# Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

## Part 4

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Uno dei nostri, che era stato diverse volte in prigione sempre per affari politici, ci iniziò nei misteri della vita non troppo geniale del carcere, e c'insegnò tra le altre cose un mezzo sicuro, per comunicare con gli altri infelici, quantunque fossero in stanze dalla nostra lontane: il nome tecnico di questo nuovo sistema di comunicazione è il _cavallo_; si attacca ad un sasso o a un pezzo di legno una cartolina, in cui si scrive, quello che vogliamo; si avvolge poi tutto ad un filo e dalla finestra si lancia, dove si ha intenzione di farlo recapitare; i prigionieri, nella solitudine aguzzano tanto l'ingegno, addiventano così maestri nella precauzione, che se si ingannano una volta sola, in questo nuovo bersaglio, si può assicurare che è una fatalità. Inutile il dire, che noi ci servimmo di questo mezzo spessissimo, e sul principio facemmo delle matte risate, alle spalle di qualcheduno il quale più che si piccava ad essere gran tiratore, più ne mandava di fuori.

_"Come son lunghe, eterne L'ore del prigionier!"_

Canta il tenore nel secondo atto del _Pipelet_, e se noi non cantavamo queste parole, se ne comprendeva però in quei momenti tutta la desolante verità. Addormentarsi colle galline, essere in piedi ai primi chiaror dell'alba; appena desti, eccoti ad assalirci la spaventevole idea di quattordici o quindici ore d'inerzia forzata; oh, almeno oggi tuonasse, infuriasse una gran tempesta... sarebbe una distrazione!.. Oh! se si avesse nel cuore la mansuetudine pecoresca del Pellico, chè potremmo passare ore intiere, facendo asceticamente delle contemplazioni sulle tele di ragno, che in sì gran numero e, a mò di tendoni, adornano la volta della nostra abitazione! Oh! venisse un nuovo carceriere gobbo, sbilenco, rachitico, o per lo meno tartaglione si potrebbe ridere qualche tempo per conto suo... Ma no signori, sempre i medesimi volti, sempre il medesimo cielo nè sereno, nè brusco, sempre qualche pezzetto di ragnatelo che ci dà fastidio, cadendo ed appiccicandosi sui nasi respettivi.

Si fece delle palle colla midolla di pane e ci si mise a giocare alle boccie... Ci si annoiava mortalmente; si tentava attaccare una discussione filosofica o letteraria... sul più bello un prolungato sbadiglio faceva uscir di carreggiata l'oratore e lo squarcio di poesia e di eloquenza finiva con una solita imprecazione, dove non si risparmiava nessuno. L'unico che vivesse estraneo a tutto quello che si svolgeva dinanzi a noi, era il giovinetto che tesseva omelie, ripensando alla sua bella ed ai dolci momenti che era solito passare con lei. A questi sproloqui, noi assumendo la dignità di uomini stagionati, e che hanno corso per tutti i versi la cavallina, facevamo tener dietro delle dissertazioni serio-facete, e dei consigli che le più volte facevano diventar rossa come una ciliegia la faccia del pudibondo giovinetto il quale terminava ogni suo dire, sacrando per tutti gli Dei, che la gentile fanciulla, malgrado tutti gli ostacoli, avrebbe finito per diventare sua moglie. E infatti, oggi tornato di Francia, ho saputo la grata novella del felice connubio che amore sparga sempre di rose il beato talamo in cui piange la ragione e la democrazia: che quel giovine infondo aveva cuore, e si entusiasmava per le idee generose.

Gagliano pareva poi, che avesse in corpo un'organino; cominciava a ciabare la mattina a bruzzico e durava a sfringuellare fino all'undici e anche a mezzanotte; se noi si dormiva lui non si perdeva d'animo e con una costanza degna di miglior causa, discorreva solo, trinciando l'aria con gesti agitati, e ripetendo ordini del giorno e proclami di là da venire: ei s'era fitto in capo di costituire una compagnia che si doveva chiamare dei cacciatori del Varo, egli l'avrebbe costituita, appena che ci si fossero schiuse le porte. La questura che seppe forse il progetto, e che, da abile maestra, sa quanto va maturato un disegno perchè possa riuscire, mentre dava la via, pochi giorni dopo, a tutti noi, riteneva in chiusa per altri tre mesi il povero capitano di quella compagnia, la quale, come direbbero le nostre donnicciole, restò sempre nella mente di Dio.

