Part 1
DA UN CARTEGGIO INEDITO DI GIOSUÈ CARDUCCI
[Illustrazione: ULTIMA FOTOGRAFIA DEL POETA A LIZZANO ESEGUITA IL 24 DI OTTOBRE DEL 1906 DALLA CONTESSINA MARIANNA ZANELLI QUARANTINI.]
Da un carteggio inedito
DI
Giosue Carducci
CON PREFAZIONE DI _ANTONIO MESSERI_
Tutto che io dico e scrivo in privato non ha nè paura nè vergogna mai del sole.
CARDUCCI, XII, p. 404.
DITTA ZANICHELLI LICINIO CAPPELLI BOLOGNA ROCCA S. CASCIANO _COEDITORI_
_Proprietà artistica e letteraria della Casa editrice L. CAPPELLI, Rocca s. Casciano, la quale, avendo adempiuto alle formalità che la legge prescrive, provvederà, non solo contro le contraffazioni, ma anche contro le imitazioni. Legge 19 settembre 1882, N. 1012. Tutti i diritti di traduzione e di riproduzione, anche parziale, sono riservati._
_Le copie non firmate si ritengono contraffatte._
Rocca s. Casciano, 1907. — Stabilimento tipografico Cappelli.
A VALFREDO CARDUCCI
PREFAZIONE
GIOSUE CARDUCCI E LA ROMAGNA
Tra le moltissime lettere che Giosue Carducci scrisse alla signora contessa Silvia Baroni Semitecolo Pasolini, parve opportuno scegliere oggi le diciotto che vedono la luce, non pure perchè esse lumeggiano l'anima del Poeta e gli ultimi anni della vita di Lui, sì anche perchè ve n'ha alcuna la quale rende solenne giustizia a chi la ricevette, e vuol riaffermato, in conspetto de' contemporanei e de' posteri, l'alto pensiero di libertà e d'idealità insieme, onde il Carducci rifulse e rifulgerà nei secoli. Questa pubblicazione, adunque, è un affettuoso e puro omaggio alla memoria sacra del Poeta e dell'Amico, ed in parte anche un doveroso adempimento della sua volontà.
Un'inesatta, se non del tutto erronea, credenza si diffuse tra 'l pubblico dopo che il Carducci fu colpito dal malore che lentamente lo condusse al sepolcro, ed in ispecie dopo che ebbe lasciato l'insegnamento; e ciò è che ben presto Egli fosse divenuto, come in quella del corpo, così nella vita dello spirito, l'ombra di sè stesso.
Eppure la sua mente, se anche andò a poco a poco facendosi più lenta a rendere i concetti e a dar forma adeguata alle immagini, si mantenne lucidissima e viva fino all'ultimo: e queste lettere, che giungono alla vigilia della sua morte, meravigliosamente lo attestano.
«Questa maledizione di dover dettare, o non poter scrivere se non lentamente col lapis, mi dispera e toglie energia alle mie lettere» — scriveva Egli al Chiarini il 24 decembre del 1901; ma bisogna dire che, non ostante l'imperfetto corrisponder degli organi di trasmissione, per mezzo della parola scritta o parlata, alla vita del pensiero, Egli avesse ancora un'immensa forza ed una grande efficacia a vincer gli ostacoli crudeli della natura.
