Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

Part 15

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--Voi traverserete il mare, tornerete in mezzo ai cari vostri, e presto, come tutti gli altri, vi dimenticherete di me... Noi donne galanti, alla moda non sappiamo, non c'immaginiamo neppure l'amicizia; l'amicizia richiede del cuore e a noi ce l'hanno strappato i signori di cui siamo i giocattoli. Chi ci ha mai inculcata la santa religione dell'affetto, delle fede? Chi ci ha mai rammentato di esser donne? ripensando al passato una nube qualche volta passava sulle nostre fronti... «Le vostre fronti son fatte per baci e per i diademi,» ci dicevano i felici del mondo, e a noi diamanti, abiti, ricchezze... qualche volta la miseria degli altri ci strappava dal ciglio una lacrima. «i vostri occhi non son fatti per piangere, son fatti per brillare di voluttà e di piacere,» ci ripetevano i nostri adoratori e a noi le inebrianti emozioni dell'orgia. L'artigiano che ci disprezza perché colla prostituzione si ha quello che egli non giungerà mai ad aver col lavoro, ci addita alle sue figlie, come vampiri, come mostri e queste ci salutano colle loro fischiate; i nostri protettori quando si son sbizzarriti con noi vanno a cercarne delle altre, noi ricorriamo a spese matte, a piaceri che abbruciano: i denari van via, e viene l'età: la prima grinza fa fuggire l'ultimo adoratore e... e... se non morissi qui, se continuassi a vivere, tra pochi anni, obliata da tutti, morirei nel fondo di uno spedale... eccolo l'avvenire di noi povere colpevoli coperte d'oro e di gemme! Fortuna che questa palla ha troncato tanta colpa e tanta miseria!.. Ve lo ripeto, ve ne scongiuro.... andate a soccorrere quel povero soldato.... forse potrete risparmiare un gran dolore ad una povera madre, pensate alla vostra che ora prega per voi in Italia... Oh se avanti di morire il Cielo volesse concedermi là santa voluttà di una lacrima!

Le mani d'Aissa cominciavano ad agghiacciarsi, e posandosi sulle mie, mi producevano la medesima impressione, come quando si tocca una serpe.--Oh!.. un tempo... io ve lo voglio dire... un tempo io non era cattiva!--La proseguì con tuono più flebile--Amai troppo, credei troppo... e ne ho scontato anche troppo la pena. Ah! avessi dato retta alla mamma... fatemi il piacere, levatemi dal seno, la crocellina che è attaccata a questo piccolo nastro., ce la conservo da tanto tempo e quando i miei amanti ci ridevano sopra, io correva a nascondermi e la baciavo, la baciavo colle lacrime agli occhi e col cuore che mi si stringeva dalla pena... vi raccomando di lasciarmela indosso anche quando sarò morta: è il più caro ricordo che io abbia... l'ebbi da lei, una sera, una bella sera di estate: eravamo sull'aja, e ci era stato il prete a benedire il ricolto; l'immagine della madonna era illuminata, un'andirivieni di lucciole faceva sembrare illuminate anche le siepi, i contadini cantavano le litanie, io accarezzavo il vecchio Bibi perché non abbaiasse; la mamma, finita la preghiera, mi venne vicina, mi baciò e mi attaccò al collo questa crocetta... da quella sera non lo ho più abbandonata e quando ero per darmi in braccio alla disperazione, quando dentro me meditavo qualche vendetta terribile, quando avevo commesso una colpa, guardavo quella crocetta e mi tornavano in mente l'aja, il prete, le litanie, il vecchio Bibi, i bei tempi insomma in cui ero giovine, in cui ero buona, e vendetta, disperazione, come per incanto, sparivano, e le colpe mi sembravano meno gravi, perché mi sembrava vedere la mamma che pregava per me, che sorridente additavami il cielo... quel cielo che si acquista soltanto coll'espiazione, e colle sofferenze.

Lo spirito che aveva animato quella donna a proferire il lungo discorso, via via che la parlava sembrava che l'abbandonasse; l'affievolita voce, il faticoso respiro che aveva preso tutte le parvenze del rantolo mi convinsero che ormai niente vi era da sperare, che oramai gli istanti di quella vaga creatura erano contati!

