Part 5
Oh melodi! o fantasime Superbe del pensiero! Santi dell'Arte fascini. Caste Pimplee del Vero!
Triste chi osò di adùlteri Amplessi i vostri altar, Di servil carme i dèlubri Di Pindo profanar.
In bocca sua fa appena sorridere, perchè c'è sempre un dissidio tra la sua forma e il suo concetto, quasi egli abbia gettato addosso a questo la prima veste capitatagli sotto mano, senza badare se gli si attaglia o no; forse, per la convinzione che il concetto, bene o male, più o meno efficacemente, si farà intendere; e questo gli sembra l'importante.
Infatti le naturali attitudini del suo ingegno sono ricche: l'impeto, lo slancio, la commozione, la tenerezza, il sorriso, l'ironia, la satira violenta si alternano, si mescolano, si confondono con vena abbondante.
Quella monotonia che scorrendo il volume si fa vivamente sentire è più nei mezzi ch'egli adopra, che non nella sostanza; nel verso, nel metro, nella costruzione della strofa, e anche un po' nella concezione generale. Si vede bene che, se egli non avesse avuto troppa fretta, se non avesse sentito alle spalle l'urgenza di altre bisogne specialmente politiche, l'opera sua avrebbe potuto riuscire assai ben diversa. Ma a lui, che scorge soltanto gli eccessi di certe ricerche di stile e giustamente le sdegna, anche il _limæ labor_ sembra, o almeno pare che sembri, un eccesso. E perciò si fa dire dalla Musa:
Fra pergamene logore, astruse Che andresti, misero vate, cercando? Astrusi ritmi, strofe confuse, Gergo dai vivi fuggito in bando?
Odon gli stitici metri di notte L'ombre: _te i cuori ch'odano io vo'_: O scegli il plauso di scimmie dotte, O scegli i baci ch'io sola do.
(_L'Addio alla Musa_).
Ma forse quand'egli rimpiange, con insolita bellezza di forma,
I bei razzi lucenti Lanciantisi alle stelle, In fasci aurei spioventi E in scintillanti fior!
Per mille goccie belle Di color mille splende La pioggia ignea... discende Lenta ne l'aria... e muor
nella quale felicissima immagine adombra i fervidi giovanili sogni che
Spingean superbi voli Incontro all'avvenir:
forse egli pensa quel che sarebbe stata l'opera sua letteraria, soggiungendo con amarezza:
Luce più lunga ed altro Solco _ne_ l'aria scura S'era il mio cor più scaltro Segnato avria il cammin!
Cercando la ventura Per altre vie gioconde, Avria più liete sponde Raggiunto il mio destin!
E altri rimpianti, e altri dubbi intorno alla vitalità dell'opera sua gli sfuggono frequentissimi, assieme con accenni al riposo finale, quando il suo cuore avrà cessato di battere e la sua mente di lottare. E questo senso di scoraggiamento e di tristezza rende simpatico l'uomo anche a coloro che non amavano il partigiano politico e il polemista irruente. L'arte non è eccelsa, ma il carattere fa impressione; e qualche volta anche la persona prende rilievo e apparisce viva, come nella lirica _I miei discorsi alla camera_.
Egli si leva a parlare:
E sovra italiche labi e vergogne De l'ire chiuse puntando l'arco L'aspra parola, frenata al varco. Tenta di arguzie vestita uscir.
Ma i _forse_, i _quasi_, i periodi corretti, i cauti motteggi gli sembrano una triste concessione, una viltà; e la parola scatta arroventata.
Ma inquieto l'occhio del presidente Attento, vigile sopra _gli_ sta,
Fatto a l'orecchio la man riparo Ansio ogni sillaba segue il vegliardo; Or bieche lancia_gli_ rampogne il guardo, Ora par preghi_lo_...: Per carità!
Ed egli s'infrena, s'infrena; e il Biancheri lo ringrazia sorridendo. Ma di là a poco, una forte scampanellata:
Allora... allora... dal cor profondo Un _non so cosa_ sal di molesto...; E la man destra fa un certo gesto... Come di cetra corde toccar. Conclude in furia... finisce il fondo De l'acqua e zucchero... poi corre via...