Mentre, avvicinandosi il verno della sua vita e dopo la folgore che gli diè il colpo fatale, la musa del Poeta tace o rimprovera a sè stessa i tumulti dello spirito che impedirono a Lui di godere il mondo e le sue gioie, il fiore della poesia gli sboccia ancora quasi inconsciamente fra le dita, quand'Egli scrive all'amica buona e soave; e i messaggi e le notizie e i sospiri di dolore e di rimpianto ch'Ei le manda, sono altrettante piccole squisite opere d'arte, nelle quali non sai se più ammirare la delicata fragranza del sentimento, o la ancor ricca vena dell'inspirazione, o lo stile sempre incisivo e gagliardo. L'anima di Lui si versa intera, in una quasi tenerezza di accoramento, entro queste lettere, le quali discuoprono il lato men noto, forse, del suo cuore, che fu di leone e di fanciullo insieme. Il ribelle, che da bambino avea combattuto a sassate le battaglie con i coetanei, immaginando rivoluzioni e repubbliche; che nelle prime lotte della sua vita letteraria aveva armeggiato insieme co 'l Chiarini, co 'l Gargani, co 'l Targioni, contro i romantici ed i filologi vocabolaristi, scagliando in faccia a loro le scapigliate insolenze della _Giunta alla derrata_; che, fatto maturo, aveva colpiti malvagi e pusilli, papi e tiranni, con la sferza de' terribili giambi ed epodi; quel ribelle ebbe poi non di rado, passati gli scoppi irrefrenabili dell'ira, un senso d'equanimità, di giustizia serena, di benigno rispetto per la sincera fede altrui, che dal fondo dell'anima buona saliva a calmarne la superficie tempestosa e sconvolta. Dicono che gli epistolari degli uomini grandi nuocciano talora, più che giovare, alla lor fama; ma non questo è il caso. Dappoichè mai la semplicità e la modestia, sotto il velo d'una natural ritrosìa, ebbero nell'intimità forme ed espressioni più schiette e più vere; mai, come in Lui, la grandezza parve nascondersi, e la fierezza ceder benigna alla bontà profonda e indulgente del cuore; mai, infine, lo sdegno delle basse cose e delle mentite apparenze ebbe un grido più ribelle, nè voce più soave ebbe la pietà degli errori che non guastano l'anima.
È da aggiungere che queste lettere risvegliano molte e care e preziose memorie su 'l Carducci in Romagna, e su le consuetudini ed amicizie che qui ebbe forti e radicate, sopra tutto con la famiglia dei conti Pasolini-Zanelli: periodo, questo, non breve e molto importante della vita di Lui, che, siccome un meraviglioso tramonto, va còlto e meditato ed inteso nelle mille sfumature dei suoi colori.
Eppure articolisti e biografi (compreso il più autorevole, ciò è Giuseppe Chiarini) ne tacquero, o quasi; onde non parrà inutile nè sarà discaro ai lettori che l'affetto e la devozione mia per il Poeta, rafforzati specialmente negli ultimi anni, mi spingano a far un po' più nota questa parte di vita del Carducci, rimasta quasi oscura: ciò che io considero, non pure onore altissimo, ma compimento di un dolce dovere.
* * *
I primi ricordi del Carducci in Romagna si ricollegano, credo, al nome di Giuseppe Torquato Gargani, il _fiorentino puro_ che «morì d'amore e d'idealismo in Faenza il 29 marzo 1862». Di lui lasciò il Carducci stesso imperitura memoria, ritraendolo al vivo nelle _Risorse di s. Miniato_ (_Prose_, pp. 949-50): «.... pareva una figura etrusca scappata via da un'urna di Volterra o di Chiusi, con tutta la persona ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco: io lo avevo conosciuto a scuola di retorica, ridondante ed esondante di guerrazziana fierezza. Poi, andato per raccomandazione di Pietro Thouar in Romagna, e proprio in Faenza maestro nella famiglia di certi signori (dal '53 al '56 fu appunto il Gargani precettore, a Faenza, del conte Pierino Laderchi), vi si era convertito a un classicismo rigidamente strocchiano.... Ma un classico, come s'intendeva allora, doveva essere anche moderato, molto moderato, in politica; e in questa il Gargani aveva serbato le memorie e le tradizioni del '49: era un romantico-guerrazziano-mazziniano arrabbiato, intransigente, antropofago».
