Dal cellulare a Finalborgo

Chapter 11

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Gli rincresceva di lasciarsi chiudere in quella specie di cassa da morto. Ma non avrebbe ceduto. No, non avrebbe ceduto! Se il Governo voleva disonorarsi, tanto peggio per lui. E andava sotto la finestra a dare delle puntate di scarpa nel muro.

--No, no, e poi no! non mi lascerò commuovere dalle lagrime di mia moglie e di mia figlia. Non voglio andare nel vagone a mie spese per salvare Pelloux dall'infamia di trattare i giornalisti come delinquenti comuni!

--Ci lasceremo tagliare i baffi e indossare l'abito del recluso?

La Kuliscioff, che Turati vedeva spesso nella stanza dei colloqui speciali, era determinata a sostenere una battaglia in favore dell'abito del condannato politico. Essa aveva già detto al capoguardia che nessuna guardiana avrebbe osato metterle le mani addosso per farle indossare la veste abbominevole della reclusa.

Federici non ne era molto interessato. Egli diceva che non si disonoravano i condannati politici indossando la toletta del condannato comune. Sono quelli che la impongono loro che si disonorano. La preoccupazione sua era piuttosto se si dovesse lasciare sola la Kuliscioff a sostenere la lotta per l'abito. Valera ricordava che anche i deputati irlandesi, ai tempi delle ultime leggi eccezionali, erano divisi su questa questione. Il più accanito fu O'Brien--l'ex direttore dell'_United Ireland_, Egli la considerava una grande battaglia politica e la sostenne non lasciandosi svestire che dopo lotte disperate tra lui e gli aguzzini di Kilmainham--prigione di Dublino. Ci vollero otto carcerieri a strappargli la giacca ed il panciotto. E i calzoni, otto giorni. Egli stette otto giorni in cella, in camicia, senza coperta e senza pagliericcio d'inverno, a costo di crepare di freddo e di starnuti.

Ma poi ha dovuto finire per lasciarsi vestire come gli altri. Mandeville, il quale ha voluto imitarlo, è uscito sconquassato dai pugni ed è morto. E gli altri deputati--Hooper, Sheehy e Carew--che non hanno resistito come O'Brien, dopo il pugilato in carcere, non sono stati più loro. Anche al Parlamento non si son fatti più sentire che come votanti. L'amico Michele Davitt, che è ora alla Camera dei Comuni ed è stato alla servitù penale, come feniano, per sette anni, non dava alcuna importanza agli sforzi di O'Brien. Mi raccontava che era del tempo sciupato. L'Irlanda aveva altro da fare che occuparsi dei calzoni di O'Brien!

A mano a mano che si avvicinavano alla decisione della Cassazione, i colloqui si succedevano ai colloqui in un modo straordinario. Erano parenti, amici, compagni di lavoro che andavano al Cellulare come in processione. Pei condannati, era uno strazio. Passavano da un abbraccio all'altro commossi della commozione altrui. Toccava ai condannati far coraggio ai visitatori! Il Turati risaliva qualche volta sfatto.

--È un supplizio. A momenti, mi facevano piangere!

Romussi, più di una volta, entrava nel cellone colle lagrime negli occhi.

Federici rientrava e si metteva a passeggiare colle mani imbracciate. De Andreis invece si toglieva la giacca--lui non stava mai che in maniche di camicia--la metteva con cura sul letto di Turati, accendeva una sigaretta e ricominciava a mandare a memoria delle declinazioni latine!

Il giorno in cui si seppe l'esito della Cassazione mangiarono con maggior appetito senza punto discuterlo. Lo sapevano anche prima. Il ricorso per loro non era stato che un modo per guadagnar tempo e per aderire alla volontà dei parenti e degli amici che volevano che si andasse fino in fondo. Il dolore comune erano le centocinquanta lire!

--Queste sì, disse De Andreis, che sono state sciupate!

--Rubate! dicevo io.

Dopo la parola della Cassazione fu davvero una pena. Nessuno era riuscito a dir loro il giorno della partenza e ogni sera si separavano coll'ambascia di non rivedersi più per del tempo.

--Ci manderanno assieme?

