Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna

Part 14

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In questi dì all’entrata di gennaio, il conte di Lando capitano del residuo della gran compagnia, avendo un dì lungamente parlamentato a solo coll’eletto imperadore, con duemilacinquecento barbute se ne venne a Ravenna, e con lui due fratelli della bella contessa, che l’anno del generale perdono andando a Roma capitò in Ravenna, e ritenuta dal tiranno per conducerla o per amore o per forza a consentire alla sua sfrenata libidine, la valente donna vedendo non potere mantenere la sua castità contro alla forza dello scellerato tiranno se non per via di morte, trovò il modo di finire sua vita innanzi che volesse corrompere la sua castità; questi cavalieri credendosi potere vendicare dell’onta della loro sirocchia contro al tiranno, s’accostarono con la compagnia, e furono singolare cagione di menarla in sul Ravennese, ove stette lungamente ardendo, e predando, e guastando il paese; e dopo la detta stanza e guasto dato, essendosi tenuto alle mura della città il conte, gli domandò trentamila fiorini d’oro se volea si partissono di suo terreno, e avendo il tiranno bargagnato, s’era recato il conte a dodicimila fiorini d’oro. Allora disse il tiranno, che gli darebbe i detti danari, se ’l conte il volesse sicurare di non partirsi con la compagnia per spazio d’un anno continovo del contado di Ravenna: e a’ suoi cittadini fece stimare il danno ricevuto delle loro possessioni, tenendoli in speranza di pagare loro la restituzione del danno; onde il conte e la sua compagnia frustrata del loro intendimento si partì di là, e andossene nella Marca. Lasceremo ora de’ fatti della gran compagnia, e torneremo alle cose che per l’avvenimento dell’imperadore occorsono in Toscana.

CAP. XLI.

_Come i Fiorentini per la venuta dell’imperadore a Pisa si provvidono._

Sentendo i Fiorentini l’avvenimento dell’eletto imperadore a Pisa, non avendo alcuna cosa provveduto dinanzi quando era a Mantova, ove ciò che avessono voluto da lui avrebbono di suo buon grado impetrato, stavano in consiglio se dovessono ubbidire o contradiare: ed essendone la città tutta in vari e indeterminati consigli, presono di fare dodici uficiali ch’andassono per tutto il contado con ordinata balìa, di fare riducere tutta la vittuaglia nelle terre murate e nelle castella forti, e ogni altra cosa di valuta, e diedono voce di volere prendere difesa, e non con accettare l’imperadore, per non sottomettere la franchigia del comune ad alcuna signoria; e quanto che in fatto questa provvigione avesse poco effetto, pure fu utilmente provveduto, per non mostrare viltà o paura, e per dare intendere all’eletto imperadore e al suo consiglio che il comune di Firenze s’apparecchiava alla sua difesa; e nondimeno elessono sei cittadini per mandarli a lui come fosse riposato in Pisa, per trattare accordo con lui, se rimanendo in libertà il potessono trovare. E questo fu ordinato e fatto in Firenze a dì 11 di gennaio del detto anno.

CAP. XLII.

_Come il legato prese Recanati._

In questo mese di gennaio, il legato del papa avendo la città di Fermo, e seguitando suo processo contro a messer Malatesta da Rimini per le città ch’egli occupava a santa Chiesa, nondimeno come signore avvisato e pratico ne’ fatti della guerra, non stava solo a’ processi nè al suono delle campane, anzi cercava trattati, e co’ suoi cavalieri sollecitava gli avversari di continova guerra: e in questi dì per trattato mise la sua cavalleria in Recanati, e racquistò la città alla Chiesa di Roma; e in quella, perch’era povera d’abitanti, mise gente assai a cavallo e a piè per far guerra a messer Malatesta, e per guardare la città più sicuramente.

CAP. XLIII.

