Da un carteggio inedito

Part 3

Chapter 33,547 wordsPublic domain

L'eco della indimenticabile giornata si ripercosse subito ed a lungo in Romagna e fuori, fino a Roma, donde nel luglio di quello stesso anno il ministero dei culti mandò spontaneamente mille lire in aiuto delle spese per nuovi ed ultimi restauri del tempio; e il 15 di settembre usciva nell'_Italia_ di Roma, diretta dal conte Domenico Gnoli, quella che fu il frutto più bello ed insigne della visita carducciana: vo' dire l'_Ode alla chiesa di Polenta_. Che il 9 ottobre uscì poi in elegantissimo opuscolo, illustrato riccamente con fototipie della chiesa, ed èdito dalla ditta Zanichelli. Inutile qui ricordare le discussioni lunghe e vivaci, e le molte voci d'ammirazione, d'assentimento, di critica cui la bellissima lirica diè luogo; basti che da essa derivò un risveglio nuovo d'amore e per il grande Poeta e per la «chiesetta del _suo_ canto»: onde i lavori per l'assetto definitivo di quest'ultima, invocati dal Carducci stesso ne' suoi versi, e confortati d'aiuti pecuniarii dal governo, dalla regina d'Italia, da amministrazioni pubbliche (tra cui la provincia di Forlì) e da cittadini privati, furono ripresi, con la ricostruzione del campanile, nel settembre del 1898. Resta, ancor oggi che noi scriviamo, da aprire la terza ed ultima abside; ed è da augurare che un ultimo atto di buona volontà compia la bella opera d'arte e soddisfi interamente il voto dell'immortale cantore.

Il consiglio del Comune di Bertinoro volle poi manifestare la riconoscenza sua al Poeta che tanta nominanza aveva aggiunta alla città, nel cui territorio è s. Donato di Polenta; e nella seduta plenaria del 23 marzo 1898, su proposta del consigliere ing. Giacomo Fabbri, elesse il Carducci, con unanime consenso di voti, a cittadino onorario. Alla comunicazione ufficiale, fattagliene con lettera del 20 aprile, il Poeta rispose il 23 dello stesso mese, dicendo d'aver ricevuta la notizia con profondo sentimento di gratitudine, mescolata di meraviglia e di tenerezza. «Di meraviglia — spiegò — perocchè io non reputava mai aver fatto cosa da meritare tanto; di tenerezza, perocchè da quando lessi il nome della vostra terra leggiadra nel poema di Dante, la mia fantasia errò spesso intorno al colle che fu seggio di virtù e di pregio negli antichi giorni che tutto il popolo era cavaliere».

* * *

Ma il ciclo degli avvenimenti e delle memorie carducciane attorno a Polenta non era ancora conchiuso. Il 21 luglio di quel medesimo anno, verso le ore sedici, un fulmine atterrava e schiantava miseramente il solitario cipresso cui il Carducci avea dato, co' suoi versi, il suggello della fama; onde nacque nel pensiero di molti, e specialmente dei Pasolini-Zanelli, la gentile idea di ripiantare un giovine cipresso nuovo, che sostituisse l'antico. Alla quale operazione si volle presente ed auspicante il Poeta; e questi, accogliendo volentieri l'invito, giunse a Cesena la sera del 24 ottobre, e salì subito alla villa di Lizzano.

