Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

Part 8

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Nel mentre che noi avevamo dormito in vagone, la neve era cominciata a cadere ed ora ricopriva col suo bianco lenzuolo tutte le circostanti pianure; il freddo, il malessere in cui uno si trova quando viene svegliato di soprassalto, il desio intenso di bere che ci accompagnava, come l'angelo custode accompagna un cattolicone di quelli coi fiocchi, ci avevano procreato un'arsione, come se si fosse attraversato il deserto; e anelavamo un centellino di vino, come in circostanze normali si anelerebbe un milione.

I cittadini di Tournus non dovevano aver molto in pratica l'Evangelo; _battete e vi sarà aperto,_ diceva il divino maestro, e noi battemmo colle mani, coi piedi, colle mazze: battemmo ovunque eravi un'insegna d'albergo e di trattoria, nessuno ci rispose: in qualche casa si sentiva metter la spranga. Tornammo tutti sconsolati alla stazione: la trovammo piena di gente sdraiata, che cantava in coro una litania d'invettive all'indirizzo di questo sconsacrato paese.

--Ma non vi è un _Restaurant?_--Domandammo a una guardia.

--Una volta ci era...

--Ed ora!

--Lo chiusero al principiar della guerra!

--E per bere come si potrebbe fare?

--Uhm!... Guardino là ci è una vivandiera.

Guardammo verso il punto che ci accennava quell'uomo e vedemmo difatti un pezzo di ciccia del peso di un centinaio di chilogrammi: quest'informe ammasso di carne in sottanina e cappello con piume, ci sembrò bella come un angelo, come l'Angelo che insegnò alla povera Agar la benefica polla che doveva rinfrancare di spirito e di vita l'assetato Ismaele. Le chiedemmo da bere...

--Non ce ne ho che pochi bicchierini... ma sono per quelli della mia compagnia.

--Va benissimo!... Borbottammo noi, emettendo un sospiro, che non poteva sembrare enigmatico a chicchessia!

--Meno male che poco ci abbiamo da attendere!--Esclamò uno di noi.

Aveva appena terminato di dirlo, quando venne una guardia e coll'accento più naturale del mondo ebbe il coraggio di dirci: Il treno di Lione è in ritardo, bisognerà che aspettino altre due ore.

Noi eravamo prostrati... Andammo alla pompa che è lì a pochi passi per rinfrescare la macchina: uno si mise a tirare come un facchino e gli altri bevettero, bevettero con rabbia, quasi per protestare che, se la fortuna ci era avara di vino e di liquori, essi se la ridevano di lei e gliela facevano in barba. Poi si andò nel magazzino, ci sdraiammo alla meglio su certi cassoni che vi erano e sonnacchiammo malamente quelle maledettissime due ore.

Il fischio della locomitiva ci richiamò a noi stessi e dopo pochi minuti eravamo tutti al nostro posto. Già da vario tempo avevo cominciato a inebriarmi delle mille fantasmagorie che sogliono produrre i beati momenti del dormiveglia, quando il treno si fermò; e vidi baluginare dentro il nostro vagone, all'incerto chiarore del lumicino, due fisonomie eteree, due di quelle fisonomie che ti strappano di bocca un grido di ammirazione, tanto le ti sembrano sovrumane: senza trarre il respiro, io le contemplava estatico e pensavo che seguitasse una di quelle belle visioni che tanto mi avevano entusiasmata la testa, pochi momenti innanzi: ma quale non fu la mia meraviglia, allorché io sentii posarmi sulle spalle una manina gentile, allorché un alito profumato mi carezzò dolcemente la faccia?--Ma è egli vero quello che si svolge davanti a me?--Riflettevo, quando una vocina simpatica, che mi s'insinuava proprio nel cuore, mi rivolse queste parole:

--Tenete... Voi dovete averne bisogno.

E del pane, del salame e una bottiglia di vino generoso furono lasciate a nostra disposizione da quelle simpatiche fate.