Turati aveva una pallida speranza di rimanere al Cellulare con la compagna della sua vita o di andare a Pallanza, dove la sua buona mamma avrebbe potuto andarlo a vedere di tanto in tanto senza fare un lungo viaggio. Romussi aveva paura di ritornare a Finalborgo, un luogo maledettamente umido, lontano da Milano, ove gli sarebbero ritornati i dolori artritici. Federici era considerato il fortunato dei fortunati. Lui aveva già scontato quattro mesi dei dodici che gli avevano appioppati e lo avrebbero lasciato a Milano, senza dubbio, a far compagnia al Maffi, il quale era entrato a fare il sesto nel cellone da pochi giorni. Forse non lo si sarebbe neppure galeottizzato.

--Te fortunato! gli dicevano.

Di giorno in giorno, ne passarono dodici. Dodici giorni di ansie crudeli. Facevano il pacco alla sera, dopo essersi salutati con un abbraccio fraterno, e lo sfacevano alla mattina, ricominciando il lavoro di suggestionarsi l'un l'altro.

L'ultima sera, disperati di non partire mai e determinati a non pensare più alla partenza, si proposero di mangiare tutti assieme il pollo alla cacciatora.

--Allora, disse Romussi, vedrete che ci manderanno via. Il pollo alla cacciatora è sempre stato l'ordine di partenza. In Castello abbiamo ordinato il pollo alla cacciatora e ci hanno fatto partire prima di mangiarlo. Lo abbiamo comandato a Finalborgo e ci hanno rinviati a Milano.

Alle due e mezzo della notte del 4 settembre il capoguardia andò nelle celle dei condannati politici a dir loro di alzarsi in fretta che si doveva partire.

Alle tre si trovavano nell'ottagono Romussi, De Andreis, Federici e Valera.

La cella di Turati era illuminata.

Vennero ammanettati e cellularizzati nell'omnibus che li aspettava.

Alla stazione centrale si fecero prima uscire De Andreis e Romussi.

Quando discesero dal predellino della vettura Valera e Federici, gli altri due erano scomparsi.

Turati lo si fece partire per Pallanza mezz'ora dopo, in un omnibus piccolo, che lo aspettava nello stesso cortile.

Egli si era portato via il materiale per scrivere un libro sul socialismo italiano. Ma poi, ricordatosi della sua idea fissa, che in galera non si scrive, smise l'idea per rimpinzarsi di libri.

__La «colomba» e il linguaggio dei detenuti.__

La «colomba» e il linguaggio dei detenuti non si possono capire bene che dopo sei mesi di cella in una casa di pena o in un carcere giudiziario, dove la voce degli inquilini è perseguitata dalle punizioni che macerano lo stomaco e riducono in una tana sotterranea come tanti animali.

Una volta che siete passati attraverso questo periodo di segregazione completa, con le guardie di custodia quasi sempre in agguato per sorprendervi in flagrante violazione del regolamento, voi entrate nel periodo di adattamento e incominciate a imparare tutte le astuzie che vi aiutano a modificare la disciplina antisociale che impera nell'ambiente dei reclusi.

La preparazione alla vita carceraria, nell'isolamento senza interruzione, vi ha resi più sensibili.

La caduta di un fazzoletto vi fa trasalire come il chiavone che entri nella toppa. Ci sono momenti in cui vi pare di poter sentire le pulsazioni del cuore degli individui che abitano ai fianchi della vostra abitazione. L'udito vi si raffina in un modo che nessuna zampa di gatto può avvicinarsi all'uscio a vostra insaputa. A furia di ascoltare le pedate dell'individuo che vi passeggia sulla testa, siete in grado di distinguere il suo stato d'animo, di indovinare quando il suo pensiero è tranquillo o rassegnato o quand'esso è sottosopra o imperversa per il suo cervello come una tempesta.

Un addio sommesso, uscito da una di quelle buche che chiamano finestre, vi giunge all'orecchio con tutti i larghi della voce squillante e sonora. L'alito diventa, per il recluso, un suono. Un suono dolce, un suono che va giù a remigarvi nell'anima come un notturno tenero ed elegiaco di Chopin.