_Come il capitano di Forlì venne in Firenze._

Quello che al presente ci muove non è per lo fatto della propria persona degno di memoria, ma all’indiscreto movimento de’ rettori di Firenze a quel tempo, non senza ammirazione ci muove a ricordare come nel nostro contado venne messer Luigi marito della reina Giovanna figliuola del re Ruberto, ed egli figliuolo del prenze di Taranto fratello carnale del detto re Ruberto, stati sempre protettori del nostro comune, e il detto prenze capitano e conducitore delle nostre osti, avendo il loro reale sangue e la vita, nelle persone di messer Carlo loro fratello e di messer Piero figliuolo del detto re, sparto nelle nostre guerre, non dimenticata la memoria di cotanti servigi, gli fu vietato non tanto il venire nella nostra città senz’arme e senza compagnia di gente d’arme, ma lo stare nel nostro contado gli fu vietato; e i fratelli carnali e’ cugini tornando di prigione d’Ungheria, e domandando di volere fare loro diritto cammino per la nostra città, e per lo nostro contado a tornare nel Regno, fu loro vietato e contradetto il passo, ove si doveva con singulare festa e onore fargli ricevere e accompagnare: ma tanto fu il podere d’alquanti cittadini che allora governavano il comune, fortificandosi con non giusti nè veri sospetti, che contro al piacere degli altri cittadini ebbono podere di così fare. Il capitano di Forlì antico tiranno, sempre stato nemico di santa Chiesa e del nostro comune, caporale in Romagna di parte ghibellina, scomunicato e dannato da santa Chiesa, volendo andare a Pisa all’imperadore con grande compagnia di gente d’arme, fu nella nostra città ricevuto con disordinato e sobrabbondante onore, e convitato da’ signori e da altri cittadini stette in festa alcuni dì di suo soggiorno: poi volendo essere nella presenza dell’eletto imperadore a Pisa, non gli fu conceduto eziandio entrare in quella città, perch’era in indegnazione di santa Chiesa. Non è l’onore alcuna volta fatto al nemico da biasimare, ma molto pare cosa detestabile in luogo del debito onore a fidatissimi amici imporre sospetto e fare vergogna; alla matta ignoranza del vario reggimento della nostra città fu lecito di così fare a questa volta.

CAP. XLIV.

_Come l’imperadore Carlo giunse a Pisa._

L’eletto imperadore diliberato delle mani de’ tiranni di Milano, avendo in sua compagnia il fratello naturale patriarca d’Aquilea, giunse alla città di Pisa domenica a dì 18 di gennaio, gli anni _Domini_ 1354 dalla sua incarnazione, in su l’ora della nona. Ed essendo i Pisani provveduti a fargli onore, gli andarono incontro con la processione del loro arcivescovo e di tutto il chericato, e con allegra festa i giovani vestiti a compagnie di nuove assise andavano armeggiando, e i rettori del comune con gli altri più maturi cittadini, e co’ soldati senz’arme gli si feciono incontro fuori della terra facendogli somma riverenza, e così tutto l’altro popolo a piè pieno d’allegrezza gli si fece incontro; e addestrato da’ loro cavalieri con ricco palio sopra capo, gridando il popolo viva l’imperadore, il condussono nella città. L’imperadore, vestito molto onestamente d’uno paonazzo bruno senza alcuno ornamento d’oro, o d’argento o di pietre preziose, andava con molta umilità salutando i grandi e’ piccoli, pigliando gli animi di molti forestieri che l’erano a vedere col suo benigno aspetto e umile portamento, e condotto alla chiesa cattedrale, reverentemente inginocchiato all’altare fece sue orazioni; e rimontato a cavallo, con grande allegrezza e festa fu condotto a’ nobili abituri de’ Gambacorti, ov’era il famoso giardino, e apparecchiato da’ detti Gambacorti le camere e le letta di nobilissimi adornamenti, e apparecchiate le vivande per la cena, e gli ostieri attorno per tutta la sua compagnia, fu con somma letizia consumata la prima giornata, verificandosi l’antico proverbio, che dice: gli stremi dell’allegrezza occupa il pianto, come seguendo appresso in questo processo dell’imperadore si potrà trovare.

CAP. XLV.

