# Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

## Part 12

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Questo piccolo incidente ci rallegrò un pochetto, ma la nostra allegria crebbe a mille doppi per una buona notizia che ci fu comunicata ai quartier generale. In un piccolo villaggio poco distante da Fontain una recognizione Prussiana si era impadronita di centoventi capi di bestiame, è poi se ne era andata zitta zitta e quasi di corsa. Il coraggiosissimo colonnello Lhoste dei Franchi Tiratori da alcuni paesani era stato informato del furto che avevano commesso i campioni della Grazia di Dio e della legittimità. Appiattatosi con molti suoi uomini in una boscaglia attese al varco i predoni, e mentre questi se ne andavano sicuri e canticchiando a bassa voce certe canzoni che se erano tedesche, non avevano niente che fare colle ispirate melodie che si sentono sulle rive del Danubio e del Reno, una scarica a bruciapelo originò una confusione universale. Chi cadde nei fossati vicini, chi urlò come uno spiritato, qualcuno rimase ferito, e morti furono pochissimi... chiunque era in grado di farlo, se l'era battuta senza rifiatare nemmeno. Così fu ripreso tutto il bestiame, e il bravo Lhoste coi bravissimi suoi volontari tornò nel villaggio in mezzo alle benedizioni e agli applausi di quei paesani. Non ci era che dire: i Franchi Tiratori non potevano fare a meno di addiventare gli _enfants cheríes_ delle popolazioni: già si sapeva come essi nel novembre avevano ritolto ai Prussiani, piombando loro addosso all'impensata, un centinaio di Garibaldini che traducevano prigionieri: già si sapeva con quanto ardimento essi disseminavansi nelle boscaglie e dietro le siepi, da dove con un fuoco alla spicciolata scombuiavano i nemici, più che, se si fossero trovati in aperta battaglia: già a tutti era noto come i Prussiani ripetessero sempre, che non avrebbero dato quartiere a questi bravi figli di Francia ed ai Garibaldini, mentre trattavano da buoni figlioli gli appartenenti alla Guardia mobile; insomma il nome di _Franc tireur_ ispirava in tutti rispetto, e tutti si fermavano a veder passare questa eletta della gioventù francese che per guerreggiare poteva dare dei punti alla truppa più agguerrita d'Europa. Erano così svelti, così simpatici, così pieni di vita che c'era da andarne matti per l'entusiasmo!

Il battaglione condotto da Canzio a cui dei nostri erano rimasti soltanto mio fratello ed Omero Piccini, fu battezzato col glorioso nome di cacciatori di Marsala, e il comando ne fu dato allo strenuissimo Perla. I Cacciatori di Marsala, i Carabinieri Genovesi e alcuni battaglioni dei mobilizzati dell'Isere formarono la quinta brigata, al cui stato maggiore Canzio chiamò tra gli altri il Canessa.

Questi erano graditissimi avvenimenti per noi; ma il dolce ci doveva essere amareggiato e non poco.

«_Ahi sventura, sventura, sventura_

Quei celebri cavalli che si attendevano a braccia aperte, che dovevano esser per noi la realizzazione di tanti e sì prolungati desiderii, i celebri cavalli sfumarono come i 140 milioni dell'Onorevole Mezzanotte. Tironi era rimasto a Remoully, dove organizzava uno squadrone di cavalleria per la nugva brigata e noi rimanevamo a piedi... A piedi!.. Oh la desolante parola! Dunque saremo d'ora in là un corpo ibrido, di nuovo genere? Squadrone, speroni, grandi stivali e niente altro. Fortuna che per chi lo vuoi trovare un fucile ci è sempre, e noi fin d'allora proponemmo d'attenerci a questo partito, che fu dipoi attuato a puntino.

CAPITOLO XIII

Il 19 gennaio, sul far del giorno tutte le truppe che erano in Digione presero la campagna: i Carabinieri Genovesi furono mandati d'avanposto, a circa tre chilometri dalla porta Sant'Apollinare, poco distante da una piccola borgata. Essi piazzarono le loro vedette dietro un muricciolo, e poi si buttarono distesi nel campo, come loro era stato ordinato; I Cacciatori di Marsala presero posizione sulla loro destra sempre dietro quel piccolo muro che cingeva quelle coltivazioni: In faccia dietro le case eravi una fitta boscaglia. Il Generale si era portato tra i primi lassù... tutto in fine annunciava per quel giorno un combattimento; ma anche per questa volta la speranza degli animosi doveva esser delusa.

