Da un carteggio inedito

Part 5

Chapter 53,545 wordsPublic domain

Non posso far a meno di esser triste oggigiorno. È morto il mio vero amico Giambattista Gandino. Fu il primo che conobbi in Bologna nel 1860.[38] Quanti anni, quanti dolori, e quanta fedeltà! Il latino e l'amicizia, due immutabili passioni dell'animo suo. Dall'amicizia sua non mi venne mai un turbamento; fu il re del latino puro: questa la sua vita nel rispetto mio. Peccato che Voi non l'abbiate conosciuto!

Ecco la mutazione per il _Vere Novo_.[39] Mutato nel verso secondo così: «_Sorride e chiama_»;[40] il verso sesto dica così: «_E guarda gli occhi, candida Silvia, tuoi_». Così tutto va bene; immagine, metro e verità.

Oggi è una giornata orribile. Il barometro si abbassa fino all'anima e proibisce di pensare. Spero che costassù in montagna l'aria sia più pura: qui pesa sul capo e sul cuore. Ahimè! oggi sto male. Passate i miei saluti affettuosi alla signora Marina e al conte, e addio.

Salve et vale.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora_ CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI BASSANO VENETO.

XII.

BOLOGNA, 28 NOVEMBRE 1905.

XII.[41]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Questa volta voglio parlarVi di studî. Ho comperato due libri nuovissimi a un tratto: la _Congiura di Catilina_, e.... indovinate?... _Elvira_, amore di Lamartine.

L'Elvira a me e al mio compartecipe[42] non fa la figura di bellezza che rinnovò l'arte moderna: anzi!... Ma ciò non toglie che la poesia da lei inspirata non sia la più bella poesia francese. Non mai quella lingua, che par negata alla poesia, ebbe inspirazioni così di cuore come _Le Lac_, che certo è la più bella poesia sentimentale moderna. Non mai inspirò così profondamente un lamento così mesto e così sentito come nel _Crucifix_. Tutto è finito: poesia, inspirazione e sentimento. Ma ciò non impedisce che sia stato un movimento profondamente sentito.[43]

La _Conjuration de Catilina_ di G. Boissier è storia romana: sempre vera, sempre nuova e sempre bella.

E ora d'altro. Cioè del vostro piede, che deve essere affatto guarito e padrone di sè: Voi non me ne dite abbastanza, ma io immagino che sia così; vi sento intonata in altra guisa.

Salutatemi la Vostra piccola amica tedesca[44] e la vostra gran madre contessa Marina, le quali mi hanno messo in testa questa leggiadra notizia. E Voi pregate che co' miei malanni mi seguiti sempre il buon umore che ho oggi, il quale in gran parte, anzi tutto, mi viene da Voi.

Grazie. Salve et vale.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora_ CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI BASSANO VENETO.

XIII.

BOLOGNA, 29 NOVEMBRE 1905.

XIII.[45]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Una gentile e pia necessità (che tale parrà anche a Voi) m'impone una impronta sollecitazione anche a Voi.

La società scolastica che in Graz s'intitola del mio nome, mi chiede un mio ritratto per collocarlo in luogo di onore. Fosse una solita domanda, e de' soliti, non risponderei. Ma qui bisogna che mi rivolga a Voi, perchè m'impetriate dal gentile artista di Cesena[46] una copia di quella che a me pare bellissima (e so che pare anche a Voi) fotografia. Spesa qualunque siasi, a conto mio. Vi prego di mandar qui per la firma necessaria. Figuratevi che devo andare in mezzo a Mazzini e a Garibaldi: ahi, quanto e immeritato onore! Fate Voi almeno che io figuri bene: io Vi dovrò anche questo. Non Vi dico che mi perdoniate; troppo Vi conosco: amatemi un poco di più.

Vostro GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora_ CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI BASSANO VENETO.

A questa lettera il Carducci unì un articolo, ritagliato dall'_Avvenire d'Italia_, giornale bolognese, intitolato «_Traveggole socialiste intorno a Giosue Carducci_», nel quale è detto che l'_Avanti_ riporta dall'_Asino_: ... «che il poeta è ridotto quasi ad uno stato d'incoscienza, e che i preti approfittano del suo stato per invaderne la casa in attesa di confessarlo moribondo...». In margine a tale articolo il poeta dettò le parole seguenti:

E dire che son per riprendere i miei lavori, perchè il Boschi è ammirato della mia salute! G. C.

XIV.

