Da Firenze a Digione: Impressioni di un reduce Garibaldino
Part 10
Garibaldi non si lasciava sfuggire questa bella occasione che gli fornivano i propri avversarii: tutti gli uomini che dipendevano dai suoi ordini a poco a poco si riunivano nella città dove egli aveva posto il quartier generale; come abbiamo veduto, il brigadiere Lobbia era stato da lui inviato verso la direzione di Langres dal lato di Parigi; Canzio era partito per definire la questione con Frapolli e portare all'Armata dei Vosgi, tutti quei volontari che fino allora si erano tenuti lontani dal teatro della guerra. Le circostanti colline formavano oggetto di studii speciali e si fortificavano alla meglio, come lo consentivano gli scarsissimi mezzi di cui il governo era largo con l'armata guidata dall'invitto Eroe dei due mondi.
Tutte le mattine alle quattro il generale esplorava la linea dei nostri avamposti. Esso percorreva l'immensa estensione in carrozza e sempre accompagnato da Basso: poi si riduceva al quartier generale da cui era ben raro che si muovesse durante la giornata. Il povero vecchio era torturato dai dolori attritici: ben di rado egli abbandonava le grucce, ma pure si vedeva sempre sorridere, sempre incoraggiare i soldati, beato di potere offrire anche una volta il suo braccio in difesa dei santi principii, di cui è sempre stato il più infaticabile apostolo e il più temuto sostegno. Ah!.. quanto ben differenti da lui erano certi arfasatti che si erano ficcati nello stato maggiore e pei quali chiunque è amico della verità, deve avere delle parole assai dure e dei rimproveri che nessuno può tacciare d'esagerati, perché naturali in chiunque abbia potuto conoscere vita, morte e miracoli di quella gente che si muove solamente da casa per speculare e per farsi ricca nel mentre che una nazione illaguidisce od è per subire le più grande delle sventure che la possa colpire, voglio dire le schiavitù. Gli appartenenti allo stato maggior generale, in buon numero erano francesi; io non intendo minimamente attaccare gli stati maggiori delle brigate, dove un Castellazzo, un Bizzoni, un Sant'Ambrogio, un Vichard, un Canessa, e tanti altri, di cui noi non potemmo sapere il nome, si coprirono di gloria e si mostrarono pari alle generosissime idee che sempre gli hanno guidati. Io parlo soltanto di quei famosi strategici, che dipendevano direttamente dal generale Bordone.
Qui devo dire alcune parole di questo generale da alcuni troppo abbattuto, da altri troppo esaltato. Io non voglio riandare la vita passata del nostro capo di stato maggiore; mio compito è il riveder le buccie a coloro che giraron nel manico durante il periodo che noi fummo in Francia e non quello di nototmizzare le faccende trascorse che a noi non riguardano, e delle quali noi non abbiamo a curarsi: noi pensiamo che chi ha intenzione di far bene, e traduce in atto questa intenzione, certamente si riabilita da ogni peccato che possa aver contaminato la di lui fama antecedente.
Bordone era zelantissimo per il bene dei suoi sottoposti: Bordone aguzzava di minuto in minuto il suo ingegno, si arrovellava, non dormiva pur di fare all'esercito Garibaldino tutte quelle agevolezze che da lui dipendevano. Infaticabile sempre, importuno col governo di Tours egli era giunto ad ottenere armi, denaro, concessioni. Di più, se si pensa, che rimanendo lui nel suo posto, toglieva all'ambizioso Frapolli ogni speranza di poter comandare a bacchetta, bisogna convenire che la cosa migliore per noi era che rimanesse quello che ci era, invece che venisse fuori uno nuovo che probabilmente avrebbe mandato in perdizione le nostre povere cose. Lobbia avendo lasciato lo stato maggiore per assumere il comando della seconda brigata aveva condotto con se il Castellazzo, nome a cui qualunque elogio sarebbe superfluo; caro a chi ama la letteratura, come a chi ama la guerra; eroe in tutte le battaglie che si son combattute, autore del _Tito Vezio_ negli ozi della pace, in quegli ozi dove tanta gente che fa professione di far le campagne si butta sull'imbraca e fa rivoltare lo stomaco alle persone perbene.