Noi fummo, consegnati al quartier generale e passammo tre o quattro ore di noia, di pena, di continua ansietà; interrompeva solamente la monotonia di quell'angosciosa situazione, l'ordine di portare qualche dispaccio al comando d'artiglieria, alla _Marie_, a qualche caserma. Non si può immaginare, non che descrivere quale voglia ci prendesse tante volte, di dissigillare quei dispacci, e di giunger così a capir qualche cosa anche noi... in quel momento si sentiva rifluire nelle nostre vene il pretto sangue di quell'Eva che per vera curiosità si giuocò il Paradiso Terrestre. Lo stare inattivi, mentre si presume che i nostri amici agiscano come si conviene, per chi ha un poco di cuore è un vero supplizio di Tantalo: per cui nel cortile dove eravamo, cominciò a farsi un susurro: questo susurro prese delle proporzioni imponenti, in tal modo imponenti che, lasciati due o tre pel servizio, il Ricci ci disse di seguirlo, e tutti contenti prendemmo con lui, il primo viottolo che è fuor della porta, sicuri con ciò di accorciare la via.

Arrivammo difatti in poco più di mezz'ora alle prime linee dei nostri; vedemmo il Generale e Canzio che, ritto in mezzo alla via, osservava tranquillamente col suo canocchiale le mosse del nemico: si distinguevano infatti in lontananza sopra una piccola spianata diversi cavalieri prussiani, (certo uno stato maggiore) e al principiare della foresta ogni tanto abbarbagliava la vista il luccichio di qualche fucile o baionetta: la fanteria prussiana doveva esser ricovrata là entro.

Ci dissero di buttarci, come tutti gli altri, per terra: la cosa era un po' incomoda a causa del fango prodotto dalla neve che si sgelava, ma _à la guerre comme à la guerre_: quella non era l'ora certo di pretenderla a damerini. Cominciammo poco dopo a sentir fischiar delle palle, i nostri avamposti risposero... poi tutto finì e fu un silenzio lungo, ostinato fino sull'imbrunire: quella gente a cavallo che ci aveva colpito le vista, appena che eravamo arrivati, si era dileguata. Una guida di Ricciotti, il quale con tutta la sua brigata era alla nostra sinistra, si avanzò arditamente per esplorare, e venne ricevuta da una potentissima scarica: la credevamo morta, quando la vedemmo apparire trionfante, avendo perduto soltanto il cappello.

Garibaldi tornò verso la città e noi lo seguimmo: i Genovesi rimasero d'avamposto fino al mattino dipoi.

Quando rientrammo in Digione eravamo in uno stato compassionevole: impiastricciati di fango dalla punta dei capelli a quella degli stivali... eppure le belle donnine ci salutavano e ci sorridevano con grazia: la vezzosa fata che passava le sue giornate dalla tabaccaia ci volle offrire per forza dei sigari scelti, e ci mostrò con fierezza romana, una cappa d'incerato alla manica della quale faceva uno stacco molto sentito la fascia bianca colla croce rossa del soccorso ai feriti. Giunti a casa trovammo sul camminetto una bottiglia di vecchio Borgogna che in quel momento ci apparve più cara di tutte le moine. Oh! non erano sconoscenti i buoni abitanti della Còte d'Or! Le gentilezze di cui ci erano prodighi infondevano nuovo ardore nei nostri petti, e tutti noi anelevamo un combattimento per mostrare che non eravamo indegni della fiducia che in noi riponeasi.