_Come l’imperadore bandì parlamento in Pisa, e quello n’avvenne._

Lunedì vegnente a dì 19 di gennaio, volendo l’imperadore fare ragunare i cittadini a parlamento per ricevere il saramento della loro ubbidienza, mandò il bando da sua parte che tutti si ragunassono al duomo per la detta cagione, ed egli s’apparecchiò d’andare là. Il popolo mosso per lo bando si ragunava al duomo. Erano in questo tempo in Pisa due sette, l’una reggea lo stato del comune, della quale i Gambacorti e Cecco Agliati erano caporali, e costoro erano chiamati Bergolini, l’altra si chiamava la setta de’ Matraversi, e non erano confidenti al reggimento del comune, ed essendo venuto di Lombardia appresso all’eletto imperadore uno Paffetta della casa de’ Conti, il quale era de’ caporali della setta de’ Matraversi, costui con certi altri di quella setta disposti a rimuovere il reggimento della città, il quale l’eletto imperadore aveva a Mantova promesso di conservare e di mantenere, essendo egli già mosso per andare al parlamento, e valicato il ponte alla Spina, cominciato fu con gran romore per li Matraversi a dire, viva l’imperadore e la libertà, e muoia il conservadore. Udendosi nel romore la novità del conservadore, i grandi e’ piccoli cominciarono a sospettare per tema, e altri per mala industria, cominciò il popolo a correre all’arme. L’eletto sentendo questa novità, incontanente diede la volta, e avendo seco Franceschino Gambacorti, il quale era sindaco del comune a fargli il saramento, e con lui i soldati del comune, se ne venne al palagio degli anziani, e di là mandò bandi per la terra, e fece a’ cittadini porre giù l’arme, e racchetare il popolo; e lasciati i soldati del comune alcuna parte armati in segno di guardia, in quel giorno non si fece altra novità, e prolungossi il saramento che fare si dovea all’eletto imperadore.

CAP. XLVI.

_Come l’imperadore di Costantinopoli racquistò l’imperio._

Del detto mese di gennaio, un’altro giovane Calogianni Paleologo imperadore di Costantinopoli, essendo, come addietro è narrato, dal suo suocero Mega Domestico balio dell’imperio per lui cacciato di quello, ed usurpato a se la signoria del detto imperio, aveva lui lungamente tenuto in esilio nel reame di Salonicco: il quale giovane imperadore avendo tenuto lungo trattato con certi de’ suoi baroni, i quali gli dicevano che procurasse di comparire a Costantinopoli, ed essendovi l’ubbidirebbono, costui povero d’avere e di gente, non trovando altro aiuto, si fece ad amico un gentile uomo di Genova ch’era ricco in quel paese, il quale co’ suoi danari e con l’industria della sua persona segretamente il condusse in Costantinopoli; ed essendo nella città, fu manifestato a’ baroni con cui era in trattato, i quali di presente gli feciono braccio forte, e sommossono il popolo, che il desiderava come loro diritto imperadore; e presa l’arme, combattendo il castello della signoria, Mega Domestico usurpatore dell’imperio, male provveduto di questo caso, come Iddio volle si fuggì di Costantinopoli, e il giovane a cui si dovea l’imperio di ragione rimase imperadore, e il suocero per paura si rendè calogo cioè eremita. E stando in quello stato da non prender guardia di lui, trattava col figliuolo e co’ suoi amici d’abbattere l’imperadore, e scoperto il trattato si fuggì, e cambiato abito, accolse gente, e cominciò a guerreggiare in alcuna parte l’imperio, con lieve aiuto di sbanditi e di ribelli. L’imperadore per rimunerare il servigio ricevuto dal Genovese, ch’aveva nome messer ... li diede l’isola di Metelino, e la sirocchia per moglie, ed ebbelo continovo al suo consiglio.

CAP. XLVII.