La squilla della vicina parrocchia di Fontain si fè modestamente sentire; i tocchi di quella campana mi scesero in cuore mesti, siccome la preghiera pei moribondi: traversò il viottolo a noi vicino una vecchia cenciosa che portava per mano un ragazzo...--Nonna--disse quest'ultimo--cosa fa tutta quella gente sdraiata?--Povero bimbo--rispose la vecchia--quelli che vedi son morti--E non si risveglieranno mai... mai più?... Mai più! Il bambino chinò gli occhi e poi si rimpiattò nel fossato... intanto uno stormo di corvi volteggiò intorno a noi!... la nonna si mise in ginocchio e pregò: il fanciullo urlava e piangeva!

Uu prete col brevario sotto il braccio si avvicinò, quasi pauroso, alla moribonda: io gli additai la crocellina che essa si era portata alle labbra, egli se ne andò, al soldato che era per morire poco distante da noi, ed intuonò ad alta voce le preci dei moribondi.

Cessa, o prete, dalla stolta cantilena; tu per il primo, dando un'occhiata all'intorno, devi convincerti di quanto le tue preci sono bugiarde! Se fossevi un Dio, potrebbe egli permettere un tanto massacro?... È vero che voi, sacerdoti l'avete chiamato Sabbaot, il Dio degli eserciti e delle battaglie; è vero che a lui in altri tempi avete offerte vittime umane; è vero che nel suo santo nome avete fatto sgozzare dai vostri sicari le donne e i fanciulli a Perugia, i giovani generosi a Mentana, i padri di famiglia nelle mura stesse di Roma; ma è vero puranche che i popoli hanno pieno diritto d'odiarlo e d'abbatterlo, schifati alla idea delle carneficine che voi avete perpetrato nel nome di lui, schifati all'idea del privilegio e della rapina che avete benedetto, e resi sacri sotto la protezione di questa divinità, che, onnipotente, avrebbe creato il male. O prete, se tu fossi convinto, agiresti in altra maniera: cessa adunque dall'ipocrita prece: noi, come te, non crediamo al tuo Dio!

Gli stormi dei corvi raddoppiavano; la nebbia sollevandosi a poco a poco dall'estreme linee di quell'estesa pianura aveva offuscato il sole e i grandi alberi della strada maestra in quell'incerto barlume sembravano giganti che osservassero con fiero cipiglio quella scena d'orrore: dei carrettoni traversavano innanzi a noi, come una triste visione di mente impaurita; questi carrettoni erano colmi di cadaveri e i carrettieri, sferzando i cavalli, fischiettavano le ariette dei villaggi natii; ogni tanto qualche lurida faccia, tale da farti ribrezzo solamente a pensarci, appariva in mezzo ai solchi, nei cespugli, tra le siepi, disopra al ciglione dei fossi, che non pochi erano quelli che giravano per frugare i cadaveri.

Aissa mi strinse forte forte la mano; parve che a furia di baci volesse divorare la crocellina: si sforzò di richiamare sulle labbra un sorriso e gli occhi invece le si empirono di lacrime, proferì mestamente: a rivederci, chinò il capo, sembrò addormentarsi, e si addormentò difatti per non destarsi mai più.

Il bambino si era fatto animo, era saltato dal fosso ed era venuto a vederla, la volle toccare con infantile curiosità; la sentì fredda come una pietra, e rimase impietrito; il prete e la vecchia continuavano a biascicare orazioni, e i corvi si erano tanto a noi avvicinati da sfiorarci il capo con le nerissime ali.

Nello stesso tempo esalava l'estremo respiro il soldato vicino, susurrando a fior di labbra il gentil nome di Greetchein. Greetchein!... Mi passò innanzi alla mente la poetica creazione di Göethe e vidi in un remoto abituro una bionda fanciulla che in quel momento fissando il cielo, pregava per l'amico lontano e che già pregustava le gioie inenarrabili di un sospirato ritorno, che l'affetto immenso di vergine suole ispirare fiducia; l'amico lontano muore invece esecrato da tutti; muore in terra straniera, in terra che egli calpestò vincitore e su cui battè prepotentemente la sciabola; muore proferendo il nome di lei, senza che alcuno possa portarle questa notizia, che le sarebbe non lieve conforto nelle future afflizioni. Vestiti a bruno, o bionda fanciulla, ed impara ad esecrare i tiranni: vestiti a bruno e grida insieme con me: Maledetta la guerra!

