# Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino

## Part 11

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/da-firenze-a-digione-impressioni-di-un-reduce-garibaldino-7121/index.md

Erano due anni che non ci si vedeva: ci avevamo lasciati ad un banchetto, dove si era inneggiato alla Repubblica e alle barricate, ora ci si doveva ritrovare per essere eternamente divisi. Eternamente!.. Oh! la dura parola per chi ti ha conosciuto! Ora giaci nell'Italia tua, vicino al tuo mare, sotto la volta del tuo splendido cielo, là dove la poesia di una natura sempre maestosa aveva fatto germogliare nel tuo cuore la fede per la quale ora giaci cadavere... Tanto meglio... non contamineranno l'urna del martire le codarde calunnie e le turpi accuse dei vili, pei quali noi affrontavamo la morte e che erano ben lontani da ogni pericolo.

Addio, giovane di tempra romana, addio figlio prediletto della democrazia... possa l'esempio delle tue virtù procacciarti degli emulatori ed il fiore della speranza sorga sul tuo sepolcro, o fiore più bello, troppo presto staccato dalla ghirlanda delle nostre speranze!

CAPITOLO XI.

Ricciotti arrivava in questo frattempo a Digione, dopo aver sostenuto diversi piccoli scontri con recognizioni nemiche, scontri in cui aveva sempre ottenuto indiscutibili vantaggi; il di lui arrivo fu per noi una vera festa: il giovine ed ardito condottiero che già erasi acquistata tanta gloria in questa campagna, troppo ci aveva fatto temere per il suo troppo coraggio ed era di troppa utilità al nostro esercito, perchè non ne valutassimo l'arrivo come un lieto avvenimento. Dipiù nella sua brigata noi avevamo amici carissimi: lo Strocchi, l'Orlandi, Cardini erano nei _Francs chavaliers de Chatillon_, squadrone di cavalleria che il prode e simpatico figlio di Garibaldi aveva organizzato dopo la memorabile impresa che aggiunse non poco lustro alle armi italiane.

Quasi nel medesimo tempo arrivava da Chambery il simpatico Canzio, portando seco circa duecento uomini, che uniti a quelli del deposito, a cui eravamo stati ascritti in principio, formarono un battaglione sotto gli ordini del maggiore Perla, battaglione che fu denominato dei Cacciatori di Marsala. Cavallotti, Rossi di Lodi e tanti altri generosi si trovavano in quelle file: essi avevano lasciato il Frapolli per essere in prima linea.

La gioia di questi arrivi fu per noi un po' amareggiata dalla notizia che i famosi cavalli che dovevano arrivare con Canzio, sarebbero arrivati due o tre giorni dopo... se ci avessero detto che non dovevano arrivare mai, saremmo usciti addirittura dai gangheri e chi sa quale determinazione avremmo preso!

Ai nuovi volontarii furono distribuite delle carabine _Weincester_, bellissime armi ma che forse esigevano un po' troppo perizia in chi le adoperava; avevano esse diciotto colpi di riserva, erano elegantissime e quando se ne vedeva una in mano di qualche Garibaldino, ci si affollava intorno a lui, e con noi si affollavano a bocca spalancata i buoni popolani della città; difatti nelle piazze, nelle vie principali tu non avresti veduto che gruppetti di gente, e in mezzo a questi un volontario che dava tutte le spiegazioni possibili e immaginabili in mezzo allo stupore e alla soddisfazione generale.

Bisogna esser giusti: nell'ultimo periodo della campagna i volontarii non erano armati malaccio: i Carabinieri Genovesi avevano per esempio delle buone carabine _Spencer_, con sette colpi di riserva nel calcio: unico danno come diceva, poco anzi, era la difficoltà con cui potevano adoperarsi da mani inesperte; per cui avrei reputato cosa molto migliore il dispensare fino dal bel principio quei _Remingtons_ che furono dispensati, come sempre succede, quando non ce ne era più alcun bisogno.

