Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

Part 19

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Poco dopo vedemmo Garibaldi che ascendeva la piccola scala, che è in fondo al caffè della stazione di Chagny: l'uomo eroico ci volse uno sguardo, uno di quelli sguardi mestamente soavi, nei quali è compreso un poema: noi tutti lo capimmo alla prima e istintivamente ci levammo il cappello: era impossibile non venerare l'eroe che per un'idea aveva affrontato nella vecchiezza disagii, fatiche inesprimibili, era impossibile non venerare l'uomo che così infamemente ricompensato, collo sconforto nell'anima, aveva un'occhiata di conforto per noi: quella semplice occhiata ci rendeva più grandi, più generosi. Ah!.. non mi scappi fuori una scuola novellina a sostenere che i popoli si debbano solamente muovere per gl'interessi materiali: oh... non mi si dica che il correre dietro ai sogni e alle generose utopie addimostra un'ingenuità d'animo quasi primitiva!.. Io li capisco sogni siffatti, io li capisco tanto, che ne sono entusiasta. Oh, mi si lasci morire per una di queste generose utopie, mi si facciano provare tutte le asprezze della vita disagiata del campo, tutte le emozioni di colui che dice un addio per il vagheggiato ideale alle dolcezze della vita; in oggi che si fa guerra ad oltranza alla poesia, oh, si lasci questo piccolo scampo a chi vuole appartarsi da questa società di calunniati e di calunniatori, di strozzini e di morti di fame, oh! ci si permetta di utilizzare delle vite, forse disutili, per le nostre aspirazioni, che si potranno mettere in ridicolo, ma sulla cui santità nessuno onesto potrà nutrire sospetto veruno!

Erano passati pochi minuti, allorché un ufficiale ci notificò, che non ordine ma desiderio del nostro generale era quello che si andasse a riposare in città: tanto Garibaldi al contrario dei soliti generali pieni di boria ha carità, dei suoi sottoposti!

Non vi sto a dire come questo desiderio corrispondesse al nostro, pure tutti noi ad una voce dicemmo che nessuno avrebbe abbandonato quel luogo, tenendosi tutti troppo onorati di mostrare al grande uomo, quanto fosse la nostra riconoscenza e il nostro rispetto per lui.

--No, no--Ci ripetè l'ufficiale--Qui non vi è alcun pericolo: qui non vi è bisogno di guardie: Garibaldi si avrebbe molto per male, se voi non lo secondaste.

E allora?.... Via a rotta di collo in paese.

CAPITOLO XXIV.

Tutto era calmo: il rumore dei nostri squadroni e dei nostri sproni turbava soltanto il sepolcrale silenzio in cui erano avvolte le poche vie di Chagny: nella quiete quasi lugubre di quella serata a mille doppi sembrava più potente il rumore prodotto da noi, e ripercosso dall'eco: s'illuminò qualche finestra, ma per pochi minuti: il pacifico cittadino, rassicurato che non vi era nulla a temere, spengeva il lume e tornava di certo a gustare il calduccio delle coltri, quel calduccino che io cominciava a vagheggiare come un sogno irrealizzabile.

Con molta fatica si perviene a trovare la _Mairie_: meno male che le finestre sono illuminate. I nostri capi, riflettiamo fra noi, avranno telegrafato, e gli alloggi saranno già pronti. Le nostre induzioni erano, come d'ordinario, falsissime.

--Dove è il _Maire_?... Domandiamo a un villanzone che scaldandosi le mani alla stufa andava tanto in brodo di giuggiole da non avvedersi nemmeno che noi eravamo entrati.

--Son io--Ci risponde questo con certo sussiego. Cosa desiderano?

--Cosa desideriamo?.... Ci vuoi poco a capirlo!... Un biglietto d'alloggio.

--_Sapristi_!,.. Vi pare ora conveniente?

--Siamo arrivati ora!...

--Ma ora dormono tutti:

--Poco importa!... Li sveglieremo.

--Ma... guardino!

--Pretenderebbe che sì dormisse in strada?..

--Dopo quello che si è fatto per voi?--Aggiunse un amico in pretto Livornese--Ah! Francesi, Francesi, se si fosse, mondo birbone, soldati del vostro schifoso imperatore o del papa...

Il Maire confuso, senza capire un'acca all'ultimo discorso, andò a un tavolino per stendere i famosi biglietti.