La mattina seguente Egli ed i suoi ospiti, accompagnati dal marchese Alessandro Albicini e dall'avv. Trovanelli, si condussero a Fornò o Fornovo, tra Forlì e Forlimpopoli, ad ammirarvi uno dei più bei monumenti quattrocenteschi che si conservino in questa regione: la magnifica chiesa rotonda, ciò è, che edificata nel 1450 da Pietro Bianco da Durazzo, corsaro ridottosi a penitenza, con la sua architettura, con le porte ogivali, co'l bellissimo sepolcro del fondatore, con gli ornati, le figure, gli affreschi, sorge qual gentilissimo fiore dell'arte italiana tra il verde della pianura romagnola. Tornando da quella gita, fu fatta una sosta a Forlimpopoli, per visitarvi la Scuola Normale che v'era stata instituita sopra tutto per l'interessamento del Carducci, e della quale era, ed è tuttavia, direttore egregio il prof. Valfredo, fratello del Poeta. Nel cuore di quest'ultimo rifiorivano di certo i ricordi di altre sue visite a Forlimpopoli, avvenute nell' '87 (quando primieramente gli fu parlato della necessità d'una scuola normale in quella cittadina dal suo discepolo Raffaele Righi, oggi professore di storia nel Liceo di Ravenna); nell' '89 (quando già la detta scuola era stata eretta dal Ministero dell'istruzione, anche per le sollecitazioni di Francesco Torraca, provveditore agli studî in Forlì); in fine nel '94, dopo il celebre discorso di s. Marino. Gli alunni della scuola vollero ora amorosamente stringersi attorno al visitatore illustre, acclamandolo a lungo; e l'alunno Virgilio Benini di Meldola disse qualche parola di commosso reverente affetto, a cui rispose il Poeta stimolando que' futuri maestri ad educare a nobili sensi la gioventù italiana.

[Illustrazione: Il vecchio «cipresso di Francesca».]

[Illustrazione: A Lizzano.]

Nel pomeriggio del 26 ottobre, finalmente, dopo esser tornati a Polenta, ed aver veduto, con molto compiacimento, gl'iniziati lavori del «campanil risorto», il Carducci e i suoi ospiti, circondati d'una schiera d'amici e di popolani (v'erano il su detto marchese Albicini, l'avv. Trovanelli, il pittore Gianfanti), salirono il colle di Conzano, e sentirono in cuore la letizia dell'accomandare al culto ed alla memoria de' posteri, riparando all'ingiuria della natura, il gracile cipressetto co'l quale incominciava un ciclo di tradizioni nuove innestate sulle tradizioni antiche. Erano ad attenderli il proprietario della villa lì presso, conte Stefano Rusconi, l'ing. Aristide Fantini (i quali tutto avean provveduto per la piantagione dell'alberello), e il prof. Valfredo Carducci con le sue gentili figliuole. Nella larga fossa, già aperta sul culmine del poggio, fu costrutta una specie di piccola arca, entro la quale venne murato un tubetto di ferro contenente una pergamena con le parole: «_26 ottobre 1898. Ripiantato l'antico cipresso dell'ode a Polenta_»; sotto le quali il poeta avea scritto di sua mano: «_Quod bonum felix faustumque sit_». E il Carducci stesso, con la cazzuola del muratore, gittò sulle radici del cipresso un pugno di terra.

Da Conzano la comitiva si recò poi a Bertinoro, dove il Consiglio comunale, solennemente congregato, intendeva ricevere con tutti gli onori il suo nuovo concittadino di elezione. La piccola città, arrampicata leggiadramente sulle alture del bellissimo colle, parea tutta rallegrarsi di quella festa intima e gentile; le vie erano affollate di gente, le bandiere sventolavano alle finestre ed a' balconi, la banda suonava nella maggior piazza. Nella sala del Consiglio, gremita di consiglieri e di pubblico, erano allestiti i seggi pe'l Carducci e per chi l'accompagnava; sopra un tavolino da presso era, mimato in bellissima pergamena, il diploma latino della cittadinanza bertinorese al Poeta. Al quale il sindaco Farini presentò il diploma con un discorso veramente bello nella sua sobrietà. «Le parole dell'epigrafe — disse fra le altre cose il Farini — furono nella antica lingua del Lazio dettate da un distinto vostro alunno, il prof. cav. Paolo Amaducci, bertinorese, che nomino qui a cagione di onore, e furono vergate nella pergamena e illustrate da fregi da un altro vostro ammiratore, che ha l'anima d'artista, il prof. Agostino Severi della Scuola Tecnica di Cesena. La cornice che inquadra la pergamena deve poi riuscirvi più cara in causa di un pregio singolare. Il cipresso, che voi cantaste nell'ode alla chiesa di Polenta, fu nel pomeriggio del 21 luglio decorso colpito ed atterrato da un fulmine. Ebbene, il legno di questa cornice è tratto da quel ceppo! Si direbbe quasi che la natura, per unirsi alle acclamazioni del popolo, abbia detto al cipresso: Tu, che avesti il vanto di essere cantato dal maggior poeta, hai vissuto abbastanza! Colpito dal sacro fuoco del cielo, muori di morte gloriosa: spogliati, e cedi le tue spoglie per onorare il poeta che ti cantò!»