Ai nostri soldati non si distribuiva alcun rancio: si dava loro un franco il giorno, se erano di fanteria; uno e venticinque centesimi, se di cavalleria: questo provvedimento, se era molto noioso per quando le truppe si trovavano in marcia o nei passetti, era assai comodo per quando le si trovavano in Digione. I cittadini non si potevano infatti mostrare nè più ospitali, nè più generosi: accoglievano a braccia aperte nelle loro case i giovani loro difensori e li trattavano cavalierescamente. Gran bella città Digione--mi diceva un mio amico--anche con pochi soldi ci è da farsi un peculio!... È un fatto che gli abitanti delle Côte d'Or ci volevano un ben dell'anima; bastava che le trombe del Tanara suonassero la ritirata perché s'improvvisasse una dimostrazione con grandi evviva a Garibaldi e all'Italia; allorchè fu data onorata sepoltura nel cimitero alla salma del bravo tenente Anzillotti, tutta la popolazione prese parte alla cerimonia pietosa, ed assistè religiosamente ai discorsi del Tanara e di Canzio, quantunque fossero proferiti in lingua italiana: si erano troppo assaggiati i soldati della grazia di Dio per non fare buon viso ai soldati della Libertà.

La concentrazione di truppe continuava: giungeva pure in Digione l'altra legione italiana comandata dal Bavelli: questa era costituita di tre battaglioni, della forza di circa quattrocento uomini per ciascheduno; se il nome del comandante giungeva a tutti nuovissimo, vi erano sotto di lui bravi soldati e bene esperimentati patriotti. I maggiori Pastoris, Ravá, i capitani Becherucci, Romanelli, Sartori, il tenente Ademollo e tanti altri che non cito, perchè ciò troppo mi trarrebbe fuori dal seminato. La legione era organizzata militarmente più di ogni altra; aveva anche una piccola fanfara, nè eccellente, nè perfida, ma lassù applauditissima.

Il trovarsi tutti riuniti produsse un brio generale: mai le strade della capitale della vecchia Borgogna hanno assistito a un movimento, a un brusio simile a quello di queste belle serate: ogni poco si riconosceva qualcuno: ogni poco uno schioppettio di baci ti solleticava dolcemente l'orecchio; e conforti reciproci, e augurii di future vittorie, e strette di mano e ricordi del passato s'incrociavano, si avvicendevano tra i varii individui. Oh!... Chi ci rende quei momenti felici in cui non si pon mente al domani, in cui, tanto vicini alla morte, si ritrova la calma e l'allegria del fanciullo, in cui lasciata ogni maschera di convenienze sociali, si parla col cuore sulla bocca, e si dà l'ultimo soldo all'amico, persuasi di non fare nemmeno una gentilezza, ma di adempire a un dovere!.. E ancora qui dal tavolino della mia camera, raffazzonando questi appunti, io vi veggo sfilare a me davanti, o simpatici volti dei miei compagni d'arme, e mi par d'esser tornato in mezzo alle vie rallegrate dal vostro chiasso e dalle vostre canzoni: molti di voi non sono più, ma se soltanto chi lascia eredità d'affetto ha gioia dall'urna, voi vivrete eternamente nella memoria del popolo, come vi giuro, che eternamente vivrete nella mia.

All'oscuro, come eravamo, sui movimenti del nemico, tutti noi eravamo convinti che Garibaldi avesse intenzione di tentare un gran colpo. È pur la brutta cosa esser soldato!... Non saper mai nulla su quello che hanno intenzione di fare i superiori ed avere in capo una curiosità, come avevo io!

La nostra perplessità non poteva durare molto a lungo: la domenica, 15 gennaio, una guida che doveva portare un dispaccio al Maggiore Farlatti, tornò quasi subito, annunciandoci che a poco più di tre chilometri dalla città vi erano i Prussiani. In questa stessa domenica, passeggiando lungo il viale del Parco, bellissima passeggiata con un getto d'acqua assai da ammirarsi, mi sentii toccar leggermente sulle spalle. Mi voltai immediatamente, e non potei fare a meno di proferire un grido di stupore.