E il combattimento poco poteva tardare: la era questione non di giorni, ma d'ore: se per due volte di seguito avevamo tenuto la difensiva, alla fine attaccheremo noi--si pensava. Garibaldi non è uomo da lasciarsi posar mosche sul naso!--Erano istanti di febbrile ansietà: specialmente la notte; ad ogni rumore ci si alzava dal letto, si correva alla finestra, si tendeva l'orecchio: poi quasi dubitando delle nostre facoltà auricolari, ci s'infilava alla peggio la giubba, si scendeva in strada, si correva alla piazza... tutto silenzio.... tutti dormivano... e allora a rifare i nostri passi, ed a darsi del bambino, del grullo, dell'uomo che s'impressiona per niente, e a giurare di non muoversi più sino a che non venissero le trombe a suonare sotto le finestre di case... sì... bei proponimenti, superbi disegni! Batte una porta, una folata di vento agita gli alberi del giardino, i cavalli della vicina scuderia urtano nella mangiatoia colla testa, o scalpitano sulle pietre del pavimento.. ed eccoci di nuovo in balìa delle nostre fisime..--E se ritornassi fuori?.. Lasciare il calduccino delle lenzuola per andare a scivolare sul diaccio e a battere i denti, mentre vi sono tutte le probabilità che non ci sia nulla di serio!.. Già i Prussiani dì notte non hanno mai attaccato... ma se questa volta attaccassero, se si facesse sul serio?.. Permetterò che i miei compagni si ammazzino, compiano il loro dovere, ed io starò qui, poltrone, a sciogliere un'inno alla beatitudine del dolce far niente?... Oh! no, sarebbe troppo egoismo, confessiamolo pure, troppa vigliaccheria... se non dormo stanotte, dormirò domani, non son mica venuto quassù per stare in panciolle! Bisogna andare...--E via un'altra volta giù in strada e via a correre come un matto, ad arrapinarsi, a ficcare per tutto il naso, che era divenuto un vero pezzo gelato... e allora addio di nuovo belle volontà, addio proponimenti di passar l'intera nottata ad aspettare quelli che non venivano, e dì nuovo nel letto coll'idea fissa di non addormentarsi e invece appisolarsi di subito, destandosi però ad ogni momento, e tendendo l'orecchio, come le esterrefatte madri descritte dal Foscolo.

La nottata passò, e nulla di nuovo ci annunziò il giorno seguente; i Carabinieri Genovesi tornarono dagli avamposti, le legioni italiane non si mossero neppure; per ora tutto annunziava riposo. Che giornata triste, uggiosa, pesante! il cielo era oscuro, la neve caduta nei giorni decorsi era ghiacciata, da un lato all'altro delle vie si poteva patinare e furono fatti sdruccioloni tremendi. Ci dissero di star pronti per il domani; noi trascorremmo cinque o sei ore a chiacchera davanti il camminetto fumando, ragionando di Firenze, che ci appariva come un sogno lontano e delle feste da ballo in cui saranno stati immersi i nostri amici, allora nel pieno sviluppo del Carnovale. Non si sperava che ci rammentassero: un giro di _wals_, una stretta di mano, un'occhiata procace per la gioventù d'oggi ha molto più attrazione della lotta tra l'Umanità e i suoi carnefici.

Andammo a desinare e trovammo la trattoria, più piena del solito; si assisero al mio tavolino Rossi, Squaglia, Piccini e Stefani: eravamo tutti uggiosi: pareva quasi si divinasse che erano l'ultime ore che si ragionava con qualcuno di quelli che erano tra noi.

Venne a noi vicino il Maggiore Pastoris, accompagnato da un'elegantissima signora: Pastoris ci disse che, quantunque in permesso, egli non aveva potuto resistere all'idea che di ora in ora potea nascere qualche attacco e che non poteva star più lontano da noi.

Bevemmo allegramente tutti: eravamo sul più bello degli anni, tutti ci si sentiva bollire nel sangue l'energia e l'attività.. non dovevano passare venti ore, e Pastoris, Rossi, Squaglia, dovevano esser cadaveri!

Ci ritirammo più di buon'ora del solito, nè, quella sera ci demmo alle baldorie, a noi consuete. Io non credo ai presentimenti. Napoleone a Waterloo preconizzava un secondo Austerlitz, ma o fosse il tempo, o la noia, o qualunque altra ragione, il fatto è che quella sera eravamo di pessimo umore.

CAPITOLO XIV.

