Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

Part 9

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Rossi e gli altri, dopo il nostro arresto restarono in Livorno e giungendo ad eludere quell'oculatissima pulizia, poterono giungere al momento bramato di imbarcarsi su una piccola barca, colla quale si accingevano a intraprendere una traversata che mette in pensiero l'indolente e pacifico borghese che deve farla in piroscafo. Perseguitati dalla polizia che non si ristava un momento da pedinarli, con un tempo indiavolato essi poterono imbarcarsi verso mezzanotte, due miglia lontani da Livorno. Il mare metteva spavento: ognuno potrà facilmente rammemorarsi di quanto furono sconsocrate le giornate che nell'anno passato annunciarono l'inverno; perfido il clima, continue le pioggie, mai interrotte le burrasche; ora mi si mettano otto o dieci persone sopra uno schifo, atto solamente a fare delle passeggiate, eppoi se ne tragga l'unica conseguenza possibile, e la non può esser che questa: i bravi giovani erano decisi a giocare di tutto per raggiungere il loro scopo, e possedevano tempra, da reputarsi più che miracolosa in questi tempi di unversali debolezze e di codardia inesprimibile. Certo che chiunque avesse veduto quel piccolo legno, sbattuto in mezzo agli spaventevoli cavalloni, sempre a un pelo per far cuffia, sempre frisando gli scogli, sempre a pochi passi dalla morte, non poteva fare a meno di esser colpito da tanta sublimità, da tanta abnegazione, da tanto coraggio... Oh! non mi si dica, che ai dì d'oggi l'antica virtù è un mito nel mondo... oh! no... la virtù esiste: sarà a bella posta obliata; si tenterà di farla passare per pazzia, ma a dispetto di chi non lo vuole, essa trova sempre dei seguaci, dei seguaci che vivono e muoiono ignorati, ma che sono anche troppo superbi per ottenere tale oblio, nel secolo in cui i ciarlatani di professione, i codardi e colpevoli servitori delle corti e del vizio sono portati in palma di mano da una folla più di loro codarda e colpevole! La virtù la vìve, ma per volerla rintracciare, bisogna andare tra quella gente che è posta in quarantina dalla società degli uomini serii, bisogna rintracciarla nei bassi fondi sociali, tra la gente che soffre, lavora e muore di fame; simile in tutto alle perle che non si trovano che tra la melma.

Il vento impetuosissimo, i marosi che in conseguenza di questo avevano raggiunto tutto ciò che può esservi di più orribile per il marinaro, l'albero maestro troncato costrinsero i nostri giovani amici a fermarsi a Vada, piccolo paese della Maremma, distante a dir molto mezza giornata di cammino da Livorno.

Attorniati immediatamente dai carabinieri, essi dovettero ai sentimenti generosi dei buoni popolani di lassù, il potersi ridurre in salvo: si rifugiarono diffatti in un'abbaino, alle cui finestre non erano imposte, nè vetri, e che aveva tanto basso il soffitto da costringere chiunque v'entrasse, ad andarvi carponi. Vi doverono star sette giorni: senza un pagliericcio, senza un brodo che loro ravvivasse le forze già esauste; costretti a dormire, l'uno l'altro abbracciati, per scongiurare la veemenza del freddo Siberico, confortandosi e prendendo animo all'idea del santissimo sacrificio che per santissimo intento essi in quel mentre facevano, passarono in quella dolorosissima situazione degli istanti divini.

Riattato il piccolo navicello, essi a notte inoltrata poteron ripartire: a bordo vi erano viveri, ma essendo durato il viaggio per altri sedici giorni, i futuri difensori della repubblica, soffrirono anche la fame ed arrivarono sfiniti, cascanti, dopo cento altre peripezie a Bastia.

Nella capitale della Corsica, Rossi, Piccini, e i compagni, trovarono una perfidissima accoglienza: tutti ci dichiararono umanimemente che quegli abitanti, devoti alla causa Napoleonica, appena che ebbero odorato, che i giovinetti, sbarcati dal quel navicello, stracciati, ed in cattivissimo, stato, erano dei Garibaldini, non fecero che guardarli in cagnesco, non risparmiando loro certi atti villani, che sarebbero stati degnamente rintuzzati, se in quei momenti ragioni potentissime non avessero consigliato sangue freddo e prudenza.