Quella mano che mi aveva così gentilmente toccato, era la mano d'Aissa. La gentile ragazza indossava un bellissimo costume da vivandiera, tutto in velluto nero; il suo piedino aristocratico faceva mostra di tutta la sua eleganza, a causa della corta sottana; un piccolo _rewolver_ le stava alla cintola... era insomma un bel tipo.

--Voi qui?--Le dissi.

--Mi credevate incapace di mantenere una promessa.

--No... ma... e con chi siete?

--Sono con i mobilizzati dell'Isere... non vedete, son vivandiera!

--Mi rallegro con voi... E ci potremo vedere?

--Chi sa... ora vi lascio!

--Restate un pochino...

--È impossibile... son là col mio... col mio... non so come chiamarlo... è geloso come una jena... A rivederci.

Le strinsi la mano, e guardai questo... non so come chiamarlo... e vidi un capitano della guardia mobile, brutto come un brigadiere delle guardie di sicurezza o poco meno; piccolo e grasso come una botte. Capii la di lui gelosia... e lo compiansi: egli non era che un _pas per tout_ per la avvenente fanciulla, che aveva trovato modo di distrarsi e di essere utile a quella società, dalla quale aveva ricevuto tanti sgarbi e alla quale aveva fino allora arrecati tanti danni.

Avevo appena veduta questa vecchia conoscenza (dico vecchia perché una conoscenza di un mese in quegli eccezionali momenti si può dichiarare per antichissima) quando cominciò a cadere a larghi fiocchi la neve, e questa persistè ostinatamente fino alla sera: ci alzammo al mattino dipoi e continuava la poco aggradevole sinfonia: _il neigait, il neigait, il neigait_, proprio come nella ritirata di Russia, così ammirabilmente dipinta da Victor Hugo nei suoi _Chatiments_. Figuratevi, quale allegria non fosse per noi, il vedere tutti quei tetti acuminati, candidi come l'anima di una verginella; il passeggiare quelle vie, quelle piazze dove si affondava fino a mezza gamba, l'ammirare i nasi dei nostri compagni di sventura rossi come peperoni, seccati chi sa da quanti anni!.. Ed il cielo ci fece questa burletta fino a notte avanzata; decisamente il cielo sapendoci nemici del trono come dell'altare, ci voleva amministrare una di quelle lezioncine paterne, che ci facevano ricordare la dottrina Cristiana del cardinal Bellarmino.

Quella sera noi non potevamo godere: poiché ci ricorrevano al pensiero quei disgraziati nostri fratelli che si trovavano accampati o agli avamposti. Poveri diavoli--si susurrava, scaldandoci davanti a un bel fuoco--Poveri diavoli, quanti di loro hanno con gioia abbandonate tutte le dolcezze di una vita beata, e forse ci sarà chi oserà mettere in dubbio la purezza delle loro intenzioni, la lealtà dei loro propositi, la fede che li ha sostenuti in mezzo a quest'avvicendarsi perpetuo di peripezie, che a malapena si credono nell'udirle narrare?! Meno male, che la bestemmia dei tristi giunge più cara agli orecchi di chi fa il proprio dovere, della lode dei buoni. Declami pure, rida pure la gente che non si muove da casa se non quando vi è la prospettiva di un grande interesse... l'armata dei Vosgi ha troppo la coscienza di quello che ha fatto per poter dare ascolto ai ragli e agli impotenti grugniti dei pravi.

CAPITOLO XII.

Così giungemmo al dì 17 gennaio dell'anno di Grazia milleottocentosettanta.

Il cielo si era un po' rischiarato: ci destammo un poco più tardi del solito, poiché in dormiveglia ci sentivamo solleticare gli orecchi dal monotono tic tac dell'acqua che sgocciolava dai tetti, su cui si sfaceva la neve.

