Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino
Part 7
Ognuno che abbia frequentato per poco i volontari, sa quanto sia susurrone e incontentabile questo elemento, quando è lontano dal fuoco; quindi facilissimo e immaginarsi quali recriminazioni, quale sussurro provocasse questa inopinata tardanza. Prima furono proteste, poi fischi acutissimi: finalmente calci e pugni alla porta.
--Noi non si vuol fare il comodo dì nessuno!
--Si comincia male!
Tali erano a un dipresso le espressioni di quella gente stizzita, e a rinforzare la dose il Mago dava degli schiarimenti sul comitato e sulle spilorcerie ed angherie da questo commesse per il passato. Figuratevi, diceva, che a me diede a portare venti uomini a Dôle, e mi diedero una lira per uomo... Di qui bisognava andare a Mouchard, ventiquattro ore di strada, lì bisognava dormire e poi partire il giorno dopo per la destinazione... vi raccomando quello che dovevo fare... E lo stesso che a me è succeduto a tutti i capi squadra... Oh! hanno un gran talento quei signori di sù!...
--Abbasso... Abbasso questi grulli--Urlavano tutti--Son Frapollini... Giù i traditori!
Chi sa dove avremmo finito, se fortunatamente non avessimo udito degli altri rumori e più intensi dei nostri sulla piazza vicina. Cosa era succeduto?.. Noi non vedevamo che delle guardie mobili, che venivano via a rotta di collo. Rompemmo le righe ed andammo a vedere cosa era. Un battaglione delle guardie mobilizzate delle _Bouches du Rhôn_ aveva rifiutato partire, ed aveva lasciato soli sulla piazza, il maggiore e tre o quattro altri ufficiali di buona volontà; uno di questi si mordeva le mani e piangeva... Oh! ne avea ben ragione: A vedere quel branco di vili che fuggivano piuttosto di andare a difender la patria, ci era da esecrare l'umanità, di vergognarsi di esser uomini per non avere a compagni quella canaglia.
Vedendo l'inutilità della nostra presenza, tornammo indietro, e dopo pochi minuti fummo consolati dalla venuta del tenente. Il nostro accompagnatore era grasso e rubizzo, e avrebbe fatto più figura vestito da canonico che da garibaldino. Lo accompagnava una bella ed elegantissima signora, che sapemmo, essere la di lui indivisibile compagna; non si creda che quella donna fosse un'eroina, giacchè quel tenente in tutta la campagna avrà forse veduto il fumo del camminetto: quello dei combattimenti no certo; tutti i suoi incarichi si limitavano ad accompagnare i volontari da Marsiglia al quartier generale; non nego con questo che certi impieghi sono indispensabili, ma io vorrei vederci dei vecchi e non dei giovani tarchiati e robusti, come giusto appunto era il nostro duce provvisorio.
Si fece l'appello, eppoi a quattro a quattro ci movemmo per andare alla stazione. Che l'Italia sia la terra del canto, non può esser dicerto impugnato da chiunque ha fatto anche una sola campagna; il soldato Italiano appena si muove canta, canta andando all'attacco, come quando è in ritirata, canta nei malinconici stanzoni della caserma, come in mezzo alle strade, quando sa di partire; parta per una guarnigione, parta per andare alla guerra.
»Non pianger, mio tesoro »Forse ritornerò
Cantavamo in coro noi tutti; e le finestre si spalancavano, si illuminavano, ci offrivano dei leggiadri visetti, degli occhi superbi che ci lanciavano occhiate tanto benigne da farci commuovere; il nostro contegno non poteva non esser paragonato a quello dei mobili delle _Bouches du Rhôn_, e chiunque ha un po' di mitidio può di leggieri comprendere quanto un tal paragone resultasse per noi favorevole.
Il lunghissimo tratto di via che è tra la prefettura e la stazione ci passò in un baleno; in una carrozza sul piazzale della ferrovia vedemmo la simpatica Aissa che ci buttò un bacio sulla punta delle dita. Se quel bacio non era precisamente il castissimo bacio degli angeli, è innegabile che per noi era assai caro. Salutammo gentilmente quella donna; il sapere che qualcuno serba dolce ricordanza di noi, ci fa piovere in cuore un sentimento di gratitudine, e in quei momenti che, volere o non volere, non sono così facili a ripetersi nella vita di un uomo, magnifichiamo certe cose alle quali in certi altri non daremmo alcuna entità.