Un urtone spalanca la porta, ed un'altra mandata dei nostri si butta addosso al tavolino.... I nuovi venuti son la bellezza di diciassette, tra cui una vivandiera.

--_Sapristi_--Ripete il sindaco con voce stizzita--_C'est impossible loger tout ce mond là!..._

Descrivere il bailamme che succede a tale esclamazione sarebbe cosa impossibile: tutti parlano a un tempo, tutti intendono snocciolare le loro brave ragioni, e quel pover'uomo, che rappresenta l'autorità, pare il sor Cecchino.

--Ecco come ci ricompensano--Continua a vociare il Livornese.

--Vogliamo giustizia--Interrompe un altro.

--Io voglio soltanto un alloggio....

--_Vous étes un cochon..._

E giù di seguito sullo stesso tenore. Io e Bocconi arriviamo a strappare di mano il primo biglietto vergato e via di galoppo...

--_Rue Saint Antoin?_--Domandiamo al primo che passa.

--_C'est là bas._--Questo ci risponde e va via a passi concitati.

Arriviamo alla destinazione: Numero 41 si picchia: silenzio glaciale: si ripicchia, la stessa accoglienza: allora pedate; è poco anche questo: son morti dunque in questa casa? Si sfoderano gli squadroni e si comincia una sinfonia infernale alla porta del mal capitato, che il municipio ci aveva destinato per ospite.

--_Mon Dieu_--strilla una voce femminea--_Il y a donc de Prussiens?_

--Siamo Italiani... il cittadino Bicornet abita qui?

--Sì cittadini... ma è a letto!

--Si svegli!

--E cosa volete?

--Abbiamo il biglietto d'alloggio...

--_C'est impossible!_.. Noi abbiamo di già uno zuavo...

--Solite storie!... Aprite o vi sfondiamo la porta!

--_Nom de Dieu!_... veniamo, veniamo.

Non ho mai veduto in mia vita una fisonomia più ridicola di quella del cittadino Bicornet. Cogli occhi tuttora fra il sonno, con un berretto da notte dal quale scappavano fuori due orecchi che non avrebbero minimamente stuonato sulla testa di un coniglio, il povero diavolo, basso e traccagnotto come un fattore ti dava l'idea di Don Bartolo, quando rimane immobile coma una statua nel finale del primo atto del Barbiere di Siviglia.

--Cittadini... fratelli... amici... Italiani... sul mio onore è impossibile che vi possa albergare.

--E perché?

--Guardate... e, se siete giusti, giudicherete da voi stessi.

Guardammo: in quella miserabile stamberga difatti noi non scorgemmo che un meschino lettuccio, su cui era disteso un bel giovine dalla barba bruna, probabilmente lo zuavo, il quale aveva tuttora il braccio al collo; una vecchiarella sdraiata su di un pagliericcio alzò la testa al nostro arrivo e ci guardò con occhi stralunati.

--Signori--Ci disse il giovine--Il buon soldato deve aver sempre rispetto... Guardate se il mio ospite non vi diceva la verità...

--Non ve la rifate con noi, ma col _Maire_, perché c'invia qui, quando ci siete voi.

--Il _Maire_ l'ha presa con noi--Borbottò il buon'uomo--Al principio della guerra ebbe il coraggio un giorno di mandarmene quindici!

--E noi che faremo?--Domandammo in tuono di compassione a Monsieur Bicornet.

--Aspettate--Disse questi dopo aver riflettuto--venite con me alla _Mairie_ e vi fo fare un biglietto per un mio amico.

--Tentiamo anche questa.--Riflttemmo noi due e col buon'uomo rifacemmo i nostri passi.

Il _Maire_ non oppose alcun osservazione al cambiamento dell'alloggio, e noi insieme con Bicornet, andammo in fondo al paese in una meschina casupola, alla cui porta il nostro accompagnatore bussò replicatamente. Quello che doveva albergarci era un macchinista della ferrovia; egli ci accolse con un sorriso gentile, e, appena passati, si mise a rifarci un lettuccio che era a un lato della stanza, mentre nel fondo della medesima dispiegava tutta la sua pompa un letto nunziale, dalle cui coltre vedemmo scappar fuori una testa di donna, giovine certo, bella non sì poteva propriare, poiché il lumicino che era stato acceso al nostro arrivo non aveva la potenza di rischiarare quella stanza, quantunque la fosse stretta e corta come una carcere.