Ci si faceva prendere aria due volte per giorno: la prima volta lungo i corridoi circondati da terrazzini, da cui è intersecato lo stabilimento: la seconda su, in un piccolo belvedere dal quale si godeva di un colpo d'occhio incantevole. Sui muri dei corridoii, come su quelli della terrazza non si vedevano che scritti in lapis: erano ricordi, conforti scambievoli dei prigionieri: geroglifici indecifrabili, ma che forse contenevano rivelazioni per chi era d'intesa: _accidenti alle spie_ e _morte ai birri_ erano quasi sempre il ritornello obbligato di questi sfoghi.

Su in terrazza trovammo anche dei versi: quantunque si sia detto, e ridetto fino a sazietà che la solitudine fa crescere il bernoccolo poetico, anche a coloro che da mamma natura non hanno avuto un tal dono, l'apparizione di queste strofe fu salutata da noi con un _hourrà_ clamoroso, che fece venire in fretta e furia i guardiani a domandar cosa fosse avvenuto. I versi eramo mediocri, ma giudicando dal modo col quale erano scritti, si poteva giurare che quello che li aveva vergati aveva fatto anche troppo e che aveva un'anima molto più sensibile di tutte le altre che si trovavano in quelle catapecchie. I versi son questi; ve li riscrivo tali e quali, chiedendo scusa all'anonimo autore dell'indiscrezione, e ai miei lettori qualora non andassero loro a fagiuolo.

Campanella che rammenti Al dolente prigioniero I dolori ed i tormenti Di una vita, che finì... Deh! Riporta al mio pensiero Le speranze d'altri dì.

Di quei dì, che una tranquilla Gioia al Cielo mi rapia: Fissa in _Lei_ la mia pupilla Comprendevo la beltà, Comprendevo la poesia Sentia in cuor la libertà

Or son morto, o campanella Suona, suona a funerale Più non veggo la mia bella Più non palpita il mio onor Sul mio letto sepolcrale Suona i tocchi del dolor

E qui il poeta finiva e la parola dolor con cui avea terminato tu la vedevi ripetuta ai quattro angoli dell'ode!... Sia stato un malfattore colui che vergò questi versi?... Se anche lo fu, è certo che fu più infelice di quello che fosse colpevole!

Passammo altri due giorni in questa completa atonia; già tre giorni che eravamo separati da tutti, già tre giorni col timore che i nostri compagni avessero bruciato delle cartuccie contro i Prussiani!... Finalmente venne l'interrogatorio: un interrogatorio _pro forma_, dove ognuno rispondeva a casaccio tutto quello che gli veniva alla bocca, dove s'inventavano scuse così magre e storie così bambinesche, che sarebbero cadute al primo soffio di un accusatore, fosse anche il più dozzinale. Entrammo dal giudice colla speranza: si credeva che finito l'interrogatorio ci avrebbero rimandato: invece quale non fu la nostra sorpresa, quando ci vedemmo di nuovo rinchiudere nell'aborrita stamberga, che ci aveva accolto fino a quel giorno?

--Non ci mandano via che a guerra finita--Borbottò stizzosamente uno di noi.

Chinammo tutti la testa, che tale cominciava a diventare l'universale credenza.

E passò un altro giorno, eppoi un altro: era il tre di novembre; la vigilia eravamo stati di un umor perfidissimo; senza provare alcuno dei sentimenti dettati dalla religione, quelle campane che invitavano a andare a commemorare i defunti, ci facevano pensare ai nostri poveri morti, a quelli che caddero per le nostre idee, a quelli che cadevano in quel mentre per far scudo coi loro corpi a una pericolante repubblica, per opporre un'argine all'irrompente valanga dei venduti soldati della monarchia degli Hokenzöllern... Noi eravamo mesti, e si passava intere mezz'ore difaccia alle quadrelle dell'inferriata, tanto per vedere quel miserabile lembo di Cielo: orizzonte rimpiccolito come quello dell'idee che ci bollivano in testa e che non si potevano espandere.