_Come i Matraversi di Pisa feciono muovere l’imperadore._

Tornando alla materia de’ Pisani, il martedì a dì 20 di gennaio del detto anno si ragunarono in Pisa col Paffetta assai della setta de’ Matraversi, e con loro gran parte d’un’altra nuova setta che si diceano i Malcontenti, e in compagnia s’appresentarono dinanzi all’eletto imperadore, e con grande istanza il richiesono e pregarono, che per bene e contentamento del comune dovesse prendere a se il saramento de’ loro soldati, che i cittadini erano malcontenti che i suoi soldati fossono all’ubbidienza di due privati cittadini, ciò era Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati: e Cecco Agliati per alcuna invidia presa, vedendo che a’ bisogni i soldati andavano più a Franceschino che a lui, sentendo questo movimento andò all’imperadore, e disse, che dicevano bene, e che per se era contento che così si facesse. L’eletto imperadore vedendo che il movimento di costoro s’accostava alla sua volontà, quanto che ciò fosse contro a’ patti promessi, sott’ombra di volere racquetare la contenzione del comune, e levare materia agli scandali già mossi, andò al palagio degli anziani, e ivi fatti ragunare i soldati del comune a cavallo e a piè, prese il saramento da loro, e cominciò a venir meno allo stato che reggeva della sua promessa, e a dare baldanza a’ suoi avversari; ma per non dimostrare che così tosto avesse loro rotti i patti, argomentò, e fecene capitani Franceschino Gambacorti e Cecco Agliati alla sua volontà. La cosa era già condotta in termini che dire non s’osava contro a cosa che facesse, nè ricordare i patti promessi, ma catuno dimostrava essere contento a ciò che facesse per accattare la sua benivolenza.

CAP. XLVIII.

_Come procedettono i fatti in Pisa._

Avvedendosi i Gambacorti e i loro seguaci che l’eletto assentiva di grado le novità che moveano i loro avversari, e non vi volea mettere riparo, conobbono che il loro stato si veniva abbattendo, e non vi poteano riparare con alcuno salutevole consiglio. E però vedendosi a mal partito, strignendosi insieme, per lo meno reo presono di volere essere motori, innanzi che fatto venisse alla setta contraria a loro di dare la libera signoria del comune all’imperadore, pensando che per i patti egli era loro obbligato, e per questa libertà sarebbe più: e così deliberati furono all’eletto, e con belle e riverenti parole dissono, ch’aveano provveduto, per levare gli scandali della città di Pisa e del suo contado e distretto, darli la signoria; l’imperadore che per via indiretta cercava questo, si mostrò molto contento, e di presente prese la signoria, e levò le guardie dalle porte che v’avevano i Pisani e mise vi la sua gente, e il dì e la notte faceva guardare la terra alla sua cavalleria tanto che vi fosse più forte, e l’entrate del comune recò a sua stribuizione, e mandò bando da sua parte, che chi si sentisse offeso del tempo passato, o per l’avvenire, andasse per giustizia a lui e alla sua corte, dicendo, che intendea che l’agnello pascesse allato al lupo senza lesione o paura. Tutto questo processo per la fretta delle sette e per la volontà dell’imperadore, sotto ombra di volere conservare il comune in pacifico stato, fu aoperato di fatto, senza deliberazione di comune consentimento.

CAP. XLIX.

_Come gli ambasciadori del comune di Firenze andaro all’imperadore._

Il comune di Firenze avendo lungamente praticato con quello di Siena e di Perugia per la comune libertà del reggimento delle dette città, e trovato che i Perugini si poteano diliberare dalla suggezione dell’imperio, sotto titolo d’essere uomini di santa Chiesa, nondimeno di loro consiglio s’unirono insieme co’ Sanesi a dovere seguitare uno sì e uno nò nel cospetto dell’imperadore a mantenere loro stato e la franchigia de’ loro comuni; e avendo presa questa concordia, i Fiorentini ch’aveano eletti sei cittadini d’autorità a questo servigio, gl’informarono della volontà del loro comune, dicendo, che i Sanesi seguirebbono quello medesimo, secondo la promessa ch’aveano dall’ordine de’ nove, che governava e reggeva quello comune; ed avendo i capitoli scritti della loro commissione, a dì 22 di gennaio si partirono di Firenze vestiti d’un’assisa tutti di doppi vestimenti, l’uno di fine scarlatto, l’altro di fine mescolato di borsella, con ricchi adornamenti, e con otto famigli a cavallo per uno tutti vestiti d’un’assisa, e nel cammino attesono più giorni gli ambasciadori perugini e’ sanesi per comparire tutti insieme nella presenza dell’imperadore, come ordinato era, sperando dovere impetrare ogni loro domanda con la benevolenza del signore, ove i Sanesi tenessono la fede promessa a’ Fiorentini e a’ Perugini, la qual cosa venne mancata per la corrotta intenzione de’ Sanesi, come poco appresso racconteremo.