Ricevuti come cani alla prefettura, trattati, quasi come pazzi al comando di piazza, guardati con diffidenza dal _Mair_, essi non si perdettero di coraggio e fiduciosi nel proverbio che l'importuno vince l'avaro, tanto almanaccarono, tanto scombussolarono, usando ora buone maniere, ora sgarbi, pregando e protestando, che alla fine furono imbarcati sopra un piroscafo, e inviati a Marsiglia, dove si erano già costituiti i due celebri comitati Garibaldini.

Credendo dì aver toccato il cielo con un dito, i bravi nostri amici salutarono Marsiglia, come il fanciullo che si è perduto nel bosco, saluta il cammino della casa paterna. E furono accolti a braccia aperte dal Comitato, ed i membri di questo furono loro cortesi d'incoraggiamenti e di belle parole; nè quando accamparono il loro desiderio di partir prontamente, fu fatta l'obiezione più piccola... Meno male che la fortuna qualche volta corona felicemente gli sforzi di chi ha sofferto--Pensavano i nostri, entusiasmati..--Oh sì, che la pensavano bene! Essi non erano giunti che alla prima stazione del Calvario che doveva menare, qualcuno di loro alla morte, e credevano invece di aver preso possesso della terra Promessa.

Frapolli aveva in quell'epoca il suo quartier generale a Chambery, e già stava instituendo un primo battaglione di fanteria a Montmèlian nell'estrema Savoia. Là furono diretti i nostri amici, i quali, non sapendo ancora, quanto fosse discorde il celebre grande Oriente della Massoneria dai disegni del Generale, andarono alla loro destinazione, allegri e contenti, con la ferma convinzione di raggiungere tra pochi giorni, l'invitto capo dell'armata dei Vosgi.

Arrivati alle loro destinazione essi trovarono tra i componenti del battaglione lo Stefani, venuto via pochi giorni avanti di Firenze. Quattrocento giovinetti erano già adunati, ma nessuno di loro aveva arme, nessuno di loro aveva il più piccolo distintivo che potesse contrassegnarli, come soldati. I superiori, si sfogavano, a rammentare ogni giorno, che presto anche loro sarebbero andati in prima linea, e intanto esortavano i dipendenti a fare delle esercitazioni, le quali tutte, si compendiavano in gite di 15, 16 e persino 20 chilometri, su quei monti, dove la neve si alzava sette o otto metri dal suolo. I continui strapazzi, tutti infruttuosi, il rigido clima di quelle alpine ragioni influirono maledettamente sulla salute di quei poveri diavoli di cui molti ne andarono allo spedale, mentre gli ufficiali passavano allegre serate, ravvivati da cene Lucullesche, che il loro capo scroccava ai buoni Massoni di quelle montagne; ragione questa per cui ogni ufficiale che dipendeva dal buon Frapolli si faceva di subito iniziare ai misteri della Massoneria!

Fu dato il comando del battaglione al Perla, a quest'eroe che ora è una delle più belle figure nel Panteon dei martiri della libertà: Perla, valoroso soldato delle nostre guerre dell'Indipendenza, patriotta di romana virtù, comandando una frazione del microscopico esercito del Frapolli, non si rese certamente complice dei bassi intrighi del suo superiore, e lo mostrò chiaramente quando tra i primi, raggiunse la legione del Garibaldi tra cui doveva incontrare così gloriosamente la morte.

Rossi, Piccini, Stefani, in ricompensa di aver servito altre volte, furono fatti sergenti, ma il tempo passava (erano già scorse due settimane) e ancora non si veniva a capo di nulla; unica cosa fatta, fu l'abbigliamento per i volontari: i giovani cominciavano a mormorare: le notizie degli scontri che aveva sostenuto Garibaldi erano giunte fin là, e troppo repugnava a giovine gente restare in un deposito, mentre i fratelli si misuravano coll'inimico e spargevano di nobile sangue gli ubertosi vigneti della Borgogna.

