# Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

## Part 17

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/da-firenze-a-digione-impressioni-di-un-reduce-garibaldino-7121/index.md

Tutte le attribuzioni che Sue nel Martino il Trovatello dà ai maestri campagnoli non sono che vere, come vero purtroppo è il meschino stipendio con cui vengono retribuiti nella _grande Nation_. Il maestro rimette l'orologio della parrocchia, suona le campane, pulisce il giardino, spazza le scale, fa tutto... tutto quello che troppo repugna al gran ministero dell'insegnamento. È una cosa desolante!... Nei più piccoli borghi è proibita la mendicità, e si fa languir quasi di fame questo pover'uomo che suda, che si affatica per provvedere il pane intellettuale ai poveri Paria della montagna.

Il maestro fu con noi gentilissimo, conosceva il posto a cui noi dovevamo arrivare, e c'insegnò una scorcitoia; questa scorcitoia doveva procurarci degli impicci gravissimi. Avevamo appena passato un viottolo, che una voce imponente, ci grida: _Qui vive_, e cinque o sei canne di fucili si abbassano in nostra direzione, procurandoci col loro barbaglio una sensazione non troppo piacevole.

--_France_!--Gridammo io e il tromba, proprio all'unisono.

--Alto... o fò fuoco!

--Per Cristo!--Strilla il tromba--E' son capaci di farlo!.. questi mobili lontani dal fuoco sono capaci di tutto.

--Dove è il capoposto? Cominciai io avvicinandomi.

--_Present_--Declamò con burbanza un ghiozzo, rinfagottato sotto un involto di panni... un vero sacco di panni sudici legato in mezzo: e dietro a lui altri cinque o sei che non aveano da invidiargli nulla in bellezza ed in eleganza si presentarono a noi con baionetta calata, e con quel piglio da eroe che suole assumere l'uomo che esponendosi a un pericolo è sicuro della vittoria.

--A noi--replicai io immediatamente--Ci ho qui un plico da consegnare al vostro capitano, conducetemi a lui, chè non ho tempo da perdere.

--Assicuratevi bene di loro--Comandò ai suoi uomini il capoposto, e poi rivoltosi a noi con fare sdegnoso, borbottò: seguiteci.

Il capitano era in una specie di bettola, ridotta lì per lì in stanza d'ordine; era un coso rimpresciuttito, che parea proprio dovesse regger l'anima coi denti: sdraiato su di una poltrona impagliata, teneva tra le labbra la pipa, di cui si divertiva ad esaminare con certa voluttà le nuvolette grigiastre di fumo, che man mano andavano a dileguarsi in quell'ambiente.

Consegnai il mio plico; _Monsieur_, così lo chiamavano con grande unzione i suoi sottoposti, prima mi sbirciò ben bene con tale ostinazione che mi ridestava il pizzicor nelle mani, poi cominciò a capolvogere, e spiegazzare quel povero foglio in tutti i versi, finalmente si decise a porvi gli occhi. Per maledetta disgrazia quell'ordine era stata fatto in lapis: di qui non sto a dire quanto aumentassero i sospetti in quella zuccaccia ignorante.

--_C'est un affair tres serieux_--Proferì rivoltandosi al sergente _Ces coquins de Prussiens ont trop d'espions..._--poi di nuovo girando la faccia verso di me, mi domandò: _Vous etes Polonais_?

--_Non, monsieur, je suis Italien_.

--_Attendes_--E senza dire ai nè bai, ci lasciò in asso in mezzo a quei mammalucchi.

Si aspettò cinque minuti, se ne aspettò dieci, l'affare cominciava a diventar serio davvero: ogni poco venivano a frotte dei mobili e ci guardavano, come se fossimo bestie feroci: le donne di casa, una vecchia e una fanciullina avevano a nostro riguardo lo stesso contegno: sbaglio, la fanciullina ci faceva le boccacce.

--O bada... che le do uno scappellotto--Mi diceva il tromba digrignando i denti.

Io non gli rispondeva: se però fossero arrivati al Perelli, che ci aveva mandati lassù, tutti gli accidenti che gli augurai in quella mezz'ora, il povero diavolo chi sa mai quante volte avrebbe fatto il fatale viaggio che gli avevano risparmiato le palle prussiane.

