Cronache Letterarie

Part 7

Chapter 73,706 wordsPublic domain

Confessioni, documenti di ogni sorta, studî, interpretazioni, raffronti però non ci riveleranno mai il segreto con cui lo spirito del Goethe ha prodotto quell'organismo, o, se così si vuole, il segreto con cui quell'organismo ha prodotto quello spirito. Questa grande divina operazione rimarrà sempre un mistero per noi, come tutte le operazioni consimili della Natura. La necessità e la libertà hanno operato assieme; il Goethe non è, in questo, diverso da una magnifica quercia che s'impossessa, con le sue vaste radici, di tutti i più eletti succhi nutritivi del terreno dove è nata, a detrimento delle altre piante circostanti. Come noi domanderemmo invano alla Natura il segreto della vegetazione di questa quercia gigantesca, così domanderemo invano il segreto della vita di quell'uomo gigante. Se i critici non se ne vogliono persuadere e non sanno rassegnarsi a tale ignoranza, vuol dire che non hanno spirito scientifico e filosofico. Se gli imitatori, i fanatici non sanno scegliere tra la piccola personalità originale, che ogni individuo possiede appunto perchè è individuo, e la copia della personalità altrui che li rende impotenti, sterili, mediocri, peggio per loro. Mi sembra troppa degnazione l'occuparsene. E poi, il _goethismo_ passerà, com'è passato il _volterianismo_; resterà Volfango Goethe, o meglio resteranno i suoi capolavori, e anche il capolavoro della sua vita, non quello scritto, ma il vissuto, e che farà ripetere alle generazioni venture il motto di Napoleone:--Voi siete un uomo, signor Goethe!

Ed è, infine, la conchiusione anche del libro del Rod. Libro che ha pagine veramente magistrali di analisi arguta e pacata, e che risponde allo scopo per cui è stato scritto, quello cioè di spingere gli intelletti indipendenti a studiare le opere del Goethe senza preconcetti, di gustarle senza esserne sopraffatti, di ammirarle senza dare in stravaganze.

«All'ultimo, egli conchiude dopo tanta analisi, si è sempre costretti a salutare in lui un uomo che si è sviluppato secondo la sua propria legge, realizzando giorno per giorno le sue più intime virtualità, col pieno sviluppo di quei germi nascosti che muoiono spesso infecondi nei recessi delle anime ordinarie. E questa legge, dalla obbedienza alla quale proviene la di lui forza, può essere espressa in termini altrettanto chiari quanto l'idea fondamentale del suo capolavoro che anch'esso ne dipende: Avendo amato l'azione, egli ha conformato tutta la sua vita e adattato il suo intelletto a questo principio dominatore. Qui consiste la sua grandezza, e forse tutt'intera. Che cosa sia stata la sua incessante attività a traverso i molteplici scopi, sarà dannoso per la gloria di lui ricercarlo molto da vicino. Così, si può benissimo parlare a lungo intorno a lui, raccontarne la vita, discuterlo, smarrirsi nelle tenebre della sua cronologia o del suo pensiero senza mai poter giungere una di quelle sentenze che dannano o santificano. Le stupende parole del coro degli angeli che riassumono il suo capolavoro, riassumono egualmente, in ultima analisi, l'insieme delle riflessioni che egli ispira. E arrivando al termine di questo lungo studio, non possiamo far altro che ripetere con lui arrivato al termine del suo poema:

«Colui che si sforza a un'aspirazione costante, colui può essere salvato.»

C'è un'ode tra le poesie del Goethe che dà un'immagine schiettissima della mirabile operazione che egli metteva in atto per trasformare la realtà delle circostanze in una realtà spirituale superiore. Ricordate il mito di Ganimede rapito da Giove? Niente di più materiale. Ora leggete:

«Come tu m'inondi dei tuoi ardori, o amata primavera, nello splendore del mattino! Ineffabili voluttà si destano nel mio cuore, invaso dal sacro sentimento della tua eterna bellezza, o Infinito!

«Oh potessi io stringerti tra queste braccia!

«Oh, io poso sul tuo seno e languisco, e le tue erbe e i tuoi fiori premono il mio cuore. Tu estingui l'ardente sete che mi divora, dolce brezza del mattino! Tu mi porti il canto dell'innamorato usignuolo, che m'invita dal nebbioso fondo della vallata. Eccomi! Eccomi! Dove io vo? Dove?