Andammo al quartiere, nulla di nuovo; allora lasciati i compagni, me ne tornai a casa a tener compagnia al Materassi che avendo mandato ad allargare uno stivale, si trovava nella dura situazione o di marciare a pie' nudo, o di aspettare il comodo del cittadino calzolaio; sdraiato in poltrona, ed in faccia ad un camminetto le cui fiammate eloquentemente addimostravano le prodigalità... dei nostri padroni di casa. Materassi aveva prescelto quest'ultimo partito, e con una posa tra il Pachà e il cuor contento aspirava voluttuosamente le boccate di fumo, di una pipa da dieci soldi, che riteneva come un ricordo di Lione.

Io era sdraiato su di un'altra poltrona davanti a lui: si discorse per due ore buone: si discorse delle nostre padroncine di casa che tutti ci elogiavano e che noi non avevamo per anche vedute: si fecero un centinaio di progetti per giungere ad ammirare queste famose beltà: si parlò di una nuova mitragliatrice che avrebbe ottenuto portentossimi effetti: questo nuovo ordigno di guerra, invece di mitraglia, doveva vomitar dei marenghi, e le truppe dell'inimico sarebbero state sbaragliate più presto... ma sul più bello della discussione, sentimmo un gran rumore per le scale: l'uscio s'aprì improvvisamente, la nostra padrona, con una fisonomia da metter paura in corpo all'uomo più sconclusionato del mondo, si buttò ai nostri piedi, gridando a squarciagola: _Les Prussiens, Les Prussiens!_

--_Les Prussiens_?!--Grida il Materassi--Che siano giù per le scale?!

--Ma dove.. ma come.. ma quando?

--Per carità partite.

--Oh! non abbiamo bisogno delle vostre preghiere! Prendo le scale e vado..

--Va'.. prima a pigliarmi lo stivale.. eppoi partiremo insieme.

--Ma ora..

--Permetteresti che io non venissi con voi?

--Hai ragione: in due salti, vado e torno

Scendo in strada: un movimento da dar la vertigine: un correre da tutte le parti: un ritirarsi continuo dei cittadini dentro le porte: a tutte le cantonate squilli di tromba che chiamavano a raccolta; e un chiudersi di botteghe, un vocìo di donne che dalle finestre si raccomandavano.. insomma una desolazione, uno spavento tale da non farsene idea; spavento e desolazione che non hanno altro riscontro all'infuori di quello prodotto da false notizie nella serata del ventitre.

Via via che mi inoltravo verso la piazza, vedevo battaglioni di guardia mobile che s'indirizzavano verso le porte della città; il contegno di queste genti non era bellicoso di certo e sembravano più montoni condotti al macello, che difensori di un sacrosanto principio. Difaccia alla _Mairie_ incontrai la legione Tanara: i Garibaldini cantavano. _Addio mia bella addio_ e interrompevano l'inni, soltanto per prorompere in acclamazioni entusiastiche alla Repubblica e a Garibaldi. Eppoi mi trasvolarono difaccia agli occhi due batterie con i cavalli a trotto serrato; quindi venne la volta della brigata Ricciotti; il simpatico giovane era alla testa, ed i suoi _Francs tireurs_, col volto raggiante di gioia, colla testa alta, col passo accelerato, quasiché loro tardasse il trovarsi a fronte col'oppressor della Francia, avevano intuonato il magnifico inno dello Chenier:

_C'est la republique, qui nous apelle . . . . . . . . . . . . . Un Francais doit vivre pour elle Et pour elle un Français doit mourir_.

--Dunque ci siamo per davvero?--Dicevo tra me e me, esaltato anche io dalla febbre generale, trascinato dal potentissimo fascino dell'entusiasmo--A rivederci a fra poco, o giovani soldati della libertà, o eroica falange dei pochi che tra l'ignavia dei più vogliono essere gli apostoli, i rivendicatori dell'umanità conculcata!... molti di voi stasera non risponderanno all'appello, le vostre file diraderà la mitraglia: siete giovani, ardenti, pieni di salute tra poco sarete mutilati.... e che importa?.. Il vostro nome resterà eterno sulle labbra dei reietti e dei diseredati, unica gente che ha cuore, essi insegneranno ad adorarvi, siccome martiri, ai figli, e voi non morirete del tutto...