--Avanti, _march_--Gridò con voce stentorea il lilliputtiano segretario del comitato... e tutti noi gli si tenne dietro nella stazione....
Vedendo otto vagoni a nostra disposizione fummo colpiti da una dolce meraviglia. Fin allora avevamo veduto i soldati ammonticchiati l'uno sull'altro nei vagoni di terza classe: noi tutt'al più eravamo quattro per scompartimento; ci era posto da sdraiarsi e di attaccare anche un sonnellino. Ah!.. quanto sono fallaci le speranze del mondo!.. Ah!.. la speranza meretrice della vita, dirò con Francesco Domenico!... La nostra gioia, il nostro benessere doveva protrarsi fino alla prima stazione, e questa è appena a venti minuti di distanza, da Marsiglia.
Vienna, Avignone, Remoully dovevano vomitare sul nostro disgraziatissimo treno una congerie di mobilizzati. L'educazione pare che non entrasse nella teoria che s'insegnava a questi campagnuoli del mezzogiorno dell'antica terra dei Druidi. Infatti entravano in frotta e senza garbo nè grazia in quei vagoni che avevamo avuto l'illusione di credere nostra proprietà; entravano pestandoci i piedi, sedendosi sulle nostre ginocchia con l'indifierenza di una donna del mondo galante, non però colla di lei grazia, nè colla di lei leggerezza. Fra tutte le sventure che possono capitare a un viaggiatore, io credo, non esserne alcuna che possa stare a confronto colla compagnia di un mobilizzato della campagna. Se lo immaginino un poco i lettori: questi eroi avevano sulle spalle un magazzino, una vera montagna d'involti, di fagotti e di fagottini; erano muniti di due o tre paia di scarpe; pretendevano di stare a baionetta in canna anche tra noi, anche in quelli sgabuzzini; avevano chi il cane, chi un uccello in gabbia, tutti poi indispensabilmente delle pagnotte stragrandi; si piantavano a sedere, e per quante gomitate, per quanti urtoni loro si amministrassero, non ci era verso di farli muovere un solo centimetro; i più attaccavano sonno e russavano come contrabbassi; quei pochi che erano desti non ci rispondevano, e si lamentavano tra loro del governo che li strappava alle ordinarie occupazioni.
I nostri compagni di viaggio erano vestiti in mille maniere; ve ne erano col cappello alla spagnola, col gasco e col berretto; ve ne erano dei bigi, dei neri, dei verdi, dei turchini; avevano tutti il fucile all'antica ed in pessimo stato. Siamo giusti!.. Se le guardie mobili hanno fatto nella campagna del 1871 una figura non invidiabile, non ne sono del tutto colpevoli. Comandate dal nipote del sindaco, dallo speziale del luogo, dal Beniamino della moglie del sottoprefetto, insomma da tutti ufficiali creati per dato e fatto dell'impero, e che non ne sapevano un acca: armate con certi fucili che avevano più apparenza di schizzettoni che di armi micidiali: disilluse di tutto, persuase di esser tradite e condotte al macello (persuasione che io credo loro avessero inoculata i preti) dolenti di avere a trascurare i loro interessi per una patria, che finora non conoscevano, esse non potevano fare eroismi: l'eroismo richiede la convinzione: l'eroismo nasce dalla virtù cittadina.
Appena cominciò a farsi giorno cominciammo a vedere le colline circostanti a Lione; colline che nelle belle stagioni devono essere amenissime; ubertose per viti dell'altezza di un palmo, così fitte tra loro da farti sembrare quei campi un'estesa brughiera, bagnate da un'infinità di ruscelletti che scorrono placidamente alle loro falde, per perdersi poi nella Loira o nel Rodano. A tutte le stazioni eravi un movimento indicibile: un andare e venire di soldati e di guardie nazionali: uno stringersi di mano, un baciarsi tra loro nei vari gruppi che facevano ressa intorno a quei che partivano.
Finalmente si cominciò a vedere un'infinità di cammini di fabbriche; poi una miriade di case e di palazzi; finalmente si trascorse in mezzo ad immensi magazzini. Eravamo arrivati a Lione.