BOLOGNA, 2 DECEMBRE 1905.

XIV.[47]

_Signora contessa molto amata_,

Già fin da ieri il Bacchi della Lega deve aver significato al signor conte la indegnazione mia per quello che il giornale aveva scritto, a proposito di cose mie, su Voi, etc.[48] E come Voi usate dire, la _pitantana_[49] mi aveva colto sul serio; e chi sa che cosa avrei scritto a quei cialtroni, degno di loro e dell'ira mia; se poi uomini di senno, e voglio contare specialmente in questa categoria il Bacchilega, non mi avessero persuaso che erano parole spese inutilmente, e che nessuno badava a quel che era scritto in quel giornale, e che quella turba di mascalzoni non vale il

«. . . . . fango che mi lorda i piedi».[50]

Vili, dire che Voi siete mossa da _uno scopo occulto di tenerezze devote_, per un'onorificenza di Corte! Io non conosco donna superiore a Voi nel disprezzo di simili sciocchezze. E parliamo, alla fine, d'altro.

Grazie di quello che farete con Casalboni;[51] grazie per me e per gli amici d'oltre i confini; specialmente per essi, che me potrebbero lasciare da parte. Dunque sarà una bella fotografia, che farà onore al mio ceffo; e, fuor di scherzo, all'arte cesenatica. Grazie, grazie, grazie. Onorate Voi quella degna Cesena, che tanto mi favorisce; onoratela e ringraziatela.

Voi mi dite, scrivetemi e consolatemi di Voi. Se per consolarVi vi può piacere che io dal medico Boschi sia trovato sempre più valido, ciò Vi consoli: quanto a me, io altrove cerco la mia consolazione, e Voi ben lo sapete. A proposito: come va il vostro piede? Sempre meglio, non è vero? Io e i vostri migliori amici sempre attendiamo che il conte vi riconduca alle nostre parti, ma rispettiamo i sentimenti di vostra madre, alla quale affettuosamente mi ricordo.

Addio. Lasciate la _pitantana_, vocabolo che non piace punto a Bacchilega, nè a me. Salve et vale.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_ SILVIA PASOLINI-ZANELLI BASSANO VENETO.

XV.

BOLOGNA, 5 DECEMBRE 1905.

XV.[52]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Oggi spedisco a Graz il mio ritratto, da accompagnarsi a quello dei veramente illustri e sacri:[53] ho scritto ai giovani che l'opera è di artista _italiano_, Casalboni; che vien loro in dono da gentildonna _italiana_, Silvia etc. Così il dono sarà più accetto e più gentile. Questo voglio che sappiate subito tanto Voi, che l'artista.

Ahimè! che brutta giornata! involuta di tenebre e di nebbia, quale da ormai due mesi è ridotta l'anima mia.

«Ma ci fu dunque un giorno Su questa terra il sole? Ci fur rose e vïole, luce, sorriso, ardor?

«Ma ci fu dunque un giorno la dolce giovinezza, la gloria e la bellezza. Fede, virtude, amor?»[54]

Pare che ci fossero; almeno io le ho cantate. Nel _tedio invernale_ presente non pare davvero che ci siano. Sbaglio: sono nell'anima vostra.

Salve et ave.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla contessa_ SILVIA PASOLINI-ZANELLI. BASSANO VENETO.

XVI.

BOLOGNA, 23 DECEMBRE 1905.

XVI.[55]

_Signora contessa Silvia molto amata_,

Voglio fare le mie confessioni; cioè vo' dir cose che, dopo morto, tolgano ogni dubbio del come io pensassi e credessi.

Cominciamo dal principio; da Dio, o da chi è tenuto Dio.

Poco più che ragazzo cominciai un inno a Cristo, così:

«Io non so chi tu sia, nè per che modo Venuto se' quaggiù.....»

applicando a Cristo i versi che Dante poneva in bocca ad Ugolino.[56]

Uomo fatto, rincarai con parole mie proprie quel che avevo accennato di sbieco, segnatamente nella _Chiesa gotica_:

«O inaccessibile re degli spiriti, tuoi templi il sole escludono. Cruciato martire tu cruci gli uomini, tu di tristizia l'aër contamini»;[57]

e nelle _Fonti del Clitumno_:

«. . . . . . . . . . un Galileo di rosse chiome il Campidoglio ascese, gittolle in braccio una sua croce e disse: — Portala, e servi —».[58]

