Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino
Part 16
Dopo poco entrarono in camera mio fratello, i due Piccini e vari altri; si poteva creder benissimo di essere in una caserma; per ammazzare il tempo vari si posero a giocare alle carte: alcuni altri chiesero aiuto alle muse, e si misero a sciorinare ottave, sonetti, rispetti con una facilità più che Arcadica. Fra le altre birbonate, sentii un rispetto non molto bruttaccio, e lo regalo ai lettori, se non altro onde mostrare che a tu per tu colla morte, colla corte Marziale, e col linguaggio barbino dei superiori e dei regolamenti, qualcuno alla meglio o alla peggio trovava il momento di dedicarsi alle arti gentili. Il rispetto era dedicato ai Franchi Tiratori, a questi Beniamini della situazione. Eccolo:
*Son della patria un Franco tiratore E vo pei monti a caccia dei Prussiani: Amor mi spinge contro all'oppressore, Amor dei cari miei, che or son lontani: Tra il fragor dei fucili e del cannone, Siccome a nozze, corro alla tenzone: Venga l'Ulano dall'acuta lancia... Io non ritiro il piè... Viva la Francia! Vengan di Prussia i difensor più saldi... Io qui l'attendo... Evviva Garibaldi!*
Ogni tanto la padrona di casa, veniva a pigliar mie notizie, dava un'occhiata a quei gruppi e se ne andava proferendo con amabil sorriso: _Oh les braves garcons!_
L'ora di assistere alla cerimonia pietosa in onore del compianto Ferraris si avvicinava a gran passi, e i miei amici mi lasciaron solo di nuovo: questa partenza che lì per lì mi uggiva non poco, doveva procacciarmi un paio d'ore di felicità, se almeno la felicità si valuta dalla maggiore o minor prestezza con la quale volan gli istanti... quelle due ore mi sembrarono infatti appena un minuto, ed eccone la ragione.
Leggevo con più attenzione del solito una delle più bella poesie del Musset, poesia un po' materialista, se vogliamo, ma non per questo meno ispirata; il fino contorno di una gamba elegante, ed il piccolo piede di una figlia d'Eva, attraente come la colpa, erano ivi tratteggiate con una finezza indicibile dal poeta più simpatico della Francia moderna: il mio pensiero vagava per orizzonti tutt'altro che Platonici e la mia immaginazione esaltata riandava i bei piedini ed i fini contorni di certe gambe, che lo zeffiro compiacente come un ufficiale d'ordinanza di un re, tante volte aveva svelato al povero _bohème_ che dalla porta di un caffè vede a trasvolarsi davanti, come una visione, le belle del mondo privilegiato.
Leggera quasi farfalla, senza che io la veda, si è avvicinata al mio letto la gentile infermiera, la pietosa visitatrice di tutte le ambulanze: Essa mi guarda in silenzio; alla mia volta io la guardo e sto zitto. Per cotesto, si principia benino!
Finalmente lei rompe il ghiaccio, e colla sua vocina simpatica la comincia: Non ho potuto portare il medico, come vi avevo promesso.
--Non importa...
--Vi sentite meglio?
--Tanto meglio che domani mattina esco di casa.
--Voi non commetterete questa pazzia! Ve lo proibisco in nome di vostra madre... pensate alla povera donna che forse vi aspetta...
--Mia madre è morta! Proferisco un po' commosso all'evocazione di tale ricordo..
--A vostro padre...--Continua più affettuosamente la cara fanciulla.
--È morto!--Replico in tuono brusco
--Dunque siete orfano?..
--Purtroppo!
--Avrete una bella però?... confessatelo?
--No.
--È impossibile!
--Ve lo garantisco.
Osservo che la mia interlocutrice arrossisce molto facilmente ed ha un nasino _rétroussé_ graziosissimo.
Altri due minuti di silenzio.
--Ebbene vi farò da sorella. Come vi chiamate?
--Ettore.. e voi?
--Luisa!
--Ho appunto una sorella che si chiama come voi.
--Benissimo!.. Allora ci faremo confidenze reciproche.
--Va bene?
--A meraviglia! Cominciate voi, che mi avete fatto tante domande e rispondetemi a tuono... E voi...?