Nel '56, tornato a Firenze, il Gargani aveva, con enorme scandalo della letteratura ufficiale, impersonantesi nel dittatore Fanfani, scritta quella _dicerìa su i poeti odiernissimi_ che fu pubblicata a spese degli _amici pedanti_, ossia del medesimo Gargani, del Carducci, del Chiarini e di Ottaviano Targioni. Del gran putiferio che ne nacque, e delle polemiche tra gli _amici pedanti_ e il giornale «_Il Passatempo_», organo magno fanfaniano, narra a bastanza il Chiarini nelle sue _Memorie della vita di Giosue Carducci_ (Firenze, Barbèra, 1907, cap. III); delle visite del Gargani, del Chiarini, del Nencioni al Carducci, a Pietro Luperini, a Ferdinando Cristiani, allora umili maestri nel Ginnasio di s. Miniato; delle liete baraonde rallegrate dalle scariche di tappi saltanti; delle passeggiate notturne _tacitae per amica silentia lunae_, a s. Miniato ed a Firenze; ricordi il lettore la descrizione evidentissima che è nelle _Risorse di s. Miniato_. Qui basti aggiungere che il Gargani fu di nuovo dal '56 al '58 precettore in una casa privata, ma questa volta a Montegemoli, presso a Volterra; che nel '59 si arruolò volontario, e istigato da molti che poi lo rinnegarono, domandò al governo toscano la facoltà del voto politico per le milizie, ritraendone trenta giorni di prigionia; che, infine, nel novembre 1860 fu eletto maestro di lingua latina nel Ginnasio di Faenza, e poi dal ministro della pubblica istruzione nominato professore di lettere latine e greche nel Liceo della stessa città, il 13 marzo 1861. Nel quale anno ei pubblicava per le stampe di Pietro Conti in Faenza, in edizione di soli cento esemplari, un libretto di versi (dieci sonetti, un idillio, due canzoni), oggi divenuto rarissimo, e dedicato «ai dilettissimi fra gli amici prof. Giosue Carducci, Giuseppe Chiarini, don Luigi Bolognini». Quest'ultimo era direttore del Ginnasio; e nella casetta di lui abitava il Gargani, dirimpetto alla chiesa ed alla piazza di s. Agostino.
Il Carducci, che intanto avea salita la cattedra di eloquenza nell'Università di Bologna, si compiaceva di far non di rado qualche scappata a Faenza, a trovarvi il suo Gargani; e prendeva parte talvolta ai lieti conversari che la sera facevansi nella tipografia Conti, dove convenivano i letterati faentini del tempo: il cav. Giovanni Ghinassi, di bel nome come di erudito e di elegante scrittore; don Marcello Valgimigli, bibliotecario comunale e benemerito quanto minuzioso ricercatore ed ordinatore di patrie memorie; il dott. Saverio Regoli ed il prof. Giuseppe Morini, insegnanti nel Ginnasio, dotti e valorosi entrambi; don Sante Bentini, traduttore de' bucolici greci; il canonico Filippo Lanzoni, professore di retorica, anch'egli nel Ginnasio, che il Carducci ammirava per la sua facoltà di comporre terzine d'un cotal sapore dantesco.
In quelle riunioni, alle dispute di filologia e d'arte s'intramezzavano racconti festevoli, e versi, e scherzi, e cenette rallegrate dalle mille bizzarrie e dalla mimica arguta del Gargani, originalissimo.
Ahimè! L'allegria durò poco. Abbandonato dalla fidanzata, che aveva a Firenze (e invano il Carducci vi corse a chieder ragione per lui), il povero Gargani se ne accorò siffattamente, che nel suo corpo debole ed infermiccio ebbe prepotere ben presto il così detto _mal sottile_, o sia la tisi, che da un pezzo lo minacciava. Il 19 febbraio del 1862 una lettera da Faenza annunciava al Carducci la grave malattia dell'amico; ed egli corse al letto del Gargani, e per quasi due settimane venne ed andò, da Bologna a Faenza e viceversa, con l'animo sollevato volta a volta o straziato dagli alti e bassi del terribile male. Aveva allora il Carducci, nelle linee marcate dello scuro volto, nell'acuta mobilità degli occhi neri, nel gesto e nel portamento, tra spavaldo e spaurito, della persona, un qualche cosa di veramente singolare; e mi narra l'egregio e caro collega mio cav. prof. Giuseppe Morini, il quale ebbe l'onore d'essergli amico e d'accompagnarlo a que' giorni più volte dalla casa del Gargani alla stazione, che talora la gente si fermava a guardare quell'omino non troppo elegantemente vestito, e dalla grande zazzera e dalla barbetta nera arruffata. E qualcuno si spinse perfino a dimandar poi al Morini chi mai fosse quel curioso _ebreetto_ che era con lui.
Il Gargani morì a ventott'anni, il 29 marzo del '62; e come tal perdita amareggiasse il Poeta, lo dimostra un pietoso ricordo ch'Egli scrisse dell'estinto, e pubblicò il 29 aprile, nel trigesimo della scomparsa di lui, nel giornale fiorentino «_Le veglie letterarie_» (trovasi oggi nella prima serie delle _Ceneri e Faville_); lo dimostrano i versi della lirica intitolata _Congedo_, pieni di ammirazione e di rimpianto:
«O ad ogni bene accesa anima schiva, e tu lenta languisti da l'acre ver consunta, e non ferita; tua gentilezza intesa al reo mondo non fu, chè la vestisti di sorriso e disdegno; e sei partita»;
lo dimostrano, infine, le commoventi parole onde, nelle _Risorse di s. Miniato_, Egli conchiude, con un singhiozzo, la gioconda rievocazione de' giorni felici:
«Domani è il giorno de' morti. O amico che giaci muto e freddo nella fossa di Romagna, a te certo non spiace ch'io rinnovelli ancora per un poco la memoria delle nostre belle estati fiorentine!»