Tutte le sere in caserma succedevano concitatissime conversazioni; si proferivano gridi che non erano certo d'ammirazione per i comandanti; si fischiavano gli accaniti difensori degli ufficiali, era insomma una confusione da metter pensiero a chi era incaricato di condurre tutta quell'accolta di gente: una di queste sere, proprio all'impensata, capitò a Montmelian Frapolli ed ordinò una rivista per il giorno dipoi.

Dopo aver squadrato, così per pretesto, ad uno ad uno i suoi dipendenti, il Frapolli fece formare il quadrato, e piantandosi in mezzo alle file, sciorinò tutto d'un fiato un lungo discorso, dove chi capì un acca potè chiamarsi ben fortunato. Parlò di trame e di cospirazioni, protestò di esser calunniato, di andar d'accordo con Garibaldi, ma che però non bisognava sposarsi a quest'ultimo, poiché dei guerrieri bravi ce ne erano anche più di lui, poiché era succeduta la rivoluzione anche nell'armi e nella strategia e che perciò ci voleva gente nuova.

Un lungo mormorio ed anche qualche fischio accolsero le strampalate parole del generale, che alzando, bruscamente le spalle e borbottando, non so quali inpertinenze, si ritirò seguito dal suo stato maggiore.

Giunto il battaglione alla caserma, Piccini, incoraggiato e sostenuto da Rossi e Stefani, scrisse addirittura una lettera a Garibaldi, lettera nella, quale si metteva chiaramente a nudo la situazione e si chiedevano consigli su ciò che era da operarsi: qualora non forse pervenuta alcuna risposta i tre amici avevano deciso di disertare.

Come furono lunghi i cinque giorni d'aspettativa! quante polemiche, quante questioni anche serie non accaddero in quel breve lasso di tempo! i soldati cominciavano a perder la fiducia nel loro capo, dacché subodoravano che tra lui e il grande Italiano non ci era più quell'accordo, che solo può produrre buoni resultati; finalmente venne il colpo dì grazia, e questo colpo fu giusto appunto la lettera con cui Canzio a nome del Generale rispondeva a Piccini.

Frapolli vi tradisce, Frapolli è un'inviato del Governo Italiano, che tenta di seminare la zizzania nel campo degli eroi delle libertà--Tale era a un dipresso il sunto dello scritto di Canzio. Un fulmine e questa lettera potevano produrre il medesimo effetto. I volontarii si ragunarono tumultuosamente: siamo traditi: abbasso i traditori: viva Garibaldi vogliamo partire... ecco le grida che sorgevano da tutti quei petti, ecco le convinzioni che tutti quei giovani esprimevano proprio all'unisono: invano gli ufficiali con preghiere, con moine, con minaccie pretendono di far rientrare in caserma i sottoposti e di ridurli a dovere; invano si rammenta loro la causa che sostengono e che può esser compromessa con moti intempestivi e con deliberazioni inprovvise: oramai tutti son rimasti troppo scottati dalle buone parole, oramai tutti son stanchi di lasciarsi abbindolare di più; gli ufficiali sono obbligati ad andarsene scorbacchiati e confusi; nè potevano quei bravi avanzi delle guerre della libertà disapprovare in cuor loro l'impazienza generosa di quei bravi ragazzi: difatti la maggior parte degli ufficiali raggiunse poco dopo l'armata, e si portò eroicamente: rimasero solamente quegli eroi che fanno la guerra per diventare ricconi, che fuggono al fuoco, ma che sono i primi ad attaccarsi i ciondoli del valor militare sul petto.