Non mi azzardo a continuare, ma l'altra capisce alla prima e volendo soddisfare a quel sentimento di vanità, prerogativa del sesso debole in generale e delle Francesi in particolare, si affretta a rispondermi: Ah!.. Io appena sarà finita la guerra ho da essere sposa..
--E chi è il fortunato?..
--È... Ve lo do a indovinare tra mille...
--Non saprei... qui non conosco nessuno.
--È nientemeno che un ufficiale Badese.
--Un vostro nemico?
--Io non ho alcun nemico.
--Ma... che so io... un oppressore.
--Che ci han che fare quei poveri diavoli!.. Oh! sentiste come la pensa anche lui!... scommetto, che se vi avvicinaste, in pochissimo tempo diventereste amici del cuore. È tanto buono, è così generoso!
--Sarà.. ma dove l'avete conosciuto?
--Qui all'epoca dell'occupazione: egli mi chiese in tutte le regole ed io acconsentii.
Cosa strana, egoistica, tutto quel che volete! Io non sentivo nulla per quella donna, ma provai dispetto ad udir quella confessione, che così ingenuamente venivami fatta: per cui non potei fare a meno di diventar brusco; Luisa se ne avvide e per placarmi si chinò su me e le di lei labbra sfioraron le mie; non l'avesse mai fatto!.. un fuoco di fila di baci, tutt'altro che fraterni, echeggiò sotto il padiglione nuziale che adornava il mio letto. Povero ufficiale Badese, io mi prevaleva un po' troppo dei diritti del vincitore, ma ora ti auguro un brevetto di colonnello, una croce dell'aquila nera, un'eredità di un mezzo milione, purché tu renda felice la mia assidua assistente!
Era tanto carina, quando partì, imbacuccata nel suo _water-proof!_ Giunta alla porta tornò indietro, si levò di tasca una medaglina, me l'attaccò al collo... io la lasciai fare: era una medaglia della vergine madre... oh! religione!... Eppure non ho mai abbandonato quel microscopico pezzetto d'argento: non fremano i liberi pensatori: io tengo molto alla religione... dei gentili ricordi!
Partita lei, tornarono le padroncine e insieme alla vecchia vollero servire il mio desinare da ammalato: le più squisite galanterie, che l'arte e l'umana ghiottoneria hanno inventato pei convalescenti, mi si portarono davanti; a siffatta gentilezza, a vedere intorno a me le due creaturine che sembravano angeli, mi vennero le lacrime agli occhi. Gli spiriti forti hanno poco da ridere: Campanella, il quale non era certo un debole nè una donnicciola, rifugiatosi a Marsiglia per sfuggire alle persecuzioni ha confessato di aver sostenuto a ciglio asciutto prigionia e tortura e di aver pianto sperimentando l'opera benefica dell'illustre Pereiscius che l'ospitò: ed io che avevo non un Pereiscius, ma delle donne e molto belline, per ospiti e che ancora non ho provato torture, potevo piangere come il celebre perseguitato dalla Corte di Roma.
«Cosa bella e mortal passa e non dura». La campana dei vespri mi rapì la genial compagnia: in quella famiglia erano religiosissimi, come in quasi tutte le famiglie delle classi aristocratiche e borghesi di Francia. Mai ho maledetto San Paolino di Nola e la sua sconsacrata invenzione delle campane, come lo feci in quella sera.
E a rincarar la dose del mio malumore, capitarono gli amici. Avevano accompagnato la salma del Ferraris, ma, colla teorica degli antichi Romani, dopo i funerali erano andati alle mense, e ciò si vedeva chiaramente dalle accese loro fisonomie, dal lor modo di muovere i passi.
Il Piccini entrò traballando, e parlando un francese che non si capiva nè da Italiani nè da Francesi: ogni poco interrompeva il bisticcio per vociare: _le saucisson de Lyon... en avant Garibaldiens_... Cosa credeva di dire, non giungemmo mai a capirlo nemmeno da lui!... Il Dio Bacco l'aveva inalzato, a dir poco, alla ventesima potenza dell'ebrietà, e quando si mise a sedere attaccò un tal sonno, che per portarlo via ci vollero persino dei pugni.
Giunsi a comprendere in tanto baccano che il funebre trasporto era stato imponentissimo e che Canzio aveva proferito generose e ben degne parole sulla tomba del figlio prediletto della democrazia Torinese.
