Da un carteggio inedito

Part 2

Chapter 23,598 wordsPublic domain

E la memoria del povero Caldesi fu rinverdita affettuosamente più volte, quando il Carducci, essendo Severino Ferrari professore di lettere italiane nel regio Liceo di Faenza, e precisamente negli anni 1886-87 e 1887-88, a Faenza ritornò, o per inspezioni al Liceo, od anche soltanto per godersi un poco la compagnia del prediletto discepolo. Una volta, poi, in una comitiva d'amici raunatisi a cena all'_albergo della Corona_ (ed era presente il su detto prof. Alberghi), ad una lunga, animatissima discussione tra il Carducci e Severino, precedette la recitazione di non poche liriche e sonetti carducciani, che gli altri con accortezza incominciavano, e che il Poeta, ingenuamente abboccando all'amo, proseguiva e finiva, in uno slancio di commosso entusiasmo.

Di tanti ricordi, di tanta compartecipazione d'affetti e di aspirazioni tra Lui e la Romagna, Egli lasciò testimonianza solenne ed ampia in pagine di bronzo. A Lugo, nel precitato discorso, pronunciò le seguenti parole, che tornano di onore grandissimo a cui furon rivolte:

«Da che toccai queste terre, da che nelle fronti calme e pensose degli uomini scampati alle prigioni ed alle galere del papa, nel dolore rassegnato e glorioso delle vedove e degli orfani di quelli che caddero intorno alle mura di Roma, di quelli che morirono per la mannaia dei preti o per il piombo degli stranieri, ebbi ammirato la storia della guerra da voi guerreggiata continua contro la peggior tirannia che abbia mai contristato l'Italia; da che nella baldanza dei giovani, i quali si versarono come torme di leoni in tutte le patrie battaglie, io vidi splendere, con èmpito primitivo, tanto entusiasmo d'ogni alta cosa, tanta ardenza di vita nuova; da allora il mio cuore fu sempre con voi, o romagnoli..... Oltre che, nelle ricordanze della mia vita io ritrovo un vincolo tutto intimo che a voi mi congiunge, un sentimento che, non senza vanità forse, mi porta ad amare la Romagna come mia patria seconda, come patria elettiva. Tra voi la mia facoltà poetica si rafforzò e tentò un secondo e più largo volo. Quando sentii i cuori della gioventù romagnola battere con simpatia d'assentimento a' miei sensi; quando vidi ripercuotermisi raddoppiata la luce de' miei fantasmi, io ripresi fiducia, e dissi trepidando a me stesso: Anch'io son poeta».

La quale ammirazione ed il quale amore per questa terra Egli a s. Marino, nel sublime discorso per l'inaugurazione del palagio della repubblica, dall'alto del Titano affacciandosi alla vista delle città famose, integrò, con una elevazione civile ed estetica insieme, nell'amore e nell'ammirazione della gran patria italiana. «Che se — Egli disse — Rimini co'l ponte d'Augusto, Ravenna con le urne dei figli di Teodosio ostentano le altezze e le miserie dell'impero di Roma, la nostra venerazione ricerca più commossa nella tomba di Dante l'altare della vita nuova d'Italia».

* * *

Difficile, a chi non ebbe consuetudine di affetto e di vita co 'l Carducci, immaginare il senso profondissimo ch'Egli avea della natura, e quanto Ei si rendesse conto del come la gran madre si pieghi a divenire intima, e dolce, e confortatrice agli uomini che la sanno intendere; difficile il farsi un'idea esatta del fascino singolare che per Lui ebbe, derivato fors'anche dalla grandezza delle memorie, questa regione romagnola che, in bello e variato alternarsi di pianure e di colli, si distende florida e lieta

«tra il Po e 'l monte, la marina e 'l Reno».

In ciò, come in altre cose, il Vate della terza Italia si ricongiunge al _vicin suo grande_, all'Alighieri, che della Romagna, ultimo asilo suo, visitò i luoghi e le terre, e conobbe i castelli, le città, i fiumi, le potenti famiglie, e cantò

«le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi».

