Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino
Part 14
I soldati che tornano hanno tutti un'elmo, un fucile preso ai Prussiani; un giovinetto ha un piffero e fischia un'arietta in mezzo agli applausi di tutti. Passano dei prigionieri; tutti gli guardano, ma nessuno alza un grido... il popolo sente la generosità per istinto! Per tutte le piazze è baldoria: per tutto si canta, si grida, si applaude: sulla piazza del teatro si da fuoco persino a dei mortaletti: la fiducia generale è rinata; gli elmi dei Prussiani coll'annesso parafulmine fanno le spese di tutta la sera; contento dell'oggi, nessuno cura il domani e tutti dimenticano l'ieri.
Si va a portare il fausto annunzio allo Stefani; sul principio credeva che si scherzasse: gli avevano nientemeno dato a bere che si trattava di fare una capitolazione e che i Prussiani si avanzavano verso Digione a marcia forzata.
Io era stanco morto: tutte quelle emozioni, tutte quelle fatiche mi avevano prostrato: mi pareva che la vita mi sfuggisse ed in camera del mio amico ferito ebbi un trabocco di sangue.
--O guardiamo, se dopo che ti han risparmiato la palle, vieni qui a far la morte della signora delle Camelie? Mi disse il Materassi, che non si reggeva più dalla fatica, essendo stato in giro tutta la notte, e a cavallo tutto il giorno.
--Non gli risposi, perché quest'ultimo incidente mi faceva uscir proprio dai gangheri. Cheto, cheto me ne andai e neppur mezz'ora dopo mi sdraiavo sul letto.
CAPITOLO XVI.
Per quanto facessi, mi fu impossibile in quella nottata il provare un poco di sonno. La testa mi ardeva, la febbre in certi momenti mi procurava la celeste voluttà del delirio; ora mi pareva di essere in mezzo alla mischia, di vedere i nostri giovani battaglioni avanzarsi, sgominare le schiere nemiche, ed annusavo a piene narici il simpatico odor della polvere, e m'inebriavo ai mille episodii di un combattimento e di una vittoria; ora mi pareva di essere tornato in mezzo ai miei cari, e li vedevo a me d'intorno, raccolti, pendere ansiosi dai miei labbri, interessarsi alle vicende delle battaglie, alle storie che raccontavo e vedevo brillar delle lacrime, spuntar dei sorrisi..... Finalmente venne il mattino, e parve che la luce, come fugava le tenebre, fugasse da me i vaneggiamenti della immaginazione malata. Mi alzai ed uscii; quelli non mi sembravano giorni da poltrir sulle piume.
A tutte le cantonate della città era affisso un'ordine del giorno di Garibaldi; ordine del giorno nel quale l'illustre comandante dei volontarii, nonché inorgoglirsi ai fumi delle vittorie e proclamare i suoi soldati per eroi, raccomandava a loro di moderare la foga dei dì passati, di non attaccare in massa il nemico, ma sì in pochi, alla spicciolata, e spronava in special modo gli ufficiali ad adempiere un poco di più il proprio dovere.
Alla porta del quartiere delle Guide, vidi il Materassi che scendeva da cavallo; mi accolse a braccia aperta e mi mostrò delle bottiglie di vino generoso, urlando: Ecco lo specifico per la tua malattia!
Quel vino era stato trovato nelle ambulanze Prussiane e doveva far le spese di un mattiniero banchetto che imbandimmo lì sul tamburo. Era mezzogiorno e, malgrado tutte le dicerio, si cominciava a credere che per quel giorno gli oppressori della Francia non ci avrebbero molestato. Finito il pasto, ce ne andammo tutti a trovare lo Stefani; dopo poco che eravamo entrati nella di lui camera, mi si cominciò ad abbagliare la vista, sentii al palato un sapore di sangue, tossii a più riprese e caddi sfinito sopra il divano. Non so quanto stessi in quello stato in cui più non sentivo la vita: quando cominciai a comprender qualchecosa tuonava il cannone, e lo Stefani, mezzo vestito, stava per alzarsi da letto.