Ed eccoci all'Epopea. O giorni sublimi, che resterete onorati fino a che il cuore dei generosi palpiterà alla memoria delle azioni magnanime e dei leggendarii eroismi, al rammemorarvi qual fremito nuovo non m'infondete in tutte le fibre!.. La penna trema nelle mie mani: troppo sono inferiore all'alto subietto!.. Eschilo solo, il possente cantor di Prometeo, potrebbe degnamente parlare di voi, giovani, cui rodeva il cuore, più tenace del favoloso avvoltoio l'inestinguibile desio di redimere l'Umanità: ma ad Eschilo sorridevano intorno le Grazie, abitatrici perenni degli incantati recessi della poetica Grecia, ma ad Eschilo ritornato dal combattimento non faceva difetto l'applauso ed il conforto dei suoi cittadini entusiasti, mentre noi, privi della scintilla creatrice del Genio, scriviamo tra gente che non comprende virtù, che ha pronti per noi i dardi avvelenati del sarcasmo e della maldicenza, che, sempre presta a giudicare una intrapresa dall'esito, corona di lauro e porta in trionfo i fortunosi al Campidoglio, ed accenna ai disgraziati la vicina rupe Tarpea.

Oh!.. questa umanità che dava in premio a Socrate la cicuta, a Dante l'esilio, a Galileo la tortura, la prigione a Camoens, il rogo a Huss e a Savanarola, e la forca a Jon Brownh, questa umanità può e deve serbare un assoluto silenzio sulle eroiche vittime della Borgogna: meglio così; il piagnisteo di plebi codarde, sarebbe un insulto a quei prodi, e dalle loro ossa sorgerebbe una rampogna all'ingnavia dei contemporanei; quando i vivi son morti, parlano un'eloquente linguaggio gli estinti; qualche volta un cimitero ha demolito una reggia. Giunto a questo punto supremo dei miei meschini ricordi, quanto mi grava il non aver sortito dal caso una di quelle intelligenze, che, come aquile, si elevano al disopra dello stupido gregge degli umani! Qui cade ogni scetticismo, qui ogni dubbio non che follìa sarebbe delitto. Esiste, esiste la fede, l'abnegazione, la virtù anche in questo secolo nel quale ci s'inchina ai subiti guadagni, alle problematiche fortune, all'oro, nel quale si calcolano i benefizi di una battaglia da quanto rialza la borsa.

Io ti ho veduta, o sacra primavera d'Italia: io ti ho veduta affrontar sorridendo la morte, correre incontro ai cannoni con la stessa vaghezza con cui una fanciullina corre a cogliere un fiore, accompagnare con guerresche canzoni il fischio delle palle, perdere l'ultima stilla di sangue, col volto ispirato, coll'occhio raggiante, come chi sa di riabilitare, morendo, l'umanità che lo spregia: io ti ho veduta e d'ora in avanti in mezzo alle delusioni continue, alle ambizioni codarde, ai vaneggiamenti ridicoli di questa società trista ed ipocrita, il tuo glorioso ricordo infonderà nuova lena al mio spirito, mi raffermerà sempre più in quei santi principii che mi sono di guida, mi farà affrontare, se pur ne è duopo, a mia volta la morte... La morte?.. Oh! ben felice chi la può incontrare col vostro eroismo!

Calate, o corvi dall'alte montagne e dalle folte foreste vicine... i re della terra vi apprestano per oggi un sontuoso banchetto: i re della terra son vostri degni fratelli, e non si mostreranno oggi dammeno della fama di splendidi, per cui l'inalzano a' sette cieli i cortigiani ed i giornalisti venduti. Da una parte è l'avvenire, la gioventù! dall'altra il passato, il calcolo freddo, impassibile come il destino.

In oggi chi troverà il sistema di distruggere reggimenti intieri in un colpo avrà lauri, corone, commende ed archi trionfali... i medici condotti, questi poveri figli della scienza che sfidano l'inclemenza delle stagioni, i disagi delle montagne, stentano la vita e maledicano la fecondità delle loro compagne di sventura e di triboli... oh, è pur giusta la giustizia dei re, ma qualche volta può anche sbagliare i suoi calcoli!

Il progresso infrange l'edifizio granitico inalzato dall'oscurantismo e sorretto dalla violenza: il progresso debella ogni ostacolo, apparisca pur formidabile. Quando si fora il Moncenisio e si taglia l'istmo di Suez, potrà l'umanità soffermarsi difaccia alla barriera di un privilegio, più d'ogni altro schifoso, perché tenuto su da baionette tuttora rosseggianti di sangue? Che si coronino adunque d'elleboro, che danzino, come pazzi, sull'orlo della voragine, che si inebrino ai baci comprati delle loro Odalische, che votino allegramente quei calici dove il rosso licore dovrebbe rammentar loro il sangue di popolo, da loro indegnamente versato... il _Dies irae_ ha da giunger per tutti, la scienza ha già segnato nell'aule dei re il _Mane, Tekel, Fares_, ed incapaci di rinvenire nell'estremo momento il coraggio di Sardanapalo, noi li vedremo ricchi accattoni girellare nel mondo, sfuggiti da tutti come belve feroci, impotenti e rabbiosi!..