E certo sono cose forti e indimenticabili. Confesso che mi lasciai trasportare dal principio romano, in me ardentissimo: e fu troppo. Ma quasi al tempo stesso soavi cose pensai e scrissi di Cristo:

«Oh, allor che del Giordano ai freschi rivi traea le turbe una gentil virtù etc.»[59]

Resta che ogni qual volta fui tratto a declamare contro Cristo, fu per odio ai preti; ogni volta che di Cristo pensai libero e sciolto, fu mio sentimento intimo. Ciò non vuol dire ch'io rinneghi quel che ho fatto: quel che scrissi, scrissi; e la divinità di Cristo non ammetto. Ma certo alcune espressioni son troppo; ed io, senza adorare la divinità di Cristo, mi inchino al gran martire umano.

Questo voglio che si sappia, e lo scrivo a Voi, perchè capace di dirlo apertamente.

Vedete che m'è venuta voglia di scrivere, oggi.

Il vostro GIOSUE CARDUCCI.

Pensieri della vigilia di Natale, che ho sempre avuto, e da tenerne conto.

G. C.

_Alla contessa_ SILVIA PASOLINI-ZANELLI FAENZA.

XVII.

BOLOGNA, 27 DECEMBRE 1905.

XVII.[60]

_Signora contessa Silvia molto amata,_

Che bel passeggiare, arridendo il variato sole di primavera, su per i colli dell'amenissimo Lizzano; o anche discendendo verso il piano! Affacciandosi questa visione agli occhi e all'animo conturbati da questa nebbia brumale, più triste è il tristissimo decembre. Torneremo mai sui colli di Lizzano? O al bellissimo Bertinoro? Io per me dubito.

Mi contenterei per ora, e anche per allora, di ritrovarmi nella bella saletta di Faenza, dove mi guardano tanti visi ch'io non conosco, e pure amo; o nel salone, dove tante cose possono essere cantate e suonate con musica melodia. Tacendo, nel mio silenzio mi pare di ascoltare e d'intendere. Ahimè! Inteso bene che tutto sarebbe allegrato e fatto vivo dall'aspetto e partecipazione della signora. Voi dareste la vita vera a quell'ignoto ch'io medito, che io sento, e che potrei anche rappresentare.

Questa divagazione malinconica mi fa meno uggiosa la triste nebbia. Se Voi foste qui e parlaste, svanirebbe affatto. Ma io voglio venire a Faenza.

Ricordatemi il nome della signora che mi mandò il salmone; l'americana famosa che parla e scrive così bene l'italiano.[61] Bisogna che le risponda.

Addio, addio; con l'anima profondamente contristata, in mezzo alla gioia apparente, dalla morte di Severino Ferrari:[62] grande ferita nel mio cuore!

Addio, cara signora ed amica dolcissima. Voi mi intendete.

Il vostro GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_ SILVIA PASOLINI-ZANELLI. FAENZA.

XVIII.

BOLOGNA, 11 APRILE 1906.

XVIII.[63]

_Signora contessa Silvia molto amata,_

Siete tornata a Faenza, nella dolce dimora in cui vi ho sempre vista io. Quella dimora è sacra per me; e deve essere anche per Voi. Quante rimembranze soavi vi rifioriscono nell'anima! Se avessi lo stile prezioso, oh quanto vi rifiorirei! Ma l'affettuoso è stile molto più nobile del prezioso, e con questo seguito a scrivere. Invano Voi fareste opera di chiamarmi alla preziosità. «Io sento e dico e rappresento il vero». Oh che bel verso! «_Quidquid conabar dicere, versus erat_». Così avveniva al fiorito Ovidio:[64] ma l'intima eloquenza del cuore commosso non era con lui, nè era da lui. Non vorrei fargli torto, se per lui mi sovvenissi i Marini e l'adorato D'Annunzio. Per quanto adorato? Perchè adorato? E come adorato? Problemi a cui sarebbe facile rispondere, se io avessi voglia di rompermi il capo con la poesia moderna. E già! V'è poesia moderna? E ciò che porta quel nome, lo merita? Io più che invecchio, più penso che no. E forse è una malinconia della vecchiaia.

Pensateci e rispondetemi. EccoVi dato l'argomento a una bella lettera. La quale, e tutto quello che viene da Voi, io aspetto con desiderio e affetto infinito.

Intanto Vi saluto.

Vostro GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_ SILVIA PASOLINI-ZANELLI FAENZA.