Esaminando però tanto per ammazzare la noia e il malumore quei gruppi di mobilizzati che convenivano in quella stanza, sempre più mi convincevo della decadenza tanto fisica e morale della disgraziata nazione francese. Quella gente rachitica, mingherlina, paurosa non si poteva certamente chiamare la genia dei Cimbri e dei Galli, l'orgia e il deboscio han dato il colpo di grazia all'antica terra di Brenno e dei Druidi, l'orgia e il deboscio hanno ridotto una baracca dei burattini la così detta signora del mondo: qualche bel tipo raramente si trova nei campagnoli, ma la gioventù delle città muove a schifo. Per me la generazione è un diritto pubblico, non un diritto privato, e se ogni giorno si fanno, delle leggi per il miglioramento della razza equina e canina, perché non si hanno da istituire delle leggi che provvedano al miglioramento della razza umana? L'uomo è il re della natura, dicevano gli antichi: oh sì, che la dissero grossa... tra un leone ed un gobbo non può esser dubbio su chi ha aspetto più sovrano!

E il tempo passava e non il più piccolo indìzio che avesse a cessare la nostra prigionia.

--Si può mangiare? Domandai ad uno.

Questi alzò disdegnosamente le spalle e se ne andò--O guardiamo, se questi pezzi d'ira di Dio finiscono col farci far la morte del conte Ugolino?

Dopo un ora rientrò l'invitto duce, seguito da una scorta tutt'armata, che ci prese nel mezzo.

--E ora che ci fanno? Mi domandò con emozione il tromba.

--Scommetto che ci fucilano qui sulla piazza... raccomandati l'anima--Io gli risposi per ridere... Ma che brutta faccia non fece a tale annunzio il mio compagno di sventura!

--Per Cristo!... Esser fucilato dai Francesi non me l'aspettavo.

I mobili ci accompagnavano con fischi ed imprecazioni a cui facevano eco i borghigiani di tutto Fontain che si erano accalcati lungo la via.

Vidi che i nostri carnefici avevano intenzione di ricondurci in città: per nostra buona fortuna un capitano Nizzardo tutto vestito di rosso, ci vide, ci riconobbe (eravamo stati insieme il giorno ventuno) fece una partaccia al capoposto, ci tolse di mezzo ai soldati e ci condusse a bere con lui. Ci raggiunse il maestro di scuola e ci chiese un milione di scuse per averci cacciati in quel laberinto. Gli facemmo toccare il bicchiere con noi, e tutti insieme propinammo alla felicità della Francia, di quella Francia i cui figli ci trattavano con tanto riguardo.

In fretta e furia tornammo a Digione al nostro quartiere: là ci furono date due novità: la prima che erano stati incorporati nelle guide quei quattro Pollacchi, che erano di scorta al generale Bossak: questi disgraziati non sapevano un ette nè d'italiano, nè di francese e poco tardarono a diventare i buffoni dello squadrone: ci sembravano bravi ragazzi: ci guardavano attoniti, ci offrivano il loro tabacco, e divennero poi i cirenei del servizio: la seconda si fu che Miquelf con otto guide era partito insieme colla colonna dei Franchi Tiratori Alsaziani, comandata dal maggiore Bun, allo scopo di far saltare alcuni ponti che erano nelle vicinanze. Se la partenza di Miquelf ci fece tutti respirare dalla contentezza, il perdere anche per pochi giorni Materassi e altri amici lasciò un voto intorno a noi.

Una ben più dolorosa notizia doveva però poco dopo recarci turbamento: il generale Cremmer aveva abbandonato Dôle, lasciandoci così quasi accerchiati dai Prussiani, rimanendo libera, al caso di una ritirata, soltanto la via di Lyon. Il generale Cremmer pareva messo a bella posta a noi vicino per scombuiare i disegni del pro' Garibaldi: a Baune attaccando intepestivamente il fuoco e non volendo servirsi dell'aiuto del nostro piccolo esercito aveva dovuto ritirarsi, mettendo i nostri in falsa posizione: ora era la causa vera dell'ultimo disastro di Francia, poiché l'armata di Bourbaki nella disastrosissima sua ritirata avrebbe potuto appoggiarsi a questo paese, invece che di gettarsi in Svizzera.