Sotto la magnifica stazione ci si mise in rango e il tenente ci fece un'arringa che non aveva certo nessuna parentela, neppure alla più lontana, con quello di Demostene o di Napoleone primo. Fece l'eroe, magnificò le gesta dei Garibaldini nostri predecessori, sfoggiò di tutti i luoghi comuni che si sono inventati dal quarantotto a questa parte, e tutto questo per dirci che bisognava rimanere fino alla sera a Lione, e che coloro i quali non sarebbero partiti, sarebbero restati!
Questa peregrina scoperta del nostro duce ci fece acquistare una grande opinione sul di lui talento; lo salutammo perciò con rispetto, e contenti di vedere anche questa nuova città, e di paragonarla con quella che avevamo lasciato da così poco tempo, scendemmo la gradinata che è davanti all'edifizio e ci trovammo nella magnifica piazza con due fontane, che gli sta dicontro.
CAPITOLO VII.
Lione era seria; non il brio di Marsiglia per le sue vie sempre affollate di popolo, non il più piccolo movimento d'allegria negli eleganti caffè: moltissimi negozi chiusi, poche le donne abbigliate con galanteria ed anche queste non curate; un affacendarsi continuo vicino alla prefettura ed alla Mairie per sapere i dispacci, per strappare la notizia più piccola agli uscieri, ai galoppini, a qualche soldato. Quasi tutti coloro che si incontrava, avevano il berretto da guardia nazionale, alcuno non abbandonava mai il fucile; tutti poi erano muniti di sciabole o di pistole; vedemmo diversi a braccetto delle loro mogli, armati fino a denti, agitarsi a mo' degli ubriachi e vociare a squarciagola: _Ah,., si viennent les Prussiens!_,... Era proprio così; nessuno si sarebbe mosso per andare a incontrare il nemico, ma guai a lui se avesse osato di presentarsi fiu sotto le mura!
Le fortificazioni si rinforzavano; sulle piazze si vedevano parchi d'artiglieria, e capannoni di legno che servivano di rimesse ai cavalli; fanteria, lancieri, pollacchi, mobilizzati, compagnie addette alle mitragliatrici...; un esercito insomma; uniformi per tutti i gusti; una idea tale di resistenza da mettere anima in corpo all'uomo più vigliacco del mondo--Ma come mai ne hanno buscate--Si diceva tra noi--con tutti questi soldati che abbiamo veduto in due giorni?
Spuntava in qua e là, ma raramente, per le vie anche qualche berretto da Garibaldino.
--E come mai siete qua?--Domandammo ad uno di quelli che ci avevano colpito con tale sorpresa.
--Siam qua con Frapolli--Ci rispose questi ingenuamente.
--O perché non raggiungete il generale?
--Lo raggiungeremo quanto prima.
--E chi ve lo ha detto?..
--Il nostro capo!
--Ed è qui in Lione il vostro capo?
--Sì.. oggi anzi è a un banchetto Massonico.
--Questo ci fa piacere!.. I Francesi a quel che pare, trattano bene gli Italiani..
--Oh! In quanto a cotesto non ci è da fare eccezioni... Si figurino: in quattro mesi sarà il centesimo banchetto a a cui assiste il nostro generale... e quando ci ha menato anche noi, le abbiamo fatte noi pure le belle strippate e le belle bevute!
--Empitevi tutti!--Esclamai io un poco irritato--Empitevi e così serbando la pancia ai fichi, mentre i vostri fratelli arrischieranno la vita per battere i Prussiani, voi batterete i pasticciai e il Bordeaux risparmiando dell'esistenze così utili all'umanità pericolante.
Il nostro interlocutore non mi rispose, ci disse addio e se ne andò: noi pure ce ne andammo verso una trattoria, dove mangiammo in fretta e furia per poter dare un'occhiata alle bellezze principali della città. Per tutto dove andavamo si trovava una piccola cassetta, su cui in grossi caratteri era scritto: _Sécours aux blessées_; per tutto dove andavamo per lo spaccio delle manifatture non vedevamo che donne: ciò non ci recò alcuna sorpresa, perché anche nella scioperata Marsiglia, avevamo veduto adottato lo stesso sistema. In Francia non si vedono come da noi degli uomini incaricati di dar sigari agli avventori, di misurare le tele, le stoffe, di contare i punti del biliardo, di fare insomma tutte quelle piccole cose che possono esser fatte benissimo da donne e che troppo impugnano al posto che l'uomo deve avere in società a causa della di lui forza, e delle di lui attività. Gli uomini lavorano nelle fabbriche, passano le loro giornate nelle officine, accudiscono ai loro interessi, ma non tolgono certi lavori da nulla alle femmine, ma si vergognerebbero ad esser impiegati in certe funzioni, che si compiono oziando.