Dotati di questa percezione, voi sentite nell'aria la voce di un sepolto come un'armonia lamentosa uscita da un organo toccato da una mano raffinata. È lui che chiama in aiuto la vostra «colomba», perchè ha bisogno di sapere o di comunicarvi una notizia, perchè i crampi del suo stomaco lo obbligano a cercarvi un tozzo della vostra pagnotta, perchè ha una voglia matta di accendere la pipa o il sigaro, o perchè desidera farvi leggere un giornale che gli è riuscito di avere per la via della via.

La «colomba» è una funicella o un attorcigliamento di stracci, di striscie di fazzoletti o di camicie, o di liste di lana o di panno sfilacciate. Tutto è buono, purchè si riesca a mettere assieme una specie di corda lunga tre piani di Cellulare. Per coloro che sono condannati in un carcere giudiziario e quindi senza biancheria propria, la «colomba» diventa un problema che non può sciogliere che la pazienza o qualche detenuto sotto processo capace di regalarvi il materiale per farla.

Con la pazienza potete rarefare il tessuto della coperta del letto, del pagliericcio, dell'asciugamano, del fazzoletto e magari degli abiti che indossate.

Una volta che siete padroni di una «colomba», voi potete mettervi tra i prigionieri, diremo così, agiati. Voi possedete un tesoro che vi permette di comunicare con tutte le finestre della facciata dell'edificio che vi ospita e delle facciate degli altri raggi congiunti col vostro.

Mi spiego con un esempio.

Supponete che io occupi una cella al primo piano di un ambiente di cento finestre. Le finestre sentono dell'aguzzino. Vedute all'esterno, sembrano grandi buche da lettere incorniciate in un rialzo di granito. All'interno, spaventano il novizio. Hanno l'inferriata staccata dal pietrone che si protende in fuori e impedisce di vedere le altre finestre e di agguantare la funicella che penzolasse dinanzi.

Io ho un solfanello e tutti gli altri miei colleghi della mala vita vogliono fumare. Il solfanello del buon prigioniero deve sempre essere di legno. Con uno spillo, del quale un vecchio frequentatore di carcere deve essere munito, a costo di nasconderselo nella pelle, lo apro in quattro.

Metto i tre quarti nel ripostiglio più recondito della cella, e mi servo dell'altro per accendere un po' di lisca ravvolta in un mucchietto di filacce per impedirgli di divampare. Con poco solfo sulla capocchia, sarei un cretino se mi dimenticassi dell'esperienza dei miei colleghi. La quale è che non si deve mai passare allo sfregamento senza prima avere strofinato ben bene un bottone di metallo o un chiodo delle scarpe o un legno qualunque.

Sfregando leggermente sulla parte calda o infocata voi potete scommettere che farete pipare tutti.

I miei amici del Cellulare sono tutti pronti e non aspettano che il segnale che può essere uno starnuto, o un colpo di tosse, o anche una battuta di mano.

Accendo il mio virginia, tossisco, metto fuori dalla finestra la scopetta e aspetto la fune dalla finestra del terzo piano perpendicolare alla mia. Tutto ciò avviene in un modo rapidissimo. Alla estremità della «colomba» è un peso o un sasso nel sacchetto o nel mucchietto di cenci. Lo tiro a me con la scopetta, vi lego il sacchetto con la lisca che fumacchia internamente adagio adagio, sale, si ferma alla seconda finestra ove è atteso, riprende la via e scompare nella cella di colui che mi ha lasciato giù la fune.

Costui se ne serve e poi getta il sacchetto attaccato alla fune sulla scopetta della cella a fianco.

È questo il movimento più difficile della «colomba». Ma la mano abituata vi riesce al primo colpo.

Il compagno che l'ha presa ne stacca il sacchetto dalla funicella che viene ritirata, lo appende alla sua «colomba», se ne serve e lo lascia cadere dalla prima alla seconda finestra, ove sosta come accenditoio e riprende la discesa per fermarsi alla terza finestra dove avviene la stessa operazione di staccarlo da una «colomba» per attaccarlo a un'altra e gettarlo sullo scopino della finestra a fianco.

