del rosso smorto dei febbricitanti. Dalle finestrucole, la nave ci dava l'impressione che stesse per sommergere. Il vento muggiva disperatamente e incalzava i cavalloni che venivano a schiantarsi sui suoi fianchi come fasci di verghe d'acciaio. Nella stiva, si moriva. Cedetti e incominciai a recere come tutta la catena. Senza poterci staccare o avere dei recipienti, ci sbattevamo le eruzioni gli uni sugli altri, imbrattandoci da far pietà ai sassi. La notte fu ancora più spaventevole. La nave, violentata da tutte le parti, pareva in deriva. I venti scatenati le andavano sotto e la elevavano sui flutti come se avessero voluto scaricarla del suo carico. La nostra catena incominciava a temere un naufragio. Dovevamo essere orribili. Seduti o sdraiati nelle chiazze della materia eruttata, recitavamo tutti dei pater e degli ave domandando perdono a Dio dei nostri peccati.
In un momento in cui fummo invasi da un terrore indicibile, chiamammo il brigadiere all'uscio della stiva e lo pregammo di metterci in condizione di poterci aiutare con le nostre gambe e con le nostre braccia in caso di disastro. Lo supplicavamo con tutte le parole carezzevoli a nostra disposizione. Gli dicevamo che eravamo condannati a scontare una pena in un ergastolo, non a naufragare in blocco, legati come un sol uomo. Se non ci dava modo di salvarci, il delitto del brigadiere sarebbe stato un delitto peggiore del nostro.
A mano a mano che parlavamo, il terrore ci era entrato fino nel midollo spinale. Ciascuno di noi gareggiava di vigliaccheria. Piangevamo e imploravamo la vita come tanti miliardarii attesi sulla spiaggia dai parenti straziati dal dubbio. Il bastimento, che aveva tentato di mantenersi in equilibrio con le àncore, pareva avesse rotto gli ormeggi e fosse in balìa di una corrente che volesse scavargli l'abisso.
--Abbia pietà di noi, signor brigadiere,
--Pezzi d'asini! Tacete o vi farò incatenare i piedi agli anelloni del pavimento! Siamo qui anche noi e per colpa vostra e non diciamo niente. Se andrete in fondo non sarà un gran male. Io ho degli ordini e non posso violarli. Fate dunque silenzio e non rompeteci più le scatole. Siamo intesi.
Rimanemmo intontiti. Non credevamo che ci potesse essere un uomo capace di dirci, in un momento simile, che se anche fossimo annegati non sarebbe stato un gran male. Nel cervello di molti di noi è passato il delitto. Se qualcuno di noi fosse stato libero, il brigadiere non avrebbe potuto finire la frase. Egli sarebbe stato piegato in due e cacciato in mare da uno dei portelli del naviglio.
Dopo, al bagno, seppi ch'egli non avrebbe potuto fare altrimenti. Era la legge che ingiungeva al carabiniere di lasciarci annegare ammanettati in una prigione durante il naufragio della nave.¹
¹ I lettori crederanno che l'ergastolano esageri. Ma io posso disilludervi. Quello che avveniva allora avviene anche adesso. Me lo diceva pochi giorni sono un brigadiere dei carabinieri che si è proprio trovato in piena tempesta con una catena di condannati.
--Ero incaricato di condurli da Civitavecchia alla Sardegna. Partimmo con un mare tranquillo. I forzati erano stati stivati, incatenati e chiusi nella stiva. La burrasca incominciò nel mezzo del mar Tirreno con tanta furia da obbligare il capitano a preparare l'equipaggio a tagliare le corde delle lance di salvataggio e a dare a ciascun passeggero il salvagente. I miei forzati strepitavano e domandavano con alte grida di essere slegati e smanettati. Era una scena da far piangere e, se devo dire la verità, provai un'emozione che mi inumidì gli occhi. Tentai di pacificarli con buone parole dicendo che il pericolo non era così imminente come credevano. Loro mi rispondevano buttando su tutto ciò che avevano mangiato. Il mare era così grosso che attraversava il ponte, e innondava l'interno in un modo così rapido e così frequente da impedire ai marinai di far lavorare le pompe. Il moto della macchina a vapore non era più regolare. Lo stantuffo non manovrava più bene e il tubo sul ponte pareva qualche volta che si piegasse a baciare il mare in lotta con sè stesso. Quando vidi che il naufragio era imminente andai dal capitano e ottenni il permesso di togliere loro le catene. Era tutto quello che si poteva fare in un momento spaventoso come quello. Loro, i galeotti, urlavano disperatamente, e mi accusavano di non avere cuore perchè non toglievo loro le manette. Ma nè io nè il capitano potevamo contentarli. Anche se fossimo stati arcisicuri del naufragio la legge non ci avrebbe permesso di essere umani. Eravamo obbligati a lasciarli affogare ammanettati e chiusi nella stiva. È una legge di ferro, ma legge.