«Lassù, lassù io aspiro! Le nuvole nuotano, discendono, si abbassano verso l'ansioso amore.

«Venite, venite! Accoglietemi nel vostro seno, abbracciante abbracciato! Lassù! Padre dell'universale amore!»

Tutta la vita e tutta l'opera d'arte di Volfango Goethe son simbolizzate in quest'ode.

GIOVANNI MELI

(G. Pipitone-Federico, _Giovanni Meli_. I tempi, la vita, le opere. Palermo, Sandron 1898.)

Le quattrocentoventiquattro pagine di questo volume potrebbero essere ridotte quasi a metà, levando via le lunghe citazioni, qualche volta ripetute in diversi capitoli, di brani di componimenti del poeta siciliano. Ma per coloro che conoscono poco o niente del Meli e che non possono facilmente procurarsene le opere, o non sentono grande curiosità di ricercarle sospettando insormontabili difficoltà nell'intenderne il dialetto, il libro del signor Pipitone-Federico riesce utilissimo.

Lo studio intorno ai tempi e alla vita del poeta è fatto ampiamente; quello intorno alle opere, un po' farraginoso e troppo polemico. All'ultimo, si ha, è vero, l'impressione di aver conosciuto un Meli molto diverso da quello, diciamo così, leggendario, e infinitamente più simpatico; ma l'apologia del poeta lascia perplessi. Il critico insiste più del convenevole su le qualità di pensatore, di filosofo, e per poco non dimentica che si tratta di un poeta, di un artista.

La fama del Meli varcò, lui vivente, i confini dell'isola, ed ora il suo nome va accompagnato nel continente a quelli del Belli e del Porta. Ma i più ne parlano per sentita dire. Gli stranieri forse lo conoscono assai meglio di molti italiani. Le traduzioni lo rendono più facilmente accostabile; ma le qualità di stile e di forma, che si alterano straordinariamente nel passaggio da una lingua all'altra, specie trattandosi di poesie dialettali, non daranno mai elementi sodi e sicuri per un equo giudizio.

Io, come siciliano, non posso essere sospetto se non sarò pienamente d'accordo col signor Pipitone-Federico nella grande ammirazione pel Meli. Anni fa, nel _Fanfulla della Domenica_, osai dire che bisognerebbe tradurre il Meli in siciliano. La espressione è forse eccessiva, ma, anche dopo la lettura di questo volume, non esiterei di ripeterla. Parto da un concetto della poesia dialettale che mi sembra giusto tuttavia, nonostante quel che il signor Pipitone-Federico ha diffusamente scritto in difesa del Meli.

E il giudizio del Finzi, che il critico riporta e che io ignoravo, mi pare il più esatto che si sia dato intorno al poeta siciliano finora. Dirò subito la ragione. La poesia dialettale implica naturalmente l'idea della forma popolare. Il Porta e il Belli, due grandissimi poeti, lo hanno istintivamente capito e messo in atto. Il Meli, no. E quando dico forma, non intendo solamente la parola del dialetto, ma il modo di sentire e di concepire il soggetto. Il Porta e il Belli non hanno mai dato impronta _letteraria_ alle cose loro; e questo costituisce il massimo loro pregio. Il Meli, invece, è raramente popolare, anche dove più la sua natura di poeta e l'argomento lo spingevano ad esser tale. Da ciò la meraviglia di coloro che accostandosi, timidamente, per la prima volta, alla lettura delle sue poesie, le trovano di più facile comprensione che non si erano immaginati.

Certamente il vocabolario del Meli è più vario e più ricco, se si confronta con quelli del Porta e del Belli; ma questo avviene perchè più di metà dei vocaboli che egli adopra sono siciliani fino ad un certo punto, o almeno non sono propriamente popolari; così le frasi, così il giro del periodo poetico.