Come erano belli quei due cadaveri!... Tutti e due erano morti, ispirandosi a reminiscenze soavi... tutti e due assorti nell'ideale sorridendo eran morti!... Io correva dall'uno all'altro, mi chinavo su loro, li contemplavo, avrei voluto trasfondere nel suo corpo il mio spirito vitale onde di nuovo animare tanta gioventù, tanta forza, tanta bellezza... mi sembrava che il cervello avesse a darmi volta: i miei compagni mi trascinaron via a forza dal triste spettacolo: quando rinvenni dallo stupore aveva fatto più che mezza strada per arrivare a Digione. La febbre mi aveva occupato tutte le membra.

--Và a letto--Mi dissero.

--Sì--Risposi, deciso di dare ascolto a un tal consiglio e lasciai gli amici.

Arrivato appena in città trovai alla porta del quartier generale Materassi, Piccini e alcuni altri.

--Vieni con noi--Mi dissero.

--E dove?

--Si va a vedere i morti che hanno già portato in città... chi sa che non rinveniamo, il cadavere di qualche amico, di qualche conoscente.

Quantunque la scena a cui ci si preparava ad assistere offrisse una prospettiva tutt'altro che ridente in special modo per un'ammalato, come ero io, un po' per bruttissima curiosità (ripeto ai lettori che io non bramo di farmi meglio di quello che sono) un po' per non sembrare da meno degli altri, un po' per una vaga speranza di ritrovar forse una memoria da consegnare ai parenti lontani di qualche estinto, seguii la comitiva che si accingeva a questa visita lugubre.

Durante il tragitto, mi fu raccontata la storia luttuosissima del capitano dei Franchi Tiratori, rinvenuto cadavere e tutto bruciato nel castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato un inchiesta su tale nuova barbarie: io qui non voglio discutere, nè avrei dati bastanti per farlo, se sieno o no vere le spiegazioni, che pretese dare il Governo Prussiano con una nota pubblicata su quasi tutti i giornali del mondo: quello che è certo si è che l'ufficiale aveva le mani legate, che covoni di paglia già incendiati erano a poca distanza da lui e che l'infelice, come ben si può osservare dalla fotografia, era tutto coperto d'ustioni, all'infuori del capo. Con ciò non intendo lanciare un'accusa generale a tutto il popolo Germanico; il soldato abbrutito nella caserma, a qualunque nazione appartenga, spesso e volentieri cessa di essere un uomo per addiventare la belva la più sanguinaria.

Passata di poco la porta Sant'Apollinare, avanti di giungere alla barriera vi è il convento dei Cappucini: ivi erano stati messi i cadaveri, forse perchè si potessero riconoscere a bell'agio dagli amici. Prima d'entrare la nostra vista fu dolorosamente colpita da due carrettoni, zeppi di morti Prussiani; quale di questi ciondolava una gamba, quale una mano; l'insieme ti offriva l'idea di una gran montagna di carne; il pavimento era tutto cosperso di sangue, che alcune ferite tuttora gocciavano.

Entrammo in una piccola stanza; sopra due tavoloni erano stesi una ventina di Garibaldini, tutti privi di vita; tra questi lo Squaglia, sorridente come vivesse tuttora; la maggior parte mancava di qualchecosa di vestiario: gli avvoltoi della gloria, avevano, come pocofà si è veduto, fatto man bassa sulle più piccole inezie, purché vi fosse da ricavar qualche soldo. Noi procedevamo in silenzio: solo il Piccini, incaponito di ritrovare il Rossi, esaminava ad uno ad uno i cadaveri, passava per far più presto disopra alle tavole, sempre con viso imperturabile, e con un sangue freddo da essere ammirato.