Partiti questi, lo stato maggiore rimase molto, ma molto barbino. Mi rincresce dover dir male di nostri compagni, me ne piange il cuore, ma il culto della verità deve esser sacro per chi scrive e le segrete tendenze dell'anima devono essergli sacrificate.
La più completa assenza di nozioni strategiche si poteva chiaramente osservare in quelle sale dove si dormiva di giorno e dove molte volte si giocava di notte: cosa quest'ultima che fece esclamare ad uno dei nostri amici assai noto per le freddure, che stato maggiore più solerte del nostro era inpossibile ritrovare, avendo i suoi membri ad ogni ora in mano le carte. Una caterva di giovanotti raggruzzolati non si sa come, certa gente di cui è bene non dir cosa alcuna, poiché stando alle dicerie generali, i di lei fatti insudicerebbero troppo le pagine di qualsivoglia libro... ecco a un dipresso, fatte poche eccezioni, quale era il corteggio di Bordone. Oh! se non fosse stata la mente del Generale, il valore e l'intelligenza dei quattro che comandavano le brigate, l'innegabile slancio dei volontari, per il nostro stato maggiore se ne poteva passar delle belle, e i Prussiani potevano agevolmente circondarci in Digione, come avevano circondato a Metz il famigerato Bazaine.
La maggior parte degli ufficiali, che dovevano provvedere alle sorti della armata, e che dovrebbero avere avuto l'attribuzione di fare i piani di guerra, oltre l'esser digiuni di qualunque nozione d'arte militare, lo erano anche del minimo odore di polvere: tra gli altri per esempio il figlio di Bordone finì la campagna come capitano: era un giovanotto che poteva aver tutt'al più ventitre anni e che per la prima volta si spingeva davanti al fuoco.... delle stufe del quartiere generale!
Del resto di questi ufficiali improvvisati ve ne era un sacco e una sporta. Conobbi un volontario che di _motuproprio_ si mise il berretto di luogotenente e poco dopo ottenne quel grado; non vi è esagerazione a dire che quando arrivammo a Digione, trovammo più ufficiali che soldati: i sarti e i cappellai di lassù, che avevano buon naso, riempivano lo vetrine di monture e di berretti più o meno gallonati. Fin qui non ci sarebbe statò gran male; ma il male appariva manifestamente ad ogni persona, quando si pensava che molti e molti che a forza di fatiche e di sangue erano giunti a conquistarsi un grado nelle altre campagne, non si erano voluti riconoscere o si erano portati tanto pel naso che essi troppo disdegnando di sembrare accattoni e in cerca di una posizione, preferivano servire da semplici soldati. Il nostro Generale era del tutto estraneo a queste brutture, le quali possono sembrare a qualcuno inverosimili, ma che sono vere come la luce del sole. Materassi, Pacini (per non citare molti altri) capitani nelle altre campagne, non ebbero alcun grado, furono appagati però con molte promesse, con molte proteste di buone intenzioni, ma, come dicevano i nostri antichi, di buone intenzioni è lastricato anche l'Inferno.
Io non sono estraneo all'idea di accogliere gente nuova nelle file di quei che comandano; il principio di rispettare l'anzianità per me deve cedere a quello di rispettare il merito: si facciano pure dei nuovi ufficiali, si cerchi pure di ringiovanire i ranghi della democrazia militante, ma per attuare questo nobile proposito si possono scegliere tanti e tanti avanzi della mitraglia, tanti e tanti che tuttora soffrenti per antiche ferite son corsi di nuovo in faccia al nemico, e non coloro che non fanno altro che salire e scendere le scale degli astri maggiori dell'Orizzonte Garibaldino, lisciando tutti, strofinandosi a tutti, menando buona ogui sciocchezza, ogni spavalderia, purché venga dall'alto....
Dopo aver confabulato con varii amici nel cortile del quartier generale, vedendo che l'orologio segnava le undici e mezzo, ci movemmo verso la _Madaleine_, ansiosi di sapere in qual maniera ci avessero cucinati. Impazzamo una buona mezza ora per rintracciare questa caserma, che non era caserma ma un antica prigione, e che era situata al lato opposto della città. Tra una caserma e una prigione io non so trovare differenza alcuna e perciò trovai più che coerente colui che aveva fatta la scelta.