CAP. L.

_Di novità stata in Montepulciano._

Mercoledì notte a dì 21 di gennaio, messer Niccolò de’ Cavalieri uscito di Montepulciano, avendo trattato co’ suoi amici ch’erano nel castello, accolti dugento cavalieri e cinquecento fanti, essendogli aperta una porta, entrò nel castello; i Sanesi ch’aveano la rocca e la guardia di Montepulciano, sentendo messer Niccolò e la sua gente entrati dentro, francamente con certi terrazzani che non erano nel trattato abbarrarono la terra, e intendevano alla difesa, ma poco sarebbe loro valuto, se non che per caso avvenne, che per altra cagione in Montefollonico ivi vicino erano venute masnade di Sanesi, i quali sentendo lo stormo di Montepulciano di presente furono là al soccorso de’ loro; e aiutato sostenere la battaglia e difendere la terra infino al vespero, vedendo messer Niccolò e i terrazzani ch’erano con lui che non poteano rompere gli avversari, e che il giorno declinava verso la notte, temette che nel soprastare maggior gente de’ Sanesi non li sorprendesse, presono partito d’ardere la terra, e andarsene: e mettendo prima catuno fuoco nella sua casa, e appresso nell’altre, e affocato ogni cosa, abbandonarono la terra: e intrigati que’ d’entro a riparare al fuoco non li poterono seguire, e però si ricolsono a salvamento; e per l’abbondanza del fuoco messo in molte parti, senza potersi riparare arse dalla rocca del sasso in giù tutta quanta, con gran danno de’ terrazzani.

CAP. LI.

_Come le sette di Pisa si pacificarono insieme._

A’ 23 di gennaio 1354, avendo l’imperadore recato a se la guardia e la libera signoria di Pisa, e messi i Tedeschi in luogo de’ cittadini alla guardia, e già cominciando a prendere per loro, e volere per loro alberghi le case de’ buoni cittadini di Pisa e le loro masserizie, per paura di peggio catuna setta si ragunò a casa degli anziani: e vedendosi insieme, catuno dicea, che per le loro discordie e disordinati movimenti l’imperadore avea presa la guardia e la signoria di Pisa contro a’ patti, e senza la deliberazione del comune, e dimostrarono in quello consiglio quanto male poteva seguire alla patria per le loro discordie; e ivi gli animi avvelenati da catuna parte cominciarono a dissimulare, e mostrare di volere tra loro concordia, e gli anziani in quello stante elessono dodici cittadini di catuna parte, i quali ragunati insieme, senza contasto terminarono che ogni dissensione tornasse a unità e concordia. E avuto consiglio con molti cittadini, feciono fare pace a coloro ch’aveano briga insieme, e quelli che discordavano per cagione di sette si mostrarono a quella volta d’uno volere, e di concordia elessono ventiquattro, dodici di catuna parte, che riformassono la terra degli ufici e’ reggimenti a volontà dell’imperadore; e così ferma la concordia fra loro andarono insieme all’imperadore, il quale avea già cassi i soldati borgognoni e italiani del comune di Pisa, e in loro luoghi condotti de’ suoi tedeschi, e fattili giurare a se. Venuti i Pisani nella presenza dell’imperadore, con belle e savie parole li feciono intendere la loro pace e la loro concordia. L’imperadore, nonostante quello ch’avea inteso da’ dicitori, fece domandare il popolo se così era di loro volere, e tutti gridando risposono di sì; allora l’imperadore scusò se, dicendo, che quello ch’avea fatto non era stato di suo movimento nè per sua volontà, ma le discordie e i romori mossi e fatti nel suo cospetto l’aveano fatto temere del suo onore e del pericolo della città, e però avea presa la guardia; ora molto allegro della loro pace e concordia restituiva la guardia della città al comune e gli ufici a’ cittadini; e di presente colla sua autorità confermò i ventiquattro eletti a riformare la terra, pregando e comandando loro che facessono buona e comune elezione agli ufici de’ loro cittadini, sicchè alcuno non si potesse con ragione rammaricare: ma le chiavi delle porte della città non volle però rendere agli anziani. E chi bene riguarderà questo processo, troverà per astuto ingegno abbattuto lo stato di coloro che reggevano, e forse darà fede a una fama che corse, che tutto ciò ch’è avvenuto fosse ordinato con l’imperadore per lo Paffetta capo de’ Matraversi fino in Lombardia.