Mi sono servito dell'esempio più difficile. Gli esempi facili sono con le finestre sopra o sotto o a fianco della mia. Se non ci sono le _piantelle_ (guardie) nel cortile che adocchiano, io sono sicuro, con la «colomba», di soccorrere e di poter essere soccorso.

Il linguaggio dei detenuti è di una semplicità alfabetica. Lo si impara in mezzo minuto. Ma non si può servirsene che dopo avere esercitato i pugni sulla parete per dei mesi.

Le lettere dell'alfabeto del prigioniero sono ventuna e ciascuna di esse corrisponde a un numero:

a b c d e f g h i l m n o p q r s t u v z. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21.

Io e un altro siamo in due celle divise da un muro. Non ci conosciamo, non ci siamo mai visti e forse non ci vedremo mai. Ma l'uno desidera di sapere chi è l'altro e tutt'e due vogliamo narrarci la storia dei nostri delitti.

Se io batto undici volte, voi avrete capito che ho battuto una m, mentre se non do che tre colpi avrò segnato il c.

Sono io che invito il compagno dell'altra cella a fare conoscenza o a parlare con me.

Incomincio con una sfuriata di pugni che pare traduca dell'allegria.

Egli mi risponde con altrettante battute precipitate che rappresentano il saluto.

Lo interrogo con due colpi secchi e serrati che vogliono dire: sei pronto?

Egli mi risponde con due battute l'una dietro l'altra che equivalgono a «sono pronto, parla».

Supponete ch'io voglia domandargli:

--Chi sei?

Batto prima tre colpi, poi otto, poi nove, poi diciassette, poi cinque, poi nove. Tra una lettera e l'altra c'è una pausa per dar tempo al mio compagno di battere due colpi e farmi sapere che ha capito.

In meno di dieci minuti io, colla rapidità delle battute, posso fargli sapere chi sono, che cosa ho fatto, quante volte sono stato condannato, se ho L'amante, se sono ammogliato, quando finirà la mia sentenza e in che modo uscirò senza finirla.

La conversazione termina sempre con una sfuriata di battute da una parte e dall'altra, come uno scambio di saluti.

Mi sono spiegato?

Di sera, verso l'ora della campana, le muraglie delle celle diventano i nostri pianoforti. I nostri pugni sprigionano fughe commosse, preludii che vanno nel sangue come tessuti di tenerezza, arie, duetti, finali che si diffondono nella grandiosità dell'ombra, come una fusione di poesia e di musica.

__Note autobiografiche del deputato Luigi De Andreis.¹__

¹ Il deputato De Andreis non poteva farmi piacere maggiore di autorizzarmi a pubblicare le sue note, messe assieme al Cellulare per il tenente Giglio, suo avvocato militare. Non è che l'uomo forte che sappia fotografarsi per il pubblico. In un centinaio di righe egli ci ha dato, direi quasi, il romanzo del ragazzo povero. Senza enfasi e senza una frase che trascini alla commozione, egli ti fa piangere. Ti mette in una stamberga dove è tutta una famiglia che muore di fame. Con un periodo ti rivela la disuguaglianza tragica tra i bimbi dei ricchi e i bimbi dei poveri. Da una parte figli che nascono nella batista, che si sviluppano suggendo al seno di nutrici superbe, che crescono circondati dalle cure delle bambinaie, tra una carezza e l'altra delle mamme, in ambienti principeschi. Dall'altra figli che sbucano dall'utero materno e cadono in una bracciata di stracci. Le madri straziate dalla miseria non possono dar loro il capezzolo che negli intervalli della vita ladra. Svezzati, non c'è più per loro che il rifiuto di qualche buona donna, o la scodella odiosa dell'asilo. La società è loro matrigna. Li punisce non appena, nati. Li condanna alle astinenze, alle privazioni, agli orrori della carità cittadina o pubblica.

De Andreis dalla società monarchica non ebbe che calci. Essa nun gli ha dato nulla. Lo ha trattato come e peggio di un mendicante. È alla sua tenacia ch'egli deve la sua liberazione. È a sè stesso ch'egli deve l'uscita dai rigagnoli dell'esistenza plebea. È con uno sforzo supremo che il pitocco è salito all'altezza del laureato, alla sommità del legislatore, alla grandiosità del popolarizzatore di scienze.

