Da un carteggio inedito

Part 4

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A Longiano, nella gita del 9 giugno 1902, ascoltò rapito la musica del secondo atto del _Tristano e Isotta_, suonata al pianoforte ed accennata egregiamente con la voce dall'avv. Achille Turchi; a Faenza, la sera del 15 novembre 1903, in una genialissima riunione artistica in casa Pasolini, incoraggiò molto il giovine Balilla Pratella di Lugo, di cui fu eseguita una notevole composizione per canto, piano e violino, su l'_Ode alla chiesa di Polenta_; a Lizzano, il 21 settembre 1904, udì cantare da Alessandro Bonci la schietta romanza italiana «_Tre giorni son che Nina_» del Pergolesi, e tanto si compiacque di quella interpretazione patetica e gaia insieme che, sentendo fuse così bene l'opera del maestro e quella del cantore, esclamò: «Sembra una voce creata apposta per questa musica!». Ed in un albo, ove il Bonci conserva le più preziose memorie, scrisse di suo pugno: «_Lizzano, 21 sett. 1904. Udita nella voce del Bonci la risorta musica del Pergolesi_». Infine, più volte, a Faenza ed a Lizzano, ebbe l'anima accarezzata e placata dal vibrante violino dell'illustre prof. Federigo Sarti (che fu maestro ed amico affettuoso di Pierino Pasolini-Zanelli), o da quello della giovanissima artista Antonietta Chialchia, allieva del Sarti medesimo; alla quale volle, in segno di gratitudine, regalare un suo ritratto con le parole autografe: «_Al mattino radiante il tramonto brumoso. G. Carducci_».

* * *

Così il Poeta trascorreva, dolcemente consolato, gli ultimi suoi giorni; ed intanto, mentre qui in Romagna a Lui salivano, nelle forme più semplici e pudiche, le manifestazioni d'amore di tanti popolani, a Lui pervenivano anche i saluti, gli augurî, gli omaggi del mondo civile. Da Terni gl'insegnanti secondarî e primarî; da Caserta gli ufficiali di finanza; da Sarzana i commemoranti il centenario della presenza dell'Alighieri; da Scarperia i celebranti il seicentenario della fondazione di quel castello; da Faenza i maestri elementari e i professori e gli studenti del Liceo-Ginnasio; da Cesena gli ammiratori offrenti in un album artistico i ricordi della biblioteca malatestiana; da Bologna i professori delle scuole medie adunati in solenne congresso; persino dalla lontana Repubblica Argentina gl'Italiani ivi residenti; da ogni terra, insomma, ed in ogni giorno in cui suonasse un'alta parola, o si elevassero i cuori verso un'idealità pura e gentile, giungevano al Grande Spirito che ancor vigilava, sì come al nume tutelare della patria, invocazioni e preghiere d'assentimento e d'incoraggiamento.

A tante espressioni di reverenza e di gratitudine, una significantissima stava per aggiungersi il 29 giugno 1905: la visita al Carducci, in Lizzano, della regina madre. Se non che, all'ultimo momento, tale visita fu sospesa, a causa, si disse, del gran nubifragio che desolò, a que' giorni, i territorî di Ferrara, Forlì e Ravenna; e che questo novello omaggio di Margherita di Savoia al genio del Vate non potesse avvenire, a non pochi increbbe, però che sono sicuramente fra i maggiori meriti dei sovrani della terra quelli che essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero.

Ma è da ricordare che pochi dì innanzi al Carducci era giunto, in Romagna, uno speciale pensiero del re d'Italia; il quale, a' ringraziamenti del Poeta per la croce dell'ordine civile di Savoia, conferitagli con decreto del primo di giugno 1905, volle a sua volta rispondere col seguente dispaccio telegrafico: «_14 Giugno — Giosue Carducci — Cesena. — Sono lieto di averle potuto dare un novello segno della mia ammirazione, e molto ho gradito la cortese lettera con la quale Ella ha voluto ringraziarmene. Vittorio Emanuele_». Tale dispaccio giunse al Carducci inaspettatamente, mentr'Egli esaminava nel palazzo Pasolini la copiosa raccolta de' documenti del risorgimento, stati già del generale Andrea Ferrari, duce de' volontarî romani nel '48-'49, e da lui consegnati al suo aiutante maggiore Pietro Pasolini, che li conservò religiosamente. Il Poeta stava sfogliando quel migliaio e mezzo di carte, nelle quali è l'itinerario delle legioni romane dal febbraio del '48 fino a Vicenza, a Malghera, alla Repubblica Romana, e dove spesso ricorrono i nomi del Durando, di Ugo Bassi, del Manin, di Guglielmo Pepe, del Tommasèo; e nell'animo commosso gli si rinnovellavano i giorni tragici ed epici della patria; quando la parola del capo dello stato gli giunse quasi come la voce dell'Italia _libera ed una_, attestante che non invano erano stati i sacrificî e gli eroismi, le congiure e i patiboli.