Il Carducci, profondamente commosso, rispose con una felicissima improvvisazione; nè fu possibile a' presenti, tutti assorti nell'ascoltare, il raccoglierne le testuali parole. Pili tardi Egli, cedendo alle preghiere degli amici, non isdegnò di ricostruire il suo breve discorso, che qui riportiamo dal giornale «_Il Cittadino_» del 27 novembre 1898:

_«Signor sindaco,_ _signori consiglieri, cari cittadini,_

«Io, componendo i versi su la chiesa di Polenta, obbedii a un segreto mio genio, il quale, ovunque la terra italiana mostra le sue bellezze, ovunque la storia italiana parla con le sue memorie, mi comanda di accogliere quelle memorie, di rendere quelle bellezze con la parola ornata ed alata. Voi troppo superior premio voleste concedere a' miei versi, e tale che mi è di massimo onore e di tenero e cordiale compiacimento. Onore e compiacimento: perchè Voi, o signori di Bertinoro, mostraste di saper apprezzare la poesia nel modo più degno, quando riconosceste l'opera, quale a voi parve che fosse, del poeta, chiamandolo a far parte della città, conferendogli la fratellanza vostra: «Tu dicesti della patria cose non indegne, tu sii de' nostri». — Ed è grande onore appartenere a questa città, di cui sì belle sono le memorie nella cortesia dei Comuni, sì nobili le traccie nelle vicende della cultura italiana, sì raro e dignitoso il riserbo.

«Con isquisitezza poi di pensieri voleste adornare il vostro benefizio, commettendo che l'atto consigliare col quale mi conferiste la vostra onorata cittadinanza mi fosse rappresentato in sì solenne e parca forma latina, pensata da uno de' vostri, con sì prezioso adornamento di arte nostra italiana, lavorato da altro de' vostri: verace testimonianza che nella vostra terra gentile è più che mai verde, insieme con l'idea del bene, il fiore dell'arte e della parola. Grazie di tutto cuore vi siano rese: tanto più profonda e cordiale è la mia gratitudine, o cittadini, quanto voi con questo vostro benefizio faceste più saldo e più intimo il vincolo di affetto che mi lega fin da' miei giovani anni a questa gloriosa Romagna».

Il 27 ottobre, dopo aver ammirati, nella insigne biblioteca malatestiana di Cesena, i codici più pregevoli per antichità e per vaghezza di miniature, e nella pinacoteca municipale i bei quadri del Francia, del Sassoferrato, dell'Aleotti, Giosue Carducci facea ritorno a Bologna; e lo accompagnavano la gratitudine e i voti di tanti cuori che Egli aveva ormai a sè legati, indissolubilmente.

* * *

Dalla fine del '98 in poi parve addensarsi sul capo glorioso del Poeta e su quello degli amici suoi, una nube di dolori e di sciagure. Il 2 decembre di quell'anno moriva a Livorno, quasi a un tratto ed in florida età, il prof. Carlo Bevilacqua, suo genero, lasciando la vedova con cinque figli (ed è risaputo che il Carducci corse a prendere la sua diletta Bice e i nipotini, e li collocò vicino a sè in Bologna, provvedendo ad essi come meglio gli fu possibile); il 28 dello stesso mese il conte Pierino Pasolini-Zanelli, colto da una strana improvvisa malattia, cedea giovanissimo alla violenza del male, sì come fiore reciso d'un colpo di su lo stelo, lasciando nello strazio e nel vuoto d'una solitudine angosciosa i genitori, ormai orbati di tutti i figli (e il Poeta ne fu profondamente percosso e addolorato); infine, la mattina del 25 settembre 1899, Giosue Carducci medesimo veniva assalito da quel male onde rimase impedito nel braccio e nella mano destra.