Eravamo arrivati a Macon, e le signore addette all'uffizio del soccorso ai feriti, portavano, come d'ordinario, qualchecosa per ristorare i soldati di passaggio.

Erano le sei della mattina: faceva un freddo tremendo, persino i vecchi soldati, imbacuccati fino alla punta del naso, sbraitavano contro una stagione sì perfida, e quelle donne, e quelle signorine erano là da tutta la notte, portavano quell'immensi canestri con una disinvoltura e con una grazia che forse si vede adoprare da chi porta un mazzo di fiori: gelavano dal freddo, ma pure sorridevano: morivano dal sonno, ma pure avevano una parola di conforto, una di speranza per noi.

Ah! La donna!.. I miei lettori avranno osservato che io non l'ho punto risparmiata ai Francesi, che io ho detto di loro tutto quello che sentivo, che ho esposto alla libera le mie impressioni sul loro contegno, e che l'ho chiamati degeneri, corrotti, indegni della fama che si erano scroccati in Europa, ma in quanto alle donne bisogna convenire, che avevano tutta l'abnegazione, tutti i riguardi, tutte le doti, tutte le delicatezze di una madre, e tutto il coraggio delle donne spartane: coraggio che le ha spinte a curare in prima fila i feriti, e che poi ha fatto loro incontrare la morte sulle barricate, quando Thiers ha iniquamente schiacciato e soffocato nel sangue la generosa Parigi.

Ah! non si chiamino utopie gli sforzi generosi di certi publicisti che vogliono collocare la donna nel posto che le si spetta: le donne hanno già fatto abbastanza per mostrarsene degne, che anzi alla prova io le ho vedute riuscir sempre a mille doppi dell'uomo.

Questo avvenimento, così inopinato, mi riconciliò lì per lì colla Francia, con me, con la sorte: ringraziai alla peggio quelle vezzose signore e mi misi a mangiare con un'appetito da cointeressato. Ci si mosse quasi subito: i volontari salutarono con applausi fregorosi quella città che si era mostrata tanto ospitale con noi.

Intanto albeggiava; la giornata almeno per quello che se ne poteva preconizzare doveva essere uggiosissima: il cielo pareva di piombo, la terra era coperta di neve, grossi stormi di corvi alleggiavano per quei dintorni.

Sulla spianata di Baune io vidi un corazziere in alta tenuta, ritto, stecchito al piede di un albero. Gli enormi cipressi, tutti nevicati fuori che in punta, dove tuttora mostravansi verdi cupi, mi sembravano tanti scheletri giganteschi col morione delle vecchie guardie i quali ghignando sbirciassero quello omuncolo coperto di ferro e che in faccia a loro stava nella medesima proporzione di un granello di rena a una piramide dei Faraoni.

Dopo un'ora ci si fermava e questa volta ci si fermava definitivamente. Per somma ventura di quei dieci o dodici lettori che hanno avuto la più che cristiana pazienza di seguirmi fin qui, noi eravamo giunti a Digione, a quella Digione che poco dopo doveva illustrare il sangue di tanti prodi Italiani e che allora ci appariva in mezzo alla nebbia coi suoi gotici campanili, colla sua semplice guglia di San Benigno, come apparisce un'Oasi a chi si è sperso nell'ampio deserto, come apparisce la meta allo stanco auriga che già comincia a disperar del trionfo.

La stazione era ingombra di cannoni, di casse, dell'ambulanza, di bagagli di tutte le dimensioni che appartenevano alle truppe ed ai battaglioni che di poco ci avevano preceduto. Due o tre sentinelle di guardie mobili passeggiavano per lungo sull'ambulatorio, facendo sfoggio di una prosopopea, che te li avrebbe fatti gabellare per eroi; d'altronde eravamo in prima linea, e quando il nemico non attacca, ci si può prendere la scesa di testa di farla da gente feroce e terribile,

--In rango--Gridò il nostro ufficiale con una voce da baritono molto sfogata, e sfoderando per la prima volta la Durlindana.