Chiamatovi, adunque, dalla fama delle naturali bellezze, da' ricordi di Dante e del Boccaccio, dal desiderio di veder la città de' Mainardi e di Guido del Duca, il cipresso di Francesca e la culla dei Polentani, Giosue Carducci visitò nella primavera del 1887, per la prima volta, Bertinoro, e il castello e la chiesa di s. Donato di Polenta. Quest'ultima era, a dir vero, in istato lagrimevole: «non che esservi — scrive Paolo Amaducci nel proemio al suo bellissimo commento dell'ode carducciana (Zanichelli, 1899, p. 9) — non che esservi segno alcuno di rispetto e di cura per quanto esisteva ancora di vetusto, tutto deperiva e minacciava ruina». Eppure il Poeta, dopo essersi condotto a' ruderi del castello «_dove l'aquila del vecchio Guido covava_», ed esser entrato, tutto compreso di reverenza, nel tempio ove la tradizione voleva avesser pregato Francesca e Dante, rimase colpito e pensoso della vaghezza de' luoghi e della testimonianza delle glorie, che nell'anima sua si fondevano in un solo sentimento; e del tempio con trasporto d'ammirazione esclamò: Cotesto è un vero ornamento delle colline romagnole! In un modesto banchetto, poi, che a Lui fu offerto sul monte Cappuccini, il cav. avv. Enrico Lorenzini, in allora sindaco di Bertinoro, con felice parola salutò il Carducci, dicendo che Bertinoro era lieta di non aver seguito il grido di Dante, e di non esser ancora _fuggita via_, perchè in tal modo avea potuto rendere omaggio al Poeta della nuova Italia. Al che sembra rispondesse il Carducci con una cara promessa: di studiare e meditare, ciò è, quel che aveva veduto ed ammirato. Partitosene, e incalzato da nuovi studî e da nuove cure, non vi pensò più per allora.

Nell'inverno di quello stesso anno 1887 il Poeta, di passaggio a Faenza, fu desiderato a pranzo in casa dei Pasolini-Zanelli, e tenne subito volentieri l'invito. V'era stato chiamato dal conte Giuseppe, del quale si ricordava affettuosamente, per averlo esaminato nella prova d'ammissione all'Università di Bologna, e dalla contessa Marina Baroni Semitecolo, madre della contessa Silvia, ed ospite a que' giorni della figlia e del genero; la quale, signora d'intelletto e di aderenze cospicue, com'era stata ammiratrice ed amica di Aleardo Aleardi, così era legata di antica conoscenza anche con Giosue Carducci. In cotesta visita, in cui per la prima volta il Carducci conobbe la contessa Silvia, per tutta la sera ospiti ed invitati, seduti a tavola lietamente, parlarono d'arte e di letteratura, e sopra tutto (non ostante l'ombrosa ritrosìa del Poeta) della musicalità delle liriche carducciane. Così s'intrecciò, e si strinse ben presto, il nodo di quell'amicizia vera, forte, affettuosissima, che fu tra i Pasolini e il Carducci. Trasferitasi, poi, per qualche anno, dopo il 1890, la residenza dei Pasolini a Bologna, spesso il Carducci fu da essi cordialmente ricevuto; ed intorno a Lui ed ai padroni di casa si raccoglievano non pochi degli amici e scolari suoi più cari, Ludovico Frati, Carlo Malagola, Severino Ferrari; una volta vi fu presente anche Cesare Pascarella, che recitò la sua _Serenata_ e i sonetti di _Villa Glori_, commovendo il Carducci. Il quale, per compiacere agli amici, disse poi, con la vivacità e la forza consuete, i sonetti del _Ça ira_.

Talora, dal '94 al '96, la comitiva si ritrovò a pranzo al _caffè del Pavaglione_, presenti la contessa, il compianto Vittorio Rugarli (professore di lettere latine e greche, ed uno dei pochissimi conoscitori e cultori, in Italia, della lingua e letteratura persiana), il prof. Federzoni, e una giovinetta gentile e d'ingegno, anch'essa, come il povero Rugarli, troppo presto rapita dall'inesorabile falce della morte all'affetto ed alla estimazione dei buoni: Corinna Formiggini. Il padrone del caffè avea, in omaggio al Carducci, fatto dipingere a fresco, nel soffitto, un ritratto del Poeta; ed in omaggio a Vittorio Rugarli, da presso a cotesto ritratto, i simboli e le memorie del Firdusi: ed in quella saletta, che pur ne' suoi adornamenti esteriori accoglieva, adunque, espressioni d'affetto e di devozione, ebber luogo discussioni davvero memorabili di filosofia, letteratura, arte, storia, politica, nelle quali, pur tra i motti e le arguzie della eletta conversazione, sfolgoravano la parola vivacissima, e l'ardenza dell'anima, e la profondità del pensiero del Maestro.