Dopo aver rimesso un polmone, o poco meno, per mandar via di camera tutti quegli indiavolati mi addormentai saporitamente... Con poche ore di riguardo e di calma il mio male era passato.
CAPITOLO XIX.
Non ascoltando i consigli degli amici, io me ne andai il giorno dipoi, secondo il solito, al quartiere, e secondo il solito, non vi rinvenni alcuno. Facendo necessità virtù, mi misi a girellar per la piazza, molto più deserta dell'ordinario. I volontarii erano stanchi e dopo essersi battuti, come leoni sul campo, avevano anche ragione, se voleano riposarsi: si sapeva che i nostri esploratori erano giunti fino a Messigny senza rintracciare il più piccolo vestigio dell'inimico, e il Garibaldino ha un'avversione pronuziatissima per far l'eroe per chiassata. Tutti coloro che han fegato sono scansafatiche per eccellenza: può sembrare alla prima un'assurdo, ma ho provato che è vero.
Dopo poco rintoppai il nostro tenente Ricci, che aveva domicilio e stanza d'ordini su quella piazza.
--Il generale è contentissimo di voi--Mi disse con la soddisfazione sul volto--Dovreste fare un ordin del giorno?
--Chi?... io?
--No... Miquelf...
--O non sei tu il comandante il deposito?
--Che deposito d'Egitto!--e qui una bestemmia in Romagnolo--io non ne voglio saper nulla... che faccia lui, che sa tutto--e qui una litania d'improperi alle spalle del sottotenente.
Era sempre così; una lotta continua, un ricambiarsi perpetuo d'impertinenze, che ci facevano godere amenissime scene: Miquelf non sapeva l'Italiano, il Ricci non conosceva neanche di vista il Francese, per cui noi si rideva e le cose del deposito andavano a vanvera.
Dopo essermi assicurato che nulla di nuovo eravi al quartier generale, lasciai il mio tenente, e presi la _Rue Condè_.
Vidi alle cantonate delle città una nuova sentenza della corte marziale; questo tribunale, istituito dal dittatore Gambetta, continuava a terrorizzare l'esercito, e solo, mercè l'influenza benigna di Garibaldi, ora si addimostrava assai più benevole di quando fu impiantato; sul principio non erano che sentenze di morte: per il nonnulla più piccolo non si esitava a decretare la fucilazione di un soldato: in Autun fu ucciso perfino un volontario, che, affamato, aveva rubato una gallina... A Digione per colpe così gravi, ci si contentava di mandar l'uomo in galera! Lo spirito bizzarro dei Garibaldini però aveva ridotto a materia di scherzo questo tribunale il cui nome faceva venir la pelle d'oca ai birbanti. Il gran giudice veniva chiamato _Bertoldino_: il codazzo dei sommi consulenti erano additati come le comparse della giustizia, o come le guardie di sicurezza della libertà. Guardia di sicurezza nel linguaggio di uno scavezzacollo significa, un animale irragionevole che ha del pagliaccio e delle birbante, del coniglio e dell'uccello da preda, sempre ridicolo e spregevole specialmente poi quando vuol fare l'eroe.
Leggevo la sentenza, quando mi sentii battere sulla spalla e vidi Tito Strocchi con un berrettino da sottotenente.
--Mi rallegro!--Esclamai, stringendogli la mano.
--Cosa vuoi?! Bisogna rassegnarsi: con questo alluvione di gradi non ci è ombrello che tenga.
--Ma tu te lo meriti--Interruppi io, volendo far rimarcare all'amico la sua troppa modestia--Ti hanno promosso per il tuo contegno del ventitrè?
--Sì... anzi volevano in tutti i modi portarmi da Garibaldi, ma io mi vergogno.
O anima eccezionale!... O vera mosca bianca in quel turbinio di ambiziosi sfacciati!... Il vero merito è modesto, ed è abbastanza soddisfatto dalle voce della coscienza. Battano pur la gran cassa i ciarlatani e gli eroi di professione, facciano pubblicare ai quattro venti le loro mirabili gesta, chi ha fatto realmente il proprio dovere non si cura se l'opinione pubblica fischi od applauda, troppo è convinto che quest'opinione ha avuto sempre un ghigno per il grande, una lode e un'applauso pel miserabile.