Questo movimento in altre circostanze ci avrebbe fatti scompisciare dalle risa: in quel momento eravamo troppo felici per aver raggiunto lo scopo delle nostre fatiche, e dei nostri dolori, per poter nemmeno prestare attenzione a questa spacconata.

_Per quattro fianco destro, avanti marchs!_

E mettendoci alla peggio per quattro, escimmo dalla stazione dietro all'ardente condottiero, infilammo il viale dei Platani che vi conduce, e passando di sotto all'Arco che fu inalzato ad onore dello strenuisissimo Principe di Condè, entrammo nel capoluogo delle Côte d'Or.

CAPITOLO VIII.

Traversammo la città e nella nostra traversata non ci fu dato vedere alcuno amico, nè tampoco alcuno che rivestisse la divisa di Garibaldino; in quell'ora così mattinale, i componenti dell'Armata dei Vosgi, o erano occupati in recognizioni ed esercizi, oppure se la dormivano saporitamente. Felici questi ultimi... noi cascavamo dal sonno! ci portarono al quartier generale che era proprio in fondo della città al lato opposto della ferrovia; il generale Garibaldi abitava il palazzo della prefettura, dove erano stati anche impiantati gli uffizi dello stato maggiore. Vedemmo alla porta in fazione un carabiniere genovese ed una guardia nazionale.

Il rivedere la simpatica camicia rossa, ci fece nascere in cuore un'emozione dolcissima; i nostri timori di non arrivare in tempo eransi dileguati: entrammo nel cortile ilari, e svelti, proprio come se uscissimo allora da un morbido letto.

Il tenente andò a prendere ordini; poco dopo tornò e ci disse: Loro possono andare per la città: per ora non è stata data alcuna disposizione per loro; a mezzogiorno sulla piazza delle _Mairie_ io farò le paghe:

Dopo queste poche parole, se ne andarono tutti, e si stava per andarsene anche noi dell'esigua combriccola, che si era mossa da Firenze, quando ci sentimmo chiamare su di verso il terrazzo e avemmo appena tempo di voltarci che si era abbracciati e baciati...

--Ne eravamo sicuri!

--Credevamo dì trovarvi quassù.

Guardammo e vedemmo il Piccini e lo Stefani già vestiti da Garibaldini, che ci salutavano così affettuosamente.

--O Rossi?... Domandammo noi altri.

--Rossi è a lavorare... Riatta tutti i fucili della compagnia... Lo vedremo più tardi!

--O come mai siete arrivati a raggiunger Garibaldi?

--È una cosa lunga!

--Allora ne riparleremo stasera, perché noi si ha un'appetito birbone, e si ha una voglia di dormire grandissima.

--Per dormire non ci è bisogno d'andare all'albergo.

--Davvero?

--Sicuro!.. Venite con noi dal _mair_ ed avrete un biglietto d'alloggio... qui in Francia, in tempo di guerra, i militari hanno questo diritto.

--Evviva la Francia!.. Gridammo noi, sedotti ed entusiasmati dall'idea di non spendere quei pochi piccioli che ci erano rimasti, onde procurarci una stanza.

--Venite dunque con me--Disse il Piccini e tutti noi lo seguimmo verso la piazza maggiore della città.

Durante il nostro tragitto cominciammo a farci un idea del corpo d'armata che era stato affidato all'eroe dei due mondi; vedemmo i Franchi tiratori, i Mobilitati, gli Spagnoli, la _Croce di Nizza_, le Guide: i costumi, gli abbigliamenti di questi giovani soldati della libertà, formavano un contrasto così bizzarramente artistico, che ti faceva credere di essere in un mondo nuovo, in un mondo variato; ad ogni cantonata tu vedevi un nuovo vestiario: pareva quasi di avere in faccia agli occhi un caleidiscopio continuo; chi aveva in cuore un po' di sentimento di artista, lo si poteva facilmente conoscere dal modo con cui portava le piume al cappello e la svelta casacca; una collezione di penne di tutte le qualità; dall'aristocraticissima penna di pavone, alla plebea di gallina, che forse rammentava un allungamento di mano non permesso dal Codice, tu vedevi brillare sui cappelli di questi amabili matti, ogni specie di questi arnesi indispensabili agli animali che s'elevano dal suolo.