Da tali consuetudini derivò al Carducci l'occasione di ripensare alla chiesa di Polenta; nella quale qualche cosa di nuovo era avvenuto, dopo la visita carducciana dell' '87. Sul principio del sec. XVIII avean commessa la barbarie di rabberciarla malamente, chiudendo le due absidi laterali, mentre, da lungo tempo, era seppellita la cripta; ed a' nostri giorni, poi, un superiore ecclesiastico pensava niente meno che abbattere al suolo tutto l'edificio, per farne uno nuovo, ad una sola navata. Come il bravo arciprete della chiesa, don Luigi Zattini Brusaporci, invece, innamorato dell'antichità del picciol tempio, che risale al secolo VIII (ed è ricordato in un documento del 976), ricorresse allora alla protezione ed all'aiuto del cav. Santarelli, ispettore de' monumenti e scavi per la provincia di Forlì; come per gli sforzi di esso Santarelli, del prof. Raffaello Zampa, del conte Cilleni-Nepis (che, nel 1890, in elegantissimo opuscolo, edito dal Berdondini di Forlì ed illustrato di belle fotografie, studiò felicemente quanto s'attiene alla storia dell'arte rispetto alla chiesa) si riuscì a far eseguire i più urgenti restauri, che s'iniziarono co'l 19 maggio del 1890; infine come il 24 decembre del '92 la chiesa, dopo circa due anni da che non era più officiata, potè riaprirsi al pubblico nella sua nuova, meglio nella sua antica forma, in mezzo al popolo numeroso e festante; vegga il lettore nel citato proemio dell'Amaducci, a pp. 9-10. E su 'l provvedere alle spese occorrenti, nessuna parola più efficace di quella del Carducci medesimo, nella sua nota all'ode famosa (_Poesie_, pp. 1033-34):

«Ricordo che nella seduta 20 decembre del consiglio provinciale (di Forlì), venuta in discussione la spesa per la chiesa polentana, opponendo alcuno non doversi gittare il danaro del pubblico per conservare chiese, quando il meglio sarebbe buttar giù quelle anche in piedi, Aurelio Saffi, il nobilissimo mazziniano, che presiedeva l'adunanza, parlò da quell'uomo culto e savio che era, e disse fra l'altro: Quale italiano non vorrà conservata e onorata una chiesa dove Dante pregò? Allora tutti quei repubblicani votarono la spesa per s. Donato di Polenta. Che fu dichiarato dal governo monumento nazionale; e cominciarono i lavori de' restauri; e vennero in aiuto alla spesa il Ministero dell'istruzione e quello dei culti; dei benefattori, come dicono, privati, ricordo la contessa Silvia Baroni Pasolini, il comm. Francesco Torraca, l'arciprete Ricci di Corsecole, i parrocchiani di Polenta, e quel buon don Zattini, che non ha poi molto grassa prebenda. Ristaurati furono il tetto, le navate destra e centrale, l'abside centrale, la cripta; rimane da ristaurare l'abside a destra di chi entra, e da ricostruire il campanile».

[Illustrazione: Lizzano — Facciata della villa.]

[Illustrazione: Lizzano — La terrazza del Carducci.]

Dopo quel primo periodo de' lavori, quattro lunghi anni passarono prima che altra occasione si offrisse al «buon Zattini» di condurre a compimento l'opera intrapresa; e l'occasione venne dall'amicizia e dall'interessamento del conte Giuseppe, allora deputato di Cesena, e della contessa Silvia Pasolini-Zanelli. I quali, risovvenendosi della prima visita del Carducci a que' luoghi, a Lui si rivolsero per averlo consigliere, cooperatore massimo, e chi sa? fors'anche rievocatore geniale e potente delle glorie onde la chiesetta vetusta fu ed è testimone ne' secoli.