Una scala, mezza rovinata, per la quale era necessario andar di sghimbescio, portava ad una specie di torrione, il cui interno era costituito da una stanza, più larga che lunga; il pavimento era tutto coperto di paglia, sulla quale si vedevano sdraiati una cinquantina di volontarii che aspettavano a braccia aperte l'arrivo dell'ufficiale pagatore. Tra questi volontarii alcuni parlavano francese: sarà una ridicolezza, ma io la voglio confessare tale e quale ai lettori; d'altronde, dirò con Terenzio:
_Ego homo sum et nihil humanum a me alienum puto;_
Io provai un pò di rabbia a veder vestiti colla camicia rossa individui che non appartenevano all'Italia; saranno stati fior di soldati, eccellenti ragazzi, patriotti e repubblicani a prova di bomba, ma abituato a diffidare degli altri, m'annoiava un pensiero: Chi sa, se noi avessimo vinto che tutto il vanto della vittoria non fosse attribuito a quei Francesi che erano nelle nostre file, e che invece tutte le invettive non si fossero volte al nostro indirizzo, qualora le sorti dell'armi non ci fossero state propizie?! Eppoi chi si sacrifica per un'idea buona, non può fare a meno di nutrire una certa ambizione, ed io sentiva quella di far parte di un corpo esclusivamente composto d'Italiani, se non altro per mostrare che pochi o molti, anche nella nostra patria vi sono dei giovani sempre pronti a versare il lor sangue per la repubblica. Tale idea, rafforzata, anche dell'altra che forse ci avrebbero tenuto in quel deposito per chi sa quanto tempo, mi fece prendere il proponimento deciso di girar largo e cercare un'altro corpo, dove vi fosse la certezza di prender parte al primo combattimento che sarebbe succeduto.
Il tenente Zauli venne poco dopo: fece la chiama, diè la paga e poi annunziò che in quel giorno avremmo goduto della libertà più assoluta.
Eravamo tuttora lungo la scala, allorché comunicai ai miei amici le mie impressioni, e tutti accolsero i miei progetti; appena fummo esciti, ci capitò proprio la palla al balzo! Mecheri, Polese, ci dissero, senza che noi loro facessimo interrogazione alcuna, di entrar nelle guide, di cui si stava formando il quarto squadrone, e noi senza frapporre tempo di mezzo andammo alla foreria, dove c'inscrivemmo nei ruoli. Possedere un cavallo e seguitare sempre il Generale, per uno che è abituato a andare a piedi e a venerare più d'ogni altro uomo nel mondo Garibaldi non ci poteva esser prospettiva più attraente. In seguito si vedrà, come anche questa bella visione non fosse per noi che una Fata Morgana.
CAPITOLO X.
Le guide si erano costituite a Dôle sotto gli auspicii del capitano Farlatti: da bel principio non furono che uno squadrone, poi due; poi tre: ed ora il quarto, come abbiamo detto pocanzi, era in via di gestazione; così Farlatti da capitano era divenuto maggiore; per terminare la campagna come tenente colonnello: nel momento in cui noi si arrivava, i primi tre squadroni facevano parte della Brigata Lobbia, ed erano con questo partiti alla volta di Langres. Come ben si vede, le guide facevano il servizio di cavalleria, e non erano incaricate minimamente delle missioni a loro speciali: per le esplorazioni erano sempre in giù e in su gli _Chasseurs d'Afrique_ e gli Ussari; e ciò da un lato era più che naturale: pochissimi nelle nostre file sapevano parlare il francese e anche tra questi alcuni ne basticciavano solamente qualche parola a casaccio... ora era egli possibile che per questo mezzo si potessero sapere informazioni sicure, notizie esatte, ricevute dai paesetti dove trasitavano nelle loro escursioni? Le guide non dovevano essere un reggimento, ma tutt'al più uno squadrone, come era nel 1866, uno squadrone costituito dall'eletta dell'armata... pochi ma intelligenti.