Rifatto il letto, il macchinista con franchezza tutta popolana ci disse: Ora spogliatevi e dormite, che dovrete averne bisogno.... Buona sera!

Lo spogliarsi in faccia a una donna che ci vedeva per la prima volta, ci arrecava un certo fastidio: pure la necessità era troppo imperiosa, e dopo pochi minuti noi stiravamo le nostre membra intirizzite sotto le lenzuola.

Il sonno si ostinava a non venire, quasichè il caso volesse proprio farci assistere a un tormento di nuovo genere, al supplizio di Tantalo riveduto e corretto per conto nostro.... Prima delle dolci parole tra i coniugi, poi uno scoccar di baci....

Noiato dalla scena che rappresentavo, feci un solennissimo starnuto; ahi non bastò; degli interrotti sospiri....

Diedi nel braccio al Bocconi, egli era desto come me, e finimmo con un'omerico scoppio di risa.

D'allora in poi fu silenzio e noi attaccammo un sonno magnifico!

CAPITOLO XXV.

Chagny fu per noi una vera desolazione: fortuna che ci si trattenne soltanto due giorni. Immaginatevi un paesucolo più sudicio di quelli del Napoletano: degli abitanti a cui non pareva vero di esserci prodighi di sgarbi e d'impertinenze, e non avrete immaginato che una metà delle nostre noie. L'intiera armata dei Vosgi si riversò, come valanga, su queste prime case del dipartimento della Saône et Loire ed all'ora in cui noi ci alzammo da letto ci fu impossibile il rinvenire, neppure a peso d'oro, un tozzo di pane.

I soldati affaticati dalla lunghissima marcia si buttavano lungo le strade: i carriaggi si succedevano a ogni minuto: a ogni minuto vedevi un via vai di ufficiali di stato maggiore, di staffette, di batterie; alle botteghe di fornaio, ai caffè, ai _restaurants_ una pigia di persone concitate che bestemmiavano e facevano ai pugni tra loro; noi eravamo affamati, ci avevano detto al quartier generale che per quel giorno saremmo rimasti in paese, e non si trovava un tozzo di pane per sfamarci.... Oh! la dolorosa situazione.... In campagna, alla guerra, ci si adatta l'idea del sacrificio, di un dovere da compiersi offre soddisfazioni più belle dì quelle di un bisogno naturale soddisfatto, ma sicuri di non scaricare più il fucile, testimoni di una pace disonorevolissima che veniva vigliaccamente subita da una nazione, fin'ora rispettabile, noi ci sfogavamo con imprecazioni, e forse saremmo stati anche capaci di qualche malestro, pur di fugare la minima sofferenza.

Finalmente, verso le due, mi riescì d'agguantare in un'osteria di sesto ordine una bella bistecca e la mangiai senza pane. La sera andai a dormire in una chiesa, poiché il biglietto d'alloggio era per un giorno soltanto. Verso le due erano arrivati i nostri compagni delle Guide che avevano cavallo.

Il giorno dipoi partenza di tutte le truppe: Garibaldi accompagnato dal suo stato maggiore partì per Chalons sur-Saone: noi avemmo l'ordine di rimanere. Nella giornata liti immense con i Francesi. Ghino dà dei pugni al caporale Aribaud, questi scappa e vuol protestare: subissato dai nostri discorsi tace. Il tenente Raffoni insolentisce un capitano delle guardie mobili ed uno dei carabinieri; lo traducono alla corte marziale: salta fuori un nuvolo di testimoni ed è assoluto.

Noi siamo chiamati di guardia al quartier generale; alcuni, essendo restati soli in paese, cominciano a mormorare ed a dire che i Prussiani sono a quattro passi e che ci faranno viaggiar _gratis_ fino a Berlino; improvvisiamo una cenetta in corpo di guardia rallegrata da Ricci e Fabbri che pretendono parlare francese e che attaccano briga con un Ussero di piantone, che si permette di sedere con noi dopo essersi permesso di russare come un violoncello antecedentemente. L'ordinanza di Bordone ci porta una forma di cacio, e noi, andando nella stanza di ordini, rubiamo due bottiglie di vino generoso, riservato per gli ufficiali di stato maggiore. Gismondi, un Genovese rovinato nella faccia da una palla a Monterotondo, si aggiunge a noi e porta due altre bottiglie di vino... quindi baldoria generale. Nel più bello del chiasso, si schiude la porta con impeto e vediamo ritto, stecchito davanti a noi, truce come lo spettro di Banco il generale Bordone. Stupore generale, e relativi moccoli a fior di labbra.