_Libera ed una_ davvero? Ahimè! Il Poeta, cui nella gioventù e nella virilità parve che mal fosse assicurata da' governanti e da' procaccianti alla patria una vera libertà, ebbe poi per tutta la vita confitta nel cuore la spina del saper non compiuto l'edificio nazionale nostro. Fu irredentista nobilissimo e fiero; ed ai vigorosi aneliti di Trieste e di Trento verso l'Italia, rispose sempre sospirando e fremendo, in uno slancio di sublime amore.

Nel giugno del 1905, dovendosi inaugurare a Padova il tricolore offerto a quel comitato della «_Dante Alighieri_» dalle donne italiane _d'oltre confine_, fu chiesta a Lui una parola augurale. Rispose: «_Cesena, 11 giugno. Alle gentili donne italiane di qua e di là del confine, dal sacro spirito di Dante ferma fede, magnanima costanza, diritto, pieno e sereno adempimento di ogni loro aspirazione buona, prega l'umile italiano Giosue Carducci_». E da Padova gli giunse, il dì dopo, questo telegramma: «_All'umile italiano, la cui gloria rende ogni italiano superbo, a nome delle altre donne a me compagne nella solenne cerimonia qui ieri celebratasi, invio caldi ringraziamenti per l'alta patriottica parola onde volle onorarci, augurando che a lungo risuoni paterno incitamento ad egregie cose. Ada Dolfin Boldù_».

Di lì a pochi giorni avea luogo in Lizzano una semplice, intima, commoventissima festa: la consegna a Giosue Carducci d'una medaglia d'oro decretatagli da Trieste, come ricambio d'affetto a quello intensissimo consacrato, ne' carmi del Poeta, alle terre italiane ancora divelte dal seno della patria. Nel pomeriggio del 17 giugno giungeva a Lizzano Giacomo Venezian, triestino e professore nell'Università di Bologna, cui Trieste avea dato incarico di presentare al Poeta il segno sensibile del suo omaggio; ed insieme con lui erano il prof. Puntoni, rettore dell'Università medesima, il sindaco di Cesena ing. Angeli, e l'avv. Trovanelli. Pochi altri intimi di casa Pasolini, tra cui il prof. Giuseppe Morini e la contessina Antonietta Gessi, assistettero alla cerimonia. Questa avvenne nella veranda, e vi fu presente anche la signora Elvira Carducci, con manifesto compiacimento. Il Venezian porse al Maestro, racchiusa in astuccio di pelle, la medaglia d'oro, su cui è da un lato l'effigie del Vate, e dall'altro sta Trieste, assisa su d'un rudero, mentre verso di essa volan dal mare, in forma di gemetti e puttini, i canti di Lui. In alto è il verso: «_Tu sol, pensando, o idëal sei vero_»; sotto è la dedica: «_Trieste, a suggello d'antico amore_».

[Illustrazione: Giosue Carducci sulla porta della chiesa di Polenta.]

[Illustrazione: Nei viali di Lizzano.]

Il degnissimo figlio e rappresentante della cara città disse al Poeta poche e semplici e degne cose: voler esprimere quella medaglia il sentimento d'antica e devota devozione e d'intenso affetto di tutti i Triestini al Poeta nazionale; avere Trieste, da prima, avuto in animo di promuovere la solenne coronazione del Vate in Campidoglio; ma come parve difficile il piegare la modestia di Lui a tanta solennità, e non volendo la città deporre la speranza di onorare sè stessa onorando il Maestro, così aver essa cercato altra forma d'omaggio coll'effigiarne durabilmente l'immagine in una medaglia. Aggiunse il Venezian che i promotori della manifestazione non avean voluto mettere innanzi i loro nomi, perchè questa apparisse, quale veramente era, spontanea ed unanime di tutto il popolo triestino; ma egli consegnava al Maestro un documento da cui si pareva meglio il significato e il valore della dimostrazione, e ciò è il rescritto della imperiale e reale polizia di Trieste col quale «_si conferma il divieto di fare in una città austriaca pubblico appello per onorare il Poeta che ne' suoi scritti scagliò le più violenti invettive contro la persona di S. M. l'imperatore, e glorificò l'azione d'un Oberdank_».