La sera si avvicinava; noi prendemmo direzione verso la ferrovia: passando sul _quai_ sul Rodano (passeggiata che ci rammentava Firenze e i nostri lungarni) facemmo una breve sosta ad una taverna per bere un bicchiere di vin caldo.
Qui vedo il lettore alzare le spalle, farmi il viso dell'arme e susurrare stizzosamente: «Ma dunque non facevate che bere?... E invece di vergognacene ora ve ne fate bello, come se ciò costituisse una delle più predilette occupazioni della vostra esistenza». Non vi nego quest'ultima verità: per me il generoso umore della vite è il solo amico dell'uomo; per lui si dimenticano gli affanni, le codardie, le ignominie di questa società di buffoni, per lui i tradimenti amorosi finiscono col non farci nè caldo, nè freddo: per lui germogliano a mille e mille nel cuore le magnanime idee, e nel cervello le ardite concezioni. Chi sa dirmi quante idee ci sono in un fiasco di vino?... Esclamava il compianto Ugo Tarchetti, uno di quei _perduti_ che cadono avvizziti per esuberanza di cuore; noi lasciamo al buon Evio le ispirazioni delle quali era così prodigo a Orazio e a Plutarco, noi gli chiediamo solamente l'oblio.
Nella stanza di aspetto della ferrovia, dove ci riducemmo quasi subito, al nostro arrivo si aggirava una folla stragrande: quel movimento c'inebriava: in un canto del salone noi vedemmo un gran cartello dove a caratteri cubitali era scritto: Qui si dà da mangiare e da bere ai soldati di passaggio. Credo inutile il dire che quell'appello non trovava dei sordi; intorno a quella porta era un'accalcarsi, specialmente di _mobilizzati_ da far rabbia: a onor del vero anche qualche Garibaldino non fece il restìo: l'amico disertore, da volpe vecchia, rinnovò un par di volte, e ci magnificò poco dopo la squisitezza dei cibi, il gentile contegno ed i modi aggraziati delle belle ragazzine che li distribuivano, la succulenza dei _consommés_ e delle gelatine, apprestate per i feriti, ma che egli aveva assaggiato, facendo lo zoppo. L'esempio dì lui venne tosto imitato da moltissimi dei nostri commilitoni: una valanga di storpi e di zoppi si rovesciò sul desco, dove le vivande erano apprestate; una tal cosa mi fece provare una forte repugnanza, e mi fece disperare di quei soldati che mentivano per una zuppa. Fortuna che al fuoco si portarono dappoi tanto eroicamente da farmi attribuire a semplice giovanile vaghezza, quello che in quel mentre mi aveva prodotta un'impressione tanto spiacevole! Se da un lato avevamo questo brutto spettacolo, dall'altro lato però ci consolava la vista ed il cuore un esempio di carità cittadina, che vorrei potere eternare. Questo esempio ci veniva dato da donne; già la più bella metà del genere umano fu, è, e sarà sempre in prima linea laddove trionfa sovrana la santa religione dall'affetto.
Cinque, o sei signore, tutte vestite di nero, tutte colla fascia al braccio, distintivo dell'ambulanze, giravano per ogni verso, si affaticavano a far complimenti onde raccogliere offerte per i feriti. Il portamento distinto, il loro modo gentile di chiedere, la squisita educazione che trapelava dai loro discorsi più inconcludenti ci resero certi che quelle donne appartenevano ad elevatissimo rango: stuzzicare la sensibilità, mettere in opera anche un po'* dì civetteria per fare più quattrini per i poveri diavoli che scontavano la pena di aver troppo amato la patria e l'umanità... ecco quale era lo scopo di queste generose, e si sforzavano di raggiungerlo con la abnegazione dell'apostolo, colla poesia che suole essere ispirata dall'idea di fate un'opera buona.