"....... Ai generosi," "Giusta di gloria dispensiera è morte."

Arrivai dal ciabattino; lo stivale era nell'identico stato di quando era entrato in bottega; lo agguantai non senza stiacciar qualche moccolo e a passi di corsa ripresi la via.

Io sono molto nervoso, e la fantasia in me è proprio un cavallo che non sente alcun freno: quel movimento, quelle grida, quell'entusiasmo mi avevano dato il capogiro ed io saltava come un pazzo, agitando lo stivale, in mezzo alla folla. O.. sentite un po' cosa mi va a capitare per dato e fatto di quei baggei di mobilizzati, allucinati, secondo il solito, da una paura birbona!....

Il vedere un'individuo, vestito metà da cittadino e metà da soldato, vederlo andare di corsa ed esaminando la di lui fisonomia che certo non era francese, fece nascere in quei cervelli balzani l'idea che l'individuo in questione non fosse che una spia dei Prussiani. Immaginatevi dunque che bella improvvista mi si preparava: giacché colui che veniva preso di mira non era altri che il signor Mestesso. Chi sa da quanto tempo io era pedinato da coloro che invece di correre in faccia al nemico preferivano restare in città, ad arrestare chi voleva andarci; io non mi era minimamente avveduto di nulla. Allo svolto di Rue Piron, mi rattiene nella disordinata mia fuga, un braccio che mi avvinghia alle spalle: mi volto per rispondere per le rime, al villano che si azzardava fermarmi e mi veggo in men che si dice, circondato da una folla di gente, che mi squadrava in cagnesco, e che emetteva grida tutt'altro che rassicuranti.

--Cosa volete?--Proferii io maravigliato.

--_C'est un espion... c'est un Prussien!_

--Ma no... io sono un Garibaldino!--Risposi in francese.

--Non è vero.. non è vero!--Urlava più che mai indemoniata la folla..

--Me vi dico di sì... ve lo garantisco.

--Alla _Mairie, alla Mairie_

--Dalli alla spia!...

--Abbasso i Prussiani!

--_Caput_ a Bismarck!

Non ci è che dire io doveva esser proprio una spia; garantisco che in tre campagne, e tra le mille peripezie che hanno agitato la mia esistenza, garantisco di non aver mai passato un momento più brutto di quello. La folla si aumentava a vista d'occhio e di momento in momento diventava più minacciosa: mi aspettavo di udir gridare: _à la lanterne_ e di sentirmi appiccare ad uno dei prossimi lampioni.

Per buona fortuna passò il nostro tenente, che attirato dal chiasso, si avvicinò per curiosità al gruppo tumultuante; non sto a descrivere lo stupore dal quale fu preso, vedendomi in mezzo a quei disperati; il tenente era in alta montura e tutti gli fecero largo.

--Che c'è?--Mi domandò

--Si figuri, che mi hanno preso per una spia!

--Baie!

--Sul mio onore.

Il tenente che ne avea pochi degli spiccioli fece allora una paternale numero uno, a quei mobilizzati che pretendevano di fare il sopracciò a tre chilometri dal campo di battaglia: questi accettarono la reprimenda a viso basso e confuso e ci lasciarono passare.

Appena scongiurato il pericolo, io mi rivolsi al mio salvatore e gli domandai: Ma dunque ci si batte sul serio?

--Sembra di sì... Anzi venga con me al quartier generale, che presto partiremo anche noi!

--A piedi?

--Ben'inteso: quando non ci sono cavalli!

--Vado ad avvertire Materassi e vengo subito.

--Gli raccomando sbrigarsi!

--Non dubiti: vado e torno!