APPENDICE

_Quest'Appendice contiene_:

1º _Una lettera con la quale Giuseppe Torquato Gargani accompagnava nel 1856 a don Luigi Bolognini in Faenza il dono della sua_ dicerìa: «Di Braccio Bracci e degli altri poeti odiernissimi», _stampata a spese degli_ «amici pedanti». _Questa lettera, inedita e gentilmente a noi comunicata dagli eredi della famiglia Bolognini, è un'eco così viva e sincera delle prime lotte letterarie del Carducci, alle quali abbiamo accennato nella_ «Prefazione», _che ci è parso prezzo dell'opera non defraudarne il lettore._

2º _Una commovente e preziosa notizia sui soggiorni del Carducci a Madesimo, nell'agosto del 1904 e del 1905, inviataci con somma cortesia dall'illustre prof. Flaminio Pellegrini, della r. Università di Genova; al quale ci è caro di porgere pubblicamente i più vivi ringraziamenti._

GIUSEPPE TORQUATO GARGANI A DON LUIGI BOLOGNINI, IN FAENZA.

_Mio caro Gigi,_

È troppo tempo che non ho tue nuove da te; fa' di scrivere come prima potrai. Io sto benissimo, e sento la vita ora che sono in guerra con tutti i poetini e prosatorucci di Firenze. Ti mando con questa una mia dicerìa: hoc fonte derivata clades. È una canzonatura da cima a fondo, che ha fatto rider me, scrivendola; e molti dotti davvero, leggendola. La leggerai anche tu, e daraimene il parer tuo. La darai a don Lanzoni[65] e al Minardi,[66] i quali carissimamente saluto. Oh, se sentissi cosa dicon di me questi giornali infranciosati! Credo d'aver fatto la bocca larghissima a riderne, e figurati che han pubblicato ch'io sono impazzato e messo all'ospedale, e che settimana per settimana daran le mie nuove alla gente. Perdio! l'è una critica da fare i capelli bianchi. E per di più han citato minchionando due versi per miei, i quali io non scrissi mai: bravi i birbanti b.....! A me par d'essere altr'uomo, e son contento che la dicerìa abbia fatto quel che doveva tare, e gongolo delle fiacche furie e dell'escandescenze sguaiate di cotesti pigmei, i quali han fatto veder chiaro che li ho arrivati nel vivo. Per le vie è un domandare: è quello l'autore della dicerìa? e chi compate, chi gabba, chi guarda in cagnesco, chi sogghigna, chi loda: ed io rido di tutti. Così è, mio caro Gigi; io quietissimo e umilissimo omiciattolo ho messo sossopra la repubblica letteraria in Toscana e fors'anche fuori. Gli amici, che a loro spese hanno stampato il mio scritto, si sono riuniti in una specie di accademia,[67] e faranno battaglia a corpo morto contro tutte le romanticherie e tutti i capricci infranciosati, inglesati, intedescati: son pochi, ma hanno fegato e lombi italianissimi. Era tanto che costoro facevano i demagoghi: anche la pazienza ha un confine, e bisognava che qualcuno salvasse l'antica fama del senno fiorentino messa in terra da questi m.... L'abbiamo fatto noi; non benissimo, per manco di sapere; ma con il calore di giovani amantissimi dalla maestosa letteratura italiana: la volontà scusi la debolezza della natura. Tu scrivi e seguita ad amare il tuo fratelluccio _impazzato_. Saluterai la gentile signora contessa Pasolini[68] e il signor conte.[69] Se credi bene, fa' leggere la dicerìa al conte Antonio[70] e al conte Francesco,[71] a' quali ricorderai la mia servitù. Se conosci o a Faenza o a Forlì o a Bologna qualche buon letterato, dillo, che glie la manderemo, perchè desideriamo che giri. Ho veduto Ghinassi,[72] c'ora è in Livorno. Ricordami ai buoni Farina,[73] scusandomi se non scrivo per essere occupatissimo in lavori e battaglie. A settembre (se non mutan le cose) vo con una signora maestro per sei anni a Montegemoli, presso a Volterra.[74] Ti saluto e ti abbraccio.

20 luglio 1856.

G. T. GARGANI.

SU 'L CARDUCCI A MADESIMO NELL'AGOSTO DEGLI ANNI 1904 E 1905.

A Madesimo, sullo Spluga, nel mese d'agosto del 1904 e del successivo anno 1905, ebbi l'inesprimibile conforto di ritrovarmi a lungo col Carducci, che mi fu maestro a Bologna dal 1887 al 1890, e che, da allora, m'onorò sempre d'affettuosa benevolenza.