--Si son riattaccati?.. Domandai
--Altro che riattaccati!.. Affacciati alla finestra e guarda, Guardai... confesso di non aver mai assistito a un così sconfortante spettacolo!.. La gente scappava a rotta di collo per tutte le vie; le porte si chiudevano ermeticamente; le finestre erano pure ermeticamente tappate; ogni poco qualche guardia nazionale, o senza fucile, o senza cappello, traversava a passo accelerato davanti a noi, battendosi il capo, proferendo gridi di lamento o d'imprecazione; donne piangenti che si portavano dietro i bambini, carri che si caricavano, ufficiali d'intendenza che a gran passi si avviavano in direzione del quartier generale....--Ma dunque siamo in completa disfatta?--Dissi tra me, e inpaziente, colla più dolorosa angoscia nell'anima, col dubbio che mi torturava il cervello, presi la mia sciabola, ed andai anche io per strada, deciso di correre alla prefettura, e di là portarmi sul campo. Sulla piazza del teatro, vidi quattro batterie di cannoni guardate da due o tre guardie mobili.. Erano nuove artiglierie arrivate allora allora dalle fabbriche di Lione e del Creusot... osservandole bene, lo si sarebbe agevolmente compreso, ma in quel momento, in quell'esitazione le credei anche io, come il popolo, un indizio di ritirata.
Ma donde venivano queste paure? I nostri avevan forse perduto?.. No; come vedremo tra poco: ma alcuni battaglioni di guardia nazionale presi dal panico a quel terzo assalto dei nostri nemici, atterriti anche dal numero con cui questa volta si erano presentati, non ascoltando più alcun comando, avevano retrocesso, e, siccome, valanga erano piombati per le vie della città, travolgendo coloro che volevano impedire questa ignobile fuga e facendo nascere l'allarme e lo spavento per ogni dove.
I Prussiani, avvedendosi del grave errore che avevano commesso nei giorni antecedenti, e pensando forse che le nostre truppe fossero, almeno per le maggior parte, agglomerate in Fontain e Talant (posizioni contro le quali essi si erano rotte le corna) si concentrarono in grandi masse e prendendo la strada di Langres si spinsero infino al castello di Poully. Garibaldi aveva ordinato alla brigata Canzio, di avanzarsi verso la direzione, da cui venne difatti il nemico, il quale, fugati ben facilmente i mobilizzati, che sparsero poi tanta desolazione in città, erano giunti persino ad accerchiare in una prossima masseria l'ardito Ricciotti, che coi suoi bravi Franchi Tiratori, faceva una resistenza eroica, seminando la morte tra quelle schiere che non si azzardavano ad assalirlo e tenute a rispettosa distanza dal ben nutrito fuoco di fila, che a loro opponevano dalle finestre, dalle feritoie, dalle siepi questi giovani soldati della libertà. I figli di Garibaldi si mostrarono degni del loro genitore, e la Francia ha da serbar eterna memoria del loro coraggio, delle loro abnegazione, dalla loro bravura.
Le bombe solcavano l'aria, già impregnata di fumo: il sibilo delle palle non avea tregua alcuna; i carabinieri Genovesi, i cacciatori di Marsala, (tutta la quinta brigata) sdraiati pei campi o nelle vicine praterie non facevano uso alcuno delle armi. Canzio osservava impassibilmente le masse nemiche, ed ogni tanto andava da Garibaldi, con cui confabulava. Tutto ad un tratto guizza, come un lampo dall'uno all'altro dei militi, una notizia; un fremito generale si comunica di fila in fila, come, se tutti quegli uomini subissero l'influenza di una pila Galvanica: Canzio concitato, col viso raggiante, si alza, grida a tutti i suoi uomini: Ricciotti è circondato, salviamolo, e, come l'ultimo dei suoi subalterni, si lancia eroicamente alla carica.