Ma sotto le ali gelide della sventura i cuori si raccolsero e si strinsero insieme: e cominciò così tra il Carducci e la famiglia Pasolini il secondo periodo della loro amicizia, che il dolore comune avea resa più malinconicamente dolce, più tenera, più intensa che mai. E quando, nel settembre del 1901, la pietà della madre e del padre ebbe eretto nel cimitero di Faenza al povero Pierino quello squisito ricordo marmoreo che uscì dallo scalpello dello scultore Ierace, Giosue Carducci dettò per l'erma funeraria le parole dolenti: «_Ci fu mostrato soltanto perchè la vita con lui paresse un dono benigno di Dio, e fosse poi sconsolato deserto il vivere senza_».

Il 19 maggio del 1900 Egli e la signora Elvira, sua consorte, invitati affettuosamente, giungevano a Lizzano; ed ivi passavano di poi circa due mesi, in quella villa dove gli ospiti loro non osavano rimetter piede dopo la scomparsa del figlio. Ma quasi tutti i giorni il Poeta discendeva a Cesena, al palazzo Pasolini, per divider la vita insieme con gli amici: e come Egli s'era assunto il còmpito pietoso di ricondurre gl'infelicissimi genitori su 'l colle sereno dove tutto parlava del giovinetto perduto, e di raddolcire co'l vigile cuore l'inevitabile amarezza dei ricordi, così avvenne che un giorno Egli e gli amici salirono a piangere insieme a Lizzano.

D'allora in poi, quasi ogni anno il Poeta fu ospite gradito, venerato, idolatrato dei Pasolini, nella primavera e nell'autunno, un po' a Faenza ed a Cesena, e molto a Lizzano; dove, tra le aure balsamiche e il profumo de' fiori del dolcissimo colle, suo conforto e sua gioia, la fibra robusta di Lui lottò vigorosamente contro i progressi lenti ma inesorabili dell'infermità. Durante que' soggiorni, molte gite Egli fece in carrozza od in automobile, accompagnato sempre da qualcuno de' suoi ospiti, visitando partitamente, può dirsi, presso che tutta la Romagna; e sia che da Faenza si spingesse tra i poggi fiorenti della vicina Toscana, o, lungo il duplice infinito filare de' pioppi del canal naviglio, fin verso l'Adriatico, là dove

«ondeggiante di canape è l'infido piano che sfugge al curvo Reno e al Po»;

sia che da Lizzano risalisse più volte la conica altura di Bertinoro e il «balcon di poggi» di Polenta; sia, infine, che si conducesse lunghesso il corso del Savio, a visitar le allegre borgate limitrofe e l'immensa distesa del

«. . . . . . . . dolce pian cui sovrasta fino al mar Cesena»;

dovunque il paesaggio romagnolo fu il sorriso amoroso e gentile della natura a Lui, che serenamente aspettava _la grande ora_. Così trovava pace e ristoro ne' luoghi ameni che avea legati a sè con forte vincolo di affetto e di gratitudine; il che si compiacea affermare e ripetere di sovente Egli stesso, attribuendo graziosamente alla Romagna i versi della _Leggenda di Teodorico_:

«. . . . . ed il bel verde paese che da lui conquiso fu».

Il popolo di questa regione, al quale il Carducci divenne quasi familiare, sebbene non potesse comprendere in tutte le sue parti ed in tutta la sua profondità l'opera carducciana, mostrò sempre di sentire la grandezza di Lui, e subì il fascino del suo genio; e dovunque Ei passasse, si manifestava spontanea l'affinità d'animo tra quel forte etrusco e questi romagnoli impetuosi, i quali l'impeto del cuore sapean contenere questa volta, per un senso di delicatezza che si esprime, non di rado, dagli uomini semplici e rudi, entro i confini del più profondo rispetto: onde non acclamazioni troppo rumorose, nè ostentazione di festeggiamenti, sì bene accoglienze schiette e modeste, ed un muovergli incontro quasi timidamente, un salutar reverente, un guardarlo fiso ed a lungo non tanto per curiosità quanto per ammirazione commista di tenerezza.