Nel nostro squadrone poi era un vero bailamme: cinquantaquattro uomini con diciassette cavalli, di cui undici tanto malati da non potersi muovere dalle scuderie; nessun vestiario; tanto cavalli che vestiarii si aspettavano di momento in momento, i primi da Chambery dove Canzio e Tironi erano andati per levarli a Frapolli, i secondi d'Autun. Figuratevi dunque una cavalleria di persone in cilindro, in papalina e col cappello alla Pouff, eppoi ditemi che noi non avevamo qualche rassomiglianza, se non altro nella tenuta, con i celebri eroi del novantadue.
A capo di quest'accozzaglia di gente poco cavalleresca, almeno all'aspetto, era il tenente Ricci, buon patriotta di Forlì, ferito ad Aspromonte, e reputato assai dal Generale. Il Ricci però, se era tra i primi quando si trattava di condurre al fuoco i soldati, non si vedeva mai alla caserma e lasciava andare le cose, o male o bene, per il loro verso. Spadroneggiava per tale ragione al nostro comando, il sottotenente Miquelf, francese corto di vista ma pieno d'ambizioncine da femminuccia: sulla sua carta da visita si qualificava per ingegnere, per sottotenente e per ***... questa cuspide, mi rammento fece nascer discussioni tra noi più che ne abbia fatte nascere quella famosa che si vuole o non si vuole appiccicare alla facciata del Duomo. Miquelf era sempre in foreria a romper le scatole agli scribaccini e a dettare ordini del giorno. Un prestigiatore, congedandosi dalla società che lo ha onorato, suole fare apparir mazzi di fiori dalle maniche, dalle punte degli stivali, dai capelli, dal naso... il nostro sottotenente, senza essere prestigiatore, aveva un ordine del giorno nel berrettino, uno in tutte le tasche, uno sotto il panciotto, insomma un ammasso, una farragine di disposizioni, di preghiere, di comandi gli scaturivano da tutte le parti, e sciorinava paragrafi e pagine intiere di scritto, mezzo francese, mezzo italiano, e faceva sgelare, ogni pochino il foriere, facendoglieli leggere a noi. Tre appelli ogni giorno, la passeggiata ai cavalli, la _fienata_, il _passamano_, la guardia alla scuderia; a dar retta a lui ci sarebbe rimasto appena appena un poco di tempo per mangiare un boccone e invece... invece nella nostra caserma c'era gente come a una lezione popolare; le trombe che, secondo la sacra scrittura, fecero muovere le mura di Gerico non erano buone a far muovere verso il quartiere una sola Guida, e, se tu avessi voluto trovare qualcuno che apparteneva a questo rispettabile corpo, tu lo dovevi andare a cercare in qualche biliardo o in qualche caffè, o sulla piazza principale, dove delle gentili venditrici per spacciare _Cognach_ e acquavite avevano innalzato delle baracche proprio in faccie al magnifico palazzo dei vecchi duchi della Borgogna. Tutti i servizi erano disinpegnati da tre o quattro zelanti di... farsi pagare dai commilitoni più o meno indolenti!
Nessuna notizia si aveva intanto sulle mosse del nemico; continuava e pigliava piede la voce che i Prussiani si riconcentrassero sotto gli ordini del principe Federigo Carlo per marciare poi separatamente verso il mezzogiorno della Francia, tagliar fuori il Bourbaki, e sbaragliare le nostre file e terminare così la campagna contemporaneamente alla resa di Parigi. Garibaldi continuava ad approfittarsi di questa tregua per concentrare a sua volta la piccola armata dei Vosgi. La brigata Menotti e Bossak erano in Digione: si temeva in quei giorni per Ricciotti, del quale non si sapevano sicure novelle, quantunque si bucinasse di scontri e di prigionieri fatti da lui: Lobbia erasi troppo inoltrato ed oramai era inutile lo sperare di congiungersi a lui. Canzio, coi soldati che avrebbe portato da Chambery e da Lione doveva costituire la quinta brigata; eransi anche radunate ventimila guardie nazionali mobili capitanate da Pelissier... ma di queste sarebbe meglio il non farne menzione: mai caricaturista può avere ideato dei tipi più grotteschi di loro; gli stessi popolani non potevano fare a meno di ridere in vederli passare: certe fisonomie di paura, certe arie d'imbecillità da non farteli dimenticare, neppure avendo la fortuna di campar quanto Matusalemme: Loro non vedevano che Tedeschi, non sognavano che agguati: gli Ulani si presentavano difaccìa alle loro immaginazioni alterate come le versiere e le streghe ai ragazzi; se passava un di noi ci affollavano con mille domande, alla quali noi rispondevamo sempre col dipingere la situazione con colori molto più foschi di quello che era realmente; e allora si vedevano picchiarsi il capo e poi andar via sconsolati e quasi piangenti: e quel che è peggio arrestavano a casaccio per spie persone onorabilissime e militari d'ogni corpo: un giorno ci volle del buono e del bello a salvare delle loro unghie tre delle nostre Guide, che essendo Pollacche, parlavano in modo da essere scambiate per Tedesche.