L'amenissimo soggiorno, nel 1904, giovò sensibilmente alla stanca sua fibra. Sui primi del mese, già ritemprato dalla breve permanenza, potè riprendere persino le sue gite mattutine, lungo il sentiero alpestre della Motta, tra il folto degli abeti, fino a un rustico sedile d'onde tutto si domina il magnifico paesaggio.

Lassù con intensa commozione lo udii recitare a memoria passi della _Divina Commedia_, odi di Orazio: e, notevole a dirsi, la voce del Poeta, d'ordinario sì impedita dal male, riprendeva nella recita dei versi la franchezza, l'intonazione indimenticabile dei giorni migliori!

In quello scorcio d'estate non solo mi dettava senza pena le sue corrispondenze, ma rivide bozze di stampa, e con mano malferma reggeva Egli stesso la matita, per prendere numerosi appunti leggibili quasi solo da Lui.

L'anno appresso, purtroppo, l'infermità aveva fatto progressi desolanti. Brevissime passeggiate, quasi sempre malinconiche e silenziose: agli stentati colloqui alternava lunghe letture di Virgilio, interrotte da periodi tristi di raccoglimento interiore. Ma il suo grande spirito, posso attestarlo con piena sicurezza, era vigile sempre, e le ricordanze si mantenevano prodigiosamente tenaci, sia che rievocasse con una parola scultoria uomini e cose, sia che tornasse con freschezza mirabile a citazioni erudite, o che lo spunto d'un verso gli richiamasse poesie proprie ed altrui.

In presenza d'estranei, ormai, evitava quasi del tutto di parlare. Invece proseguì a dettarmi non di rado lunghe lettere degne della grande arte sua, senza una pausa, senza correzioni, senz'altra fatica salvo quella di vincere la difficoltà vieppiù grave della pronunzia malfida.

Ricordo l'estremo saluto accorato a Giuseppe Chiarini, in una lettera commoventissima del giorno 11 agosto 1905, pubblicata nella _Nuova Antologia_ (1º aprile 1907, p. 390). Ricordo che si valse ancora altra volta, come aveva già fatto nell'anno precedente, della mia mano _discreta ed amica_ — così degnavasi di chiamarla — per mandar novella de' suoi pensieri dolenti alla contessa Pasolini, inclita Donna consolatrice. Ricordo.... e con un sussulto nell'anima mi veggo d'accanto la bianca testa pensosa del Poeta, nella vasta camera tutta luce di Villa Adele, ove Lo baciai vivo per l'ultima volta!

FLAMINIO PELLEGRINI.

INDICE

PREFAZIONE. _Giosue Carducci e la Romagna_ Pag. 1

LETTERE DI GIOSUE CARDUCCI.

LETTERA I Madesimo, 18 luglio 1897 » 79 » II Madesimo, 12 settembre 1897 » 83 » III Bologna, 12 gennaio 1898 » 87 » IV Bologna, 19 giugno 1902 » 93 » V Madesimo, 27 luglio 1902 » 97 » VI Bologna, 8 luglio 1904 » 101 » VII Madesimo, 24 agosto 1904 » 105 » VIII Madesimo, 20 luglio 1905 » 109 » IX Madesimo, 9 agosto 1905 » 113 » X Bologna, 14 ottobre 1905 » 119 » XI Bologna, 19 novembre 1905 » 123 » XII Bologna, 28 novembre 1905 » 129 » XIII Bologna, 29 novembre 1905 » 135 » XIV Bologna, 2 decembre 1905 » 139 » XV Bologna, 5 decembre 1905 » 145 » XVI Bologna, 25 decembre 1905 » 149 » XVII Bologna, 27 decembre 1905 » 155 » XVIII Bologna, 11 aprile 1906 » 161

APPENDICE.

Giuseppe Torquato Gargani a don Luigi Bolognini in Faenza » 169 Su 'l Carducci a Madesimo nell'agosto degli anni 1904 e 1905 » 175

ERRATA-CORRIGE

A pag. 33, linea 10 — Invece di «_maggio 1907_» leggasi «maggio 1897»

_Finito di stampare il 12 decembre 1907_ dall'editore LICINIO CAPPELLI, previo accordo con la DITTA ZANICHELLI di Bologna, _rilevataria del diritto di pubblicazione dell'epistolario carducciano._

NOTE:

[1] È interamente di mano del Poeta.