Il tre novembre fu un gran movimento pei corridoi, un via vai continuato e un accorrere di guardiani. Qual nuova avventura era giunta a disturbare la quiete monotona di quel sepolcro di vivi?... Il caso era nuovo.

Rossi, Piccini, Stefani ed altri Fiorentini avevano avuto l'idea bizzarra di commemorare i caduti a Montana; ne correva l'anniversario, e loro, come avanzi degli _Chassepots_ di De Failly, non ultima celebrità di Sédan, vollero degnamente onorarlo; coi pagliericci improvvisarono un catafalco, ci posero sopra una camicia di flanella rossa, lo circondarono con venticinque candele steariche, comprate la sera avanti, eppoi attaccarono un cartello nel quale a parole cubitali era scritto:

Ai Martiri di Mentana I superstiti Repubblicani

S'immagini un pò il buon lettore, quando i guardiani entrarono nella prigione, per portare il becchime a quegli uccelli ingabbiati. Vedere tutti quei lumi, poi quel catafalco... e' era da fare andare in bestia il secondino più mansueto che abbia mai esercitato questa nobile professione! Subito un reclamo dal direttore, il quale seguito dal capo guardiano, dallo stato maggiore e da un nuvolo di carcerieri si presenta maestosamente sulle soglie delle profanata stanzaccia.

--Questo è troppo!... Io sono buono, ma non lo sono tre volte... Impongo loro di tor via quel cartello rivoluzionario...

--Ma noi non diamo noia a nessuno, e poi qui chi lo vede?

--Non importa... Lascino pure il catafalco, ma levino il cartello!

--Ma se nessuno può leggerlo!...

--Io ho usato troppe gentilezze con loro--questo scandalo non lo subisco...

--Ma, se non v'è scandalo!

Insomma per il buon della pace, fa necessario tor via quel disgraziato cartello.--È un fatto, chiaro, lampante e arci che provatissimo: i governi che pericolano hanno paura dei morti, eguali in tutto e per tutto all'infermo incurabile che fa il viso serio solamente a sentir parlare di morte.

In premio di non aver preso parte alle dimostrazioni sovvertitrici dei nostri amici, quel giorno noi fummo mandati a prender aria un'ora più presto.

Una dolce sorpresa ci attendeva sulla terrazza: arrampicandoci sull'inferriata, e spenzolandoci come meglio si poteva, si vide sedute sulla spalletta di un fosso che attraversava la via, le due fate dai magici scialli, che tanto mi avevano dato a riflettere sul Var: esse guardavano in su; era certo che qualche prigioniero, aveva portato con se molta parte di cuore di quelle creature che credevamo vezzosissime e che le ci apparivano come una visione, nei momenti più climaterici di quella intrapresa.

Ci si perdeva, come di solito, in congetture su quelle apparizioni, quando venne un custode e con ilare fisonomia, ci disse: Giù, giù nella stanza del capo guardiano.

--Ci son novità?

--Eccome!--Loro son liberi.

--Liberi!--Urlammo noi e ci stringemmo l'un l'altro la mano. O libertà!... Prima tra tutti gli affetti e le aspirazioni dell'uomo, senza te è impossibile vivere, e solamente si giunge a comprendere tutta la tua dolcezza ineffabile, allorquando per disgrazia ti si è perduta; ridotti allo stato di cose, costretti a reprimere i battiti del cuore, le concezioni del cervello, gli slanci che suol produrre l'intelligenza, a te si ripensa come lo stanco e affaticato peregrino, in una montagna o in mezzo al deserto ripensa all'agiatezza della sua casa, ai dolci riguardi dei parenti lontani. Tanta è la gioia che si sente nel ricuperarti, che si tornerebbe a soffrire gli istanti penosi, che abbiamo sofferti, pur di provare l'inenarrabile felicità, che si prova in quell'istante divino.

Scendemmo a rotta di collo le scale, entrammo nel corridoio, dove di subito fummo circondati dai nostri compagni, che ci abbracciavano, ci baciavano, ci opprimevano di mille domande; chi troverebbe parole per descrivere l'emozione di quel momento solenne? Non era il tornare a vivere che ci sorridesse soltanto: era l'idea che prima o poi si avrebbe raggiunto nostro padre, che tale deve considerarsi da un giovane l'eroe leggendario della libertà e del progresso, che tale deve essere riguardato da tutti coloro che soffrono, il prode general Garibaldi.