Un bel giorno del maggio 1897 la contessa Silvia incontrò il Poeta nella libreria Zanichelli, e senz'altro lo invitò a salire a Lizzano, ov'è la villa Pasolini, presso Bertinoro, e di lì a far una gita a Polenta, per ammirare i già fatti restauri. Il Carducci, sovraccarico allora di lavoro per la scuola e per sè, rispose asciutto _un bel no_; poi, grado a grado ammansandosi, sorrise e disse con la sua voce tra burbera ed affettuosa: Chi sa, chi sa! Forse, passati gli esami....

Alcuni dì dopo, nel retrobottega dello Zanichelli, una trentina di amici, quasi tutti letterati e professori, si raccoglievano gaiamente attorno al Poeta, ad un pranzetto nel quale fu bevuto del vino d'una vigna ariostèa, in onore di messer Ludovico, buon'anima. Molti eran venuti apposta di fuori, da Modena, da Reggio, da Scandiano; tra gli altri v'erano Vittorio Puntoni, Augusto Righi, il Rugarli, Corrado Ricci: unica signora, festeggiatissima e, naturalmente, in capo di tavola, la contessa Pasolini. Ed auspice l'Ariosto, la gita a Lizzano ed a s. Donato di Polenta fu definitivamente, in cotesto pranzo, promessa e fissata.

* * *

La «_Villa Sylvia_», dei conti Pasolini-Zanelli, siede e biancheggia tra 'l verde, sul colle di Lizzano, in quel di Cesena: e con la sua facciata bassa e bislunga; co' balconi dall'ampio frontone arieggiante un sobrio barocco, e dal terrazzino di ferriate panciute; con la torretta dalla spiovente tettoia d'embrici rossi, che sorge in un angolo e domina la terrazza che le si apre al fianco; di tra gli ulivi e gli alberelli e le aiuole che la circondano, sembra farsi incontro a' visitatori, sorridente e festosa, signorile e cortese come i padroni di casa.

Al terreno è la veranda: le piante decorative ed i sedili rustici e i fiori vi s'intrecciano vagamente; qualche ninfetta di creta, immobile su 'l piedestallo, sorride ed occhieggia a' libri e a' giornali sparsi qua e là sui tavolini, mentre il biliardo attende silenzioso, da un canto, il secco cozzar delle palle d'avorio su la verde distesa del suo tappeto. A sinistra è la sèrra; e attorno e da presso il parco, ove tra' boschetti di lauro, i cipressi, i pini odoranti di resina, i frutici spessi e intricati, si svolge il piccolo labirinto de' viottoli ombrosi: e ne' verdi recessi qualche uccelliera tien prigione la gazza, che stride roca e sbatte l'ale tra le inesorabili reti metalliche, o il merlo, che piegando leggiadramente la testa a riguardare, siccome curioso, chi passa, gira nell'orbita gialla l'occhiolino nero, lucido ed acuto. Tutta una trama gentile di fiori vive e palpita, dietro la villa, nel giardino, dove l'aria è impregnata di mille profumi, e l'occhio s'allegra di mille colori, dal rosso vivace de' garofani e de' geranii al bianco candido de' gelsomini e delle gardenie, da gli oleandri rosacei al pallido della giunchiglia, al lilla, al violetto, al variegato intrecciarsi di sfumature nelle viole del pensiero; ed alla destra, da' pergolati e dalle capannuccie di caprifogli e convolvoli si stacca un lungo viale di cipressetti nani ritondati, dapprima, di alti pini, dipoi; il quale, rasentando per breve tratto le rive d'un laghetto nascosto tra le fronde, discende dolcemente pe'l declivio del colle, fino ad una rustica capanna circolare tra le querci.