Brillava ancora qua e là per il cielo qualche stella, che man mano sbiancandosi andava a svanire nell'infinito come un generoso proposito di una anima debole, e noi eravamo al quartier generale. Passammo lì molte ore senza alcuna novella, quando ci fu detto che anche per quel giorno non eravi alcuna cosa di nuovo; ma che però, stessimo pronti per il domani che nel domani avremmo avuto una grande, una decisiva battaglia. Rossi, Piccini, gli altri nostri amici della Compagnia Genovese, ci confermarono l'esattezza di ciò che si sentiva e tutt'insieme giurammo di pigliare la sera una sbornia solenne, per rassomigliare almeno in qualche cosa a Leonida e ai suoi trecento spartani che, come ognuno sa, banchettarono allegramente prima di farsi incontro alle tremende falangi di Serse, dandosi appuntamento pel dì dopo all'inferno... e nessuno di loro mancò alla propria parola... Beati quei tempi!

Sul mezzogiorno però a tutti i canti della città suonarono le trombe; i soldati furono in fretta e in furia mandati fuori della città... il cannone tuonava: questa volta ci si era davvero.

Tutti si corse come un sol uomo, al palazzo della prefettura: là trovammo il nostro tenente Ricci--Si vuole andare--Gridammo a coro pieno--Andremo, rispose lui, anche senza arme, e poco dopo tutti ci movemmo, senza curarsi nemmeno di avere un fucile.

Passammo dalla Porta sant'Apollinare dove trovammo Bordone con tutti i suoi ufficiali: prendemmo a passo di corsa un viottolo, desiosi di anticipare il momento, che anelavamo da sì gran tempo. Ad ogni minuto il rimbombo dell'artiglieria, rassembrava una voce potente che ci accusasse di essere lontani dal pericolo: i circostanti campi erano ghiacciati: ghiacciati i fossi che fiancheggiavano la via, eppure si sudava, eppure il cuore ci batteva forte forte nel petto e noi avevamo la lingua fuori. Ad ogni colpo un sol grido elevavasi da tutti noi, un sol grido che chiaramente mostrava la nostra animazione, la nostra bramosia, il grido di: Avanti!

A mezzo chilometro dalla città, incominciammo a trovare delle guardie mobili, o appiattate, o che si ritiravano: noi non facemmo loro alcun rimprovero, ma invece con la più buona maniera del mondo, si richiedevano del loro fucile. Molti lo diedero assai volentieri; molti altri, inorridisco a dirlo, ce la venderono: pochi, messi su dall'esempio, ci seguitarono. E intanto pochi passi ci mancavano ancora per arrivare a Fontain; una salita, molto erta, e ci si era; facemmo quella salita di corsa.

Al limitare del paese, due palle attraversarono la via; i più giovani abbassarono istintivamente la testa, noi godemmo per aver raggiunto finalmente la meta. Fontain era desolato: chiuse tutte le case, non un abitante per le due o tre vie che costituiscono questa borgata.

Prendemmo la prima strada che ci si parò innanzi alla vista, ed arrivammo ad una piazzetta, che è proprio sotto alla piccola collina, sulla quale è situata la chiesa. La mitraglia imperversava, al nostro arrivo: i piccoli muri che custodivano i vicini giardini, erano battuti, scalcinati, rovinati addirittura da quest'uragano di nuovo genere: andare in mezzo alla spianata sarebbe stato impossibile; meno male che fu l'affare di pochi secondi!... Addossati a una cancellata di un giardino, lì trovammo Kane, Niklatz è le altre due guide che erano state attaccate al seguito del generale Bossak..

Kane mi trasse dapparte, e mi sussurrò negli orecchi: Si crede morto Bassak: è da stamani che noi non l'abbiamo veduto....