E infatti parrà di vederlo a tutti coloro che hanno assistito a qualcuna delle sue sfuriate parlamentari.
E per questa schiettezza di rappresentazione che ci mostra il poeta calmo, sorridente, in un momento di galanteria anzi di _marivaudage_, certe sue poesie minori, riunite nella parte IV appunto sotto il titolo di _Sogni e Sorrisi_, hanno probabilità di vita più lunga delle altre, anche perchè più accarezzate, in grazia forse della serenità del momento, dal lato della forma.
Oh, egli sa benissimo di essere stato un combattente, un agitato, un inesorabile; e la sua coscienza gli fa prevedere che neppur quando sarà morto i suoi avversari gli daranno pace! Ma egli protesta, e invoca l'amico _Primo_... perchè difenda la sua memoria dalle bieche _ingiurie_ che tenteranno di _sterpare i fiori dalla sua fossa_:
Tu, che da questi carmi udirai Note a te fremere pugne dal cor, Tu al buon Tersite dirlo potrai Se furon tinti del suo livor.
Tu che gli sdegni vedevi e l'ire, E il giambo uscirne, beffardo suon, Tu al buon Tersite lo potrai dire Se vi eran lagrime nella canzon!
(_A l'amico Primo..._)
E quantunque questi versi siano del giugno 1879, non mi è parso inopportuno ripeterli come chiusa di questo scritto.
ALFONSO DAUDET
Da quasi dieci anni Alfonso Daudet sopravviveva a se stesso. I suoi intimi affermavano che la spinite da cui era reso mezzo inerte il suo corpo non aveva menomamente intaccato le facoltà intellettuali di lui; ma gli ultimi libri pubblicati mostravano una stanchezza, un affievolimento di forze che smentivano presso gli ardenti ammiratori la pietosa bugìa. Per ciò, oggi, al dolore per la perdita dell'autore prediletto si è mista la pietà per l'uomo che ha cessato di soffrire.
La natura e le circostanze lo avevano colmato di doni. Alla bellezza fisica si accoppiavano in lui un'immaginazione vivacissima, una sensibilità squisita, quasi femminile, una geniale padronanza della forma letteraria, un felicissimo intuito dell'opportunità, una sempre giovanile freschezza di impressioni, di slanci di buon umore, di malizia e di birichineria. Nato poeta, le necessità della vita lo avevano fatto smarrire tra i romanzieri; e c'era voluta una gran forza di volontà e di ostinazione per guadagnarsi e mantenersi fra essi il posto che ha occupato per parecchi anni.
Pochi scrittori hanno avuto, come lui, la rara facoltà di impossessarsi delle anime, di compenetrarsi con loro, di ispirare la profonda simpatia che mette all'unisono il cuore dello scrittore con quello dei lettori. I suoi stessi difetti lo aiutavano in questo. L'eccesso di colorito, la mancanza di proporzioni e di equilibrio, le trascuratezze apparenti o volute di molte parti dei suoi lavori avevano un incanto particolare, di bizzarra noncuranza, di imprudenza gioconda. Si perdonava facilmente ogni cosa a colui che ci commoveva con le sue novelline, che ci interessava e ci sbalordiva con la magnificenza delle sue descrizioni, con la passione e coi casi dei personaggi dei suoi romanzi. In Francia gli han perdonato fin le sgrammaticature; e il giorno che qualcuno, nella _Vie moderne_, si compiacque di una lunga spulciatura pedantesca dell'_Immortel_, i lettori francesi non gli badarono, e continuarono a leggere e ad ammirare il Daudet, sospirando forse: Ne avessimo parecchi di simili scrittori sgrammaticati! Giacchè egli, come tutti gli artisti di razza, si era creato una lingua tutta sua, uno stile vivo, pieno di efficacia drammatica, che non somigliava a quello di nessun altro. Se la grammatica non ci trovava il suo conto, peggio per lei.
Eppure quella deliziosa facilità era frutto di paziente fatica. Le novelline di poche pagine gli costavano otto giorni di lavoro. La lucidezza e il fremito della sua frase risultavano da una cesellatura amorosa, paziente che voleva raggiungere a ogni costo la perfezione. Quando si parla di lingua e di grammatica, bisognerebbe sempre rammentarsi che il Fénelon ha detto del Molière, da lui tanto ammirato come autor comico: _Ah, se Molière sapesse scrivere!_ E il Molière oggi è un classico.