E dalla capanna affacciandosi ad una siepe bassa sì come al parapetto d'una terrazza, ecco aprirsi alla vista uno spettacolo meraviglioso. Una immensa distesa di campi segnati dal verde cupo de' filari de' pioppi, e popolati d'alberi, di borgate, di ville, di casolari, pianeggia a perdita d'occhio fino al mare sfumante lontano, nella linea dell'orizzonte, in una nebbia azzurrognola; e il dolce piano sembra sfuggire alle fiorenti colline che lo rinserrano in anfiteatro largo e superbo: a sinistra Bertinoro «alto ridente» e la Massa; a destra Roversano ed uno sprone ricurvo di alture e di poggi che per l'Acquarola, s. Demetrio, i Cappuccini, gira «come in una ripresa d'ultimo ed appassionato abbracciamento» fino alla rocca di Cesena; e questa, con le mura merlate dalle quali si protendono, non più minacciosi, i bastioni, par che protegga ancora la città adagiantesi mollemente a' suoi piedi, fra tanto splendore di bellezza e di luce. Da lunge, al di là di Roversano, si disegna il profilo del monte di Carpegna e spiccano nitide su l'azzurro le tre «penne» di s. Marino.

In così fatto paradiso terrestre giunse, la sera del sabato 5 giugno 1897, accompagnato da Vittorio Rugarli, e ricevuto con esultanza dagli amici suoi, Giosue Carducci.

La gita a Polenta era fissata per il pomeriggio della successiva domenica; e furono della comitiva, gentilmente invitati, anche il cav. avv. Evangelisti, sindaco di Cesena, il preside del r. Liceo prof. Vitaliano Menghini, il prof. Valfredo Carducci, fratello del Poeta, l'avv. Nazzareno Trovanelli, amico dei Pasolini e direttore del giornale cesenate «_Il Cittadino_». Dal qual giornale, dove amorosamente d'allora in poi il Trovanelli andò scrivendo articoli e note su i soggiorni del Carducci a Cesena ed a Lizzano, noi d'ora innanzi, co'l cortese assentimento di lui, largamente spigoleremo ed attingeremo.

Il viaggio da Lizzano a Polenta fu fatto toccando prima Bertinoro, dove que' magistrati del Comune, e in capo ad essi il sindaco prof. cav. Augusto Farini, insieme con la gentile popolazione, fecero le più oneste e liete accoglienze all'illustre visitatore e al deputato Pasolini; il Farini, anzi, si unì agli altri, a partecipar della gita. E le carrozze s'avviarono, or preste or lente, per la strada montana, che svolgendosi come un nastro bianco in salite e discese e giravolte, da un capo va a perdersi giù nella pianura, dall'altro s'insinua tra i balzi e le piaggie d'una gentil catena di colli, tutti vestiti di vigne e d'olivi, di boschi e di prati. «Agile e solo» si eleva sul poggio di Conzano l'«arduo cipresso» che la leggenda popolare attraverso i secoli ricongiunse alla nascita ed alla vita di Francesca, la figlia di Guido da Polenta, che fu moglie infelice a Gianciotto Malatesta; e domina per lungo tratto tutta la convalle d'intorno, riaffacciandosi insistente a chi sale su «di colle in colle» tra i serpeggiamenti della via e lo svariar continuo delle vedute.

A Polenta il ricordato arciprete don Zattini e molti terrazzani erano ad attendere il Poeta su 'l piccolo piazzale dinanzi alla chiesa; dal quale si vedono, su la vetta d'un poggio dirimpetto alla facciata del tempio, i ruderi del castello di Polenta: qualche grosso muro diroccato e parte d'un torrione, su' quali sono addossate alcune squallide case coloniche. Quando tale castello sorgesse, non si sa con precisione: è certo soltanto che fin dal 1278 era stato assalito dai Traversari, i competitori dei Polentani in Ravenna, e che il 17 decembre del 1296 fu assediato e preso da' Cesenati, i quali condussero prigionieri a Cesena più di 120 di quei terrazzani.

La chiesa, così come si presentava a' visitatori, dopo i primi restauri, offriva veramente largo campo all'ammirazione. L'avv. Trovanelli, nel _Cittadino_ del 13 giugno 1897, dando conto della gita carducciana, la descrive così:

«È di forma basilicale, a tre navate, divise da due file di cinque colonne e terminanti con un'abside ciascuna. Al termine però della navata centrale s'inalza il presbiterio, a cui si accede per una scala, mentre, al di sotto, si apre una cripta di stile consimile.... Ma l'abside della navata destra è ancora chiusa, essendo stata guasta da tempo per costruirvi la sagrestia, e aspetta d'esser restituita alla condizione antica. Così manca il campanile, che fu atterrato, perchè minacciava. Le colonne della chiesa, grosse e rotonde, a strati di mattoni e di conci, sono coronate da capitelli che formano la parte più importante e caratteristica dello storico monumento. Sono — scrive il cav. Santarelli — scolpiti in pietra locale, alcuni cubiformi, altri a dadi, con faccie smussate, variamente ornate con foglie convenzionali, disegni geometrici, intrecci bizzarri di tenie, figure grottesche di mostri ed animali, il tutto a rilievo molto basso e rude.... Certe figure, piuttosto di scimiotti che d'uomini, una specie d'ippogrifo, un orribile granchio di mare fermano specialmente l'attenzione. La semplicità e austerità dell'ossatura della chiesa contrastano con la goffaggine degli ornati; l'una ricorda ancora che in Italia avevano fiorito le arti; gli altri attestano un periodo di grande oscurità e decadenza....»

Il qual contrasto fu argomento, della conversazione tra il Poeta e i suoi compagni, e la contessa Pasolini specialmente. Que' capitelli apparvero al Carducci ribellione alla purezza dell'arte greca, quasi che il sentimento nuovo cristiano e mistico avesse voluto chieder perdono a Dio della grandezza classica e pagana; il che lo trasse a parlare della barbarie, ed a ricordare come, ne' primi secoli del Cristianesimo, si raccogliessero sotto le ali della Chiesa tutti i piccioli mortali, le anime semplici ed avvilite, lungi al fragor delle armi e delle violenze, mentre a poco a poco si andava creando lo spirito e il sentimento d'una nuova associazione: il Comune. Fu ricordata anche l'ipotesi che Dante fosse stato al castello polentano e avesse pregato nella piccola chiesa. Nessun documento lo attesta; ma è certo che l'Alighieri fu ospite de' Polentani in Ravenna, e probabilmente anche si recò a Forlì, presso Scarpetta degli Ordelaffi; onde non è inverosimile che egli, così innamorato visitatore de' luoghi e delle terre italiane, abbia cercato pace e ristoro alle sventure sue anche aggirandosi sui colli di Bertinoro e Polenta, in conspetto del mare. Il Carducci lodò i restauri (che erano stati fatti sotto la direzione del prof. Faccioli) e riconobbe la necessità di completarli, con l'aprir l'abside della navata destra, ricostruire il campanile, prosciugare la cripta; aggiungendo che, a lavoro compiuto, un'epigrafe latina avrebbe dovuto indicare succintamente quanto si fosse operato e in qual tempo. E nell'albo de' visitatori, religiosamente conservato d'allora in poi, scrisse le seguenti parole: «_6 giugno 1897. Giosue Carducci rivide con grande piacere e soddisfazione l'antica chiesa di Polenta restaurata_».

Non mancò alla piacevole gita il complemento, ormai consueto, delle istantanee fotografiche, per opera di Pierino Pasolini-Zanelli, giovinetto bello e lieto e di forte ingegno, unico figlio ormai rimasto (dopo la morte di Paolo e Tiberio) alla contessa Silvia ed al conte Giuseppe; i quali, di lì a un anno, dovevano pur troppo sentirsi crudelmente strappare di mezzo al cuore anche cotesto ultimo figliuolo adorato.

Su 'l tramonto, la comitiva riprese la via per Lizzano, recando seco nell'anima i ricordi e le immagini d'un giorno pieno di pensiero e di affetti. Scendendo da que' colli incantati, il Carducci, mentre il sole illuminava di rossi bagliori tutto l'occidente, fu preso dalla dolce malinconia dell'ora e dalla poesia de' luoghi, la quale evidentemente passava e avea rispondenza nell'anima sua. A Lizzano, poi, una schietta giocondità riprese impèro nei cuori: i gitanti furono convitati a pranzo con signorile ed affabile cortesia, e la banda di Cesena suonò nel giardino, e fuochi e luminarie fantastiche rallegrarono il calar delle ombre oscure di quella dolce sera primaverile, mentre il Carducci, divenuto quasi infantilmente lieto, accoglieva commosso l'ammirazione un po' rozza, ma sincera ed affettuosa, di que' sonatori e di que' popolani romagnoli.