Il generale ci da una sbirciata e invece di farci un rimprovero, si rivolge al nostro tenente e gli dice: Mandi un sergente e quattro uomini a rimetter l'ordine in casa di questo povero vecchio, dove sono entrati tre Franchi Tiratori, pretendendo farci di tutto un po'.

Mecheri, sergente, e tre o quattro di noi ci moviamo col vecchio che era rimasto a caso nell'ombra: eccoci ridotti anche carabinieri! Non nego, che un tale incarico mi andava poco a sangue: io non ho mai nutrito una decisa simpatia per gli agenti della legge, che d'altronde sono riveriti come angeli custodi da tanti che meriterebbero di andare in prigione assai più di quelli che ci vanno: eppoi... il vecchio che ci accompagnava, mi aveva una fisonomia proibita: qualche cosa di prete smesso o di mezzano amoroso.

Arriviamo alla casa: per le scale non ci è lume e nessuno ha fiammiferi.... si comincia benino!...

--Mi piglino per una falda e salgano.--Ci dice il vecchio.

Ci si attacca tutti alla falda.... maledizione!... la scala è a chiocciola e la falda a una voltata resta in mano a uno dei nostri.

--_Mon Dieu!_--Grida la povera vittima di quelle tenebre.

--La ci tenga un lume!--si contenta di aggiungere con filosofia l'autore dell'eccidio.

La moglie del vecchio, avvisata forse dal chiasso improvviso, ci comparisce davanti con una lucernina. Quantunque la nuova venuta fosse in perfetto _deshabillè_ non ci faceva peccare di gola. Credo che donna più brutta non sia stata mai messa al mondo per dar di bugiardi a coloro che asseriscono esser la donna l'ideale della creazione.

Tra moglie e marito avevano tutti i requisiti per farsi odiar cordialmente.

--Aiuto... carità... protezione--Urlava la megera.

Entrammo colle mani sull'elsa dei nostri squadroni: credevamo di trovare tre indemoniati: quale non fu la nostra meraviglia? Ci vennero incontro tre buoni figliuoli, che cominciarono col chiederci scusa di averci disturbati, narrandoci per filo e per segno tutti i particolari del disgustoso incidente. Provvisti di biglietto d'alloggio, essi si erano presentati al padrone di quella bicocca ed egli aveva negato con mal garbo di ricettarli; gli avevano detto che erano stanchi, che avrebbero anche pagato, ed egli duro come un Tedesco. Allora loro, esasperati, erano entrati per forza in camera ed avevano approfittato del divano ove si erano addormentati.

Il vecchio era uno sfegatato Napoleonista, e giurava che a' tempi della tirannide non si offendeva la pudicizia di una signora, svestendosi innanzi a lei. A tale protesta nessuno potè trattenere le risa: persuademmo i giovani a venir via, si diè due prese d'imbecille al tarpano, e tutti insieme si andò in una vicina casetta, dove bevemmo di nuovo.

Tra un bicchiere e l'altro, sapemmo che i Prussiani avevano fatto fuoco sull'ultimo convoglio di Garibaldini che era partito da Digione, convoglio nel quale tra gli altri si trovava il Piccini: nessuno fu offeso ad eccezione del Macchinista che restò morto sul colpo.

Il giorno dopo, noi partivamo da Chagny, diretti a Chalons sur-Saone, dove si trasferì il quartier generale. L'annunzio della partenza fu salutato da tutti, con gioia inesprimibile. Se io avessi un nemico accanito, lo manderei a domicilio coatto a Chagny, certo che dopo poche ore implorerebbe la pena di morte.

CAPITOLO XXVI.