Alfonso Daudet ha avuto tutte le fortune, non ultima quella di non accorgersi di morire.
Autore dell'_Immortel_, satira spietata ed eccessiva dell'Accademia francese, esecutore testamentario del De Goncourt per l'altra Accademia dei Dieci che dovrebbe essere il contr'altare dell'Accademia dei Quaranta, gli era toccata ultimamente anche la consolazione di un primo sfavorevole giudizio dei tribunali verso gli avidi eredi del fondatore. E forse dalle sue belle labbra, convulse per gli atroci dolori che gli rodevano le ossa, uscivano inesorabili epigrammi contro i quaranta _immortali_ nell'istante in cui la morte è venuta a strappargli l'estremo grido, rovesciando su la tavola, fra lo spavento della moglie e dei figli, la leggendaria testa capelluta, grigia per gli anni e pei patimenti.
Non ostante i suoi ultimi lavori, sembrava che per lui la posterità fosse cominciata da un pezzo, dopo _Sapho_. I giovani, con la ingratitudine baldanzosa che è propria della loro età, osavano già scrivere che il Daudet ormai era un grand'uomo soltanto in provincia, a Tarascona da lui illustrata, a Nîmes dove era nato! E il suo stile veniva qualificato di telegrafico, rozzo impasto di interiezioni e di balbettamenti, linguaggio da _petit nègre_, cosparso di pariginismi in voga! Tamburinaio traviato (alludevano al Valmajour del _Numa Roumestan_) falso parigino, era stato creduto per un momento uomo di spirito, stilista, artista e fin romanziere! Ma tempo, tempo fa!
Ai giovani è permesso di esagerare e anche di essere ingiusti. A questi cercatori di novità sbalorditoie, a questi infatuati del simbolo, a questi folli adoratori della preziosità della forma, uno scrittore limpido, vivace, drammatico anche nel colore della frase come il Daudet non può riuscire gradito. È troppo esteriore, secondo loro, è troppo del suo tempo, e anche troppo personale. Probabilmente, il giudizio della posterità non sarà proprio questo che essi han pronunciato così alla spiccia nelle compiacenti colonne del _Figaro_ e di altri giornali. Non sarà neppure un'ampia conferma, senza nessuna obbiezione e riserba, di quello pronunziato dal pubblico, quando i romanzi del Daudet gli mettevano sotto gli occhi creature che non lo interessavano soltanto come creazioni di arte, ma anche perchè ne stuzzicavano la curiosità come figure, appena velate, di personaggi viventi o spariti da poco dalla scena del mondo.
Indagare quale potrà essere il giudizio dei posteri, e quale delle opere del Daudet sarà capace di resistere all'edace lavoro del tempo, mi sembra tentativo inutile oltre che irto di difficoltà.
Siamo vissuti con lui nello stesso ambiente letterario; abbiamo ancora fresche le sue stesse convinzioni e, se così si vuole, i suoi stessi pregiudizi estetici, da poterci astrarre da essi, e studiare l'opera sua da un punto di vista così elevato e così imparziale che permetta di adoprare come elementi di giudizio soltanto i più puri e i più immutabili principî d'arte. Bisogna contentarsi di riandare tutta la non vasta opera sua, metterne in rilievo i caratteri principali e notare via via lo svolgersi delle qualità più personali che lo hanno distinto tra la folla degli scrittori francesi contemporanei; bisogna contentarsi di accennare quel che egli ha apportato di nuovo nella forma narrativa, quel che, per caso, vi ha lasciato in germe e che potrà fiorire a tempo opportuno, quel che anche oggi può facilmente giudicarsi e manchevole e caduco. Questa sarà l'umile opera che cercherò di fare alla meglio nel presente studio.
* * *
Innanzi tutto, il Daudet dev'essere qualificato _impressionista_. Questo miope ha una gran virtù di osservatore.