La cavalleria Prussiana si schiera in ordine di battaglia difaccia ai nostri; due tiri di cannone bene aggiustati bastano a metterla in fuga, prima ancora che si ponga al trotto contro di noi; altri colpi a mitraglia sbaragliano i battaglioni nemici che si ammassano, si urtano, si infrangano contro la masseria, le cui mura sembrano di fuoco; i Genovesi, i cacciatori di Marsala, gli Egiziani, gli Spagnuoli e persino due battaglioni di mobilizzati di Saone Loire animati dal nobile esempio dei volontari, si spingono dietro il prode Canzio alla baionetta, gridando viva la repubblica, viva la Francia, viva Garibaldi e intonando la Marsigliese e l'inno d'Italia. Che spettacolo imponente... al solo pensarci si provano le vertigini, e quasi si crede di avere assistito a una fantasmagoria.
La brigata Ricciotti si spinge eroicamente fuori della masseria e arditamente dà di cozzo nelle file Prussiane: da tutte le parti è una carneficina terribile; i cadaveri si addensano sopra i cadaveri; là affusti di cannoni stroncati, qua siepi distrutte, alberi sbarbicati dal terreno; per terra frantumi di bombe, pozze di sangue, ossa scheggiate, rimasugli schifosi di corpi umani; i Prussiani non possono più reggere; è troppo formidabile l'urto dei nostri soldati e non che compatte colonne di uomini, sfonderebbe le muraglie d'acciaio. Le file a noi dicontro, piegano, indietreggiano, si sparpagliano eppoi si danno a disperatissima fuga.
Tito Strocchi e il capitano Rostain di Grenoble, raccolgono allora in mezzo ai cadaveri di un picchetto che avevano sbaragliato, terminando tutte le cariche dei loro _Spencers_, sempre tra l'infuriare delle palle nemiche, lo stendardo del 61 Reggimento Guglielmo; reggimento che in quel giorno fu quasi disfatto.
Io era arrivato poco prima dell'ultima carica; uscito appena di Digione cominciai a imbattermi in mobilizzati senza il più piccolo vestigio d'armi, che se la ritornavano tranquillamente in città: fatti pochi passi vidi la strada tutta seminata di sacchi, buttati là da questi prodi onde correr meglio e scappare: poi il consueto corteggio di feriti e di vetture d'ambulanze: e il capitano Galeazzi e l'Orlandi con la sciabola in pugno, e con due o tre guide che piattonavano i fuggitivi e che si sforzavano dì rimandarli al lor posto: finalmente i nostri compagni che si battevano accanitamente e che si disponevano all'attacco.
Garibaldi corse subito sul luogo dove era stata definita la tremenda tenzone, e dove era accaduto l'orrendo macello; tutti gli furono intorno; tutti vollero dire qualchecosa... pochi e ben pochi furono capaci di articolare un monosillabo; la gioia di quel momento è inesprimile; nessuno sentiva più la fatica; eravamo tra mucchi immensi di morti, si sentiva qualche fucilata lontana, indizio che i soldati della grazia di Dio erano molto ma molto distanti da noi e che se la battevano disperatamente: avevamo preso una bandiera: più bella vittoria noi non la potevamo sperare, ed ora se ne aspirava a pieni polmoni tutta la voluttà. Perché non poterono dividere le nostre letizie tanti generosi che ora giacevano cadaveri, perché non le doveva dividere il buon Ferraris il medico del generale, che dopo aver recato un ordine, pochi momenti avanti era morto?
Mentre Garibaldi, dopo aver risposto ai più vicini, stava per congedarsi da noi e tornare in Digione, una scarica quasi a bruciapelo c'involse tutti in un turbine di proiettili che fortunatamente non colpirono alcuno. Fu fatto voltare la carrozza e il Generale fu fatto immediatamente ritirare. Da chi ci veniva fatta quella sorpresa?.. Io non lo so; certo che gli autori ne ebbero poco gusto; i volontarii si gettarono con rabbia verso la parte da cui così stranamente eravamo stati salutati, e probabilmente altri cadaveri si aggiungevano ai molti che ingombravano il circostante terreno.