Il governo della difesa nazionale cominciava a prendere in considerazione la fin qui disdegnata armata dei Vosgi, e si bucinava in quei giorni che la somma delle cose militari sarebbe rimessa nelle mani del general Garibaldi: ottimo provvedimento che, ne siamo certi, avrebbe salvata la Francia e che in allora reclamava ogni ceto di cittadini. Parigi non ancora arresa e coi suoi trecentomila uomini, gli eserciti dì Chanzy e di Faidherbe, lo spirito pubblico rialzato con le tre ultime vittorie, una direzione franca, ardita, incorruttibile non potevano non influire contro un esercito da otto mesi entrato in campagna, vittorioso sì ma omai stanco di guerreggiare in terra straniera, ma omai affralito dalle intemperie del cielo, dalle malattie, dalle morti; io credo infine che più fiducia in Garibaldi avrebbe servito per salvare la Francia; è una idea, come un'altra, e perché non l'han voluta attuare, io ho tutto il diritto di gabellarla per ottima.

Non vennero rinforzi di uomini, ma furono però a noi spedite, e giunsero in quel giorno in città, nuove batterie che, almeno a vederle, prometteano assai;

Quella sera dopo il pranzo ci saltò il ticchio di dar dietro a qualche figlia del piacere, di cui vi era in Digione un vero formicolaio. O sia che molte bocche vote di Parigi fossero piovute nella capitale della vecchia Borgogna, o che piuttosto tutta quanta la Francia sìa appestata da una corruzzione ributtante, è un fatto più che provato che il cinismo con cui ti abbordavano, che la franchezza con cui di caffè in caffè, di bottega in bottega queste disgraziate trascinavano le loro grazie e la loro prestituzione era tale, che non potevi fare a meno di sentir dentro di te un disgusto che non eri capace di mascherare: no, non è stata l'abilità degli strategi Germanici quella che ha debellato la Francia, lo torno a ripetere a rischio di passar per un predicatore noioso, è stata la corruzione aiutata e sorretta da un governo corrotto che voleva distrarre, divertendolo, il popolo dalle materie di stato.

In Italia non ci si può fare un'idea di cosa erano le strade di Digione sulle prime ore di sera; bisogna aver veduto quelle giovinette che col sorriso più provocante fermavano vecchi, giovani, soldati e ufficiali, che li prendevano a braccietto, che proferivano i più laidi discorsi con una indifferenza, con una leggerezza da darti la nausea, e tutto per scroccare una cena. Io non sono un puritano: quando si tratta di scherzare ci sto, ve lo provi il mio contegno di questa sera, ma se è permesso ad un soldato approfittarsi delle circostanze, in un pubblicista, se tale pur posso chiamarmi, sarebbe delitto il non alzare la voce su certi scandoli che deturpano l'umanità.

Tenemmo dietro a due giovinette e secoloro entrammo in una via che rimane sotto i bastioni della città. La porta della _Maison du Plaisir_ era tutta crivellata da colpi di revolwer. Gli ufficiali prussiani, superbi e sguaiati, come tutti i conquistatóri, avevan provato diletto a rovinar tutti gli usci, e tutte le vetrate di quella strada dedicate al piacere. Aggiunsi anche questo a tutti gli altri soprusi che avevano commesso i soldati della grazia di Dio, e mi tornarono in mente le parole dell'inno di Handt:

Dove non radica straniero vezzo Dove ha l'onesto stima: e al disprezzo Il vil si danna... È sol sol'ella L'intiera ed una Germania è quella.

È deliberato che i poeti non abbino ad imbroccarne una sola. Lo stendardo Germanico, finchè è nelle mani di un re, rappresenterà l'oppressione come tutti gli altri stendardi monarchici.

Entrammo in una bella sala, circondata da divani in velluto, tutti occupati da _moblots_ d'ogni grado, intenti a ber della birra e a far la corte alle damigelle: una ventina di bottiglie stappate erano disposte in batteria sul tavolino; sei erano le disgraziate, passabili ma avvizzite; in un canto ve ne era una ubriaca; quasi tutti fumavano _cigarettes_; predominava sulle altre un'Alsaziana, bella, ma stupida... una vera rosa del Bengala; bellezza senza profumo: la degnava solamente con gli ufficialetti, a cui ogni poco chiedeva da bere.

Il nostro ingresso non provocò certamente una dimostrazione: le donne rimasero indifferenti: i _moblots_ facendoci il viso dell'arme ogni tanto ci occhiavano a squarciasacco: per far qualchecosa ordinammo da bere e uno dei nostri andò al pianoforte.