Lo sforzo per veder bene acuisce la sua attenzione, imprime più profondamente nella sua memoria le cose vedute, e la vivace sua fantasia meridionale non deve fare nessun conato per renderle col magistero della parola. Certe volte l'evocazione è così intensa, che perde la qualità di opera d'arte e, da descrizione che avrebbe dovuto essere, riesce enumerazione e niente altro; ma questo, bisogna dirlo, gli accade di rado.
L'osservatore è intanto anche un sensitivo, un sentimentale, un poeta. La sua anima è piena di fantasticherie e di compassione; egli s'intenerisce facilmente; ama meglio sorridere che sdegnarsi; perciò mentre la sua visione delle cose esteriori è intensa e minuta, e le impressioni del paesaggio e delle scene della natura si trasformano agilmente dentro di lui in immagini artistiche, il suo sguardo non penetra addentro nell'intimo spirito delle persone che non possono riuscire simpatiche al suo cuore. Da ciò una sproporzione, un disquilibrio nella sua opera d'arte. Il poeta guasta il romanziere.
E soltanto poeta egli arrivava a Parigi nel novembre del 1857 a diciotto anni, portando con sè nella misera valigia la maggior parte dei componimenti poi pubblicati sotto il titolo _Les Amoureuses_.
Un critico scrisse allora: «Alfredo de Musset, ha lasciato due penne a disposizione di chi poteva prenderle: la penna della prosa a quella dei versi. Ottavio Feuillet aveva già ereditato l'una; Alfonso Daudet si è impossessato dell'altra.»
Si vede bene che i critici fanno male a indossare la veste di profeti!
Teodoro de Banville ci ha lasciato il ritratto del giovane poeta. «Testa maravigliosamente incantevole; carnagione di un pallore caldo, color d'ambra; sopracciglia diritte e morbide; occhi fiammeggianti, vaghi, umidi in una e brucianti, pieni di fantasticherie, occhi che ci vedono poco, ma belli a vedersi; labbra voluttuose, pensose, quasi sanguinanti; barba fine, infantile; capellatura fitta, abbondante bruna; orecchio piccolo e delicato; insieme di virile rigoglio e di grazia femminile.»
I salotti e le signore avevano fatto la fortuna delle _Amoureuses_; Il _Figaro_ doveva rivelare lo scrittore di novelline. Parecchie di esse erano appena una transizione dai raccontini in versi e dialogati, come _Le roman du Chaperon Rouge_, _les Rossignols des cimetières_, _l'Amour trompette_. Brevi come questi, poetici nella sostanza e nella forma, quantunque non vi fosse adoprato più il verso, essi hanno preso posto nelle _Lettres de mon moulin_, nei _Contes du lundi_, nelle _Lettres à un absent_. Sono fantasie, ricordi, note di impressioni fugaci, che, dopo i disastri francesi del '70, assumono talvolta un'elevazione tragica, un'espressione di sdegno non potuto reprimere. Rammento _L'ultima classe_, _La partita di bigliardo_. Quel povero maestro Hamel che col cuore infranto, dà l'ultima lezione in francese ai suoi scolari alsaziani, perchè il governo prussiano ha ordinato che da allora in avanti si dovrà studiare soltanto il tedesco nelle scuole; e che alla fine della lezione, preso un gessetto, scrive a grosse lettere su la lavagna: _Viva la Francia!_ e barcollante, con le lagrime agli occhi, dice soltanto col gesto agli scolari sbalorditi:--È finita! Andatevene!--quella figura di vecchio maestro di villaggio, che ancora porta l'antico tricorno, rimane indimenticabilmente impressa nella memoria, quantunque il racconto sia di quattro o cinque paginette.
E come fa fremere quel maresciallo che, acquartierato in un castello del tempo di Luigi XIII--mentre i suoi soldati intirizziscono fuori, coi piedi nel fango, morti di fame--giuoca al bigliardo con un capitano che perde appositamente per adulare il superiore da cui dipende il suo avanzamento! I prussiani, sopravvenuti, hanno già attaccato gli avamposti; la fucilata incalza, incalzano anche le bombe. Gli ufficiali francesi accorrono dal maresciallo, chiedendo ordini; ma egli non smette di giuocare, ingessa tranquillamente la stecca, tenta delle carambole. Che gli importa se fuori si combatte e si muore? Quando la sua partita finisce, i reggimenti francesi sono già sbaragliati, e attorno al castello si ode soltanto un rumore confuso di passi simili a quello di un armento che fugge!