Fassio, incaricato dalla questura ad assistere alla nostra liberazione, volle farci sospirare, più che fosse possibile, un tanto agognato momento! Eravamo una lunghissima fila, ognuno che usciva dalla stanza provocava in tutti un sospirone che si poteva tradurre in queste parole: Lui felice... ed io pure, che mi avvicino alla liberazione!

Venne la mia volta. Entrai: Il commissario mi abbordò subito con queste parole: Lei è di Firenze?

--Sissignore!

--Vuoi fare il viaggio a spesa sue, o a conto della questura?

--Ma io voglio restare in Livorno

--È impossibile!

--Se ci ho i miei interessi!

--Non importa: lei è di Firenze e deve tornare a Firenze!

--Ma questa è bella!

--O bella, o brutta... tali son gli ordini.

Strana logica invero questa della polizia! se nel mio interrogatorio avessi detto di essere del Missisipì chi sa che la questura non mi avesse spedito gratis fino a quelle lontane regioni!... Ah! averlo pensato!!

A tutti gli altri fu fatta la medesima proposizione: tutti accettammo di andare a spese nostre, decisi di tentare ogni via per sfuggire ai questurini.

--Domani si presenteranno al questore in Firenze--Disse allora il Fassio con tuono burbanzoso e poi volgendosi al Piccini aggiunse: lei mi par più serio degli altri, farà da capo squadra... Alla stazione gli accompagneranno le guardie, nè li lascieranno fino a che non avranno preso il biglietto.

Un'altra speranza che si dileguava! Bisognerà tornare per forza donde eravamo partiti con tutta allegrezza.

--Possono andare... e si sbrighino perchè il vapore parte a momenti..

Dei picchi ripetuti all'uscio della nostra antica carcere, richiamano l'universale attenzione verso quel posto. È Gagliano che protesta all'ingiustizia e all'infamia: è il povero Gagliano che solo vien rilasciato ai Domenicani per conto della questura--Scrivete sui giornali--Egli vociava--Fate nota la nuova ingiustizia, dite che mi si vuoi rovinare da questa canaglia.--Nessuno porgeva ascolto, alle di lui querele, qualcuno rideva: l'uomo che esce da un pericolo diventa egoista.

--Via, via--ci disse il nostro accompagnatore, una specie di _Don Checco_, scalcinato come un poeta, e zoppicante, come un verso sciolto di qualche genio incompreso.

Demmo un'ultimo sguardo alla stanzaccia che ci aveva racchiusi quei giorni, e, cosa strana, provammo un certo dispiacere ad abbandonarla. Quanti pensieri, quanti generosi proponimenti, quanti ricordi, quante speranze non ci avevano agitato là entro!

Quando io esco di prigione, e lo so benissimo grazie al benigno nostro governo, io provo il medesimo effetto di quando esco di un bastimento. Mi gira la testa e le gambe mi reggono appena.... quella sera mi pareva di essere addirittura ubriaco. Ed anche senza parere ubriaca, io credo che la nostra comitiva avesse in se tanto di umoristico da farsi guardare da chiunque passava.

Figuratevi: prima Don Checco con una mazza gigantesca, su cui si appoggiava, ma che non era valevole a farlo passar per meno zoppo di quello che era: poi il Colonnello in cappello a cilindro coi due tubi di latta, in cui erano le carte geografiche, ma che di notte gli davano un'idea di Sesto Caio Baccelli, con gli annessi canochiali; dietro a loro il giovinetto innamorato con due valigione, che erano vote, ma che egli aveva portato con se per dar polvere negli occhi alla pulizia; in coda noi altri urlando, chiassando, facendo le fiche a quel povero diavolo, che tentava attaccar discorso con tutti, senza che nessuno gli rispondesse: in poche parole egli sembrava un precettore che conduce a passeggiare una mandata di birichini, e scommetto che in quell'ora, avvedutosi della parte redicola che sosteneva, avrebbe mandato in quel paese Bolis, la Francia, il Ministero e gli eroi della libertà.