Non c'è penna che possa narrare che cosa ho sofferto e che cosa hanno sofferto i forzati lungo la traversata burrascosa. Io credevo di essere diventato grigio. I galeotti uscirono dalla stiva lividi e paonazzi come gli annegati. Io non sono giornalista, ma se lo fossi non starei quieto fino a quando questo assassinio legale fosse cancellato dai regolamenti che regolano il trasporto dei forzati per mare. Sono severità penali che gridano vendetta.
Siamo stati in mare tre giorni e tre notti. Tre giorni e tre notti di stiva, in mezzo ai guazzi e alle pozzacce delle porcherie vomitate, senza lavarci, senza svestirci, senza cavarci le scarpe, con un mastellone per i bisogni corporali vicino a noi, in mezzo a noi, come se fosse stato della catena, mangiando di tanto in tanto un boccone di pane insudiciato e stantio e bevendo nella secchia come il cane che vi tuffa il muso e ne lambisce il liquido con la lingua!
Sbarcammo più morti che vivi. Ci guardavamo sulle pietre del porto come gente che non sapeva più in che mondo vivesse. Avevamo le occhiaie dei naufragati. Eravamo macilenti, con le facce bianche come quelle dei cadaveri buttati sulla spiaggia e andavamo via come poveracci che non sapevano più reggersi in piedi. Che viaggio, oh che viaggio! Me ne ricorderò per tutta la vita. Sarà e rimarrà l'episodio più spaventevole della mia esistenza di condannato perpetuo.
Arrivai al bagno di Genova più morto che vivo. Ci tolsero le manette e ci slegarono dalla catena che incatenava il braccio dell'uno al braccio dell'altro. Le mie mani rimasero giù penzoloni come se fossero state riempite di piombo. Non le sentivo più che come un enorme peso che mi trascinava verso terra. I ferri m'avevano lasciato un cerchio profondo e nerastro nelle carni come se i polsi fossero stati nelle strette della morsa.
Ero tutto in un'acqua. L'arsura prolungata e il polverone dello stradale, ci avevano perfino attutita la sete spasmodica che avevamo in mezzo al solleone. Ma non appena vedemmo i mastelli d'acqua, divenimmo quasi tutti impazienti di agguantare il boccalino. Ne votai due, uno dopo l'altro, senza prender fiato. Il terzo non potei finirlo. Mi parve un'acqua di tinta motosa col sapore dell'acqua salmastra.
Al bagno di Genova non arrivavano mai meno di due o tre «catene» al giorno. Era come il bagno che incatenava i galeotti che dovevano poi disperdersi in altri bagni. Cogli altri giunti, eravamo più di una cinquantina. Coloro, che non indossavano ancora il costume del forzato, vennero vestiti alla presenza di tutti e di una moltitudine di guardie. Ci si buttavano gli abiti, senza badare se erano adatti per un gigante o per un nano. A me, come ergastolano, diedero la berretta verde, la cravatta rossa, la giacca rossa, e i calzoni con strisce turchine. I calzoni avevano la gamba destra divisa coi bottoni per la catena. Non riuscii a mettermeli che aiutato da un mozzo che vi aveva fatta l'abitudine. Vestito da galeotto, dovevo avere l'aria di un diavolo o di un sanguinario. Lo scarlatto mi ricacciava col pensiero nel sangue di mia moglie.
Ci si condusse in un cortilone che gelò il sangue a tutti. Nel mezzo c'erano due montagne: una di catenoni e una di grossi anelli che chiamavano maniglie. A destra di questi ferramenti che sospendevano il respiro, si vedeva una lunga fucina infocata che sparpagliava una pioggia di faville e incendiava superbamente i battitori del ferro rovente. Era una scena terribilmente dantesca. Le incudini erano parecchie. Su alcune precipitavano le mazze che scrostavano il volume del ferro ardente che incominciava ad assumere una forma, su altre irrompevano i magli che massellavano i ferri che avevano già assunta la forma che volevano dar loro. Quando tuffavano nella pila i ferri che uscivano dalla fucina come pezzi di lava incandescente, e i mozzi soffiavano col mantice nel bracere, i lavoratori galeottizzati rimanevano come perduti in una nube bianca e luminosa. I fabbri, per completare l'orrore dell'inferno, si levavano sui piedi, portando in alto la mazza, e colle loro braccia poderose si curvavano violentemente nel fitto dei barbagli che mettevano della brace sulle loro facce annerite. I sussulti cupi delle catene dei galeotti che martellavano il ferro mi passavano dalle viscere come un tremuoto. Io guardavo. Guardavo con gli occhi smarriti nell'incendio, come dinanzi a uno spettacolo fantastico.