[Illustrazione: La medaglia di Trieste.]

Giosue Carducci, che fino allora avea ascoltato con un fare tra il bonario e il commosso, alle parole del rescritto divenne acceso in volto come se una subita vampa di fuoco gli fosse salita su dal cuore; e scattò in piedi, Egli che pur male reggevasi ormai sulle gambe, esclamando: «No, città austriaca, no! La più italiana delle italiane; la fedele di Roma». Ed aggiunse: «Dite a Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima mia quello che è l'anima ed il pensiero di lei......» Nè potè continuare; che uno scoppio di pianto gli troncò in gola le parole. Allora tutti i presenti, fortemente scossi, e colti da un'infallibile tenerezza improvvisa, gli si fecero attorno, e prendendogli le mani, e accarezzandolo, e confortandolo con tronche parole, riuscirono finalmente a calmarne lo spirito. E per isvagarlo subito, le condussero all'aperto, a fare una passeggiata pe' viali e nel giardino, dove E' si riebbe ben presto, diventando sereno ed ilare ed espansivo.

Ma quel che non avea potuto interamente esprimere a voce, volle dipoi consegnare allo scritto; e da Lizzano, il 27 giugno, inviò al Venezian la seguente lettera:

«_Caro prof. Venezian, Ciò che Ella mi recò e mi disse da parte di Trieste, supera ogni possibilità di risposta. Sappia Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima del mio pensiero quello che è l'anima ed il pensiero della magnanima città; ed anche quando io non sarò più, ciò che piangendo e fremendo scrissi spirerà, credo, a mantenere nell'Italia la fede a Trieste, la fedele di Roma. Giosue Carducci_».

Era ben degno di questa forte terra di Romagna, dove dalla gioventù alla vecchiezza Egli ebbe vincoli così stretti d'affetto, e dove conchiuse, può dirsi, il suo canto; era ben degno di questa terra, la quale dette alla libertà ed alla patria il palpito dei cuori ed il fior delle vite, che qui si esprimesse la corrispondenza d'amorosi sensi fra Trieste e Colui che dell'Italia risorta fu la sintesi più gagliarda e completa.

Oggi sulla facciata della solitaria e muta villa di Lizzano, ove tanta gloria, tanti affetti e tanta fedeltà si accolsero, una lapide modesta, muratavi e scoperta quasi di nascosto e senza pompe vane, ricorda semplicemente:

«_Qui — tra i colli sereni — nella dolcezza della amicizia — cercò pace e ristoro alla grande anima — Giosue Carducci — dal 1897 al 1906 — Silvia e Giuseppe Pasolini Zanelli — con memore cuore — 2 novembre 1907_».

Faenza, novembre 1907.

ANTONIO MESSERI.

QUESTE LETTERE, PER ADEMPIMENTO DI DOVERE, PER TESTIMONIANZA DI CARA PROFONDA AMICIZIA.

I.

MADESIMO (CHIAVENNA), 18 LUGLIO 1897.

I.[1]

_Signora contessa_,

Grazie. Ricevei ieri la fotografia, bella molto.[2] Intanto dal Ministero di grazia e giustizia furono assegnate mille lire pe' restauri della chiesa di Polenta. Io, presso la vetta dello Spluga, a mille seicento su 'l livello del mare, poco posso fare.

Certo, non cogliere timi, come l'ape d'Orazio, _circa nemus uvidique Tiburis ripas_:[3] ma tra venti, rupi e torrenti, rapisco a volo qualche strofe; e vedremo.[4]

Io sto ora molto bene e non sono più zoppo. Tant'è: io non era fatto per la cattedra e l'accademia.

Ossequio Lei, e La prego de' miei saluti memori al conte, al figlio,[5] all'avv. Trovanelli.[6]

Dev.mo GIOSUE CARDUCCI.

_Alla gentildonna_ CONTESSA SILVIA PASOLINI CESENA.

II.

MADESIMO (SONDRIO), 12 SETTEMBRE 1897.