In questi mirabili capolavori si trovano tutte le buone qualità dell'ingegno del Daudet, senza nessuno dei difetti che egli mostrerà quando dal quadretto di genere passerà a dipingere i grandi quadri della corrotta vita parigina.
Da principio sembra che nei lavori di lunga lena egli facilmente si annoi, e cerchi volentieri l'occasione di distrarsi. E le narrazioni complicate assumono quindi fra le sue mani un'aria di cosa scucita, frammentaria. Si capisce da un capitolo all'altro, la disposizione del suo spirito. Mentre è ingolfato a raccontare il crudo dramma di casa Risler, e già trova accenti di vigore e di forza nel descrivere e gli adulteri amori di Sidonia con Giorgio Fromont, socio di suo marito, e tutti gli infami intrighi di essa che conducono l'onesto e buon Risler al suicidio, egli si sente a disagio tra quei personaggi. Ah, che sforzi in questa continua tensione di spirito! E, appena può, scappa via, in casa dell'illustre Dolabelle che lo diverte con la sua vanità di comico di provincia smarrito per le vie di Parigi, con le sue pose, col suo accento teatrale, con quell'aria di sacrificato in contrasto con la sua pinguedine e con la lucentezza della sua pelle! E come lo accarezza, come gli sta attorno, come se lo gode lui, prima di presentarlo ai lettori! Ogni suo gesto, ogni suo atto è stato mimato da lui, ogni sua parola gli è venuta su le labbra con lo stesso falso accento di lui; egli è stato Dolabelle, immaginando e scrivendo. E quando gli fa scappar di bocca una di quelle frasi incredibili che sono stupende trovate di artista, la gioia e la soddisfazione dello scrittore traspariscono tra le righe, invadono anche il lettore, che si vede davanti agli occhi, vivo e parlante, il personaggio. Come, per esempio, quando l'illustre Dolabelle conduce dietro il convoglio funebre di sua figlia Desiderata tutti i comici dei teatrucoli di Parigi, e invanito per la solennità della cerimonia, additando le due carrozze che seguono il corteo, esclama serio e impettito:
--Due vetture padronali!
Così farà il Daudet più tardi nel _Nabab_, con la famiglia _Joyeuse_. E gli parrà quasi di ritrovare un riscontro all'illustre Dolabelle in persona del signor Joyeuse che, perduto l'impiego, per non addolorare le figliuole, nasconde ad esse per tre lunghi mesi la sua disgrazia; e tutte le mattine finge di andare, come era solito, al suo ufficio, e passa la giornata errando qua e là per Parigi, fantasticando le storielle che dovrà poi raccontare alle figlie a fine di far durare il loro inganno.
Così praticherà, più tardi ancora, in _Numa Roumestan_.
Ma, a proposito di questo romanzo, bisogna aprire una parentesi.
Fra il gran tumulto della vita parigina, Alfonso Daudet ha continuamente la nostalgia del suo mezzogiorno. La nebbia che là infosca il cielo, il fango che imbratta scarpe e calzoni, gli fanno sospirare il profondo azzurro del cielo provenzale e quello più costantemente limpido di Algeri, dove, anni prima, avea dovuto ricercare ristoro alla sua malferma salute. Da questa doppia nostalgia era già scaturito _Tartarin da Tarascon_, armato di tutto punto per le sue caccie di leoni!
Tartarin sognava caccie di orsi, di leoni, di elefanti, centellinando bicchierini di rhum in quel suo salotto parato di armi d'ogni sorta e di ogni tempo. E dire che, da buon provenzale, avrebbe dovuto fantasticare soltanto bei colpi ai _berretti_, quei bei colpi con cui i suoi amici si solevano compensare, nelle partite di caccia, della selvaggina che non trovavano!