Il 9 giugno 1900, adunque, il Poeta fu a Montiano, ove ammirò il castello già de' Malatesta (oggi del principe Spada); l'undici del mese stesso si recò a Savignano, ove, ricevuto dal consiglio direttivo dell'accademia de' Filopatridi, della quale era presidente, osservò la ricchissima biblioteca, e d'onde fu invitato dal marchese Giuseppe di Bagno a salire fino alla sua magnifica villa; il 9 giugno 1902 si condusse al grazioso paese di Longiano, ed ossequiato dal sindaco dott. Luigi Turchi e dalla intera giunta comunale, visitò il castello e la biblioteca, fermando la sua attenzione specialmente su le opere dell'umanista Fausto da Longiano; il 28 maggio 1903 andò da Faenza a Modigliana, e quivi, accolto con molta festa dal sindaco Enrico Fiorentini, dagli assessori del Comune, da' buoni ed ospitali Modiglianesi, visitò la casa di don Giovanni Verità (il prete liberale che salvò Garibaldi), e nell'albo dei documenti del risorgimento scrisse con mano malferma: «_Tremante di commozione e di reverenza segna presso questi sacri documenti il suo nome l'umile italiano Giosue Carducci_»; il primo di giugno del medesimo anno fu al Borello, presso a Cesena; nel giugno del 1904 visitò Cervia (facendo un'escursione nella prossima pineta) e Rimini, ove ammirò di nuovo il magnifico tempio malatestiano, trionfo dell'arte e dell'amore, esempio insuperato dell'Umanesimo nostro; nell'autunno del 1905 si recò a Cesenatico, e rivide Cervia, Montiano, Carpineta; infine, nella primavera del 1906, rivide, ahimè per l'ultima volta!, Bertinoro e la sua diletta chiesa di s. Donato di Polenta.

Non è da credere, però, che in cotali gite consistessero le sole occupazioni sue, nè che la villeggiatura di Lizzano fosse per Lui di riposo continuo ed assoluto.

Talvolta, è vero, Ei si godeva i cari ozî passeggiando, fidato al braccio di qualcuno degli ospiti o degli amici, per i vialetti freschi del parco, o conversava co' suoi compagni nella quiete raccolta de' luoghi, od ascoltava silenzioso le voci misteriose della natura; anche è vero che spesso, al primo chiarore dell'alba, dalla sua camera passava nell'ampia e ridente terrazza ivi presso (alla quale è rimasto il nome di _terrazza del Carducci_), e contemplava a lungo, assiso sur una poltrona, la veduta stupenda del pian di Cesena, assistendo beato al sempre nuovo spettacolo del sorger del sole dalle acque del mare lontano: ma attendeva eziandio al disbrigo, come oggi si dice, della sua corrispondenza, e persisteva tenacemente nel volersi occupare di studî.

Il Poeta, in cui era sempre pronto il pensiero, sempre vigile la memoria (e ben se lo sa chi lo vide scattare ad un cenno, ad un ricordo, ad una parola che lo commovesse), parlava ormai, specie negli ultimi due anni, tronco e breve; ascoltava più che non dicesse: sì che, pur nell'intimità dell'amicizia, alle conversazioni animatissime d'una volta supplivano in gran parte le letture. Aveva i suoi autori preferiti, de' quali sembrava non saziarsi mai, e co' quali ritornava a dilettazioni antiche, rivivendo così dolcemente nel passato. Non di rado, adunque, seduto sull'erba fresca de' prati o all'ombra delle querci che circondano la capanna rustica in conspetto dell'Adriatico, ascoltò la lettura, fattagli amorosamente dalla contessa Silvia o da altri, di classici italiani e stranieri, o dettò lettere in risposta alle moltissime che anche lassù a Lizzano, come sempre e dovunque, gli pervenivano. Così, per esempio, nel giugno 1904 rilesse non pochi libri, tra cui le opere minori di Dante, e rivide le bozze di stampa di qualche suo volume delle _Opere_, e compiè lo studio su la _Canzone delle tre donne_ dell'Alighieri, dedicato poi a Cesare Zanichelli per le nozze di sua figlia Luisa; e nell'autunno del 1906, in quello che pur troppo fu l'ultimo suo soggiorno nella campagna cesenate, volle riudire alcune novelle del Boccaccio (quelle, sopra tutte, che, come ser Ciapelletto e frate Cipolla, sono una specie di anticipazione volterriana), e taluni drammi dello Shakespeare. Interrogato quali d'essi drammi preferisse (tolgo queste notizie dal _Cittadino_ del 28 ottobre 1906), rispose d'aver fermata la sua ammirazione segnatamente su 'l _Re Lear_, su 'l _Macbeth_, su 'l _Giulio Cesare_; del _Coriolano_, poi, aggiunse d'essersi sentito così preso, da giovine, che ne tentò la traduzione in versi, giungendo fino alla metà del secondo atto. Volle fossero riletti anche il _Mercante di Venezia_, la _Tempesta_, l'_Enrico VIII_, tutti nella non bella, ma a bastanza fedele traduzione del Rusconi; il _Cymbelino_, invece, fu letto nella versione del Càrcano, de' brutti versi del quale volle rifarsi passando poi subito all'_Agide_ di Vittorio Alfieri.