[2] Trattasi della fotografia della chiesa di Polenta, fatta dal Casalboni di Cesena.

[3] Orazio, _Carmina_, lib. IV, ode seconda, 30-31.

[4] Proprio allora il Poeta stava meditando e componendo la meravigliosa ode «_Alla chiesa di Polenta_».

[5] È il conte Pier Scipione Pasolini Zanelli, immaturamente rapito all'affetto de' genitori e del Carducci il 28 decembre 1898.

[6] Nazzareno Trovanelli di Cesena, «buon cittadino e buon letterato — scrive il Carducci nelle note alle _Rime e Ritmi_, _Poesie_, p. 1034 — di cui sono notevoli parecchie traduzioni dal Tennyson e dal Longfellow».

[7] È interamente di mano del Poeta.

[8] L'ode «_Alla chiesa di Polenta_».

[9] Il _cipresso di Francesca_, che ancora non era stato colpito dal fulmine.

[10] È interamente di mano del Poeta.

[11] È una specie di vino nero romagnolo.

[12] Don Luigi Zattini Brusaporci, allora arciprete della chiesa di Polenta, ed oggidì di quella di Bertinoro.

[13] Sono i lavori de' secondo periodo dei restauri della storica chiesa.

[14] È la contessa Vittoria Aganoor-Pompily.

[15] Augusto Farini di Ravenna, uomo d'ingegno molto e di molto cuore, morto nel 1906.

[16] Su le ragioni che indussero il Carducci a rifiutare la cattedra dantesca, instituita nell'Università di Roma con legge 3 luglio 1887, ed in allora offertagli dal ministro Coppino, vedi il Chiarini, _Memorie della vita di G. C._, pp. 170-4. Questa lettera ci rivela che nel 1898 il ministro (Guido Baccelli) ripetè l'offerta inutilmente, e conferma ciò che a dì 8 ottobre 1887 il Poeta avea scritto al Chiarini: «Sono stanco, stanco, stanco di fare il professore........».

[17] È interamente di mano del Poeta.

[18] L'illustre scultore, prof. Francesco Ierace, autore del monumento a Pier Scipione Pasolini Zanelli nel cimitero di Faenza, avea chiesto al Poeta, per mezzo della signora contessa Pasolini, un'epigrafe da porre sotto il busto di Umberto I, che dovea inaugurarsi a Pizzo di Calabria.

[19] Cfr. _Confessioni e Battaglie_ (serie seconda), Bologna, Zanichelli, 1902, pp. 127 e sgg., 141 e sgg.

[20] Vedi l'epigrafe per Pier Scipione Pasolini Zanelli, in _Prose_, p. 1475 (Bologna, Zanichelli, 1902).

[21] Interamente autografa, e scritta a _lapis_, tranne l'indirizzo sulla busta, ad inchiostro e di altra mano.

[22] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, segretario particolare ed amico affettuosamente fedele del Poeta. Le parole in fine della lettera «_suo di cuore_» e la firma sono autografe.

[23] Invece di «_piaccia_» aveva prima dettato la parola «_torna_», poi cancellata.

[24] D'altra mano da quella del Poeta, e forse del figlio dell'albergatore. Le parole in fine della lettera «_La saluto di mia mano_» e la firma sono autografe.

[25] È la signora contessa Marina Baroni Semitecolo, madre della contessa Silvia.

[26] D'altra mano da quella del Carducci, e forse del figlio dell'albergatore, tranne la firma, che è autografa.

[27] L'amanuense aveva scritto: «_in un affabile sorriso_»; e il Poeta corresse di sua mano: «_un ineffabile sorriso_».

[28] La consorte del Poeta.

[29] Invece di «_soave_» avea prima dettato «_benigno_», poi cancellato.

[30] Di mano del prof. Flaminio Pellegrini, tranne la firma, che è autografa. Vedi _Appendice_, p. 178.

[31] _Eneide_, I, 603-606.

[32] Allude ad una lettera da Lui scritta al dott. Giuseppe Geròla, che gli avea inviata in omaggio una sua opera sugli scavi nell'isola di Creta, dallo stesso Geròla sapientemente diretti.

[33] È la consorte del Poeta.

[34] Di mano del cav. Giulio Gnaccarini, genero del Poeta, tranne la firma, che è autografa.

[35] Egregio medico curante del Carducci.

[36] Orazio, Carmina, libro IV, ode quinta, 6-8.

[37] Di mano del dott. Alberto Bacchi della Lega, tranne la firma, che è autografa.