Bisognava vedere con che grazia le vi levavano di tasca il denaro!... se un ministro delle finanze avesse di tali esattori il nostro impareggiabile pareggio sarebbe pareggiato!.... bisognava vederle queste care donnine, abituate all'atmosfera profumata dei saloni, al linguaggio adulatore dei felici del mondo, bisognava vederle, ripeto, discorrere confidenzialmente coll'operaio dalla giubba sdrucita, colla popolana i cui vestituccì emanavano degli effluvi tutt'altro che aristocratici, ringraziarli con amabile sorriso, infonder loro speranza, promettere di occuparsi dei loro cari che erano al campo, stringer loro cordialmente la destra.
Spiccava sopra tutte le altre per autorità una vecchia matrona: una di quelle matrone dell'antico stampo, che fedeli alle tradizioni cingevano la spada ai loro figliuoli, quando si trattava di difendere il re e la patria; la di lei fisonomia avrebbe ispirato rispetto all'uomo più screanzato del mondo. Passò vicino a me, io le feci cenno dì avvicinarmisi e nello stesso tempo mi avvicinai verso di lei.
--Cosa bramate?--Mi domandò per la prima.
--Vorrei fare la mia piccola offerta--Apro una parentesi; la mia borsa sì era rafforzata di poche lire, datemi da mio fratello che fortunatamente non aveva preso parte alle nostre poetiche smancerie di Marsiglia.
--Ma voi siete soldato?--Mi disse con meraviglia la signora--voi pure potrete esser ferito....
--Speriamo di no!
--Ve lo auguro... Ma perché espropriarvi di una somma che può farvi comodo?
Provai un leggero imbarazzo; la mia scappata poteva costarmi salata: la mia dignità m'imponeva un ultimo sacrifizio; si parlava di una somma... ed era precisamente quello che avrei desiderato in quel momento; posi mano alla borsa e diedi due lire che mi escivano dagli occhi; ma pure tentai di richiamare un sorriso sul labbro e dissi: È l'offerta della vedova...
--La più gradita al Signore;
--Ma non probabilmente ai feriti.
La mia interlocutrice fe' una boccaccia, e poi riprese di subito: Voi siete Italiano?
--Sì... signora.
--Me ne ero accorto al vostro disprezzo per le cose sacre.
Rimasi di sasso; che avessi avuto anche a subirmi una romanzina in tutte le regole? la signora difatti con voce calma, accento di madre, cominciò a dirmi: Voi siete giovane, e son sicura che diventerete un bravo soldato, ma anche voi pur troppo siete affetto dalla malattia che condurrà a perdizione il vostro bel paese. Ma che vi ha fatto quel povero vecchio di Pio IX per entrargli nella sua città a forza di cannonate, per tenerlo prigioniero nel Vaticano?--E perché prender Roma? Non è dessa la città di san Pietro, del Cattolicismo, di tutti coloro che si son dedicati a questa sublime religione che ha per precetto di dimenticare le offese, di amare tutti come noi stessi, di sollevare quelli che soffrono?
Un amico un pochino più scettico di me, presente al colloquio, mi susurrò negli orecchi: Questa non è una donna, è un priore di campagna.
Io invece che non credo a nulla, compresi quello che passava nel cuore della vecchia signora, e piuttosto che attaccare una disputa con una che aveva tutta la poesia della fede, che mi simpatizzava per il modo con cui ne faceva propaganda, mi contentai di dirle che non si andava daccordo.
--Io torno alle mie elemosine--Allora la mi replicò--spero però che resteremo amici!
--Sarò onorato di una tale fortuna.
--Se restate in Lione...
--Io parto stasera!... Ed ecco ci è là il nostro tenente che ci fa cenno di seguirlo.
--A rivederci... A rivedervi colla commenda... e vestito da capitano!
--Potevate dire addirittura da generale!
--E perché no?... Il soldato francese ha in tasca il bastone da maresciallo!
Io mi rammentai che ci avevo pochi soldi soltanto e mi passò la poesia. La signora sorridendomi si era allontanata.
--Dove si va tenente?
--Non so, se a Autun o a Digione.
--Come... lei non lo sa?... O per che direzione si parte?
--Ma!...
--O chi ce lo deve dire?