Ma di mano in mano che la fantasia di Tartarin si eccitava e divampava, si eccitava maggiormente e prendeva fuoco la fantasia del suo creatore. E questa volta era proprio vero che il Dio foggiava la sua creatura a immagine e similitudine sua! Se non che, il Dio si divertiva dell'opera che andava facendo e della caricatura di sè stesso che ne scaturiva fuori. Il provenzale che, credendo di ammazzare un leone, stendeva morto dietro una siepe un povero somaro, non era diverso dal provenzale che si compiaceva di fargli fare quella e altre ridicole prodezze. Tutti e due mentivano, esageravano, prendevano diletto della propria esagerazione e della propria menzogna scaturite dal fondo di un organismo infiammato dal sole della loro cara Provenza. Rare volte una creazione artistica era riuscita così intimamente improntata del carattere dell'autore e della razza.
Coloro che hanno avuto la fortuna di gustare la conversazione famigliare di Alfonso Daudet dicono che par di riudirne la voce durante la lettura dei suoi libri. Quello stile spezzato, di scorcio scintillante di immagini, riboccante di esclamazioni, di apostrofi, di tutte le figure che la rettorica ha enumerate e che là vengono al lor posto spontaneamente, come ribollimento anzi spuma del pensiero concitato, è precisamente la sua parola ordinaria un po' infrenata, epurata, quasi inconsapevolmente adattata dall'arte. Sarà, forse (diciamolo per compiacere gli stilisti) stile disuguale, scorretto; ma ha il fuoco della vita, il fremito del movimento, la commozione, il pittoresco, l'imprevisto, come secoli avanti l'aveva avuto, in Italia, quello di Benvenuto Cellini, che non si curava anche lui della grammatica dei pedanti e dettava, tra un cesello e l'altro, la meravigliosa narrazione sventuratamente rimasta caso isolato nella nostra letteratura.
E il Tartarin che scrive come ride delle famose gesta del Tartarin eroe che gli balza vivo da ogni pagina, gesticolante, ebbro delle sue stesse madornali fandonie, dalle quali egli si lascia illudere con pienissima buona fede, quasi quanto gli altri a cui le sballa!
_Numa Roumestan_ è un Tartarin più elevato, ma artisticamente meno sincero. Anche questa volta la nostalgia della Provenza ha invaso il cervello del Daudet; ma questa volta risulta _Tartarin_ proprio lui che racconta.
Ha avuto un colpo di sole; ha visto il Gambetta nel colmo della sua potenza e n'è rimasto abbagliato. Infatti, nei primi capitoli del romanzo il lettore non può far a meno di pensare al Gambetta; i nomi cambiati non riescono a ingannarlo. Aps è Aix; Numa Roumestan è il gran latino che ha conquistato nuovamente la Gallia. «Quella festa del concorso nazionale nell'arena d'Aps (mi sia permesso ripetermi) sotto il sole cocente, con quella folla in ammirazione davanti al grand'uomo di provincia, Numa Roumestan, che distribuisce a destra e a manca saluti alla buona, strette calorose di mano, incoraggiamenti e promesse d'ogni sorta mentre le bande strepitano e i contadini si slanciano a ballare la _farandole_ al suono del piffero e del tamburo del Valmajour, primo tamburinaio della Provenza; quella festa ci richiama alla mente altre riunioni della stessa natura, delle quali abbiamo letto le descrizioni nei giornali, quando il latino dalle larghe spalle e dalla parola possente andava attorno per convertire le turbe al suo vangelo opportunista. Poi si torna indietro, assistiamo ai primi passi del grand'uomo nella carriera politica. Quella testona dalla nera capigliatura che gli _mangia_ metà della fronte, quella faccia col sangue a fior di pelle, coi begli occhi dorati, di ranocchio, quel giovane studente, insomma, che passa le serate al caffè Malmus, nel quartiere latino, discutendo in dialetto coi focosi compaesani, e poi quel processo di stampa del _Furet_ che rivela, più che agli altri, a se stesso, un oratore di prima forza nel giovane avvocato senza cause, ci ricordano anch'essi il latino dalle larghe spalle e dalla parola possente, che sotto il secondo impero frequentava, ancora studente, il caffè Procopio, esercitandosi con colpi di pugni sui tavolini nella grand'arte della discussione, e che dopo, nel 1868, già laureato e uscito dallo studio del Cremieux, nel processo Baudin lanciava, invece della difesa del cliente Delescluze, un terribile atto di accusa contro l'impero in via di sfasciarsi.