A un siciliano di buon gusto, il Meli fa l'effetto di uno che traduca alla meglio per farsi intendere da coloro che capiscono soltanto il suo dialetto. L'affermazione pare enorme; un esempio la schiarirà. Ecco pochi versi, scelti a caso dall'_Idilliu 1º_:

Tacinu l'ocidduzzi 'ntra li rami; Sula la cucuccinta, ch'era stata La prima a lu sbigghiarsi, ultima ancora Va circannu risettu pri li chiani: Ed ora l'ali soi parpagghiannu, Si suspenni 'ntra l'aria; ora s'abbassa, Ripitennu la solita canzuna.

Traduciamo:

Tacciono gli augelletti in mezzo ai rami; Sola l'allodoletta, ch'era stata A svegliarsi la prima, ultima ancora Va cercando ricetto per le piane; Ed or con l'ali, a guisa di farfalla, Si sospende nell'aria, ora si abbassa Ripetendo la solita canzone.

Questa traduzione sembra l'originale. Si capisce sùbito che il poeta ha sforzato il dialetto, e che, scrivendo, aveva nell'orecchio un movimento ritmico disadatto alla natura di esso.

Si noti inoltre che ho scelto un passo dove il dissidio tra la forma e il concetto è meno apparente.

Ma questa discussione mi menerebbe troppo lontano e non potrebbe interessare tutti i lettori; mi basta averla accennata. Interesserà invece la figura del Meli quale risulta dalle pagine del signor Pipitone-Federico, che ha potuto usufruire di molti documenti recentemente pubblicati e ignorati fuori dell'isola.

Il titolo di abate che va inseparabile dal nome del Meli; molte sue poesie, piene di facile e amabilmente stoica filosofia, hanno dato origine alla creazione del personaggio fantastico d'un poeta gaudente, sensuale, adulatore, parassita. Si diceva: Il poeta ha adombrato sè stesso nella _Cicala_ da lui cantata:

_Cicaledda, tu t'assetti Supra un ramu la matina, Una pampina ti metti A la testa pri curtina, E ddà passi la jurnata A cantari sfacinnata._

Povero abate Meli! Egli quasi prevedeva questo equivoco quando scriveva all'arcivescovo Lopez, suo amico e protettore: «L'abate Meli (abate però di sole spoglie, senza titolo, senza pensione) fu una cicala che assordì col suo canto molta estensione di paese». E soggiungeva: «Il secolo ed il paese in cui nacque e visse, e la professione che esercitò, fecero sempre a calci con la di lui indole e temperamento (_sic_). Vide e gustò qualche volta il piacere, la pace, la consolazione, ma soltanto nei sogni che gli somministrarono i soggetti delle sue poesie.»

Nato in Palermo il 3 marzo 1740, da un orefice di scarsa fortuna, fu messo a studiare nelle scuole gesuitiche; e vi apprese il latino, passando sette anni attorno alla grammatica del Padre Emmanuele Alvarez, anni che egli rimpianse argutamente nel suo poemetto _La Fata galante_. I _Reali di Francia_, i drammi del Metastasio, l'_Orlando furioso_ dell'Ariosto svegliavano la sua fantasia; e l'istinto poetico del giovinetto cominciò a rivelarsi in componimenti di imitazione. _La Fata galante_, scritta a diciotto anni, è già un gran passo; è la splendida aurora di un bellissimo giorno.

Intanto, tra un canto e l'altro di quel poemetto, tra un'ode e l'altra di fattura rollesca o vittorelliana, tra un capitolo bernesco e l'altro, egli studiava medicina. E appena era in caso di esercitarla--la laurea non esisteva ancora nell'Università di Palermo--le strettezze della famiglia lo costringevano ad accettare il posto di medico comunale nel villaggio di Cinisi, a ventiquattro miglia dalla capitale. Qua egli era vissuto tra gli accademici della _Galante conversazione_, come s'intitolava una riunione di begli ingegni e di coltissime persone, e il suo nome accademico era _Lu stravaganti_: a Cinisi, si trovava faccia a faccia con la Natura, in mezzo a un paesaggio incantevole, tra uomini di vita semplice e laboriosa. Curava i suoi malati, si divertiva con la caccia al roccolo e con la pesca, e continuava alla meglio i suoi studi di medicina e di filosofia. La vita frugale gli permetteva di mandare quasi intero il suo magro stipendio alla famiglia. E tra _quelle collinette, tra quelle valli, tra quelle roccie rivestite di muschi e di edera_, egli concepiva e scriveva la _Buscolica_, che rimarrà il suo maggior titolo di poeta.