Sei piccole mitragliatrici (che non furono mai adoperate) erano state pure aggiunte all'armata dei Vosgi; il Colonnello Olivier, comandante dell'Artiglieria, ed il maggiore Sartorio del Genio avevano fatto qualche lavoro di fortificazione passeggiera sulle due colline di Fontain e dì Talant, e queste due formidabili posizioni, secondo tutte le probabilità, avrebbero dato molto daffare ai nostri avversarii, qualora ne avessero tentato l'attacco.
La fiducia insomma dei Digionesi in quel momento era giunta al massimo grado: difatti alla sottoprefettura ogni giorno veniva affisso un bullettino in cui Bourbaki annunciava una vittoria: Gambetta aveva fatto sapere a tutta l'Europa che l'uomo della situazione era venuto e che quest'uomo era Chanzy: le notizie di Parigi erano rassicuranti: Trochu giurava di tornare cadavere piuttosto che vinto: Faidherbe non si ritirava... il buon popolo che, malgrado disillusioni su disillusioni, ha sempre bevuto grosso, aveva tutte le buone ragioni di cullarsi in liete speranze. Eppoi tutti i giorni, il bravo colonnello Lhoste coi suoi _Francs tireurs_ faceva qualche prigioniero e questi attraversavano Digione, e il popolino, sempre pronto a credere e ad esagerare, chi sa quali idee rimuginava di sicura vendetta e di più che sicuro trionfo!
La vita di quei primi giorni per noi non fu di certo una vita color di rose: il freddo era a trentadue gradi, tre sentinelle gelarono agli avamposti; molti volontarii erano negli ospedali assiderati in qualche parte del corpo e di più ogni giorno noi eravamo sconcertati dal tristo spettacolo di una infinità di bare e di casse da morto; il vaiolo ed il tifo infierivano, e, come se fosse poco la guerra, diradavano le file dei generosi campioni della libertà.--Se si torna è un miracolo--ripetevamo tra noi--qui ci è il tifo, il vaiolo e i Prussiani. Era tanto spaventevole l'idea di morire di malattia, che tra i flagelli che ci minacciavano si ponevano in ultima linea i Prussiani: la sorte voleva ben esperimentare la tempra dei giovani soldati e questi hanno resistito alla prova.
Basti il dire che si era tutti infreddati... Oh! la prosa desolante di una ostinata infreddatura! In certi momenti invece di essere tra seguaci di Marte, si poteva creder benissimo di essere in un ospedale di tisici al terzo stadio. Ma non cessavano per questo le burlette, ed era un ridere continuato alle spalle di qualcuno che se la prendeva, un avvicendarsi di prognostici di cattivissimo augurio che terminavano con una bevuta alla salute di tutti noi altri... anche questi erano mezzi per cacciare la noia di quei giorni monotoni! Eppoi Digione offriva delle distrazioni anche in tempo di guerra e coi nemici alle porte. Nel palazzo ducale eravi un museo, nel quale non facevano difetto artistici capolavori; l'arte italiana vi era degnamente rappresentata da alcuni quadri di Guido Beni, da una Sacra famiglia di Andrea del Sarto, e da piccole pitture dei Caracci e del Francia; una bellisima collezzione di litografie all'acqua forte, delle statue moderne di qualche valore, diversi busti di uomini celebri, tra cui quello di Piron, _celui qui ne fut riên, pas même academicien_, i superbi mausolei dei duchi della Borgogna offrivano a chi desiderava di ammazzare il tempo un divertimento geniale e istruttivo. Un bellissimo quadro di una battaglia era sfondato... ci dissero che autori di tale barbarie erano stati i Badesi nella prima occupazione; i soldati delle monarchie, quando vincono, diventano Vandali.