Dalla rivoluzionaria assemblea, fu conchiuso d'inviare una sommissione al Generale e fargli noto, come idea decisa di tutti, fosse il raggiungere i fratelli che si trovavano in faccia al nemico. Eletti a far parte di questa commissione furono appunto i tre nostri amici Rossi, Piccini, Stefani. Essi portaronsi immediatamente a Chambery, dove si abboccarono col colonnello Pais, una delle onestissime persone e dei repubblicani distinti che era rimasto acchiappato dalle reti del Frapolli. Pais cominciò col fare qualche appunto al quartier generale, deplorò le parole del Canzio, esortò i nostri giovani a non volere attizzare quel fuoco, che divampando avrebbe distrutto la reputazione di patriotti distinti e forse anche l'esito della intrapresa repubblicana. I tre furono irremovibili: vedendo allora il Colonnello come qualunque parola sarebbe stata vana a trattenerli, permise loro di allontanarsi dal battaglione, anzi li pregò a presentarsi al quartiere generale, allora in Autun, e a scongiurare coloro che comandavano l'armata dei Vosgi a prendere una definitiva risoluzione affinchè cessasse quel fatale dualismo che poteva condurre a così triste, a così deplorevoli consequenze.

Accompagnati alla stazione dagli applausi di tutti i compagni, ed imbarcatisi, dopo un viaggio lungo, anzichenò a causa dell'interruzioni ferroviarie, i nostri amici arrivarono al capoluogo del Giura, alla città che fu culla del noto Mac Mahon, e senza por tempo di mezzo, si recarono alla sede del quartier generale.

Lobbia e Canzio accolsero i nuovi venuti più che se fossero amici, proprio come se fossero stati fratelli. Tutti erano indignati per il contegno tenuto dal Frapolli: difatti nessuno poteva farsi una ragione del come quest'uomo daccordo coi Comitati accaparasse per se tutta la miglior gioventù che veniva d'Italia, e la forzasse all'inazione, alla vita coruttrice della caserma e della guarnigione, mentre il generale Garibaldi non faceva che raccomandarsi a tutte le parti, perché gli inviassero dell'uomini. No! Non erano induzioni fallaci, non erano calunnie, quelle che si formulavano sopra quest'uomo. La ragione ridicola che accamparono alcuni miei amici, svanisce davanti al primo soffio del più volgare buon senso. Frapolli, dicevano questi, vuol risparmiare il sangue di tanti generosi: ha preso il grado di generale per impedire degli inutili combattimenti; Frapolli a tale scopo è stato inviato dalle Massonerie. Io non voglio credere che un'associazione che ha per base l'amore del vero e dell'umanità, abbia non che autorizzato, permesso, che uno dei suoi più influenti fratelli la facesse o da Don Basilio o da Arlecchino in momenti in cui il sangue correva a ruscelli e in cui si poteva finalmente risolvere il gran problema dell'emancipazione dei popoli. Io credo coi più, che Frapolli non fosse che un'ambizioso di bassissima lega; un innocuo coniglio che per poco tempo si era provato a indossare una veste da leone, che aveva riconosciuto troppo pesante per lui; un ciarlatano qualunque, uso in Italia a recitare due parti in commedia, deputato e tribuno, scenziato e generale, capace di tutto fuori che di far tacere la sua sperticata superbia, ed a combattere sotto gli ordini di chi ne sapeva più di lui, di chi più di lui ne aveva il diritto.

Canzio in special modo era irritatissimo: disse ai nostri amici che a giorni sarebbe partito, come infatti partì, per condurre via tutti gli uomini che erano adunati a Chambery e a Montmelian.

Rossi, Piccini, e Stefani non vollero tornare donde erano venuti, quantunque loro si facessero conoscere delle prospettive di avanzamenti sicuri; troppo contenti di aver finalmente raggiunto Garibaldi, di aver potuto riabbracciare i vecchi compagni d'arme e di trovarsi con loro, essi si strapparono i galloni di sergente ed entrarono semplici soldati nella compagnia dei Carabinieri Genovesi, compagnia che si costituiva allora sotto gli ordini del distinto capitano Razzeto.

Dopo due o tre giorni il quartier generale erasi trasferito a Digione ed i tre nostri amici, insieme al prode comandante dell'armata dei Vosgi (chè la compagnia dei Carabinieri Genovesi mai si staccava da lui) erano venuti in questa città.