Prima di terminare il racconto è necessario che io parli della seconda brigata, comandata dal Lobbia, di questa brigata che, quantunque lontana dalle altre e perciò non abbastanza rammentata nelle molte memorie che si son pubblicate sulla campagna di Francia, non si è meno coperta di gloria, nè ha meno faticato delle altre. I dati della relazione che io farò ai miei lettori, mi furono forniti a Chalons da un distintissimo ufficiale di stato maggiore che era al seguito del colonnello Lobbia, e il pubblico avanti di parlare del nostro soggiorno in quella città, poiché avendo fin'ora discorso di guerra e dovendo d'ora in là discorrere di pace, qui mi sembrano nel posto più adatto.

Sul finire del dicembre, erano in Soulieu il colonnello di cavalleria Bossi, il maggiore Farlatti con uno squadrone di Guide e una piccola compagnia di pionieri comandati da Kauffman: questa spedizione aveva per scopo di danneggiare le comunicazioni dei Prussiani, appunto sulle famose linee che dovevano servire all'esercito di Manteuffel per venire a combattere le truppe di Bourbaki.

Oltre ad altri ingegni di guerra, il capitano Kauffman avea con se due furgoni pieni di materia incendiaria e di dinamite, che dovevano servire a una importantissima operazione della quale si faceva un gran segreto; e che consisteva noi far saltare un _tunnel_ della ferrovia di Strasburgo.

Pare che tra Kauffman e Bossi non s'intendessero molto e le operazioni non procedendo, come avrebbero dovuto, Garibaldi richiamò quest'ultimo al quartier generale e diede un tale incarico al colonnello di stato maggiore Lobbia, nominandolo brigadiere e destinandolo al comando della seconda brigata.

Questa era costituita nel modo seguente:

Stato Maggiore Uff. 7 Uom. 14 Genio » 3 » 20 Guide » 9 » 150 _Francs tireurs de la Bigorde_ » 3 » 35 _Égalitè_ » 12 » 175 _Chasseurs d'Orient_ » 16 » 270 _Marin_ » 4 » 55 _Atlas_ » 4 » 60 _Guerillas Marseilles_ » 18 » 280 -- ---- Uff. 75 Uom. 1059

Lobbia partì da Autun, conducendo con se per ufficiali di stato maggiore il capitano Pozzi ed i tenenti Scipione, Primerano e Bonomi: partì secoloro il signor Visitelli, corrispondente del _Dayl Neuw_. Il capo squadrone Castellazzo partiva per Chatau Chinon, Clamecy e Vermenton, incaricato di tenere relazione tra la brigata Ricciotti e Lobbia e sorvegliarne le operazioni, servendosi dei telegrafi e di tutti gli altri mezzi che le sottoprefetture e i sindaci dovevano mettere a di lui disposizione.

Da Autun la seconda brigata si portò a Soulieu per Lucenay, quindi a Precy e a Vitteau. La marcia è lunga e fu resa più disagevole dall'immensa quantità d'impedimenti che venivano dietro ai soldati e che occupavano a dir poco tre chilometri di spazio: carri con gli equipaggi dei soldati, barrocci, trabiccoli dei vivandieri... donne... insomma una vera marcia di barbari!

Le compagnie dei _Francs tìreurs_ erano scarse: ve ne erano persino di dieci uomini, ma anche queste avevano tre o quattro ufficiali... già, se durava un altro pochino la campagna di Francia avremmo finito coll'avere diecimila generali e nemmeno una tromba!...

Mentre Lobbia marciava verso Vitteau, Ricciotti aveva che fare coi Prussiani di Montbard. Questo paese era difeso da 4000 uomini e 6 pezzi di cannone. L'ardimentoso figlio di Garibaldi tentò l'assalto, il giorno 6 di gennaio. Sul più bello dell'impresa egli però si vide accerchiato dai Prussiani che in forza di 2000 uomini avevano intanto marciato sopra a Semour. Ricciotti tenne fermo fino alla sera, e ritiratosi a Montfort per sentieri appena tracciati, potè sul mattino eludere la vigilanza dei nemici che lo volean prigioniero e si ritirò sano e salvo presso Les Lommes.

La seconda brigata, a cui Castellazzo aveva comunicato l'ordine del Generale di fare un movimento in avanti per distrigare Ricciotti, potè continuare la sua via e di concerto colla quarta brigata che pur si ritirava per la medesima strada verso Digione, potè manovrare così bene da schiudersi l'adito in mezzo alle colonne nemiche che già si avanzavano numerose per le vie di Chatillon, Aignay le Duc e Precy; era una marcia difficilissima, di fianco, che avrebbe potuto compromettere la sicurezza di quella brigata, se questa non avesse avuto la precauzione molto giusta di proteggersi sul suo lato sinistro per mezzo della cavalleria dì Farlatti che eseguì egregiamente questo difficilissimo compito.