Gli illustri campioni di Francia si misero a ballare... ci pareva di assistere al ballo dell'orsi: come è ridicolo un'uomo che balla sul serio!.. I nostri cantavano: tutto andava benissimo, quando uno dei nostri, un po' allegro, ci disse: Scommettiamo che mi metto a far la corte a quel biondino difaccia.

Detto fatto, la proposta venne accolta: era deciso che i _moblots_ fossero gli _jocrisses_ del momento; di più il biondino in questione era un'individuo rubicondo e pasciuto, un traccagnotto che avrebbe fatto figura a vender castagne e polenta in mezzo ai buzzurri; le stesse donne mentre ne accettavano le gentilezze lo canzonavano dietro alle spalle.

Il nostro amico gli va risolutamente daccanto! tutti noi ci avviciniamo per goder la scenetta: lo guarda con un occhio di triglia da fare sdilinquere una pulzellona, e a fior di labbra, pigliando una posa da Paolo nella Francesca, gli dice: _Combien tu es gentil!.._

--_Que ce que vous dites?_--Riprese l'altro di subito, e l'innamorato con più anima gli ripetè le frase.

Immaginatevi come rimanesse il povero grullo! Da bel principio non sapeva che pesci si prendere, guardò un paio di volte il soffitto, diventò rosso come una ciligia, eppoi si decise a far l'Indiano, ma l'altro gli posò gentilmente sulla spalla una mano.

--_Vous vous trompez_--Borbottava allora--_je vous assure.. je vous prie ne me fâcher d'avantage._

Quando ecco che uno dei nostri per compire il mazzo leva di sul tavolino il tappeto e lo butta sul lume.* quindi buio pesto, buio come in cantina: ed i nostri si misero ad abballottare donne e guardie mobili: e fu un'urtarsi, uno spingere un'inciampare, un ruzzolarsi per terra; strida, bestemmie, risate, un vero pandemonio. Ansioso di terminare la burla, giunsi a farmi strada in mezzo a quel diascoleto: a tentoni trovai il tavolino, tolsi via il tappeto e la luce fu fatta. I _moblots_ accettarono la burla: bisogna convenire che non sangue, ma acqua di malva avevano nelle loro vene.

CAPITOLO XXI.

A causa della presa di Dôle fu necessario che le nostre truppe, eseguendo nuovi movimenti, occupassero le posizioni situate al Sud Est di Digione, posizioni fino allora sguernite. La brigata Menotti traversò la città, portandosi da Talant al suo nuovo destino. Nel comando dei _Francs Tireurs réunis_ era succeduto al bravo Lhoste l'Italiano Baghino: qualche volontario da Marsiglia o da Lione era giunto a rafforzare le file delle nostre compagnie, già abbastanza stremate nell'ultimi fatti.

La mattina del ventotto il generale Garibaldi passò in rivista la brigata di Canzio: le truppe erano schierate in battaglia lungo il viale del Parco: il nostro generale più sorridente del solito traversò in carrozza sulla loro fronte; quindi assistè a vederle sfilare. I battaglioni dei mobili passandogli davanti lo acclamarono, plutone per plutone, con entusiasmo; i cacciatori di Marsala, i carabinieri Genovesi, questi giovani eroi, procederono come vecchi soldati e il prode vecchio si fè più sereno, guardando quei veterani sul fiorire degli anni.

Nel tempo che io pure guardava un così consolante spettacolo, mi sentii chiamare, e volgendomi vidi il fratello di Perelli che mi salutò caramente: egli aveva il braccio al collo: sapevo che era stato ferito e fui felice di vederlo così presto sulla via di guarigione.

Rammento ai lettori questo mio amico che di diciassette anni era là in mezzo a noi, lo rammento perché nel raccontarmi come buscò quella palla adoperò con me una verità da reputarsi impossibile.

--Alle prime palle ebbi una paura birbona--mi disse il buon ragazzino--pensai alla mia povera mamma, che mi proibiva di saltare, di pigliare il fresco, che stava in pensiero, quando tornavo tardi, e che ora non era più buona a proteggermi... mi addossai a im muro tutto rannicchiato, facendomi piccino, piccino e ci stetti qualche minuto: passarono gli Egiziani, uno di loro mi disse: sei un vile; mi saltò il rossore alla faccia, avrei ucciso quell'uomo, poi vidi che aveva ragione, ripensai anche allora alla mamma, alla mamma che piuttosto di vedermi infamato, piuttosto di piangere su me vivo avrebbe pianto sulla mia tomba, e mi accodai all'Egiziani, con loro mi stesi lungo i vigneti, con loro sostenni due ore di fuoco, con loro caricai alla baionetta, fino a che mi sentii percuotere questo braccio, come da una bastonata e caddi per terra... ero ferito!...