Tale a un dipresso fu la narrazione che a pezzi e bocconi strappammo durante il desinare ai nostri compagni, che si mostravano di un buon'umore e di una gaiezza invidiabile. Entrarono nella trattoria e si unirono con noi Mecheri e Ghino Polese, appartenenti ambedue alle Guide, e già in Francia ambedue fino dai primi principii della campagna. E qui furono lunghi discorsi, domande spesse, ripetute, alla maggior parte delle quali era impossibile dare una risposta, tanto rapidamente le si succedevano; era una conversazione briosa, scapigliata, attraente; e a renderla più allegra e più rumorosa influiva non poco lo squisito nettare, che producono i vigneti della Côte d'Or, incantevole soggiorno per chi adora il dio Bacco.

Prometto che sarà l'ultima volta che mi perdo nel cantare le glorie del vino; hanno ragione, purtroppo coloro, che dicono che noi abbiamo troppo presenti le libazioni che abbiamo fatto nell'ospitale Borgogna, e che ad ogni poco io apparisco più un ubriaco che uno scrittore: ma mi crederei uno scrittore macchiato della più nera ingratitudine, se io non ti rammentassi o liquore color d'ambra, che c'ispirasti tante magnanime idee, che ci mantenesti in tanta salute per la modica somma di cinquanta centesimi per bottiglia, mentre qua adulterato, bisogna pagarti tre o quattro franchi..

Noi secondo l'abitudinaccia nostra si diceva male di tutto e di tutti, si stroncava per passatempo qualche reputazione, si prendevano in burletta certe cose che, convengo pel primo, sarebbe stato assai meglio pigliare sul serio. Le nostre lingue sono un po' lunghe... d'altronde è un difetto organico, che si sviluppa frequentando la società!... Il Rossi soltanto non prendeva parte alcuna alle nostre maldicenze; anzi con fare affettuoso e paterno ci faceva delle reprimende che per lo più terminavano in lirismi ed in voti di esagerate speranze per l'avvenire. Il Rossi aveva la fede e l'energia di un apostolo, la fermezza di un cospiratore, il fanatismo del martire. Sempre eguale a se stesso: nella sua officina a Firenze, nelle prigioni che spesse volte aveva assaggiato per non voler troppo bene al presente ordine di cose, nei combattimenti dove aveva a incontrare poco dopo tanto gloriosamente la morte, egli avrebbe creduto di peccare smentendo se stesso, anche così per far chiasso in una conversazione d'amici. A sentir lui era certo il trionfo della repubblica, non solamente in Francia ma in un'altro paese dove egli era sicuro che Garibaldi ci avrebbe portato appena distrigati gli ultimi conti coi fedeli alleati della Grazia di Dio. Figuratevi in quella combriccola di scapestrati, quale effetto facessero le parole calme, dolci di questo giovine la cui perdita ha lasciato tanto voto nelle file dell'esiguo partito democratico della mìa bella Firenze.

È inutile: il Rossi parlava come un santo, ma quella sera doveva essere baccano: si festeggiava il nostro arrivo e non poteva essere a meno!... Squaglia, Baldassini, una caterva di Livornesi ci raggiunsero, e tutti insieme rammentandoci le vaghe colline della nostra Toscana, il nostro bel cielo, il volto delle nostre ragazze, idealizzato dalla lontananza, le chiassose baldorie e le ribotte di un tempo, incominciammo a intronare quegli stornelli, che si sentono tante volte sulle labbra gentili delle nostre donne del popolo: stornelli d'amore, malinconici come il ricordo di una svanita illusione, modesti e simpatici come i fiorellini dei campi che l'hanno ispirati, poeticamente rozzi, come coloro che senza alcuna istruzione l'hanno composti.

Dagli stornelli passammo alle ardenti canzoni ed agli inni: la Rondinella di Mentana, l'inno di Garibaldi, la Marsigliese... Era la voce dell'Umanità e della Patria, che sorgeva gigante ad oscurare quella della città e della famiglia, e che in mezzo alla orgia ci faceva ricordar di essere uomini.

Escimmo cantando: quella sera ci si sentiva felici: i popolani si accalcavano al nostro passaggio e ci accompagnavano coi loro applausi: noi italiani in Francia abbiamo molta fama musicale, molta più di quella che ci si merita: qualcuno di noi per esempio stuonava più di un secondo tenore del teatro Nazionale, eppure sentimmo ripetere che mai coro più accordato del nostro erasi sentito in Digione... Chi si contenta gode!