CAP. LII.

_Come Gentile da Mogliano si ritolse la città di Fermo._

Tornando nella fontana de’ tradimenti nella Romagna e nella Marca, ci occorre Gentile da Mogliano, il quale per dare più certa fede de’ suoi futuri tradimenti, s’era comunicato col cardinale all’altare del corpo di Cristo quando rendè la città di Fermo a santa Chiesa, e fu fatto gonfaloniere per lo detto legato contra i nemici di santa Chiesa di Roma, e capitano della gente della Chiesa contro a messer Malatesta da Rimini ch’era suo nemico capitale, e mandò il legato, com’era in convegna con Gentile, gente d’arme a cavallo e a piè per ricevere la tenuta della rocca e fornirla, e mandò per loro contanti fiorini d’oro ottomila per dare a Gentile, come gli avea promessi quando consegnasse la rocca. In questi medesimi dì, innanzi che le cose avessono il suo effetto, messer Malatesta s’avvisò non potere resistere contro al legato avendo seco Gentile da Mogliano e la città di Fermo; e ’l capitano di Forlì, quanto che fosse nemico di messer Malatesta, s’accorse, che acquistando la Chiesa sopra messer Malatesta, la piena verrebbe poi sopra lui, e però incontanente fece sapere a messer Malatesta, che volea dimenticare l’ingiurie ricevute, ed essere suo amico, e senza attendere risposta, con molta confidanza se n’andò a lui, il quale veggendo la liberalità del capitano il ricevette amichevolemente; e ragionando insieme, conobbono il pericolo del loro stato, e che rimedio non avea se non della loro concordia e di Gentile da Mugliano: e presa fede da messer Malatesta che farebbe pace con Gentile, e che gli renderebbe il porto di Fermo, di presente mandò messer Lodovico suo figliuolo cognato di Gentile a ordinare che tradisse il legato e santa Chiesa: e perocchè la natura di que’ tiranni è molto conforme a’ tradimenti, con poca fatica recò Gentile al fatto; e udita la promessa di messer Malatesta, e vedendosi acconcio a potere tradire, tutto l’onore ricevuto dal legato, e la speranza di quelli che gli si apparecchiavano, e ’l saramento prestato nella comunione a santa Chiesa mise per niente, e fu tanto sfacciato, ch’essendo già venute in Fermo le some de’ soldati del legato con parte della gente, fece cercare se i danari vi fossono che il legato mandava per la rocca, e per avventura erano ancora fuori della terra; e temendo de’ cittadini, che volentieri erano usciti della sua tirannia, mostrando di volere fare ciò ch’avea promesso, occultamente racchiuse nella rocca messer Lodovico con dugento cavalieri, e del mese di gennaio, essendo molti cittadini fuori della terra a una certa festa, scesono improvviso della rocca nella città gridando, viva Gentile da Mogliano, e muoia la parte della Chiesa, e corsono a serrare le porti, e i soldati che dentro v’erano per la Chiesa mandarono fuori. La gente del legato uscita di Fermo, e l’altra ch’era fuori, temendo per lo subito e non pensato tradimento, si ricolsono a Recanati: e fornito Gentile il suo tradimento, e fatto pace con messer Malatesta, e riavuto il porto di Fermo, tutti e tre i tiranni ribelli a santa Chiesa si collegarono insieme contro al legato, ma egli con grande animo per questo non si smagò, ma prese cuore d’abbatterli, come infine fatto gli venne.

CAP. LIII.

_Come gli ambasciadori de’ Fiorentini e’ Sanesi furono ricevuti dall’imperadore._