Arrivati alla ferrovia, le guardie ci fecero ala, nè si allontanarono, fino a che non avemmo presi i biglietti.

--Dunque a rivederli, signori--Traendo un sospiro di contentezza ci disse il delegato.

--Dica addio!--Riprendemmo, noi tutti.

--Grazie dell'accompagnatura!--Proferiva uno in tuon di burla.

--La ci saluti Bolis...

--Al piacere di non riverirla mai più..

E via di seguito con espressioni più o meno frizzanti, tutte all'indirizo di quel'infelice che impappinato come un pulcino nella stoppa, voltandosi ad ora ad ora per darci una sbirciata più o meno benevola, se ne andò quatto quatto e colla coda tra le gambe.

Entrammo nella stazione: quelli che viaggiavano a conto della questura erano stati ficcati in due vagoni di terza classe, e cantavano: cantavano dalla rabbia o dal piacere? Non saprei dirlo davvero, ma è un fatto che un uomo che si trova in una situazione eccezionale, prova un refrigerio, stuonando un'arietta; i ragazzi che hanno paura a andar soli in una stanza canticchiano, i poveri coscritti cercano alle canzoni montagnole, e ai patriottici inni quel coraggio che invano cercherebbero al cuore.

Ecco i due scialli!.. Ecco le due donne che ci hanno fatto tanto almanaccare colla testa sul _Var_ e in prigione!--Oh! finalmente ci è dato avvicinarle! Sono la madre e la sorella dì un'arrestato, mi sussurra uno, che ho accanto. Mi approssimo a loro. Qual delusione! La madre è sbilenca, le mancano due denti davanti ed ha una bazza, come quella del barone Ricasoli. E la figlia? Mi risparmino i lettori l'orrore di descriverla!.. Un viso da leticare il giallo alle carote, un personale impossibile, due mani che certamente non sarebbero state sproporzionate per il Biancone di piazza. Mi fecero mille complimenti, mi volevano presentare il figliuolo e il fratello: io con una scusa qualunque voltai loro gentilmente le spalle, che amavo credere il nostro compagno di sventura, gobbo, sciancato, ridicolo, per potere almeno avere il vanto di aver conosciuta la famiglia più brutta, che in questi tempi Borgiani, passeggi sotto la cappa del Cielo!

Pochi minuti dopo, si entra tutti nel convoglio: Piccini che doveva essere, il capo squadra ci sfugge: il treno è in movimento e noi ci si trova, _spinte_ e _sponte_, trasportati a Firenze.

CAPITOLO IV.

Essere in Firenze, e ricominciare a studiare le strade per tornare in Francia fu tutt'una. Il male si era, che le nostre piccole risorse avevano avuto un colpo tremendo, e che la questura aguzzava, come Argo cento occhi per spiare i nostri movimenti più piccoli, le nostre più segrete conventincole. Non si credano esagerate le mie parole: per il malaugurato affare di Livorno si era cominciato un processo, e si adopravano nelle sfere governative a tutt'uomo per mandarlo avanti o di riffe o di raffe: si voleva infatti far vedere alla Prussia come in Italia fossero ligi al principio di neutralità e come il governo non dividesse per nulla le idee piazzaiole di quello scomunicato di Garibaldi.

Noi dal canto nostro non stavamo con le mani in mano, e, tra le altre cose (vedete, come eravamo poeti) si cercò di organizzare in Firenze una compagnia tutta Toscana, che si sarebbe chiamata dei carabinieri dell'Arno. Un tal disegno ci portò per le lunghe: e tra proposte, decisioni, consigli si perse un tempo prezioso.

Mentre nell'Atene dell'Arno, quantunque muniti delle più belle intenzioni, non si dava nè in tinche, nè in ceci, il coraggioso e bravo Ricciotti compieva la romanzesca impresa di Chantillon. La democrazia e tutti coloro che sentono amore per l'Italia, applaudivano calorosamente il giovane condottiero, che con un pugno di uomini, sorprendeva, notte tempo, ottocento Prussiani, ne faceva più che quattrocento prigionieri, e toglieva loro buon numero di cavalli e di armi.