*Digione era allegra: un'insolito viavai di gente percorreva le strade: le donne venivano sull'uscio delle botteghe per vederci passare e tutte avevano un sorriso, un complimento per noi... per niente non avevamo debellato i più celebri soldati della Pomerania!... Oh! giorni!... O dolcezze perdute, o memorie!... Dirò con quel povero Renato così tradito dalla moglie e da Piave!
Vicino alle caserme osservai un'affaccendarsi e un movimento indicibile. Si temeva forse che i Prussiani ci riattaccassero? Nemmeno per sogno! Si trattava di armare tutti i soldati, a qualunque corpo appartenessero, colle carabine _Remington_ e in quell'ora appunto si distribuivano quest'armi.
Questo provvedimento fu commendevolissimo: con tante specie di fucili, così differenti tra loro il provveder le cartucce per tutti, era una cosa assai malagevole: di più, mi pare averlo detto altra volta, le carabine _Wincester_ esigevano una pratica d'armi, una avvedutezza in chi le possedeva, come non si può che raramente trovare in un corpo di giovinetti, la maggior parte dei quali è inesperta al maneggio delle armi; nè minori cure esigevano le _Spencer_, per cui si trovò nei combattimenti chi dopo tre o quattro colpi si ridusse all'impossibilità di tirare. Il _Remington_ non offre difficoltà alcuna, nè alcun pericolo in chi lo maneggia. Il provvedimento adunque fu magnifico: peccato che fosse preso, quando, pur troppo, non aveva ad esservi alcun bisogno di armi. È una cosa buffa: Mi rammento che anche in Tirolo si cominciò a cambiare gli schioppettoni dei volontarii in buone carabine di precisione, quando era già segnato l'armistizio. Son le solite cose che toccano a quel povero uomo di Garibaldi.
Al quartier generale mi si notifica che dopo tre giorni è stato rinvenuto il cadavere del prode Bossak, e che gli si apprestano funerali solenni: non funerali preteschi, veli, che di tali sciocchezze all'armata dei Vosgi non se ne facevano di certo, ma invece un'accompagnatura con tutta la pompa che si conviene ad un generale morto in battaglia. Al quartier generale saluto affettuosamente il capitano Bacherucci, il cui battaglione della legione Barelli, si è coperto di gloria a Talant, sostenendo sulle prime ore della sera l'urto formidabile degli irrompenti battaglioni Prussiani e scaricando fino all'ultimo colpo: fa parte di quel battaglione anche il capitano Romanelli d'Arezzo, giovine veterano della guerra dell'Indipendenza, e patriotta di tempra Spartana; è l'uomo più piccolo dell'armata dei Vosgi, ma forse dei più grandi per coraggio: mi dicono che in faccia al fuoco ha voltato il cappotto dalla parte della fodera rossa ed in tal modo ha sostenuto per più di mezz'ora l'ostinato fuoco di fila delle compagnie nemiche.
Un altro capitano, Nizzardo credo, che è lì con gli amici, con una franchezza piuttosto brusca, senza conoscermi, mi stringe forte forte la mano e mi dice: finora credevo che le Guide non fossero buone che a farsi vedere per i caffè, o a far la corte a queste pettegole... ma l'altro giorno, vi ho vedute come noi col fucile, tra il fischiar delle palle, bravi figliuoli, vi rimetto la stima.
Ritrovai molto dopo questo capitano, ma, con mia grande meraviglia, lo riconobbi accanito più di prima nel suo odio contro le Guide. Le penne dei nostri cappelli erano il suo cauchemar. Bisogna sentire che cosa non ne diceva!... E se la bravura del nostro corpo si doveva argomentar dalle nostre penne, convengo che l'amico non avea tutti i torti. Mai collezione più originale può essere veduta nel mondo! Chi ne aveva una lunga lunga: chi così piccola che per vederla ci volevan le lenti d'ingrandimento: chi le aveva rossa, chi nera, chi verde ed uno perfino se l'era messa celeste: aggiungete il colore sfacciato dei molti cordoni che ornavano la nostra uniforme, eppoi ditemi, se capitando in pieno veglione a un teatro, non ci era proprio da scambiarci per una mascherata.
--Se fossi io nei piedi del Generale--Borbottò lasciandomi il vecchio ufficiale--vi pianterei tutti nel treno.
--Io mi augurai che quel vecchio non diventasse mai un pezzo grosso nella nostra piccola armata.