I Genovesi e i cacciatori di Marsala, dovevano pernottare nelle loro posizioni: salutai caramente i miei amici, ed appoggiato al braccio di uno dei _Francs chevaliers de Chautillon_ piano piano me ne tornai verso la città, persuaso di assistere, se pur era possibile, ed una dimostrazione e ad un entusiasmo maggiore di quelli precedenti.
Avevo sbagliato i miei calcoli!.. Si aveva un bel dire ai cittadini che avevamo conquistato una bandiera, che la nostra era stata una completa vittoria, che i Prussiani erano lontani chi sa quante miglia, oramai lo spavento si era loro infiltrato nel cuore, oramai vedevano le cose dietro il prisma della paura: poche botteghe si riaprirono; pochissime donne si azzardarono a far capolino dalle finestre; difaccia alla Prefettura e alle _Mairie_ vi erano i soliti capannelli susurroni, insistenti: fu insomma necessario che il _Mair_ facesse battere i tamburi a tutte le cantonate, ed ivi dal banditore annunziare ai Digionesi che potevano andare a letto, e prender sonno tranquilli, poiché i Prussiani erano stati respinti su tutta la linea.--Dietro questa confortante pubblicazione, ricominciammo a veder del movimento per le strade; si riaprirono i caffè e la città riprese il suo aspetto normale.
CAPITOLO XVII.
Alla mattina del ventiquattro la bandiera Prussiana fu mostrata a tutte le truppe e suscitò ovunque l'entusiasmo più vivo; quella bandiera era nuovissima, tutta in seta, magnifica. La popolazione Digionese, accortasi dell'errore meschino in cui l'avevano fatta cadere la sera precedente alcuni vigliacchi, non si restava dal magnificare il nostro coraggio ed aumentava verso di noi di dimostrazioni affettuose e gentili; sapemmo che causa principale dello sgomento e dell'allarme era stato il colonnello dei mobilizzati dell'Alta Savoja, che al primo rumore del combattimento, era corso con diversi suoi uomini alla ferrovia, e lì aveva preteso che di riffe o di raffe si mettesse in pronto un convoglio, onde partire alla volta di Lione.
Tutto ci faceva sicuri che i Prussiani non avrebbero riattaccato; i nostri amici erano all'avamposti; pensammo bene di far loro una visita e intanto dare un'occhiata al terreno, dove poche ore avanti erasi combattuta la sanguinosa battaglia, alla quale eravamo stati presenti. Qual tremando spettacolo non ci offersero quei campi! Se io avessi la potenza descrittiva di poterli ritrarre al vero, farei inorridire i lettori... fortuna che non l'ho, e così risparmio loro un'emozione ben cruda! Il più sfegatato paladino della guerra, ammenoché non fosse un mostro, non avrebbe potuto fare a meno di fremere davanti a quella carneficina autorizzata dalle così dette gente civili. In qualche punto i cadaveri erano a strati; pochi i nostri, moltissimi quelli Prussiani; i Tedeschi si erano battuti come eroi; nel posto dove fu rinvenuta la bandiera si contavano uno accanto all'altro più di novanta cadaveri, tra i quali quello di un maggiore; la prateria, la strada, i viottoli erano ingombri di elmi, di fucili, di sacchi; ogni passo che noi si faceva eravamo sicuri d'inciampare in un morto... Quanta gioventù, quanta vita dileguata in un soffio!... Erano imberbi adolescenti, uomini tarchiati; tutti avranno lasciato nelle proprie case una sposa, una moglie, una madre: queste povere donne ogni giorno saranno accorse al giungere della posta, avranno divorato coi baci le righe, che tra le fastidiose occupazioni del campo, scrivevano i loro cari: le avranno aspettate anche il domani quelle benedette righe, che loro facevano spuntare tra ciglio e ciglio una lacrima e l'avranno aspettate invano, e invano anche domani, e così via di seguito per chi sa quanto tempo, eppoi finiranno col vestirsi a bruno, col piangere, col pregare, coll'imprecare a chi ordinò, a chi volle, a chi fece la guerra: ma re Guglielmo sarà salutato imperator di Germania, ma Napoleone goderà in santa pace nei beati ozi di Londra i milioni carpiti alla disgraziatissima Francia!