Garibaldi, dopo aver costituito il suo microscopico esercito a Dôle, si era portato ad Autun, e dopo avere ottenuto splendidi resultati a Lantenay, si era spinto fin sotto Dijon, ed avrebbe certamente occupato questa città, se l'imperizia e la codardia della guardia mobile non lo avesse obbligato a ritirarsi fino nella città, da dove si era partito con tanta speranza nel cuore. I Prussiani avevano cercato di sorprenderlo, capitando all'impensata in Autun, ma grazie all'esattezza dei tiri delle batterie da montagna che l'illustre generale aveva sotto i suoi ordini ed al valore dei giovani volontarii, i tremendi soldati che facevano paura a tutta l'Europa, dopo averne buscate come ciuchi, si erano refugati a rotto di collo dentro Dijon, dove il generale Werder aveva piantato il suo quartier generale.

Queste notizie che leggevamo sui giornali erano tante stilettate per noi; già varii dei nostri compagni erano partiti alla spicciolata per la Francia. Io mi rammento che in quei giorni mi vergognavo ad uscir soltanto di casa: mi pareva che tutta quella gente che era conscia della mia prima partenza mi ridesse sul muso, e che dentro di se mi rimproverasse quell'inerzia, che d'altronde era la conseguenza logica della mia situazione.

Finalmente un giorno capitò da me, che in quel momento avevo già dismesso il pensiero di poter prender parte alla campagna di Francia, il Bocconi, e, senza che io proferissi nemmeno una parola mi disse: Sei sempre deciso di venire in Francia?

--Sicuro!--Gli risposi.

--Allora domani l'altro partiamo.

--Non burli?

--Ti parlo del miglior senno possibile... ci stai sempre.?

--Se ci stò!...

--Allora siamo in cinque,

--Ma, ai fondi?

--Ci è chi provvederà...

--Tanto meglio!

E fissammo di vederci due sere dopo al Caffè Ferruccio; chè l'ora della nostra partenza era alle quattro del mattino, ed era deciso che saremmo andati a Genova per via di terra, non essendo cosa ben fatta il tentar di ripassar da Livorno, dove il questore Bolis comandava tutt'ora a bacchetta.

La sera che dovevamo partire me ne andai solo solo all'Arena Merini... _pardon_ al teatro Principe Umberto; chiacchierai cogli amici, mi mostrai più di buon'umore di quello che ero realmente, dissi male degli Italiani che erano andati in Francia, e protestai di riconoscer di avere io fatto malissimo a partire la prima volta. Che volete? I casi che mi erano accaduti antecedentemente mi rendevano sempre più convinto, che a voler che un'impresa vada per il suo verso, è necessaria un pò di gesuiteria, e che una persona che crede di andare avanti colla buona fede, e collo spifferare tutto quello che ha sullo stomaco, in generale finisce coll'avere il male, il malanno e l'uscio addosso.

Salutai gli amici e verso mezzanotte mi ridussi al caffè Ferruccio. I miei quattro compagni, non avevano mancato all'appello e cominciavano a susurrare della mia tardanza; alcune nostre conoscenze fiorentine, colle quali potevamo fidarsi a chiusi occhi, si erano assise al nostro tavolino, e sotto voce ci davano qualche conforto, o si lamentavano di non poterci seguire.

Il caffè si chiuse alle due, ed i nostri amici partirono. Qui cominciarono le dolenti note. Sembra una cosa incredibile, ma in Firenze capitale d'Italia, fu impossibile di trovare un locale che fosse aperto in quell'ora. Un nevischio impertinente ci filtrava nell'ossa, e ci batteva sulla faccia, procurandoci dei brividi che erano salutati da veementissime apostrofi. Come furono lunghe quelle due ore!... E con qual gioia non si salutò, l'aprirsi dei cancelli delle stazione. Gli Ebrei che giunsero finalmente a mettere il piede nella terra promessa, dovevano forse aver provato la medesima gioia... maggiore è impossibile.

--Prudenza, ragazzi--Ci dice a bassissima voce il Materassi, uno dei nostri.

--Che ci è? Proferimmo tutti spaventati.

--Guardate!--E ci accennò colla mano una delle più celebri guardie di sicurezza Fiorentine, che prendeva il biglietto.

Soprapensieri, come eravamo noi tutti, cominciammo a temere!...