Una biblioteca, assai fornita di libri, dava un'altro passatempo a chi voleva far l'uomo grave: per gli scapati ci era il Caffè di Parigi, dove si beveva e si giocava: lì era il convegno del fior fiore dell'armata: lì vedevi l'elegante ufficiale di stato maggiore, lo svelto _Franc tireur_, mobilizzato sornione, lo scapigliato volontario, tutti affratellati davanti, a un banco di _lansquenet_, o in una partita al Carambolo.
Le prime ore della sera noi le passavamo al _Restaurant_, cianciando tra noi e mangiando e bevendo. Dopo si andava in una bottega di tabaccaio, vicina al nostro palazzo, cioè al palazzo della nostra ospite: bottega dove avevamo rinvenuto una gentile donnina, che ci incantava per il suo spirito e per la sua educazione.
Questa graziosa ragazza che la nostra buona fortuna ci aveva fatto incontrare, era figlia di un colonnello che era stato fatto prigioniero a Sedan; suo zio generale, era pur egli prigioniero e ferito gravemente a una coscia; ora la stava in casa della tabaccaia che l'aveva veduta bambina e che l'amava come una mamma. Parlava di piani di guerra con la medesima facilità che la quale un'altra donna parlerebbe di _crochet_, d'orli, o di ricami; non aveva alcuna fiducia del Bourbaki, disperava delle sorti di Francia e attendeva un combattimento per poter recar soccorso ai feriti, tra l'imperversare della mitraglia. Un tipo curioso, ma piena d'ardimento. Una volta diede in presenza nostra uno schiaffo ad un mobilizzato della Provenza, perché le aveva detto che era amica dei Prussiani; correva tutto il giorno per gli ospedali, spendeva le sue piccole risorse in quelle ghiottonerie che son tanto gradite ai convalescenti e si sdegnava se qualcuno le proponeva di accompagnarla in queste pietose escursioni: presto divenimmo di lei amici.. era tanto carina, che non avremmo meritato scusa veruna a trascurarla.
Dopo cinque o sei giorni, dacché eravamo arrivati, fummo rallegrati dai concenti più o meno armoniosi di trombe che suonavano marcie Italiane: era la legione Tanara, che veniva per fermarsi qualche giorno in città. I volontari marciavano come vecchi soldati e avevano un piglio guerresco da farteli cari; il primo battaglione era comandato da Ciotti; il secondo dal simpatico Erba; questo aveva una bandiera tutta rossa sulla quale in lettere d'oro stava scritto: _Patatrac_. I cittadini ogni poco ci fermavano per domandarci che significava quella arcana parola, e noi rispondevamo loro che significava ciò che era tanto bramato da noi, ciò che ora il procuratore del re non mi permette di far sapere ai lettori.
La maggior parte dei componenti delle legioni appartenevano alle provincie settentrionali d'Italia; tra gli ufficiali erano molti dei compromessi negli affari di Pavia, commilitoni e fratelli d'idea del martire Barsanti. Dietro pochi passi da loro io vidi l'Imbriani... Povero Giorgio!... Come io ti vidi contento, per aver raggiunto finalmente le schiere dei generosi difensori di quel principio che avevi sempre adorato!.. Con quale affetto tu non mi stringesti la mano, vedendo che io pure non avevo mancato all'appello? Eri giovane, forte: l'avvenire ti si dipingeva davanti con i colori più rosei, eppure un presentimento vago, indefinito ad ora ad ora ti sorgeva nella anima «chi sa per quanti di noi sarà tomba questa città» tu mi dicesti; e lo doveva essere anche per te; ed in mezzo al combattimento mi doveva giungere la novella della tua fine; che, ardimentoso come eri, tu dovevi morire tra i primi, ed io non era a te vicino per poterti dare l'ultimo bacio dell'amicizia, per poter raccogliere il tuo estremo sospiro!