Oh! avessi avuto la virtù d'Ezzecchiello! Oh avessi potuto trasfondere la vita in quegli esanimi corpi!... Sorgete, avrei voluto gridare con voce tuonante, sorgete ed imprecate alle arpie coronate, ai potenti del mondo; tornate nelle vostre città, nei vostri villaggi, nelle vostre famiglie, predicate che si ha da esser tutti fratelli, che non si deve sprecar più tanto coraggio per soddisfare l'ambizione di quelli che ci opprimono, che si deve abolire il macello di creature innocenti, fatte apposta per amarsi tra loro, l'une all'altre simpatiche, perché legate dal santo vincolo della sventura... Se Traupmann con otto omicidii fece rabbrividire tutto il mondo civile, perché si devono dar ghirlande d'alloro a chi, a sangue freddo, ne fa sgozzar centomila?
E mi pareva difatti che quei morti si levassero giganti, e colle braccie poderose scaraventassero nel vano i tarlati troni delle tirannidi umane.
Garibaldi traversò la via in carrozza con Canzio; i due illustri e prodi soldati, arrivati che furono al punto di cui parlo, furono pur essi commossi: no... non era soddisfazione, come dicevano alcuni, quella che brillava sui loro volto, io credo che fosse disgusto. Il guerriero è inesorabile, quando fischiano le palle, ma è commosso al vedere le prove di un valore, che il caso non ha compensato, ma che è innegabile.
Poco distante lì avevan passata tutta la notte i Carabinieri Genovesi. Piccini ci accolse ridendo... Oh! la bella istoria che ho da contarvi!--
--Raccontacela.
--In poche parole vi sbrigo... vedete quella casetta?... Terminata la mia guardia sono andato lì per riposarmi... ci erano tre Prussiani morti ed io mi sdraiai in mezzo a loro; appena steso per terra, è inutile che vi dica, che attaccai un sonno birbone: mi ero addormentato di poco, quando mi parve sentirmi girellare d'intorno, non mi volli scomodare a aprir gli occhi, e il calpestio, non che cessare, accresceva: una mano poco delicatamente si posò sul mio petto, mentre un'altra si avvicinava con gran celerità alla mia tasca; mi alzo allora, come di soprassalto e do un grand'urlo: Chi è?... Non sono mica morto io, perché mi abbiate a frugare!... Un grido disperato e una fuga generale tenne dietro alle mie parole: seguii i fuggitivi e trovai due della mia compagnia che esercitavano questo mestiere proficuo sì, ma schifoso...
--E domandaste loro, se avevano trovato molta roba?
--Sì... mi risposero anzi che tutti quelli che avevano frugato avevano in tasca la bibbia, e moltissimi la carta geografica.
Era verità: nessun bass'uffiziale era sprovveduto della carta di Francia: è così che si vincono le battaglie, e non come si fece nel beatissimo regno d'Italia nella vergognosissima guerra del 66, ove le carte non erano conosciute nemmeno di vista dai colonnelli di stato maggiore..
Dopo avere scambiato qualche altra parola partimmo dalle linee dei Genovesi e andammo per tornare a Digione: avevamo fatti appena pochi passi, che sentimmo dei gemiti poco distanti da noi: questi gemiti venivano da una specie di casaccia che era al principiar di una viottola: quella casaccia non doveva servire di abitazione ad alcuno, nemmeno in tempo di pace; era bassa, piccola, e non aveva finestre. Il desiderio di giovare a qualcuno, l'idea che forse si poteva trovare lì qualche amico, ci fecero entrare risolutamente in quella catapecchia.
Sopra una barca di concio vedemmo all'incerta luce che veniva dalla piccola porta, un'involucro di carne; da questo partivano i lamenti e, cosa strana, questi lamenti non ci parvero d'uomo; ma che lì dentro ci fosse una donna?--accesi con mano tremante un fiammifero, mi appressai... un urlo mi partì dalla strozza, il lume mi cadde di mano, chè io non poteva credere a ciò che mi si parava davanti; era, purtroppo, una povera donna colei che si lamentava in tal guisa e in quella povera donna io riconobbi Aissa.