Era andato in Cinisi innamorato; cinque anni dopo tornava a Palermo, chiamatovi dal suo professore di clinica che voleva affidargli la sua clientela durante la sua assenza per un viaggio all'estero. Il primo amore era sfumato; e il giovane dottore, con l'aureola di poeta e in fama di uomo di spirito e di persona gioviale, si vedeva festosamente accolto dall'alta società palermitana, specialmente dalle belle signore che si disputavano l'onore di aver dedicata e d'ispirare qualcuna delle sue odi. Il titolo di poeta noceva un po' all'esercizio della sua professione, non ostante che il Meli avesse usata la precauzione di vestire l'abito talare, come allora facevano i medici per poter avere tra la loro clientela le suore dei monasteri. Pare che molte delle sue odi non siano state semplice esercizio poetico, reminiscenze o ispirazioni del vecchio Anacreonte. Una baronessa Martinez, bellissima e colta giovane signora, la non meno bella marchesa Regiovanni, una signora Mantegno, che aveva sul petto un graziosissimo neo, entrarono per qualche cosa nell'ispirazione del _Lu gigghiu_, _Lu pettu_, _Lu neu_. Il Meli menava di fronte la scienza, la poesia e la galanteria: ed è curiosa una sua lettera amorosa che si conserva nella biblioteca comunale di Palermo:

«Non è più tempo di dar fede ai pregiudizii dell'infanzia ed alle fole dei poeti che vi dipingono Amore fiero, indomito, lascivo, crudele al par di un'arpia e d'una megera. Crediamo piuttosto alle veridiche voci della natura. Ella non è un nome vano e senza effetto; è un principio, un nome, una pura causa, una parte di Dio medesimo, che, occultata nel più recondito recesso del cuore umano, ispira, agita e si palesa sotto la mascherata (_sic_) di un istinto o sia di un sentimento vivo ed animato...... Or questo stesso principio che vi fa amar noi in noi, comanda di amar noi in altri. Per sovrumana metamorfosi di amore, chi ama vive nell'oggetto amato e questo in lui. Adunque dovendo amar voi in voi, dovrete amar voi in me, per diritto di natura, di gratitudine, di convenienza.

«Mi direte che in questo istante non sperimentate in voi le voci del sentimento così vive che vi spingano ad amare. Sia così; ma di grazia, cancellate quella stima pel cagnolino, discacciate il passerino, lasciate di apprezzare quelle gioie, quegli arredi, quelle galanterie, insomma rivocate quell'affetto disperso in mille oggetti e riunite le divise forze d'una potenza così nobile impiegata stoltamente in oggetti ignobili e materiali. Ed allora sentirete destar la natura ed esortarvi ad impiegare il ricco capitale dei vostri affetti in un cuore come il mio, nel quale chi ve ne impiega una parte, nel momento appresso ne avrà rese mille per quell'una.»

La galanteria non gli aveva impedito di scrivere le _Riflessioni sul meccanismo della Natura, in rapporto alla conservazione e riparazione degli individui_ e il discorso _Sulle attrazioni elettive adombrate nella mitologia degli antichi_, lavori che dimostrano come sotto il poeta ci fosse il pensatore positivo, se non originale, certamente audace riguardo ai tempi e alla cultura del suo paese. Le _Riflessioni sopra il meccanismo della Natura_ suscitarono quasi uno scandalo, e l'autore ne fu intimidito e non scrisse gli altri due libri che dovevano compire il lavoro. Non si deve però attribuire al suo merito scientifico l'elezione a professore di chimica nell'Università di Palermo, che egli ottenne nel 1786; si volle, con essa, dare una rimunerazione al poeta. Il Meli in chimica era un mediocre teorico: uomo di ingegno e di buona volontà, aiutato dal suo operatore Stefano Chiarelli, potè per sedici anni contribuire a diffondere in Sicilia le teoriche del Lavoisier.