Egli è autore di due manualetti pratici, pubblicati dalla Società Editrice Sonzogno: _Manualetto di Elettricità_ e _I raggi X_.

Di lui mi ricorderò tutte le volte che sarò sulla piattaforma a convincere i cittadini che i figli devono essere del Comune.

Sono nato il 29 dicembre 1857.

Mancato presto il padre, Giuseppe, rimase la sola madre, Gadda Teodolinda, senza alcun mezzo, con sette figli, di cui il maggiore aveva poco più di 14 anni. Anche i più grandicelli non avevano nessun mestiere; perchè poco prima della mia nascita, la mia famiglia era venuta a Milano da Solbiate Olona, dove mio padre era agente di campagna.

Non so come non siamo morti tutti di fame! Tutti i miei fratelli buoni a qualche cosa furono messi a lavoro, senza scuola od altro insegnamento.

Io e mio fratello Benedetto, nato nel 1855, eravamo troppo piccoli per poter essere messi a bottega.

Appena in età (credo a quattro o cinque anni) fui accettato all'Asilo Infantile posto sul corso Garibaldi (ora Laura Mantegazza, dal nome della fondatrice, madre del senatore Paolo Mantegazza); avevo almeno la minestra a mezzogiorno, e una vesticciuola; alle scarpe spesso dovevano pensare i benefattori straordinari; molte volte, dopo la minestra del mezzogiorno, non c'era più nulla fino al mezzogiorno dell'indomani, tranne qualche pezzo di pagnotta che mi veniva dato dai vicini, un po' meno poveri di noi.

Finiti gli anni dell'Asilo infantile, fui ammesso al Conservatorio della Puerizia, dove pure avevo la minestra e la _blouse_. Un vecchio dottore dell'Ospedale Maggiore, il dott. Adamoli, mi conobbe come dottore dei poveri; ebbe pietà della mia miseria e fu meravigliato del mio amore allo studio; perciò la famiglia ebbe da lui qualche soccorso. Dovevo restare al Conservatorio tre anni, ma vi rimasi, per grazia, un quarto, per usufruire del nutrimento. Ne uscii nel 1868.

Il fratello maggiore, Giovanni, era morto nel 1866, a Custoza, caporale nel 65.° regg. fanteria; mia sorella s'era maritata, ed era la maggiore; e quindi continuavano le strettezze.

All'uscire dal Conservatorio, avrei dovuto mettermi a lavorare; ma alcuni benefattori, cui la direttrice vantava il mio amore allo studio, si occuparono di pagare i libri e le spese di cancelleria, perchè proseguissi gli studi nelle scuole elementari; così feci la terza e quarta elementare (ora quarta e quinta) dal 68 al 70. Guadagnavo qualche soldo facendo i cómpiti a qualche compagno, e vendendo giornali, specialmente nelle vacanze.

Nel 71, benchè fossi sempre il primo della classe, eravamo ancora al bivio.--Mio fratello Benedetto, due anni maggiore di me, faceva allora il 2.° corso tecnico provveduto da un benefattore; lo stesso benefattore provvide alle spese mie; e così mi iscrissi alla Scuola tecnica, che seguii, sempre primo, dal 1870 al 1873. Il mio nome è ancora ricordato alla Scuola tecnica di via Bassano Porrone dai vecchi professori.

Intanto però aumentavano le esigenze della vita, poichè il benefattore, tranne qualche soccorso irregolare, non pensava che alla scuola. Perciò, durante il secondo anno di scuola tecnica, cominciai a far da ripetitore a giovanetti delle scuole elementari, nelle ore serali; e durante il terzo anno (e gli anni dell'Istituto Tecnico che vennero dopo) guadagnai da vivere dando ripetizioni e lezioni, specialmente di matematica e scienze affini, a studenti delle scuole tecniche.