* * *
Da quello mesto e gentile del dolore nacque e germogliò nel gran cuore del giovine Poeta il fior dell'amore; ed Egli amò d'allora in poi la Romagna, oltre che per le virtù e le magnanime energie che ebbe campo di scuoprirvi e ammirarvi, anche perchè prima di tutto, come in questa terra sapeva racchiuse le ossa dell'amico, così nell'anima romagnola Egli sentiva ben consegnato il tesoro delle care memorie e dei dolcissimi affetti.
Con gli amici di Faenza mantenne rapporti cordialissimi; ed accettò, anzi, di far parte, qual socio onorario, di quella _Società scientifica e letteraria_ che fu fondata a Faenza il 27 di settembre 1862, essendone promotori Giuliano Bucci, l'ing. Luigi Biffi, il dott. Vittorio Tartagni, il dott. Saverio Regoli ed Antonio Mazzoni, e della quale fu poi da voti unanimi chiamato all'ufficio di presidente il botanico illustre Ludovico Caldesi, disdegnosa e fiera anima di romagnolo. Il 28 di maggio 1865 cotesta società scientifica e letteraria tenne una solenne accademia pe 'l centenario dantesco, nella sala del consiglio comunale, alla quale fu presente anche il socio Carducci; e negli _Atti dell'anno accademico 1864-65_, pubblicati in Faenza co' tipi di Angelo Marabini nel '67, si legge come il cav. Ghinassi, in allora presidente, disse «alcune brevi ma eleganti parole di proemio»; e Filippo Lanzoni tenne un discorso «inteso a dimostrare come universale fosse il fine della Divina Comedia»; e Giuseppe Morini trattò «della bellezza meravigliosa dello stile, perchè l'Alighieri entra innanzi a tutti gli altri poeti»; e Saverio Regoli, ragguagliando Dante ad Omero ed a Virgilio, «il volle addimostrare a loro superiore, sì pel fine, sì pel subbietto, sì per la poesia altissima»; e Luigi Brussi «tolse a far aperto come Dante avversasse il dominio temporale de' romani pontefici. Furono lette eziandio — continuano quegli Atti — robuste ed eleganti poesie di soci onorarî, che si piacquero tener l'invito lor fatto dalla società a prendere parte alla festa dantesca: e ciò è tre sonetti del cav. Carducci, un carme della signora Teodolinda Franceschi Pignocchi, e un epigramma latino del cav. Luigi Grisostomo Ferrucci, che insieme ai componimenti in prosa furono poscia fatti di pubblica ragione (coi tipi del Marabini) e offerti alla città di Ravenna, nell'occasione che festeggiava essa pure l'antico ed immortale suo ospite». I tre sonetti del Carducci sono quelli intitolati «_Nel sesto centenario di Dante_», che si trovano, nella raccolta delle _Poesie_ (Zanichelli, 1902, seconda edizione), a pagine 359-361.
Qual miranda visione poetica sia in que' sonetti, ne' quali Dante, risorto _da l'avello iscoverchiato_, rampogna fieramente l'Italia, e la stimola a compiere la sua unità, affinchè, «_Roma libera sia da l'adultèro_», il lettore ricorda bene; quanto cotesti versi gagliardi ed accesi entusiasmassero gli ascoltatori in terra di Romagna, e proprio in quell'anno che la capitale era stata trasferita da Torino a Firenze (il che era parso una tacita rinunzia a Roma), il lettore s'immagini. Già il Carducci avea raffreddato di molto la sua inclinazione per la monarchia fin da quando, dopo il '60, a Lui, che avea in cima de' suoi pensieri il compimento dell'unità nazionale, la monarchia parve impari agli alti destini della patria, e dirimpetto alle impazienze dei generosi sembrò peccare di forse eccessiva prudenza. Trovatosi, adunque, naturalmente d'accordo con i così detti partiti avanzati, il Poeta cominciava ad esser molto ammirato in Bologna dalla gioventù romagnola, che vi affluiva per ragione di studî o d'altro, ed era tutta, o quasi, repubblicana.