La seconda stanza era grandissima: avrà contenuto più di settanta morti, disposti non colla medesima precisione di quelli che giacevano nella prima; qui vi erano Guardie Mobili, Franchi Tiratori, Garibaldini ed anche qualche Prussiano: vedemmo tra gli altri il povero Pastoris col cranio tutto fracassato; il prode maggiore era stato spogliato fino della camicia; questa profanazione mi fece ribrezzo, e aggiunta al desolante spettacolo a cui fino dal primo mattino assistevo, ebbe potenza di farmi rinforzare la febbre, che credevo di aver fugata; frequenti brividi lungo le reni, mi rendevano omai più che certo di questa nuova peripezia che veniva a conturbarmi.

Ci fu impossibile ritrovare il Rossi; domandammo schiarimenti ai guardiani e questi ci risposero che forse la salma del nostro amico doveva essere nella stanza di quelli che erano morti di vaiolo.

Avanti di partire non potei fare a meno di rivolgere uno sguardo a tutta quella gioventù, che si era dileguata come una meteora nel cielo; un raggio di gloria, uno sprazzo di luce eppoi il nulla. Quante illusioni, quante speranze, quanti pensieri non si erano spenti, per sempre in quella clade sanguinosissima! Chi sa che tra quelli non vi fosse uno nato a creare qualche nuovo ordinamento sociale, e che invece finirà per procreare un cavolo, una pianta d'ortica? Felice lui! che, se grande fosse riuscito realmente, avrebbe imprecato alla vita, angariato dai ghigni e dalle calunnie dei contemporanei. Quante madri, quante sorelle abbrunate--pensavo dentro di me e continuando a guardare i cadaveri, sentivo commuovermi non tanto per loro, quanto per le care persone che avevano lasciato.

La democrazia Italiana, credo bene ripeterlo, ha lasciato un degno e glorioso contingente sui campi di Francia; la democrazia Italiana, come sempre, anche nel 1871 ha immolato al principio repubblicano, i cuori più giovani ed entusiasti, le immaginazioni più fervide, le intelligenze più belle. Una pleiade di generosi scompare ogni volta che la coscienza dell'umanità si risveglia, ogni volta che si traducono in atto le sante credenze, le così dette utopie dei pochi ispirati che ci han preceduto: solo col sangue rinvigoriscono le idee. E sangue di eroi onorò le strade ed i campi dell'ubertosa Borgogna, e una pleiade di magnanimi figli d'Italia scomparve, lasciando di se imperituro ricordo in chiunque abbia il core informato al gentil culto delle azioni generose. Perla, Pastoris, Settignani, Cavallotti, Ferraris, Gnecco, Imbriani, Zauli, Salomoni, Canovi, Zerbini, Anzillotti, Caimi, Ricci, Giordano, Valduta, Resegotti... dall'Alpi all'estrema Sicilia la calunniata Penisola ebbe un figlio, per ogni città, per ogni paese, da offrire in olocausto al sacrosanto principio. Firenze ebbe nove morti: Rossi, Squaglia, Viti, Aterini, Carli, Pini, Scali, Cortopassi e Signorini; la vicina Pistoia su sette volontarii ebbe a piangerne quattro: Biechi, Ferrarini, Bongi e Lanciotti. Se io avessi appunti precisi, vorrei citar tutti i martiri, e ben si avvedrebbero gli odierni politicanti di Francia, i generali famosi, allora rincatucciati per la paura, e in oggi spavaldi, ben si avvedrebbero, dico, che l'italiana democrazia non mancò al proprio dovere e che, superando ostacoli a lei frapposti dalla mancanza di mezzi e dalla vigilanza la più sospettosa del timido governo del re, corse volenterosa all'appello.

Ed i Digionesi con quel buon senso che suol distinguere i popoli, non tardarono a esserne più che convinti ed a dimostrarcelo con ripetuti segni di sincera affezione.

Nel ridurmi a casa difatti ebbi la prova più luminosa della fiducia generale che si nutriva in Garibaldi ed in noi; dappertutto non si faceva che domandar notìzie e porgere elogi all'eroico Ricciotti e alla sua valorosa brigata; i nomi di Menotti, di Canzio volavano accompagnati da lodi, per tutte le bocche; e le donne con quel sentimento gentile, che ci rende caramente diletto quel sesso che, sembra, esser stato messo quaggiù per asciugare le lacrime e per darci un pietoso conforto in mezzo alle disillusioni e all'affanni, accoppiavano a questi nomi, omai resi gloriosi, quello non meno caro, quantunque modesto, di Teresita.