II.[7]

_Signora contessa_,

Ricevo qui le fotografie polentane in grande, molto belle. Grazie.

Credo che il 15 prossimo, alla fine, sarà pubblicata nell'_Italia_ di Roma l'ode,[8] che sin dal giugno io aveva promesso al conte Gnoli. Pochi giorni dopo verrà fuori l'edizione Zanichelli, con la fotografia della chiesa, credo, e con quella del cipresso,[9] vorrei; a tutto benefizio de' restauri.

Impossibile mi era mandarLe una trascrizione dell'ode, che alla gran bontà di Lei piacque desiderare: inchiostro, penne, carta impossibili. Dimani scendo a valle; lunedì sarò a Bologna: indi a Lei verrà un saggio mio calligrafico, che, non fo per vantarmi, sarà commendevole. Nella calligrafia (brutto vocabolo pedantesco, ma la cosa può essere buona) è il mio vero _bello scrivere_.

Credo che Ella sarà con la madre Sua. La prego di riverirla per me. E salutando il conte e Pierino, a Lei bacio la mano.

Dev.mo GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. signora_ CONTESSA SILVIA BARONI PASOLINI (VICENZA) BASSANO.

III.

BOLOGNA, 12 GENNAIO 1898.

III.[10]

_Signora contessa_,

Meglio tardi che mai. Io sto benissimo: e col nuovo anno ho cominciato a bere della Sua canina,[11] che va anche meglio di me. Ho scritto oggi all'arciprete;[12] che mi mandò molte benedizioni e voci di sue preghiere a Dio, e una damigiana di sangiovese dalle sue mani educato presso la vetusta chiesa: bene educato da vero. Io lo assicuro che Zanichelli, fatti i conti a giorni, gli manderà del denaro; e lo esorto a riprendere i lavori, anche per aiuto de' poveri.[13] Intanto prego per mezzo di Lei il signor conte a far ricerca dei disegni e progetti presso l'Economato o al Ministero.

Alla bella poetessa[14] non anche ho scritto: dimani l'altro. Anche da Bertinoro alto ridente il sindaco[15] mi scrisse graziose e nobili cose. E anche a lui risponderò. Ma il tempo mi è scarso a esser gentile. Quanto lavoro, io che pure vorrei non far nulla, e che anelo all'ozio sì come il cervo al fonte delle acque vive! Ozio in monti e in colli, pensando alla salute dell'anima mia.

La prego di salutare per me la signora *. _Salutala in mio nome e dalle avviso_ (Dio mio, con la scusa di un verso del Tasso, mi trovo a dar _del tu_ a Lei: Contessa, voglia perdonarmi) che io sono avverso al ministro, il quale mi tornava a parlare di Roma, dove io non voglio fare il professore; e non voglio fare il professore più.[16]

Bensì a Roma verrò su' primi di febbraio; ma non andrò in casa della sig. *; temo di essere incorso nell'ira sua. Senta un po' Lei. Signora contessa, La riverisco devotamente, e La prego di ricordarmi al conte e a Pierino.

Suo GIOSUE CARDUCCI.

_Alla nobile signora_ CONTESSA SILVIA PASOLINI BARONI _Via Venti Settembre 35_ ROMA.

IV.

BOLOGNA, 19 GIUGNO 1902.

IV.[17]

_Cara signora contessa_,

Saluti, ossequî, ricordi affettuosi.

EccoLe la lettera del Ierace.[18] Nel XII, _Confessioni e Battaglie_, manifestai la mia recisa antipatia e inettitudine alla piccola letteratura di _commissione e decorativa_.[19] Nè giova ricordare lo scritto breve e doloroso per Pietro Pasolini. Lì fu una grande sventura domestica che parlò nel cuore, un giovine nel fior dell'età che io avevo trattato famigliarmente, che mi era veduto crescer bello e lieto in conspetto....[20]

Non feci che esprimere quello che immaginai dover essere, senza frasi, il sentimento de' genitori.

Qui è un monumento reale, da collocarsi in luogo storico, con intervento di ministri, squadre etc. Non son fatto a simili scene; ammiro e ascolto e leggo rapito; ma io non so dir _niente_.

Ella significhi meglio che io abbia detto, e faccia sentire a Ierace quanto mi duole il dire di no. Ma!

Suo aff.mo GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. d. contessa_ SILVIA PASOLINI ZANELLI BARONI FAENZA.

V.

MADESIMO, 27 LUGLIO 1902.