Finita la Scuola tecnica, ero destinato ad entrare in uno studio commerciale, come mio fratello Benedetto, ma il mio successo negli studii e le insistenze e le preghiere del direttore della Scuola tecnica, signor Vigo Pellizzari, indussero il benefattore a continuare le spese, e mi iscrissi all'Istituto Tecnico di Santa Marta (ora Carlo Cattaneo), sezione Fisico-Matematica. Non pagavo nessuna tassa, perchè raggiungevo sempre il primo posto; e le ripetizioni, benchè mi costassero enorme fatica, dovendo tutto il giorno attendere alla scuola, cominciavano a fruttarmi qualche cosa di più. Specialmente nelle vacanze, quando accorrevano a me molti _bocciati_, per essere preparati agli esami di ottobre.

Nel 1877 finii l'Istituto Tecnico, primo tra i licenziati; oramai le condizioni finanziarie mi imponevano di cessare gli studii per dare qualche aiuto alla famiglia. Ma poichè ripetutamente si era esposta al Ministero la necessità di fondare delle borse di studio presso la Scuola d'applicazione degli Ingegneri, si approfittò dell'occasione mia speciale, a cui le condizioni famigliari impedivano anche la possibilità di recarmi a Pavia nel Collegio Ghislieri e, _per la prima volta e per me personalmente_, fu stabilito un assegno di studio di 600 lire annue dal Ministero d'Istruzione Pubblica.

Così nel 1877 fui iscritto alla Scuola Preparatoria dell'Istituto Tecnico Superiore di Milano.

Le cinquanta lire mensili non sarebbero bastate, alla mia età (20 anni), se non avessi continuato il lavoro delle lezioni private. Durante i cinque anni dell'Istituto Tecnico Superiore, in media io davo alla famiglia 70 lire mensili, pensando per mio conto alle spese personali e agli abiti.

E notisi che le condizioni per il sussidio erano gravissime; perchè io dovevo ottenere, _non in media, ma in ogni singola materia_, almeno 9/10: bastava un _otto_, perchè il sussidio potesse cessare. Pure superai sempre la misura richiesta, anche negli esami di laurea, in condizioni specialissime di salute e di preoccupazioni famigliari e personali. Non discesi mai al disotto di 94%, e in un anno arrivai a 98%.

Il tempo per le lezioni mancava, perchè l'orario di scuola era gravissimo (dalle 8 alle 5½ o alle 6); ma mi aiutavo nelle vacanze, dando perfino cinque lezioni al giorno di calcolo differenziale e integrale, di geometria proiettiva e descrittiva e di meccanica razionale.

Laureato ingegnere nei primi di settembre 1882, agli ultimi dello stesso mese fui assunto dal professore Colombo come ingegnere dell'allora Sindacato per l'applicazione dei brevetti Edison: e presso la Società Edison restai fino ad ora.¹

¹ De Andreis non era ancora condannato. Adesso egli ha aperto studio per suo conto.

Dall'82 all'84 attesi alla costruzione dell'officina in via S. Radegonda, come direttore dei lavori, e alla posa in opera delle fondazioni delle macchine e delle caldaie. Finita la costruzione del fabbricato, fui uno degli ingegneri addetti all'officina elettrica, sotto gli ordini del direttore sig. J. William Lieb, e fui incaricato in modo speciale delle caldaie e delle macchine a vapore, e accessorii. Nel 1887 fui incaricato degli impianti elettrici nella città di Milano.--Nel 1888 fui incaricato degli impianti (previo progetto e preventivo) d'illuminazione elettrica fuori di Milano. Citerò tra gli impianti, quelli dei teatri S. Carlo di Napoli e Carlo Felice di Genova, della città di Cuneo, della città di Ferrara, ecc.

In una delle mie brevi fermate a Milano allora (poichè specialmente Napoli e Cuneo mi tennero occupato per quasi tre anni), mi venne offerta dalla Società Edison la direzione della Società di illuminazione elettrica di Venezia, a condizioni vantaggiosissime. Dovetti, con dispiacere del professore Colombo, ringraziare dell'offerta, per le condizioni specialmente di famiglia: io non avrei potuto portare mia madre (da tanti anni abituata al quartiere di P. Garibaldi, e allora sessantacinquenne), in un nuovo elemento, come Venezia, senza ch'ella ne soffrisse enormemente; e poichè avevamo da vivere--benchè umilmente--a Milano, rinunciai alla nuova posizione.

Prima di questo incidente era avvenuta la morte del mio fratello maggiore, Benedetto.