È stato detto che la superstizione è la poesia dell'ignoranza: io, quando vidi in capo alla strada, dove abitavo, le donne affollarsi a pregare davanti a un'immagine, per Garibaldi, per noi, per la Francia, aspirai tutto il profumo di questa ingenua poesia, e rimasi a contemplare estatico quel gruppo, che avrebbe offerto a un pittore un'invidiabile quadretto di genere, e che a me offriva un certo tal qual refrigerio di cui non so farmi ragione.

Il male però progrediva spaventosamente: mi martellavano le tempie; avevo perduto la voce, le gambe mi reggevano appena. Passando dalla bottega della tabaccaia, vi entrai, e mi buttai rifinito su di una seggiola.

La graziosa fanciulla, affidata alle cure della bottegaia, si svestiva in quel mentre della sua cappa di appartenente all'ambulanza; aveva già visitato tutti gli ospedali della città, aveva già fatto amicizia con tutti i feriti Prussiani: mi disse tutto questo d'un fiato, senza che la potessi interrompere; quando io cominciai a parlare, la buona ragazza sentendo la mìa voce roca, esaminandomi fissamente nel volto, con tono affettuoso mi disse: Ma voi avete bisogno delle mie cure... voi siete malato.

--Che... non è nulla!

--Oh voi dovete curarvi... andare a letto!

--Vi pare... qui... in faccia al nemico...

--Il nemico ha di catti a rifarsi di forze, e credo che non avrà intenzione di riattaccare.

--Ammettiamolo pure: Ma che vorreste... che io passassi uno, due, forse tre giorni solo, come un cane?...

--Siete ingiusto... voi dimenticate gli amici...

--Son tutti occupati...

--E... le amiche? Ficcandomi gli occhi negli occhi proferì la ragazza.

--Le amiche!

--Sì andate ed ei vi prometto di venirvi a far visita, di passare la maggior parte della giornata da voi.

--Davvero?

--Sul mio onore... via, via andate... non fate il bambino... il vostro sarebbe un eroismo inutile...--E tanti altri bei discorsi, che uniti al male che mi sentivo in dosso, e alla voglia di aver dei colloqui intimi con quella gentile infermiera, di cui avevo imparato ad ammirare il carattere, mi persuasero a cacciarmi nel letto, deciso però di non badare a prescrizione veruna del medico, o di chicchessia, qualora avessi udito suonare a raccolta le trombe, o tuonare il cannone.

Dopo poco ero a letto; a letto, con una tazza di tisana a me vicina sul comodino, apprestatami dalla mia gentilissima ospite.

CAPITOLO XVIII.

Se il trovarsi ammalato lontano dai suoi, in terra dove siamo sconosciuti, nella solitudine, che, a detta di Pascal, fa giocare persino alle carte con se medesimi, in generale è una disgrazia, godo nel dire che io feci eccezione alla regola. La solitudine che io temeva, non l'ebbi a provare che in qualche momento, gentili premure, assistenza più che fraterna, riguardi inconcepibili non mi fecer difetto ed io serberò riconoscenza indelebile per le generose creature che, ispirandosi al santo amor della patria e dell'umanità, con le loro attenzioni resero meno tristi le travagliate ore di un povero malato. Se questi miei ricordi varcassero le Alpi, io l'avrei caro soltanto per mostrare ai miei pietosi assistenti che sotto la camicia Rossa del Garibaldino non batte il cuore di un ingrato, ma che, finché campa, egli serba una soave reminiscenza di chi gli fece del bene.

Appena da un'ora ero in letto, quando capitò la mia vaga vicina in perfetto abbigliamento da infermiera: andò al camminetto, attizzò il fuoco e mi preparò della nuova tisana; poi mi disse che più tardi avrebbe portato anche il medico, e cominciò a tirar fuori boccette d'essenze, scatole di pasticche e, quel che più m'importava dei libri... e che libri!... Le poesie di Alfredo di Musset e un paio di romanzi di Walter Scott; un libro è un grande amico nella solitudine ed io salutai quei libri con la medesima gioia con cui si salutano gli amici più cari.