Quando, poi, nel '68 il Carducci pubblicò il volume dei _Levia Gravia_, e nel '71, per le stampe del Barbèra, tutte le poesie da Lui fin'allora composte, non esclusi l'_Inno a Satana_ e i due epodi per _Monti e Tognetti_ e pe 'l _Corazzini_, «i più non si curarono de' suoi versi — scrive il Chiarini, p. 364 — che furono esaltati dai meno, dai radicali e dai repubblicani, specialmente di Romagna».
Così stringevansi sempre più i legami di sentimento e di pensiero tra il forte poeta e la forte terra; della quale già avea incominciato (e proseguì, può dirsi, per quasi tutta la vita) a studiare e ad ammirare profondamente le tradizioni e la storia gloriosa.
Qual segretario geniale dapprima, qual presidente degnissimo ed autorevole poi, della Deputazione su gli studi di storia patria per le Romagne, Egli seguì ed illuminò con l'alto intelletto, per lunghi anni, l'arduo lavoro di conservazione de' monumenti, e d'indagine riordinamento critica delle fonti èdite ed inedite; e nelle sue evidenti relazioni su le cose operate dalla Deputazione medesima, sono rievocati, con parola vivificatrice dell'erudizione per sè stessa arida, gli spiriti e le forme del passato; storia politica e civile, e della milizia, e dell'arte, e della letteratura; epigrafia, genealogia, biografia; scavi, inscrizioni, archivi, marmi, tombe, chiese, ruderi delle rocche, torri, palagi; tutte, insomma, le reliquie della veneranda antichità passano dinanzi alla mente del lettore, e con esse i più belli e cari nomi degli studiosi di Bologna e della Romagna: Francesco Rocchi, l'archeologo savignanese del quale il Carducci fu amicissimo, e pianse «con vere lagrime la buona e cara immagine paterna», ed affermò che «di storia romana sapeva quanto pochi in Italia»; Giovanni Gozzadini, «lodato espositore e commentatore di memorie etrusche»; Gian Marcello Valgimigli, il quale «fece meravigliare su la fecondità artistica della ingegnosissima Faenza»; il canonico Antonio Tarlazzi, continuatore de' _Monumenti ravennati_ del Fantuzzi; Cesare Albicini, «degno di rappresentare nell'ingegno e l'animo i migliori tempi di Romagna»; e Luigi Tonini, illustre storico di Rimini, e Michelangelo Gualandi, e Giovanni Casali, e Luigi ed Enrico Frati, e Luigi Balduzzi, e Carlo Malagola, e Nerio Malvezzi, e Corrado Ricci.
[Illustrazione: La chiesa di Polenta dopo i primi restauri.]
[Illustrazione: La chiesa di Polenta dopo i secondi restauri.]
Intanto, mentr'Egli approfondiva così lo sguardo e l'anima nelle remote fortunose vicende di questa regione, sentiva conforme alla propria l'indole degli abitatori di essa: gente semplice di costumi, un po' rude di modi, schietta d'animo, facile agli entusiasmi e agli sdegni, pronta all'azione; ed assisteva co 'l cuore fortemente commosso a' sacrifici, agli eroismi, alle glorie de' romagnoli nelle giornate del nostro riscatto, e di poi a tutte le sacrosante lotte civili ond'essi isfolgoravano siccome assertori pertinaci ed arditi d'ogni più alto ideale di libertà. Si legò adunque di calda amicizia con Aurelio Saffi, che della Romagna «fu il genio buono, la mente e la norma»; con Vincenzo Caldesi, che «cresciuto tra le insurrezioni contro il governo dei chierici, iniziò, propugnò, onorò sempre e da per tutto la rigenerazione, la libertà, il nome d'Italia»; con Antonio Nardozzi, il traduttore delle Georgiche, che «della vecchia scuola romagnola conserva le tradizioni buone, le quali congiunge e contempera alle novità buone»; con Gaspare Finali, da cui si compiacque poi esser detto «romagnolo di elezione e di amore, come Vincenzo Monti era stato per nascita»; e l'anima gli vibrava d'ammirazione intensa e sincera per Claudio Sabbatini, di Sogliano, che, morto a Monterotondo a ventott'anni, era già un cospiratore a diciotto; per Eugenio Valzania, il prode colonnello garibaldino, «esempio in guerra e in pace della costante virtù romagnola»; per Pierino Turchi, «dolcezza di angelo e bronzea tempra di carattere»; per Alfredo Baccarini, «onore di Romagna, ed esempio insigne dell'antica indole italiana in ciò che ha di più nobile, forza e carattere, semplicità e modestia».