Intanto, alle sventure domestiche, si aggiungevano una lunga malattia e un furto che lo metteva sul lastrico. I ladri gli avevano svaligiato completamente la casa, portandogli via trecento ducati di laboriosi risparmi, biancheria, vestiti, arnesi. Senza l'aiuto dell'arcivescovo Lopez, il Meli sarebbe morto quasi di fame. E di questa disgrazia, scriveva poco dopo, scherzando all'arcivescovo lontano: «Intorno al rispondere, che sarebbe il maggior incomodo, mi rimetto al laconismo della prima lettera di Cicerone: _Si vales, bene est, ego valeo_, potendosi risparmiare il _tua tueor_; perchè io in questo mondo non ho nè beni, nè affari, nè pretensioni, onde alcuno potesse assumere per me la cura: nè io medesimo ho niente da sbrigare, o da custodire, giacchè i ladri, com'Ella sa, mi hanno di questa gran cura liberato.»

Il padre del Meli era morto pazzo; uno dei suoi fratelli si era rovinato per eccessivo scrupolo nei suoi doveri di procuratore; la sorella, che poi moriva matta anche lei, era invasata da tale ardore di carità da vendere mobili e biancheria per maritare e dotare le sue serve e le loro figliuole; un secondo fratello, monaco domenicano, processato dagli altri monaci come dilapidatore dei beni del convento, ricorreva al povero abate per farsi cavare da impicci che potevano disonorare la famiglia; e viveva alle spalle di lui, quantunque abitasse nel convento di Santa Cita. L'abate aveva in mano certe carte da cui risultava un credito di once quattrocento (più di tre mila lire) in favore del fratello morto e da cui egli aveva ereditato; ma un frate lo imbroglia, gli leva le carte di mano col pretesto di adoperarle per un accomodamento, e sparisce e non si fa più vedere..... Il poeta ha raccontato tutto questo in una specie di memorietta da lui scritta, non so a che proposito, in terza persona; e finisce malinconicamente: _«Oggi che trovasi ridotto all'osso, altro non desidera che questo almeno possa portarlo intero sino alla tomba»._

Nel 1806, a un tedesco suo ammiratore, traduttore di parecchie sue poesie, e che gli chiedeva notizie per un cenno biografico, il Meli scriveva:

«Volete che io mi lusinghi coll'idea di qualche postuma considerazione? Vano e miserabil compenso! Non vale al certo la pena che io vada riandando nella memoria le miserie ed amarezze di mia vita, quelle che con tanto studio ho cercato di coprire e di palliare a me stesso ed agli altri con le poetiche illusioni e col trasportarmi alle antiche età del mondo, per togliermi da questa almeno col pensiero e colla immaginazione..... Ho fatto poca fortuna nella professione della medicina, facoltà in cui non ci ho veduto mai chiaro ed a cui sono stato negato per natura, perchè nemico del ciarlatanismo, del corteggiamento, e dippiù per il peccato originale nel paese di essere appreso (_sic_) per poeta..... Conchiudo: leggete le mie poesie e divertitevi e scordatevi della mia vita, come me ne sono scordato io, o guardatela come me nel migliore aspetto: quello cioè di non aver nemici (salvo che non lo sia un fratello monaco, che non accosta mai da me) di non aver litigio, di non desiderare, di non invidiare nessuno, e di lusingarmi di essere amato dalle persone che mi conoscono».

Il cav. Luigi Medici, che gli voleva bene e lo ammirava e lo aiutava, gli consigliò di chiedere al re l'abbazia di San Pancrazio allora vacante.

--Ma io non sono prete, non ho neppure gli ordini minori!--rispondeva il Meli.

--Si fa presto a prendere gli ordini minori--replicò l'amico.--Al resto penserò io.

Il poeta obbedì e poi scrisse, per supplica, un sonetto con la coda dignitoso e malinconico, che dà una gran tristezza. Ma appunto allora la Corte borbonica, caduto Napoleone, tornava a Napoli; la supplica si smarriva tra le carte burocratiche portate via. Venuta tardi a galla, era rimandata al governo di Sicilia _per informazioni_; e quando la nomina finalmente arrivava in Palermo, l'abate Meli era morto da parecchi giorni nella più squallida miseria, maledicendo il giorno in cui si era messo a fare il poeta: «_Or che sono adulto, anzi vecchio, ne sto piangendo le conseguenze_--scriveva al suo amico dottor Troysi.--_Imperciocchè mi è d'uopo appoggiar le speranze della mia sussistenza nell'altrui patrocinio.--Maledictus homo qui confidit in hominem!_»

A settantacinque anni posando in pieno inverno per un busto nello studio dello scultore Villareale, si era buscata una punta, e il 20 dicembre del 1815 cessava di vivere per peripneumonia biliosa.