Talvolta anche, nella più stretta e dolce familiarità, «tra stuol d'amici intemerato e casto», Egli, così impaziente delle adulazioni e così schivo degl'incensamenti del mondo esteriore, non isgradiva di sentir leggere alcuna delle sue poesie o delle sue prose, che gli facessero risuonare nell'anima l'eco di tempi, di luoghi e di battaglie lontane. Accompagnava allora la bella armonia con i gesti del braccio e con l'accennare dell'indice della piccola mano, a guisa di chi dirige un'orchestra; e se i versi erano patriottici o civili, s'illuminava quasi d'un raggio divino, e sui lineamenti del volto passavano, come su terso specchio, i segni della commozione interna: scuoteva la testa leonina, ravvolgeva nervosamente la mano entro l'ampia arruffata capigliatura, lampeggiava negli occhi, mentre non di rado due grosse lagrime gli scendevano lente giù per le gote. Così lo abbiamo visto durante la recitazione del _Piemonte_, o del _Cadore_, o dell'epodo per _Monti e Tognetti_, o della divina ode _Alle fonti del Clitumno_; nè mai il sublime spettacolo si cancellerà dalla nostra mente e dal nostro cuore!

Uno de' conforti più efficaci fu a Lui, inoltre, durante la sua permanenza presso gli amici, la musica. Ciò parrà inverosimile a chi ricorda quel ch'Egli nel 1882 aveva scritto nella prefazione ai _Giambi ed Epodi_ (_Opere_, IV, p. 157): «Quanto alla musica, io lascio sonare; non me ne intendo; e più sonan forte, più mi piace: sono tedesco»; le quali parole furono piuttosto una tal quale ostentazione bonaria di ruvidezza esteriore, che non l'espressione esatta della sua attitudine ad intendere l'arte divina dei suoni. Certo, mentre così diceva, non mentiva a sè nè agli altri, da poi che la sincerità fu la norma costante di tutta la vita sua: ma è un fatto che dovette parlare senza conoscersi, senza, ciò è, sapere qual rispondenza alle voci misteriose e profonde della musica avrebbe potuto avere l'anima sua, quand'ella vi fosse stata predisposta ed educata. Al che molto gli giovò la compagnia della contessa Silvia Pasolini, musicista e pianista veramente eletta; onde a Lui avvenne come a tutti coloro che primieramente s'avviano per i sentieri ignoti d'Euterpe: i quali, udendo in principio la successione e la fusione dei suoni, non se ne sanno render conto, e trovansi come disorientati e smarriti; ma quando vi abbiano assuefatto l'orecchio ed educato lo spirito, sentono sorgere da' suoni forme nuove di pensiero e di sentimento, le quali integrano, per così dire, il linguaggio della parola, che è insufficente a significare tutte le sfumature dell'anima. Non altrimenti — dice il Wagner — chi entra per la prima volta nel bosco silente dalla tumultuosa città, è incapace a percepirne i rumori; ma poi, raccogliendo l'orecchio, ne distingue ognor più gradatamente i suoni più lievi.

[Illustrazione: Giosue Carducci ripianta il cipresso sul colle di Conzano.]

Così il Carducci aprì l'anima alla musica, e n'ebbe dolcezza e ristoro ineffabile; ed intese e gustò i classici e i moderni italiani e stranieri: degl'italiani i più gloriosi, dal Pergolesi al Verdi; degli stranieri Beethoven, Chopin e Riccardo Wagner.