Materassi mi accolse con un diluvio d'imprecazioni, a causa del ritardo: l'imprecazioni arrivarono poi al grado superlativo, quando io gli mostrai lo stivale, preciso come l'aveva dato al mattino. Che fare? Tempo da perdere non ce ne era dicerto: bisognò prendere un'eroico proponimento, e con un rasoio spaccarlo sopra la fiocca... Se Materassi avesse saputo che doveva terminare la campagna con quello spacco, non troppo elegante, chi sa, se avrebbe avuto il braccio tanto fermo!

In due salti si arriva al quartier generale, i nostri compagni erano già partiti: si domanda alle sentinelle per dove hanno preso ed esse c'indicano la vicina strada della stazione; allunghiamo il passo e tentiamo raggiungerli: per la strada non s'incontra nessuno: tutto è calma all'intorno ed un combattimento non può essere ancora incominciato: meno male, pensiamo tra noi, sentiremo il primo saluto, ma più ci si avvicina, maggiore è il silenzio,

Fatto appena un chilometro, sempre per una strada, fiancheggiata da campi che ci sembrano incolti, e da estese pianure, su cui si alzavano a poca distanza da noi i due promontorii di Fontain e Talant, cominciammo a vedere dei Franchi tiratori, delle Guardie mobili, dei Garibaldini tra cui qualche Guida. Domandiamo il perché se ne tornano, ed essi ci rispondono che tra poco tutte le truppe rientreranno in Digione: che i Prussiani che erano alla viste, nonché avanzare, si son ritirati, e che gli _Chasseurs_ han preso due cavalli ai cavalieri nemici. Queste informazioni erano più che veridiche: pochi momenti dopo, passava il Generale e lo stato maggiore; noi rientrammo in città, insieme alla legione Tanara, le cui trombe suonavano gioiosamente. Non si era trattato che di un falso allarme: un falso allarme equivale ad un appuntamento al quale manchi la bella dei nostri pensieri: io preferisco cinque battaglie, ad una sola delle ore penose dell'aspettativa.

Quella sera la città fu ravvivata da un chiasso dei più clamorosi: o male o bene si era veduto che dei Prussiani ce ne era dintorno a noi, e così avevamo acquistato la certezza di potersi levare il pizzicore dalle mani; non mi provo nemmeno a raccontare tutte le strampalerie che furono proferite: tutti volevan dir la sua su quella sorpresa dell'inimico: chi diceva che era un corpo sbandato, chi che avevano avuto paura, chi che credevano pigliarci all'impensata: in tutti però era certezza, che poco poteva tardare una battaglia.

La mattina dipoi, mentre eravamo a chiacchierare sul più sul meno sulla piazza delle _Mairie_, vedemmo il colonnello Bossi con due guide, e dietro a loro una diecina di prigionieri Prussiani. Appartenevano tutti al 61 Reggimento, e procedevano stupidi e mogi in mezzo a due file di popolo che non risparmiava di tanto ia tanto qualche espressione poco gentile al loro indirizzo. Cercammo avvicinarli: le maggior parte di loro bisticciava alla peggio il francese: ci parlarono delle loro famiglie, come ne parlerebbe un ragazzo lontano: ci chiesero con infantile curiosità dove li avrebbero mandati, e ci domandarono se era loro permesso di accender la pipa e fumare. Io ho osservato che nessuna altra categoria di persone è disposta a bamboleggiare, come i soldati: il pifferaro Scozzese tra l'imperversare della mitraglia a Waterloo ripeteva le canzonette delle montagne native; il coscritto bacia i ragazzi che incontra e gli porta in braccio con quella delicatezza con cui non son use a portarli le serve: il prigioniero, tra le schiere nemiche, spesso tra i fischi del popolo, si perde in che sa quali vaneggiamenti, e fuma imperturbabile. Così è: i regolamenti militari o sviluppano la malinconia in modo da render gli uomini stupidi, o gli rendono feroci più delle belve. Quanto saremo civili, quando avremo abolite le caserme, questo ricettacolo di gente che divora la parte più grossa del ben essere di tutti, a beneficio di quello di un solo!