I Franchi Tiratori ci offrivano l'esattissima riproduzione dei volontari Italiani del 1860 e del 1866; tra loro spiccavano delle distintissime fisonomie: tra loro figurava in mezzo ai figli della montagna l'artista, in mezzo all'uomo del lavoro abbronzato dal fumo dell'officine, il generoso milionaro abbronzato dal sole: tutti erano rappresentati in quelle file, che lo spirito potente dell'amore di libertà affratella nel momento supremo, in cui questa libertà versa in pericolo, coloro che sentono rispondere generosamente il loro cuore all'appello dei santi principii, che saranno il Vangelo dell'Umanità.

Una tal vista rallegrò i nostri spiriti: il sonno si era dileguato, si era dileguato lo strapazzo, si era dileguata la fame. O divini entusiasmi di colui che affronta la morte per un'idea generosa, perché siete svaniti, e così presto svaniti?.. Siamo forse diventati vecchi in due mesi?.. Le nostre fibre non si commuovono forse tuttora alla corrente magnetica, che infonde le voce del dovere, della patria, della società conculcata? Chi sa.... L'atonia in cui viviamo ci ripiomba in uno scetticismo che voglio credere temporaneo... Tornino i giorni felici, torni il santo momento di una rivoluzione, e scettici o no, ci troveremo al nostro posto! Utilizzare la vita a prò di chi langue: ecco quale deve essere in tanta tristezza di tempi, il programma per chi ha cuore e coscienza.

Andammo alla _Mairie_ e volendo render meno dura che fosse possibile la situazione, che ci si preparava, approfittandoci dei nosti abiti cittadineschi, demmo a bere all'impiegato che eravamo ufficiali, e ci fu sul tamburo steso un biglietto d'alloggio per uno dei primari palazzi di Digione, nientemeno che il palazzo de Beverant.

Qui fummo accolti gentilissimamente da una vecchia signora, che ci condusse in un magnifico appartamento e c'insegnò uno stanzino tutto pieno di legna, dicendoci che con quel freddo ci avrebbero fatto assai comodo! Eppoi la simpatica vecchia si intrattenne con noi in amichevole conversazione; la ci disse le cose le più gentili, ci salutò come gli angioli salvatori di quel disgraziato paese... E i nostri buoni governanti d'Italia che ci riguardavano come diavoli, ed i malvoni che ci tenevano a rispettosa. distanza, che ci gabellavano per scavezzacolli, per beceri, per intrattabili?.. Proprio il caso da dire _nemo propheta in patria_, e se i benigni nostri avversarii avessero udito le gentili proteste a nostro riguardo indirizzateci da quella donna, appartenente alla più pura aristocrazia della Francia, scommetto la testa che alla lor volta sarebbero divenuti frementi.

L'ospite nostra ci ragguagliò su certe prodezze che avevano commesso i soldati di re Guglielmo nella prima occupazione della città; il comando generale gliene aveva messi in palazzo cinquantasei: e tutti spadroneggiavano peggio che se fossero in una caserma; accendevano il fuoco e facevano da cucina nelle magnifiche camere; avevan ridotto il giardino a maneggio per i cavalli: pretendevano le legna, e qualche giorno persino il vino e la carne. L'amor nazionale avrà forse fatto esagerare un poco quella signora, ma è un fatto che molti tra i soldati della grazia di Dio ne fecero di quelle di pelle di becco, a detta di tutti; tutti però concordavano nell'affermare, che questa gente, la quale dicerto non era stata restia nel far pompa di prepotenza verso il popolo inerme, era rispettosissima, educatissima verso il sesso gentile.