Ritorno a bomba per far sapere ai lettori che la legione Ravelli, che noi non incontrammo nel combattimento si era comportata strenuame. Ravelli era stato leggermente ferito, erano morti gli ufficiali Giomi, Mauroner, Falchiero, Leviski e molti altri di cui non so i nomi; stragrandi erano state le perdite della bassa forza.
Lasciai gli amici e il capitano e mi avviai verso casa. Per quel giorno la repubblica non era in pericolo. Mi fermai a dire due sciocchezze con la tabaccaia; la Luisa mi rimproverò perché io era uscito, io le accennai che ritornavo in casa; ci si bisticciò, si fece la pace, si rise eppoi andai in camera a scaldarmi.
Non sentendo più dentro me alcun'indizio di malattia, la sera me ne andai al solito _Restaurant_; vi entrai tristo: ripensavo che l'ultima volta ci ero entrato insieme con Rossi!
Appena aprii l'uscio, sentii un grand'urlo un urlo, come di chi prova paura. Mai erami successo in tutta la vita di venire accolto in quel modo nè sapea farmene ragione, per quanto mi scervellassi. L'urlo era stato proferito dalla proprietaria, che finora si era mostrata gentilissima ed educatissima a nostro riguardo.
--O non siete morto?--Mi disse finalmente di dietro il banco l'ostessa.
--Ma io credo di no!--Risposi immediatamente.
--È impossibile!--Questa replicò, turandosi gli occhi, quasiché si trovasse al cospetto di un'ombra.
Non starò a riportare tutte le spiegazioni; basti il sapere che gli amici mi avevano dato per morto, onde assister più tardi a questa burletta,
«_On est toujours trâhi, què par les siens_.
Come eran lunghe le serate a Digione! Cosa fare?... Gli altri ammazzavano il tempo col fare frequenti libazioni in onore del generoso paese che ci ospitava e del vino che produceva: io non era in stato di farlo: mi misi a chiacchiera colla padrona ed insieme combinammo che le avrei insegnato la lingua italiana.
Io non so chi abbia inventato l'accento; ma vi assicuro che, se gli arrivassero le maledizioni che dentro di me gli scagliai nel mio periodo magistrale, egli chiederebbe un permesso al Padre Eterno per fare una scappatina nel mondo di qua, onde sfidarmi a duello... fu una vera desolazione!... Dite lunedì--dicevo alla mia graziosa scolara; e lei: _Lunedi_: dite casa, e lei _casà_; in sette o otto lezioni insomma non arrivò che a proferire la sera che noi partimmo: _Buonà serà_. Povero fiato!... È vero che se ci si perdeva di fiato, ci si risparmiava di borsa, e quello che nelle prime sere io ed i miei compagni si pagava tre franchi, nelle ultime si pagava un franco e mezzo e anche meno.
A proposito di mangiare devo far notare ai gastronomi che avessero intenzione di andare a Digione due grandi inconvenienti: primo la eterna zuppa, che come in tutta la Francia, si mangia indispensabilmente, quasichè non vi fossero fabbricatori di paste: secondo l'ora regolare, indiscutibile del _dejuner_ e del pranzo. Un povero disgraziato che capita in città dopo le undici, abbia pure le saccoccie rigurgitanti di maranghi, farà la fine del conte Ugolino.
Dopo aver provato all'albergatrice che almeno per ora non ero anche morto, ce ne andammo al _café de la Paix_, dove un subisso di mobili raccontavano _mirabilia_ degli ultimi fatti. Tra questi predominava un capitano lungo come una pertica, elegante come un perfetto _dandy_.
--Guarda ha la croce di Mentana!--Mi dice all'orecchio il furiere Quaranta che in quella sera ci aveva accompagnato.
--Lascialo stare--Gli risposi io immediatamente, ma conoscendo l'umor delle bestie, fino da quel momento previdi dei guai.
Godo dire che i miei amici furono delicatissimi e che per parte nostra non sarebbe nato certamente diverbio di sorta. Si lasciaron cadere inosservate le solite fanfaronate francesi, si lasciò correre su certi eroismi di cui si facevano belli questi Don Chisciotte da dieci al centesimo; ma quando in mezzo all'attenzione generale, il gallonato cosaccio si lasciò scappare di bocca: _Les Garibaldiens sont dès aventuriers_, ci alzammo tutti contemporaneamente da sedere e ci avvicinammo a questi guerrieri da caffè.