La rivista era terminata: allegri e contenti tornammo in città; l'eccellente spirito da cui erano animate indistintamente le truppe, la fisonomia sorridente di Garibaldi, il piglio ardito e simpatico di Canzio, la memoria dei generosi amici nostri che ci avevano dimostrato come si deve morire allorché siam guidati da magnanimi proponimenti, una certa tal quale ambizione di avere assistito ad uno dei drammi più splendidi dell'Epopea Garibaldesca, sempre più ci stimolava ad adempire scrupolosamente il nostro dovere, sempre più ci rendeva sicuri di brillanti, di memorabili trionfi: ma a che serve la fede, quando i traditori ed i mercanti di popolo paralizzano coll'alito gelato del calcolo le sublimi abnegazioni delle minoranze da loro dette fazioni? Mentre l'avvenire ci si dipingeva davanti con i colori più rosei, mentre germogliava viepiù gigante nel petto dei prodi l'inestinguibile desio di quella gloria che sola è da rispettarsi, perché nasce nel sacrificio e nel sacrifizio consolidasi, Favre coi suoi prestigiatori camuffati da repubblicani, segnava la vergogna della Francia: la patria di Danton diventava la cloaca dei Cesari; il berretto frigio che aveva sul capo le si tramutava, in meno che lo si dice, nell'ignobile berretto del galeotto; ed un tal berretto nelle ultime circostanze a me parve il più adatto, che i popoli che hanno sentimento vero di libertà e di giustizia sanno morire sotto le ruine delle loro città: informino Sagunto, Saragozza e Missolungi: i popoli invece, i quali sono corrotti, vigliaccamente si accasciano sotto le verghe dei Napoleonidi, o sotto alle bombe a petrolio dei manigoldi di un Thiers.

Chiami pur vandali i primi e civili i secondi la stampa venduta; tra il vandalismo di cruenta ma eroica protesta e il civismo di chi si appoggia alla prepotente codardia della forza, io m'inchinerò sempre, io sempre mi farò di cappello al primiero.

Ma a noi non doveva esser noto per anche il grande avvenimento che fece andare in solluchero i borsaioli (vedi negozianti di borsa che alla fine è tutta una zuppa e un pan mollo) e tutti gli Arlecchini quattrinai di questa valle di trappolerie.

Una nazione che cade fa arrichire un banchiere: il pianto delle vedove e degli orfanelli che reclaman vendetta e che son costretti a piegare il capo alla tremenda necessità della forza fa alzare il _sessantacinque_ al _settanta_: vinca il nemico: se rialzano i fondi, ben vengano l'umiliazione, le rapine, gli incendii; s'impingui la borsa, e poi si balli il _cancan_ colle baldracche più laide tra le rovine tuttora fumanti della nostra povera patria, tra i cadaveri dei nostri fratelli che avendo sortito dal caso un generoso carattere hanno preferito all'ignominia la morte... son storie vecchie quanto Noè, ne convengo, ma son vere come è vera la luce del sole... oh! benedetta l'aristocrazia dell'oro, del prezioso metallo che solamente qualche scalzacane ha potuto qualificare per vile: oh, benedetto il trionfo della classe borghese, di quella classe che ha per patria le mura del proprio negozio, o del palazzo carpito a forza di scrocchi e d'usure a un rampollo di magnanimi lombi, che si è giocato a bambara gli averi e la reputazione dei vetusti parenti!