L'uomo fa ammirare maggiormente il poeta. E che il Meli fosse davvero un gran poeta nessuno vorrà negarlo, non ostante il dissidio che c'è tra la forma dialettale e il concetto in quasi tutte le sue poesie. Il signor Pipitone-Federico non nega recisamente questo difetto, ma cerca di scusarlo e di spiegarlo là dove è più evidente. Senza dubbio, i tempi, le circostanze speciali della cultura siciliana hanno influito sull'ingegno del poeta. Nato nel continente, con la padronanza della forma del Parini, del Foscolo, del Monti, egli avrebbe raggiunto un'altezza e un'originalità che l'impaccio di dar forma letteraria al dialetto gli ha vietato di raggiungere. Studiare fino a qual punto gli abbia nociuto quest'impaccio e i tempi e le circostanze, studiarlo anche dopo quel che con ampiezza ne ha detto l'autore di questo volume, sarebbe interessante: ma occorrerebbe più spazio che un giornale non può concedere; e per ciò me ne astengo.

GABRIELE D'ANNUNZIO

(_La città morta_--Fratelli Treves editori. Milano, 1898.)

Poichè le rappresentazioni di essa in Italia sono ritardate, si dice, fino a giugno, tentiamo di darcene intanto una rappresentazione ideale.

Abbiamo il volume sotto gli occhi. L'immaginazione è assai più compiacente della realtà. Un'attrice, un attore hanno sempre qualcosa di più e qualcosa di meno nell'aspetto, nella voce, nel gesto con cui dovrebbero far vivere sul palcoscenico un personaggio. Particolari che sembrano insignificanti attenuano grandemente il godimento estetico in teatro, quando non gli nuocciono a dirittura. Tentiamo dunque di darci della tragedia dannunziana una rappresentazione ideale, cioè conforme all'idea voluta attuare dal poeta.

Fino a pochi mesi fa dovevamo contentarci di conoscere le intenzioni di lui per mezzo delle interviste dei suoi ammiratori ed amici. Intorno alle intenzioni di chi si accinge a fare un'opera d'arte è imprudente discutere. Bisogna dire soltanto:--Va bene; mettetele in atto; ne ragioneremo poi.

Non già che non si possano talvolta discutere le intenzioni, quando, per esempio, sono evidentemente assurde. Ma siccome dal detto al fatto, secondo il proverbio, corre gran tratto, così mi par meglio rassegnarsi ad attendere. Le intenzioni, lungo il cammino, inciampano in difficoltà di esecuzione che ne modificano le crudezze, ne infrenano gli eccessi. Quel che di raramente buono c'è in esse, si trasfonde intero nell'opera d'arte; il po' di strambo, di cattivo che non vien potuto eliminare non risulta poi tale da danneggiarla fortemente.

Infondere nell'anemico organismo della drammatica moderna tutta la maestà, tutta l'idealità ieratica della tragedia greca, fino a sconvolgere i mezzi materiali di cui si serve il teatro attuale, e le abitudini del pubblico a un certo modo di rappresentazione; far sorgere in Albano, in vista del lago, fra gli ulivi, un teatro di foggia antica dove i capolavori della musa tragica greca e i capolavori della musa tragica contemporanea, o, più modestamente, i lavori, i tentativi di essa si alternerebbero davanti a un pubblico capace di intenderne le bellezze e di apprezzarne le arditezze, non erano, secondo me, intenzioni così strane, così assolutamente impossibili da permettere di condannarle anticipatamente.

Le riproduzioni dei drammi di Eschilo e di Sofocle, avrebbero potuto riuscire cosa assai diversa dalle recitazioni scolastiche fatte ogni anno dagli studenti inglesi e tedeschi al cospetto di professori e di dotti, pei quali non hanno misteri le più riposte meraviglie del testo originale. Un pubblico speciale avrebbe potuto, per qualche ora, darsi il gusto di rivivere un'altra vita intellettuale, e ottenere direttamente quelle grandiose impressioni che formarono la delizia del popolo più artistico che mai sia stato al mondo.