--Aissa, Aissa--Le dissi e fui incapace di proferire altre parole.
La moribonda mi guardò attentamente, direi quasi con ostinazione; si pose una mano sul cuore, come per reprimerne i palpiti, stiè un poco senza articolare parole, poi faticosamente, senza riconoscermi, sussurrò a bassissima voce: portatemi fuori!
Interrogai con un'occhiata i compagni; vedendo com'essi erano propensi ad esaudire quest'ultimo voto di quella bella creatura, la presi amorevolmente pel capo, mentre gli altri adagino adagino la sollevarono pei piedi, e la deponemmo su di un praticello, dove l'erbetta era tutta ingemmata dalle stille della mattiniera rugiada, e dove rimpercotevasi un vagabondo raggio di sole, che si era fatto strada tra le nuvole che tutto ingombravano il cielo.
Aissa era rimasta prostrata; gli occhi le si erano chiusi; come era bella!... Soffusa di un pallore che faceva apparire le di lei carni di cera; coi magnifici capelli neri disciolti lungo le spalle, tu l'avreste creduta l'angelo della grazia e della bellezza, morto esso pure in tanto turbinio di barbarie! Poco più sotto del cuore, uno straccio nell'abito, delle goccie di sangue rappreso indicavano dove l'avesse colpita il piombo nemico! In quell'istante la si sarebbe detta già morta, se un'anelito frequente muovendo ad ogni poco il busto di lei non avesse ispirato la certezza, che ancora non si era dileguato il soffio animatore di quella materia.
La discinsi; feci portare da uno dei nostri dell'acqua: con questa le bagnai ambe le tempia, e poi colla faccia proprio sopra la sua, mi misi a spiare il momento, in cui ella sarebbe tornata ad essere in se.
--Chiamino un medico!... Sentii esclamare una voce.
--Bravo--Gridai io in tuono d'assentimento, ma senza muovermi... e uno in fretta e furia andò per il medico.
L'aria fresca rianimò la bella dolente; Aissa aprì le sue luci; girò lo sguardo per le circostanti campagne e addiventò pensierosa: in quel momento forse le tornarono in mente i molti fatti del lugubre dramma, a cui ella aveva assistito negli ultimi giorni, mi osservò lungamente, un sorriso sfiorò le di lei labbra sbiancate... ella mi aveva riconosciuto.
--Vedete se ho bene adempiuto alla promessa che io vi feci a Marsiglia.
--Ma dove siete stata ferita?
--Qui...--La rispose accennandomi, dove avevo veduto il sangue rappreso.
--Ed è grave?
--Io credo che sia mortale... lo spero
Restai annichilito; sperar nella morte in quell'età, con quella bellezza, con quel carattere ardente e leggiero che tanto mi aveva sorpreso fino dal giorno che la conobbi!... Un fremito mi aveva invaso ogni fibra, volevo persuadermi di assistere ad una allucinazione mentale e avrei dato la mia vita, pur di non assistere a questo tristissimo episodio, che doveva avere lo scioglimento in faccia ai miei occhi.
--A che mi guardate così stranamente?--con voce sempre più tremula continuò la moribonda--Oh! lo so cosa pensate tra voi!... Me lo immagino... ma se sapeste, quanto mi sorride il lasciar questa vita, che mi opprime come la camicia di forza del galeotto...--Oh! quante volte ho proposto di farla finita per sempre e sul più bello mi è mancato il coraggio!
--Ma voi non morrete--Interruppi io--voi siete sul fiorire degli anni, siete robusta, la vostra ferita non è tanto grave...
--È mortale.. lo sento!... Non sprecate le vostre cure per me... sentite... là... come urla quel povero soldato ferito... vedete, scommetto che lui ha o una mamma, o una sposa... allora si soffre a lasciare la terra, ma io... io..
--Voi potrete trovar degli amici
--Degli amici?!.. Ma dove?.. Ma come?.. Ma chi?..
--Io per esempio!