Montammo su alla chiesa, una sezione d'artiglieria stava ai due lati della modesta parrocchia; il colonnello Olivier, assisteva alle operazioni dei suoi cannonieri: e a pochi passi da lui, con un sangue freddo invidiabile, col suo breviario sotto il braccio se ne stava il prior di Fontain. Il fuoco degli assalitori era diminuito; di tanto in tanto qualche nuvoletta di fumo appariva improvvisamente sul Orizzonte, e qualche scaglia veniva a cadere ai nostri piedi.

--Datemi un po' il canocchiale--Domandai a un'artigliere, un bellissimo giovane.

--Tenete mi disse e non fu capace di darmelo che una palla gli faceva schizzare il cervello... Fu l'unica palla di fucile che sentimmo ronzare in Fontain,

Intanto un vivissimo fuoco di moschetteria cominciò a sentirsi dalla parte della vicina Talant. Talant e Fontain son due collinette isolate, che si elevano in una estesa pianura, frastagliata qua e là da piccoli rialzi, e nel cui fondo è il piccolo paese di Daix, che era stato sgombrato al mattino da due battaglioni di guardia mobile che l'aveano in custodia. I Prussiani si erano spinti verso Fontain, poi ritirandosi con una mossa improvvisa, si erano ricostituiti dietro il villaggio di Daix, per piombare in grandi masse sopra Talant: per conseguenza il fuoco di fronte a noi potea dirsi quasi cessato; mentre cominciava, e senza posa, sulla nostra sinistra.

--Che facciamo?--Domandammo al Ricci.

--Andiamo laggiù...

E tutti scendemmo la strada e per far più presto entrammo nei campi: lì cominciò la bella sinfonia delle palle... Addio Italia, pensammo tra noi, addio occupazioni della nostra vita scapata... un grido ci tolse alle reflessioni... il povero Gaido, colpito in mezzo del cuore, cadeva a pochi passi da noi.

Si procede... riscontriamo un ferito che vien trasportato a braccia alla vicina ambulanza... _Ciao_ ragazzi, ci dice, _viva la Repubblica_ e noi si procede ancora e vediamo il prode capitano Vichard, capo di stato maggiore del Bossak, dilaniato da cinque ferite.

--Portalo all'ambulanza--Mi grida il tenente.

--Ma...

--Poi ci raggiungerai... tu sai dove siamo!

E io e il Bocconi, preso a braccetto il Vichard, rifacemmo quella via sempre in mezzo all'imperversar delle palle, almanaccammo una buona mezz'ora per trovare questa benedetta ambulanza, e quando ci fummo arrivati, fummo dolorosamente sorpresi nell'osservare, che punto più esposto di quello alle palle era impossibile il ritrovare; lì ci era addirittura una grandine e molti feriti, credo, vi ricevessero il colpo di grazia.

Dopo poco raggiungemmo i compagni....

Ed ora spingiamoci sotto Talant, dove aveva da essere la sublime ecatombe, dove Garibaldi in persona, a cavallo, in prima linea capitanava il combattimento. Nei campi sulla destra del paese avevano preso posizione, e si accingevano a rintuzzare l'assalto dei Prussiani, la Compagnia Genovese (capitano Razzeto) i Cacciatori Spagnoli, del cui capitano sono rincrescevole di non sapere il nome, e gli Egiziani, comandati da Zauli. I cacciatori di Marsala erano in sostegno di queste compagnie. La legione Tanara era dall'altro lato della via, mentre Ravelli coi suoi era in riserva nel paese. Tutta la terza e quinta brigata erano insomma lassù.

Dai vigneti, dalle ville poco distanti i Prussiani cominciarono un fuoco d'inferno: gli alberi erano scheggiati ad ogni minuto; le siepi si stroncavano, producendo un fracasso indescrivibile: ogni poco si spengeva per sempre una generosissima vita; ogni poco erano gemiti, strida, imprecazioni; gli strazianti lamenti degli uomini avevano riscontro in que' dei cavalli... povere bestie innocenti, che ad ogni poco cadevano stramazzoni per terra in quella grandinata di proiettili, che di minuto in minuto raddoppiava d'intensità.

I nostri erano imperterriti come vecchi soldati: gli Spagnoli ammirabili; nelle legioni Italiane non mancavano spiritosaggini, nè arguzie..

--Guarda, se con quegli elmi non paiono civiconi del quarantotto!--Diceva uno.

--Mirali bene... che vadano a godere della sua grazia di Dio!

--Coraggio amici, si gioca l'ultima carta... o si sballa o saremo eroi.