Per quella sera però non potei leggere: le palpebre mi si erano appesantite: un sonno profondo, prodotto dalle febbre, mi rese inerte durante tutta la notte. Al mattino stavo un pò meglio; pregai Materassi e Bocconi che stavano di casa con me di tenermi informato a puntino di quanto sarebbe successo, e di non por tempo in mezzo per venire a avvisarmi, se vi fosse stata la probabilità di un nuovo attacco. Cosa d'altronde poco probabile, chè i Prussiani ne avevano buscate anche troppe!

Erano trascorse due ore buone e nessuna notizia erami per anco arrivata: io tentava, per passare il tempo di legger qualchecosa, ma, quantunque ciò che leggevo fosse bellissimo, il mio pensiero volava lontano lontano, nientemeno che fino a Firenze. I miei occhi percorrevano macchinalmente quelle linee stampate, le mie mani sempre macchinalmente sfogliavano quelle pagine, ma io non mi occupava per nulla di ciò che credevo leggere, che anzi leggevo di certo. Pensavo alla mia povera mamma già morta: chi le avesse detto, quando proibiva al bambino di correre, di pigliar fresco, di saltare, chi l'avesse detto che il bambino diventato uomo, si avesse a trovare nella situazione nella quale mi trovavo io in quel momento?... Povere mamme... povere le vostre cure!... sarà una stranezza la mia: ammiro la donna spartana, ma anco molto di più la povera vecchia che, da vera bacchettona, si strascina a malapena a un'altare, onde implorar dal Cielo che mai certe ideacce frullino nella mente di quel figliuolo, a cui vol tanto bene... Eppoi la solitudine mi spaventava.--O cosa fanno tutti i miei amici?.. Perche non vengono?... E se si battessero?... Oh così la non può durare... oh! molto meglio una palla e farla finita per sempre!...

Fu bussato dolcemente alla porta. Quale non fu la mia sorpresa, quando, dopo aver detto: entrate, io vidi comparire in compagnia della vecchia padrona, due graziose figurine, di donna degne proprio dell'elegante pennello dell'ispirato Wattau.

Le principesse invisibili si erano finalmente degnate di scendere dall'Olimpo per visitare un mortale... quelle due signorine erano le figlie del proprietario del nostro ricco palazzo: le medesime, per veder le quali avevamo tanto almanaccato nelle molte ore d'ozio che avevano preceduto le tre giornate di combattimento. La fama questa volta non era bugiarda; vi assicuro che erano proprio carine; modeste, educate, geniali... tanta fu la mia sorpresa che non sapevo cosa dire, e sul primo devo aver fatto la figura del collegiale più candido che sia mai scappato dall'unghie dei reverendissimi maestri.

Si trattennero una mezzora; dissero, secondo il solito, ira di Dio dei Prussiani, canzonarono i _moblots_ inalzarono al cielo i Garibaldini; parlarono dell'Italia e del desiderio intensissimo che aveano di vederla, mi fecero con mille moine trangugiare altri due bicchieri di tisana, e protestando di non volere più oltre importunarmi, si accomiatarono, promettendomi di tornar la sera a farmi visita.

Ero tutt'ora sotto la dolce impressione di questa visita inaspettata, quando con strepito immenso entrò Materassi, seguito da uno sciame di Guide.

--Notizie?--Domandai subitamente.

--Nessuna.

--La cronaca del giorno?

--Ah... La Corte Marziale ha condannato a dodici anni di galera una guardia mobile che non ha voluto ricevere un'ordine dal suo tenente.

--Hai detto una guardia mobile?--Benissimo!... Meglio in galera che averli tra i piedi!

--Approvato--Urlarono tutti.

--Di più--Continuò il Materassi--Sembra che i Prussiani marcino su Dòle... tentando così di prenderci in mezzo...

--O di avere altre briscole!

--Speriamo che debba succeder così! Del resto per oggi puoi restar tranquillamente a letto; da tutti i lati della città per ben molte miglia è impossibile rintracciare un Tedesco, e noi siamo venuti qui per far l'ora di andare al trasporto di Ferraris... credi che per oggi non ci è timore di alcuna cosa!...