Avvenne per tal modo ch'Egli in breve tempo allargasse la cerchia delle sue consuetudini romagnole: ad Imola pubblicò, infatti, nel 1873 l'edizione delle _Nuove Poesie_, per le stampe di Paolo Galeati, amicissimo suo; a Ravenna, nel giugno del 1872, lesse quelle che, ampliate e rifuse più tardi divennero le _Conversazioni e divagazioni heiniane_ (pubblicate poi nel volume X delle opere); a Lugo, nel 1876, dopo avere accettata la candidatura politica, «non foss'altro pe'l rischio della battaglia», fu eletto deputato, e il 19 di novembre, dopo avvenuta l'elezione, tenne il memorabile discorso _Per la poesia e per la libertà_, nel quale con vibrata eloquenza rivendicava al poeta l'altissimo ufficio di educatore civile; a Cesena trovò amicizie e conforti, de' quali assai meglio ci giova dire più innanzi; a Forlì ebbe, oltre che il Saffi, ammiratori ed amici e discepoli affettuosi e reverenti, tra i quali due sopra tutti piacemi ricordare: il compianto Giuseppe Mazzatinti, buona tempra di erudito e gentile anima d'artista; il marchese Alessandro Albicini, al quale il Carducci diè poi, in una lettera del 5 luglio 1898, insigne attestato di stima, e del quale fu spesso ospite caro e venerato negli ultimi anni di sua vita.
Ma Faenza fu particolarmente cara al suo cuore. Dopo l'accademia dantesca del '65, Egli vi tornò il primo di novembre del 1869, insieme con Aurelio Saffi, ad accompagnarvi l'amico Ferdinando Cristiani che veniva a prender possesso della cattedra di storia nel regio Liceo; ed alla sera, in un banchetto che all'_albergo del Cannone_ (oggidì _Vittoria_) fu offerto a Lui, al Saffi ed al Cristiani, Egli improvvisò quasi, rapidamente scrivendola sur un foglietto di carta, e disse con impeto la lirica _Nostri santi e nostri morti_:
«Ai dì mesti d'autunno il prete canta i morti in terra ed i suoi santi in ciel...».
E la commozione si rinnovò, e le grida di ammirazione e gli applausi scoppiarono più clamorosi che mai, quando, dopo il simposio, raccoltisi, Lui e gli amici, al _Circolo popolare_, in via del Teatro (oggi via Pistocchi), Egli declamò intera l'ode _Dopo Aspromonte_. Pareva — mi narra un amico che ebbe la ventura di assistervi, il prof. Napoleone Alberghi — pareva un vulcano in eruzione: lo sguardo lampeggiante, la voce poderosa, il gesto largo e concitato davano quasi l'illusione che il Poeta improvvisasse; Ei non disse, ma sospirò, urlò, ruggì le terribili strofe; sì che alla fine, quand'ebbe lanciati, come squilli di tromba stimolante alla battaglia, gli ultimi versi
«Odio di Dei, Promèteo, arridi ai figli tuoi, solcàti ancor dal fulmine pur l'avvenir siam noi»,
i più degli ascoltatori, balzati in piedi, piangevano.
Nove mesi e sette giorni dopo cotesta lieta e rumorosa riunione, ossia il 7 agosto del 1870, moriva in Firenze Vincenzo Caldesi; moriva, egli che nel '67 a Monterotondo avea preso parte all'«ultima guerra del popolo italiano contro i pontefici», senza il conforto di veder Roma liberata.
«Dormi, avvolto nel tuo mantel di gloria dormi, Vincenzio mio; de' subdoli e de' fiacchi oggi è l'istoria, e dei forti l'oblio»,
cantò mestamente Giosue Carducci; ma su _la sacra tomba_ del _leon di Romagna_ Ei non osava di gridare il nome dell'eterna città, a cui l'eroe garibaldino avea sacrato _il nerbo de la vita_, da poi che
«.... ancor la soma ci grava del peccato; impronta Italia domandava Roma, Bisanzio essi le han dato!».