V.[21]

_Signora contessa_,

Grazie, Ella sa di che, e quanto effuse dal cuore Le pervengono.

Oggi compio sessantasette anni. Le bambine dello stabilimento mi hanno presentato un magnifico mazzo di fiori alpestri. Due bambine, che a pena sciolgono i passi, mi hanno dato dal seno delle loro madri due mazzolini di _edelweiss_. Mi giunge dal _Giornale d'Italia_ un ricordo di Ugo Pesci, che mi ha veramente commosso. Lo legga, signora contessa, nel numero del ventinove giugno.

E nella rocca medicea passi Ella giorni felici, confortata dall'arte divina, che non ha segreti per Lei.

La musica è una grande consolatrice, con le sue voci profonde, tenere e possenti, che non si sa d'onde vengano. Forse è la rivelatrice della grandezza arcana di questa nostra povera natura ed anima.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla signora contessa_ SILVIA B. PASOLINI DOVADOLA.

VI.

BOLOGNA, 8 LUGLIO 1904.

VI.[22]

_Cara contessa Silvia_,

Dall'antro di Zanichelli, molto migliore della sua fama, di quella cioè che gli ha fatto Ella, Le scrivo per mandarLe i miei saluti e i miei congedi.

Io domenica, cioè doman l'altro, parto per Madesimo; e lassù spero che le ninfe serene delle Alpi mi avvolgeranno fra i loro grandi veli. A Lei lascio le ninfette degli Appennini, scalze, stracciate e sudanti ad ogni passo che muovono per la sassosa via. Se non che, a quelle ninfuccie Ella comanda e presiede come fata bianca, e come sovrana e partecipe della multiforme armonia; e le fa apparire e atteggiarsi come meglio Le piaccia.[23] A settembre, quando l'aere sarà ammansato, io tornerò a Lei prima di tutto, e poi alla bellissima e dolcemente indimenticabile Lizzano: Lizzano sola degna di non essere ricordata con le ninfe appenniniche, sola degna di essere ricordata con desiderio anche di sul seno austero delle ninfe alpine.

Faccia, La prego, i miei ossequî al conte; faccia a sè stessa i miei saluti con tutta l'effusione.

Suo di cuore GIOSUE CARDUCCI.

_Alla nobil signora_ CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI FAENZA.

VII.

VILLA ADELE, MADESIMO, 24 AGOSTO 1904.

VII.[24]

_Cara contessa Silvia_,

Questa mia lettera spera di raggiungerLa sulle rive della Brenta, e incomincia dal mandare memori saluti e augurî di bene stare alla contessa Marina,[25] la cui immagine mi sta scolpita nel cuore.

Quassù abbiamo avuto purtroppo caldo, che ora è compensato da cinque gradi di freddo e da un vento indiavolato. Questi alti e bassi senza misura mi fanno ricordare con molto rimpianto e con grande desiderio Lizzano, dove il cielo, la terra, l'aria ricordano la temperatura e i bei paesaggi dell'Ariosto, e dove sono fate e ninfe, e dee vere e vive «che adornan sempre le felici rive», e mettono in fuga con i lieti e onesti favellari la malinconia, se ella si attenta di avvicinarsi all'anima.

Dunque Lizzano anche nel disordine della natura serba le notti fresche e piene di armonia, a cui il lido marino manda il lume dei suoi fari, e gli effluvii della sua marina?

Ahimè, bel paese è Lizzano, e richiama i cuori e le fantasie con molti ricordi. Io spero di rivederlo ben presto, e riprendervi, giacchè la prima signora lo concede, i segni e poteri della mia sovranità.

Alla qual signora mando i miei omaggi, e assentimenti alle ninfuccie e agli Egipani.

La saluto di mia mano.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla nobil donna_ CONTESSA SILVIA PASOLINI BARONI BASSANO.

VIII.

VILLA ADELE, MADESIMO, 20 LUGLIO 1905.

VIII.[26]

_Cara contessa Silvia_,

Oggi il cielo, la terra e quasi l'anima mia sorridono un ineffabile sorriso[27] di primavera; e vogliono che io Le scriva.

Ma che dirLe che risponda a quel che mi suona dentro? Nulla più di quello che Ella sa.

Non però che sia sempre così; ieri, e poco prima, la tempesta era nel cuor mio. Vedevo tutto nero; e il non poter camminare come prima mi dava la morte nel cuore.