--Il quartier generale doveva trasferirsi a Digione, non so se abbia avuto ancora luogo un tal trasferimento. Lo dimanderemo al capo stazione.
--Al capo stazione!...--Si ripetè tutti meravigliati--Per vedere di queste cose bisognava venir proprio in Francia! E in Italia che dicevamo nel 1867 di aver raggiunto l'apice della confusione! Un innocentissimo capo stazione ridotto lì per lì a capo di stato maggiore per provvedere al movimento dei corpi che son di passaggio, ci riesciva proprio nuova di zecca!
E qui al solito tutti i discorsi di convenzione che si ripetono in tutte le campagne.
--E se il capo stazione ci tradisse?
--E se fosse una spia dei Prussiani?
--O anche che non ne sappia nulla sarà un bel lavoro!
--Ma chi è quest'imbecille di tenente che non prende nemmeno ordini?
--Ve lo diceva che era anche lui della cricca!
--Già... e ora cerca tutti i mezzi per farci restar con Frapolli.
--Abbasso Frapolli!
--Abbasso il tenente!
E qualcuno gridò anche: Abbasso il capo stazione!... Povero uomo!... come ci apparve impappinato quando si vide fatto segno di quel fuoco di fila d'interrogazioni, alla maggior parte delle quali non sapeva cosa rispondere!
--Li assicuro che Garibaldi è a Digione--Badava a protestare.
--Allora a Digione!--Gridammo tutti.
--A Digione--Ripetè, come eco, il duce nostro!
--Ma non so--Riprese il capo stazione--no so, se ci potranno arrivare, se le linee saranno libere... tante volte i Prussiani... sono così accidentati quei soldatacci di Bismark!
--Eh! non importa... noi si va.
--Faccian loro!
--Arrivederlo e stia bene!--E tutti via di corsa in un treno che era lì pronto.
--Ma dove vanno, dove vanno signori?--Gridava con tuono di raccomandazione quella povera vittima dell'ignoranza del tenente e dei nostri capricci--Quel treno lì va a Marsiglia: montino in quell'altro!
--Sanno, cosa è--Proferì stizzosamente allora il nostro accompagnatore--io con loro non ci voglio star più, e me ne lavo le mani fino da questa momento: ecco la loro paga.
Nessuno protestò; nessuno scongiurò il tenente a ritirare quello che aveva detto; ma egli, dopo averci dato un franco a testa, montò per il primo in un vagone di prima classe, mentre noi fummo di nuovo pigiati in una di quelle gabbie che a vederle sembrano molto più atte a ricettar delle bestie che dei Cristiani... o degli Ebrei.
Il benefico Morfeo, ausiliato potentemente dalla fatica e dallo strapazzo che ci avevano martoriati in quei giorni, scosse i suoi papaveri intorno a noi, che ci addormentammo saporitamente. Con qual voluttà si dormiva! non il più piccolo sogno, nè piacevole nè triste, veniva a turbare la nostra quiete di morte: come si deve esser felici, quando siam morti! Non sentire, non vedere più nulla, esser nulla... ecco quello che devono anelare le anime generose, trambasciate, sbattute in quest'orrenda burrasca del mondo, dove giungono a salvamento solamente gli ipocriti e i vili.
Un urtone rompe l'incanto di quella calma. Che è? Siamo giunti a Tournus: sono le nove e bisogna trattenersi fino alle due. Meno male che troveremo qualche caffè, qualche bettola, pensammo tra noi e forse potremo anche riposare su coltri più o meno sprimacciate quattro ore.
»Chi mi darà la voce e la parola,
Per stimmatizzare degnamente questo iniquo paesucolo, in cui ci faceva capitare la nostra malvagia fortuna. Io consacro Tournus all'esecrazione di tutta la gente per bene; io auguro ai di lei cittadini che il naso ghiacci loro, come ci si era ghiacciato a noi quella sera.
La camera dei deputati quando parla Michelini è il luogo più popolato del mondo appetto a Tournus: noi non ponemmo vedere un abitante; picchiammo a due o tre osterie, non ci vollero rispondere: tirammo pedate da orbi alle porte, vennero i gendarmi a pregarci gentilmente che si smettesse; non un caffè aperto, non una finestra illuminata, non il minimo indizio di vita. Persino l'orologio del campanile della chiesa. maggiore era fermo e segnava le sette.