Al villaggio di Marai-sur-Tille la brigata Ricciotti si divise da quella di Lobbia, essendo stata la prima richiamata a Digione e dovendo proseguire la seconda per il compito a lei designato. Qui raggiunse la colonna il capo squadrone Castellazzo. Egli veniva da Grancey le Chateau, dove poco corse che rimanesse prigioniero colla somma di 90,000 lire. Lobbia lo aveva infatti mandato a prender denari a Digione, e aveva fissato di attenderlo a Grancey. Castellazzo attendeva da parecchio tempo e nessuno arrivava: i Prussiani avendo saputo dalle chiacchiere dei borghigiani qualche cosa, mandano venticinque usseri nel paese; e, mentre il nostro amico aveva fatto attaccar la carrozza, i cinque uomini dell'avanguardia nemica annunciano al capoposto che non vi erano Garibaldini. Senza por tempo in mezzo, senza aspettare che gli usseri si ricredessero dal loro sbaglio, Castellazzo salta in carrozza, e prendendo un altra via gli riesce di raggiungere il corpo. Erano novantamila lire che egli salvava dagli artigli dei soldati di re Guglielmo: certo che se questi l'avessero potuto immaginare, per un uomo solo erano capaci di assediare il paese.

La seconda brigata da Maray-sur Tille si recò a Selongey diretta per Langres. Siccome però numerosi si avanzavano i nemici dalla parte di Grancey, minacciando di tagliare la strada di Prauthoy, Lobbia con ottimo intendimento fe' fare alla sua truppa il giro di Fontaine Francaise e di Champly recandosi a Chalindrey ed a Langres, dove arrivò il 15 di gennaio, sempre attorniato dai Prussiani, con una felicità veramente meravigliosa.

A Langres, dietro ordini del Generale, furono lasciati tutti i bagagli, compresi i due furgoni di dinamite e il capitano Kaupffeman. La brigata si pose a campo pei boschi di Bouchemin, di Marat e di Faverolle, minacciando le comunicazioni prussiane di Chaumont, Arc en Barroi, e Auberive sulle quali passavano le truppe dirette a Digione.

L'incertezza del generale francese Meyer, il quale negò ogni appoggio, diede meno importanza di quello che si meritava, al movimento: avendo perciò il brigadiere dovuto rinunciare all'idea di attaccare Chaumont, occupato da 6000 uomini, troppi al certo pel di lui piccolo effettivo, portavasi il 22 a Perrogney e Pierre Fontaine e, di lì passando per Auberive, muoveva alla testa della cavalleria sopra il villaggio di Germain per sorprendervi quel posto.

Tra i due paesi sono tre chilometri di scesa e tutto il terreno era una crosta di ghiaccio: ad onta di questo la distanza fu percorsa in una carica sola a carriera sfrenata: guai, se un cavallo fosse caduto!... Non poteva fare a meno di succedere un monte generale, una vera cuffia, come si direbbe in termine basso.

Il nemico che stava poco sulle intese, parve che non avesse nemmeno tempo di montare a cavallo: gli Usseri Rossi si erano ammucchiati nella scuderia; i meno, incerti se avessero a difendersi o a darsi prigionieri, i più, cercando nascondersi in tutti i buchi e perfino nel fieno.

Furono presi 12 uomini e 15 cavalli: gli uomini erano superbi: alti, benissimo vestiti e riccamente equipaggiati: quasi tutti del Posen; le loro pipe, pagate ben inteso a pronti contanti, furono i trofei più ricercati della vittoria.

Dopo questo brillante episodio, Lobbia tornò a Auberive, da cui si mosse dirigendosi verso Vaillant: a poca distanza da questo villaggio giunse la notizia che il sindaco del medesimo veniva trascinato a Prauthoy da una trentina di ulani: nuova carica sul ghiaccio: gli ulani lasciano la preda e via a carriera verso Esnoms, e siccome chi corre corre e chi fugge vola, quando i nostri arrivarono a quel paese, i nemici erano già a Prauthoy.