L'orologio battè mezzanotte: l'ora era più che canonica: bisognava ritirarsi: Rossi che voleva sapere l'andamento generale delle cose d'Italia, e i progressi, che vi aveva fatto l'idea, e come le masse accogliessero le notizie di Francia, volle in tutti i modi accompagnarci a casa.

Povero Rossi!... Venne con noi, cominciò a domandare... ma noi con poco rispetto attaccammo un sonno da paragonarsi solamente a quello di un lettore delle Perseveranza, ed egli continuò a gestire, e scalmanarsi per una buona mezz'ora, in mezzo alle note più o meno sfogate delle nostre trachee cambiate lì per lì in contrabbassi.

CAPITOLO IX.

L'aver ritrovato i nostri amici, la contentezza di poter passare qualche ora con loro ci aveva fatto dimenticare il ritrovo, a cui eravamo stati invitati il dì innanzi dal nostro ufficiale. Un vecchio soldato arriccerà il naso a questa notizia, e dirà, come di solito, che primo ed essenziale requisito di coloro che bramano farsi onore e debellare il nemico è la disciplina: ma noi che abbiamo a noia il veder l'uomo ridotto allo stato di macchina, noi che siamo persuasi che l'affezione a un'idea può benissimo generare l'eroe, che non hanno mai generato le ridicole e assurde pedanterie, noi credemmo di non aver dicerto peccato, se in quel primo giorno eravamo stati sordi all'invito, decisi di raggiungere al domani la compagnia, o il battaglione a cui eravamo stati aggregati.

Perciò appena albeggiò, escimmo di casa e ci avviammo verso il centro della città per sapere le notizie che ci riguardavano. La piazza della Mairie, era una delle più belle piazze di Digione: notevole per un gran numero di baracche e di banchi dove alcune donne, tutte brutte, ad eccezione di una sola, facevano spaccio, di sigari, di caffè e di liquori. I volontarii si affollavano intorno a loro, e non avevano torto: lì con dieci centesimi, avevano quello che nelle botteghe costava quaranta e anche cinquanta centesimi.

Ad uno di questi banchi trovammo il nostro tenente: meno male!.. questo incontro ci rispiarmava il fastidio di dover interrogare altra gente e di dovere impazzare per rinvenire la caserma.

--Scusi tanto...--Noi principiammo, avvicinandolo, ma egli tagliò ogni discorso dicendoci:

--Ieri non si fece nulla..... Vengano oggi a mezzogiorno...è l'ora delle paga: credo che nessuno mancherà.

--Duuque a Mezzogiorno?

--Sì.

--E dove è il nostro quartiere?

--Vadano alla _Madaleine_ e là troveranno i loro ufficiali... Loro non dipendono più da me... Io appena che ho accompagnato le spedizioni, me ne lavo le mani,

--A rivederlo!

--A rivederci!

Andammo allora al quartier generale; per quella mattina, non pareva che alcuna cosa alla più lontana indicasse qualche probabilità di un attacco da parte del nemico. I Prussiani difatti avevano sgombrato Digione, per concentrarsi; si aspettava, che dopo tanti giorni di quiete una gran massa di Tedeschi, col solito sistema che ha sempre guidato i movimenti di Moltk, piombasse sulla città principale delle Côte d'Or. Dicevasi anche che a ciò fosse stato pescelto il corpo d'armata del principe Federigo Carlo, perché a Versailles si voleva finirla una volta con questa riunione accogliticcia di giovanastri che rompevano anche troppo le scatole alle truppe più agguerrite e più disciplinate del mondo; ad ogni modo, e lasciando da parte qualunque interpetrazione a cui dava luogo questa continua inazione dei nostri nemici, quello che si può accertare si è che questi si erano allontanati parecchi kilometri da Digione; le nostre scorrerie, le recognizioni che senza posa facevano le truppe di linea, mai si erano scontrate con loro, e tutti insieme concordavano nell'affermare che di Prussiani non ci era il minimo segno in tutti i dintorni.