Scommetto che il capitano non ci aveva veduti: me lo fa credere la sua fisonomia pallida e sconvolta, che fece, appena che ci vide vicini.
--_Rèpetez, Monsìeur, ce que vous aves dit?_--Urlò come un indemoniato il Quaranta.
--_Je vous assùre..._
--_Ah.. lache_--E un potente manrovescio fe' capitombolare sotto il biliardo lo spilungone.
Ci si era: battaglia campale: volavano banchetti, tazze, piattini: fu rotto uno specchio e chi sa quanti bicchieri: le guardie mobili sul primo tennero fermo, poi, peste e malconcie, se la diedero a gambe. Al capitano fu perfino tolta la sciabola; gli fu levata dal petto la croce e gli fu battuta sul naso. Che gusto schiaffeggiare un'eroe di Mentana, sputare in faccia a un difensore del papa!.. E come se ne andò scorbacchiato e confuso!... Traballava come un briaco e non si azzardava ad alzar gli occhi. Noi eravamo rimasti padroni del campo: in cinque avevamo messo in fuga una ventina di _moblots_. Che bella vittoria! E dire che la padrona pretendeva che le si rifacesse le spese dei danni, che aveale recato il combattimento!... Da quando in qua il vincitore paga qualche cosa dopo una battaglia? Nella terra di Brenno, si dovrebbe conoscere il tradizionale: _Veh victis_!
CAPITOLO XX.
Il giorno ventisette gennaio si presentò colla solita mancanza di ogni e qualunque movimento strategico. Finivo di sorbire un'eccellente tazza di caffè, quando vidi entrare nella bottega il Perelli, sergente del nostro squadrone, un Meneghino puro sangue, impavido al fuoco, susurrone sempre.
--_Oui ti_--Mi disse abbordandomi--Ti è passata la malattia?..
--Mi pare!
--Allora in servizio...
--Questo poi...
--Meno osservazioni...
--E che ho a fare!
--Devi portare questo plico a Fontaine, quando sei lassù, piglia pure una cotta... te lo concedo.
--Ma dimmi perché non ci vai tu?
--Ecco lascierò il tuono di superiore e te lo chiederò in piacere... sai quante volte ti ho risparmiato la guardia... se tu conoscessi le occupazioni che ho!... Figurati, bisogna che contenti tre o quattro ragazze...
--Scusate, se è poco!
--Eh!... non è niente! non fo che pigliare la rivincita di ciò che fecero i Francesi da noi nel cinquantanove... d'altronde i Garibaldini son troppo necessari all'Umanità e per conto mio, cerco tutte le strade per eternarne la razza...
--Va bene... dunque parto!
--Addio!
Il plico che avevo a portare era per un certo Meyssac o Meglac salvo errore, maggiore dei mobilizzati dell'Ain. Mi aggrego il tromba delle Guide, un Romagnolo che ha la pretesa di far dello spirito. Infatti, passando sotto la chiesa di _Nôtre Dame_, chiesa mezzo rovinata, la sbircia ben bene eppoi dice: I Francesi non credono alla verginità di Maria...
--E perchè?
--Perchè in tal caso la chiamerebbero _nôtre demoiselle_!
Chiedo scusa ai lettori per il disgraziatissimo tromba.
Passammo la barriera e rivedemmo quei luoghi tanto illustrati dai recenti combattimenti; non un cadavere si vedeva per l'immensa estensione: solo qualche albero stroncato, qualche muro disfatto, qualche casa scortecciata, crivellata dalle palle faceva supporre la tremenda tenzone che si era svolta in quei luoghi. Un sole bellissimo, come mai avevamo veduto dacché eravamo arrivati in Francia, ripercoteva i suoi raggi in quella campagna squallida e tetra, o che forse tale ci appariva al ricordo di tante generose esistenze che ivi erano state tolte alla patria, agli amici per saziare la indomabile sete di sangue che suole distinguere i re.
Giunti a Fontain andammo per informazioni alla scuola, che per la prima ci si parava davanti. Domandammo ad un uomo in _blouse_ turchina che era sulla porta, dove si trovasse il maestro. Con nostra gran sorpresa ei ci rispose che il maestro era lui.