Oggi il mio spirito si è rialzato, e profitto del tempo benigno per mandarLe un saluto dall'anima.

L'Elvira[28] ed io non facciamo che pensare e parlare di Lei; e il sorriso e lo spirito soave[29] della fata bianca è il principio e il termine d'ogni nostro pensiero.

InvitarLa a venir quassù sarebbe oggi un'illusione, perchè è letteralmente tutto pieno; ma appena si potrà, io Le scriverò fulmineamente; ed Ella verrà, perchè senza di Lei non vi è luogo bello, ed Ella ha il potere, con la parola e co'l sorriso, di far più bello l'aspetto delle cose.

Dove è ora? Dovunque Ella sia, il mio cuore è con Lei.

Mi ricordi a cui crede che il mio ricordare piaccia. A Lei credo prima che a tutti.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. d. contessa_ SILVIA BARONI PASOLINI FAENZA.

IX. MADESIMO, 9 AGOSTO 1905.

IX.[30]

_Carissima contessa_,

Se mi sarà dato di finire questa mia avanti che annotti, essa Le verrà sollecita annunziatrice di una mia gita (quarta o quinta) allo Splugen.

Il cielo era una benedizione di Dio sulla natura, e la terra un rendimento di grazie, e l'anima mia pacata nella pacifica armonia dei versi virgiliani.

Quanto e come soavemente mi facevano pensare quei versi, su quei monti! Ma verso sera mutò il paesaggio e l'anima. Le basti ch'io non ho mai chiuso un occhio la notte, e da ciò indovini lo stato dell'anima mia. Ciò non ostante stamattina, grazie a Dio e a Virgilio, ero di nuovo in pace con la natura e con me. Quanta pietà nelle parole dei Troiani sbattuti dal naufragio!

«Dî tibi, si qua pios respectant numina, si quid Usquam justitia est, et mens sibi conscia recti, Praemia digna ferant. Quae te tam laeta tulerunt Saecula? qui tanti talem genuere parentes?»[31]

Glieli ho scritti in latino, perchè Ella si avvezzi a leggerli e a ripeterli latinamente. Nessuno ha scritto versi latini così belli come Virgilio: un tempo pensavo che Orazio, ma ora no.

Io La raccomando ai versi virgiliani che La accarezzino con la loro armonia, e Le facciano dimenticare la trista dissonanza delle cose.

E ora non ce n'entra più. È contento il Geròla della mia epistola cretense?[32] Tanto meglio, benchè io non era competente giudice; ma mi inspirò la pietà della gente veneta, così fida alle memorie d'Italia: e con ciò, e con i saluti dell'Elvira[33] e con i miei saluti, La lascio nel pensiero di Virgilio e nel mio.

GIOSUE CARDUCCI.

Ricorderò i ricordati da Lei allo Zanichelli; Ella mi ricordi strettamente ed affettuosamente a Sua madre.

_Alla nobil signora_ LA CONTESSA SILVIA PASOLINI-ZANELLI BASSANO VENETO.

X.

BOLOGNA, 14 OTTOBRE 1905.

X.[34]

_Molto amata contessa Silvia_,

Un gran dire della mia cera. Un miracolo: portenti. Ma intanto co'l pretesto di rendermi la forza e l'attività d'un tempo, il dottore Boschi[35] mi relega a due o tre giorni di letto forzato: e viene troppo spesso a visitarmi. Io non ho cagione di lamentarmi; ma pur troppo mi sento debole debole debole, come gli entusiasti della mia salute pur dicono. Parliamo d'altro.

Mi è ricapitato sott'occhio un ricordo a me carissimo: un album della città di Faenza, con le firme dei cittadini, e con inscrizioni significantissime. Quanti nomi a me cari di uomini animosi e valenti e di gentili donne: che belle ore mi ricordavano!

In capo a tutti mi salutò e mi parlò al cuore il nome Vostro, nobilissima Silvia, «_Sylvia dulcis_». E mi destò la speranza di vederVi presto.

«Instar veris enim vultus ubi tuus affulsit populo, gratior it dies et soles melius nitent».[36]

Addio. Ave et salve.

GIOSUE CARDUCCI.

_Alla n. d. sig.ra contessa_ SILVIA PASOLINI-ZANELLI CESENA.

XI.

BOLOGNA, 19 NOVEMBRE 1905.

XI.[37]

_Contessa Silvia molto amata_,