I nobili dei tempi andati avevano, se non altro, delle tradizioni alle quali si mostravano ligissimi; spinti da queste (inutile sarebbe il negarlo) hanno regalato al mondo degli eroici tratti, che giocoforza è ammirare; _noblesse oblige_: tale era la loro divisa, e si facevano uccidere per quel re, a cui avevano giurato devozione illimitata; per un sorriso, per un'occhiata, per una sciarpa della bella dei loro pensieri col sorriso sul volto andavano incontro, al pauroso fantasma degli spiriti deboli, alla morte: loro cantava il trovatore nella mesta ballata, o nell'ispirato inno di guerra: loro salutavano come protettori gli artisti.... erano nel falso, dovevano cadere, chè la legge del progresso non ammette ostacolo alcuno, sia pure attraente; ma era un falso splendido, era un falso del quale, nostro malgrado, non potevamo non ammirare in qualche parte la cavalleria; esso ci rammentava la Tavola Rotonda, le crociate, le battaglie di Luigi XIV; e quando quest'aristrocrazia si vide impotente ad impedire la marcia del progresso ella cadde eroicamente, cospergendo di sangue glorioso i campi della Vendea: questo sangue segnó la morte del nobilume: in oggi i rampolli degli antenati magnanimi o funghiscono nella loro castella, o fanno da comparse nel _Club_.

Ma l'aristocrazia dell'oro? Nata nel lurido bugigattolo di uno strozzino, cresciuta nella stanza di affari di un ladro intendente, rinvigorita nello splendido palazzo di un commendatore banchiere che pur ieri vendeva i cenci o raccattava le cicche, vergognosa del proprio passato, piena di sospetti per l'avvenire, codardamente accanita alla sola idea di perdere o di scapitare su dei capitali accumulati a forza d'infamie, e di bassezze, è lei sola il vero sostegno delle tirannidi, è lei sola che fa cadere nel fango i popoli più gloriosi, è a lei sola che si devono attribuire i disastri del mondo: poiché, se l'antica aristocrazia a un'idea falsissima sacrificava e vita e agiatezza, la moderna all'agiatezza e alla vita sacrifica tutto. Io non ammetto nemmeno la così detta aristocrazia dell'intelligenza: il nascer savi è caso e non virtù, dirò parafrasando i celebri versi del Metastasio; ed allora? mi domanderà qualcheduno: allora, rispondo, io non ammetto che una sola aristocrazia, aristocrazia basata sull'eguaglianza, l'aristocrazia del lavoro!...

Mi scusino i lettori, se io vado di palo in frasca: mi scusino le lettrici che potranno ravvisare in me più un predicatore noioso, che un narratore giocondo; tra i miei appunti ho trovato anche queste linee e non sono stato buono di sacrificarle; non saprei dirne il motivo; ma per non fare brontolare nessuno rientro a gran carriera in carreggiata.

Mecheri, Materassi, Piccini, Bocconi ed io eravamo nella nostra camera, sognando tra una boccata e l'altra di fumo nuove battaglie, e per conseguenza nuovi trionfi. «Quando il vecchio passa in rassegna i soldati, si pensava tra noi, ci è sempre per aria qualche cosa di grosso». Per tranquillizzare gli amici e i parenti si scrivevano lettere nelle quali si magnificava il bel cielo che ci faceva credere di essere in primavera (come han sentito i lettori erano giornataccie piovose da metter l'uggia in corpo anche ad un'ombrellaio); si descriveva i nostri adipi che addivenivano d'ora in ora da canonici, si dava ad intendere che si apprestavano feste da ballo. Chi parlava di andare a Parigi, chi di riprendere Metz, chi di schizzare diritti diritti a Berlino...

_... Oh degli eventi umani Antiveder bugiardo!_

Spalancando la porta con una pedata, entra in camera Ghino Polese con un viso da far rizzare i bordoni all'uomo più apatista del mondo.

--Che è?--Gli si grida tutti a una voce.

--È...--e qui un moccolo da Livornese puro sangue--È... che si tratta nientemeno...

--Di assedio della città?

--Peggio... potremmo morire con le armi alla mano.

--I Prussiani son entrati?

--Ma peggio!

--Ma cosa dunque... per carità!

--Ci è l'armistizio!...

Un fulmine che fosse caduto in mezzo a noi poteva produrre il medesimo effetto. Prima un silenzio di morte, poi una salpa d'imprecazioni; tutte allo stesso indirizzo.

--Ma sei ben sicuro di quello che dici?

--Me lo ha assicurato un'ufficiale di stato maggiore...

--È impossibile! Parigi si difenderà fino all'ultima pietra.

--Parigi ha capitolato!...

Altro silenzio, poi tutti mossi dallo stesso pensiero giù a rotta di collo per la scala, onde portarci al quartier generale.