Sapemmo anche per mezzo della nostra interlocutrice, quanto fu lo spavento da cui fu colto il generale Werder, quando Garibaldi tentò di sorprenderlo la sera del 26 novembre: tutti i cariaggi erano stati preparati, tutte le disposizioni per una ritirata erano state ordinate in men che si dice; i soldati avevan fatto fagotto: i battaglioni di riserva erano adunati nelle piazze, e di momento in momento altro non si attendeva che l'ordine della partenza.

La signora ci rese informati di un episodio, che poi ci fu dato raccogliere anche da tutti gli altri cittadini che avvicinammo; episodio ben meschino a paragone di quelli che si svolsero in quel maraviglioso periodo di storia che farà stupire i nostri posteri, ma che ci si dava come ragione principale dello sgombro della città da parte dei soldati Germanici. Io credo però che quello che ci si raccontava, come verità indiscutibile, non fosse altro che una di quelle storielle, che nascono non si sa come, che si propagano con facilità straordinaria in un momento in cui una nazione ha perso la bussola, ma che cadon di subito di faccia alle riflessioni che può ispirare il più volgare buon senso.

Secondo questi discorsi il buon Werder, che è un cattolicone coi fiocchi, uno di quei cattolici per cui il regno dei cieli è spalancato come per tutti i poveri di spirito, dopo un lungo colloquio che aveva avuto col vescovo di Djon, degno servo dì Dio, avrebbe preso le sue carabattole e cheto come un olio, spaventato dalle minaccie dei fulmini dell'ira divina aveva trasferito le sue tende ben lontano da quella città, dove sarebbe piovuto acqua bollente se egli si fosse piccato di continuare un occupazione in odio alle tremende divinità che reggono il mondo.

Le frequenti visite che il generale Badese con un unzione veramente apostolica faceva al vescovo, l'intimità più che fraterna che esisteva tra questi due personaggi, il patriottismo ben noto del pastore che aveva sotto la sua tutela i buoni abitanti delle Côte d'Or furono dicerto la ragione precipua per cui nacquero e presero voga queste chiacchiere di nessuna entità. Io non posso credere che un capo di stato maggiore, reputatissimo come è il signor Moltk, possa ritenere ai suoi ordini un sagrestano che si lascia imbecherare dalle fandonie impossibili di un porporato qualunque.

Dopo aver bevuto dell'eccellente _Wermuth_, lasciammo il palazzo, che cominciavamo a riguardar come nostro, e rientrammo in quelle strade, dove un continuo viavai di soldati, di cavalieri, di carri, d'artiglierie produceva un chiasso, una confusione che c'inebriava, mentre avrebbe fatto venire un'emicrania solenne al pacifico e ben pasciuto gaudente, che per caso si fosse trovato lassù.

Arrivati appena nella _rue Condé_, via principale della città, degli applausi entusiastici ci colpiron gli orecchi; poi un correre concitato di ragazzi e di donne; uno spalancarsi di finestre; un'affollarsi repente lungo i marciapiedi, ed un gridìo unanime, pieno, che ci produsse immediatamente una commozione indicibile. _Vive Galibardi (!) Vìve le premier defenseur de la France_. Il primo soldato della libertà dei popoli passava per quella strada, ed il popolo che in tutto il mondo fa sempre sentire la generosa sua voce in favore dei generosi che alla libertà dedicano la loro intiera esistenza, accoglieva come si conveniva, ben differente dai grandi del mondo che dispregiano sempre, chi è grande davvero.

Garibaldi!... Chi può rammentare questo nome, chi le gesta famose dell'eroe divenuto già leggendario, senza sentirsi dì subito rapito in una commozione divina?... Eccolo là, questo vecchio figlio della rivoluzione, sempre giovine quando si tratta di rispondere ai di lei magnanimi appelli! Eccolo là quell'uomo, che nel suo splendido passato dall'ultima Montevideo alla vicina Mentana è stato sempre in prima fila per la causa divina dell'Umanità!... A che mi si rammentano i grandi, a che mi si rammentano gli eroi? Pari al sole che quando sorge col suo Oceano di luce fa oscurare le stelle, quest'uomo ha fatto oscurare la fama di tutti quelli che lo precessero. I posteri lo crederanno un mito: perché la fortuna ha dato a questi tempi un Garibaldi, quando non ci ha dato un Plutarco per rammentarne degnamente le gesta? Ma i buoni popolani son pronti a rammentarlo degnamente ai lor figli, ad insegnar loro a venerarlo come quelli da cui dipende la felicità, l'avvenire di quelli che soffrono! Io per me, le poche volte che mi è stato dato incontrarlo mi son sentito le lacrime agli occhi ed egli mi è trasvolato davanti come un eroe dei tempi sublimi, in cui i Cincinnati e i Fabbrizi lasciavano la spada dopo aver salvato la patria, per tornare alle glebe natie, O alle officine rese sacre dal sudore di quelli operai, che veramente erano grandi per il lavoro e per la virtù cittadina. Benedetto da tutti quelli che amano; implorato, come una speme da tutti quegli che soffrono; terribile ai tiranni; sempre presente agli schiavi; invano tenteranno d'abbatterlo i Giuda politici, che si inspirano ai fondi segreti del ministero, mai alle azioni generose.

Il Generale era in carrozza con l'indivisibile Basso; ambedue erano vestiti in borghese: Garibaldi aveva un cappello alla calabrese bigio ed il _punch_ che sempre lo ho accompagnato in tutte le campagne; dietro alla carrozza venivano a cavallo il maggiore Fontana dello stato maggiore, e il capitano Galeazzi delle Guide, aiutante di campo. Il Generale sorrideva a quei popolani che l'applaudivano con tanto entusiasmo, e li salutava gentilmente con le mani. Il popolo di Digione accompagnava sempre con dimostrazioni d'affetto il Generale, e quello che si vedeva, si doveva d'ora in là ripetere ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Poco dopo che noi ci eravamo commossi ad un tale spettacolo, dovevamo esser sorpresi da un'incontro non meno gradito di quello del nostro Generale. Trovammo Rossi, nostro compagno sul _Var_, uno di quei pochi Fiorentini, che sempre fedeli al principio Repubblicano, avevano subito gli oltraggi dei giornali dello sbruffo, e l'ire delle questura, e che ora, coerenti al proprio principio, dopo mille peripezie, che più tardi racconterò ai miei lettori, era pervenuto a raggiungere gli stendardi della, libertà e della emancipazione sociale. Il Rossi era ingrassato in una tal maniera, che noi durammo fatica a riconoscerlo: sembrava più un Domenicano che un Garibaldino; gli si leggeva in volto la contentezza dell'uomo che dopo tante fatiche, ha potuto raggiungere uno scopo per tanto tempo da lui vagheggiato.

Andammo tutti insieme a pranzo: lì sapemmo a un'incirca tutto l'andamento preciso dell'Armata dei Vosgi: questo mucchio di uomini, abbastanza omeopatico, a cui superbamente si regalava il titolo d'armata, era allora diviso in quattro brigate: la prima sotto il comando del generale Bossak, aveva il suo quartier generale a Fontaine, paesetto, a circa due kilometri di distanza da Digione: la seconda, anticamente comandata da Delpeche, ed ora comandata dal Lobbia, si era avviata verso Langres, e non si sapevano notizie precise sul di lei conto: la terza, generale Menotti, era a Talant, e ne formavano parte le due legioni italiane sotto gli ordini di Tanara e Ravelli: Ricciotti con la quarta brigata era dalle parte di Poully, lato Nord Est della città.

Le traversie che ebbero a subire Rossi e Piccini, Squaglia e Baldassini per giungere in Francia, ci furono raccontate a quel desinare e meritano, credo, l'attenzione dei lettori, se non altro perché questo serva ad assicurarli del come, quando si nutrono certe idee, si affronta qualunque pericolo da quel partito che i troculenti avversarii, hanno osato qualificare per gente che non ha nulla da perdere e che si pasce solamente di trambusti perché in questi ci è da pescare nel torbido,